Il tempo materiale

Di

Editore: Minimum Fax

3.9
(557)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 229 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese

Isbn-10: 8875212864 | Isbn-13: 9788875212865 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Adolescenti

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Descrizione del libro
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  • 4

    Compagno di scuola

    Elusa ogni informazione preliminare (a parte gli alti voti espressi dagli amici…), ho cominciato questo libro cercando invano di individuare una gerarchia fra i molteplici e variegati elementi di cui ...continua

    Elusa ogni informazione preliminare (a parte gli alti voti espressi dagli amici…), ho cominciato questo libro cercando invano di individuare una gerarchia fra i molteplici e variegati elementi di cui esso si compone, dapprima per spirito di classificazione (E’ il diario di un ragazzino? Un grottesco? Un libro politico? Un romanzo di formazione? Uno spaccato di un’Italia provinciale negli anni ’70?) e poi per attenuare il disagio crescente che la lettura produce

    Invano, come ho detto.
    Perché “Il tempo materiale” è tutto quanto sopra elencato ed altro ancora, che origina dall’assemblaggio in apparenza disordinato degli ingredienti più svariati: Aldo Moro e la stracciatella, animali parlanti e linguaggio muto, comunicati politici, Carosello e compiti di scuola, ironia e ridicolo (”l’enfasi è l’unico modo per accedere alla visione, alla profezia della storia. Certo si diventa ridicoli, ma non ci sono alternative: tra l’ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo”, come afferma il più determinato degli alieni undicenni).

    Che ad uno sguardo retrospettivo, così alieni poi non sono, se si prova a connettere il filo rosso che lega l’origine sociale, culturale, psicologica di una monocorde vita di periferia dove gli echi degli eventi arrivano attutiti e trasfigurati, al momento dell’azione: Un’eccitazione. Il bisogno di essere famelici, di qualcosa che prenda e trascini, di qualcosa su cui concentrarsi. Sulla lotta, per esempio. Perché di questo si tratta. La parola “lotta” contiene sesso, rabbia e sogno.< i/>

    Messa in atto questa connessione e imboccata questa strada, per imitazione o pubertà, per protagonismo o tempesta ormonale, per amore, per gioco o forse per caso, tutto il resto procede inarrestabile come per inerzia. I fatti si susseguono senza che alcun freno inibitore si frapponga e lo stesso lettore/testimone non può che sentirsi coinvolto assistendo impotente alla concretizzazione dell’irrazionale.

    Ad ulteriore stridore con la materia grezza trattata, si aggiunga l’originale stile sofisticato di Vasta che apre imprevisti inserti di poesia, curiosi quadri d’ambiente che ritraggono con precisione le coordinate, storiche e di vita quotidiana, del periodo, ed un protagonista che affronta il mondo circostante guidato poco dalla razionalità e molto dalla sensibilità sensoriale: annusa, assaggia, tasta ogni oggetto ed ogni immagine, perfino quelle televisive, con un approccio quasi animale e tanti sono gli animali disseminati lungo il racconto, malati, feriti, storpi, testimoni e indicatori di un disfacimento che non è solo morale ma che corrode anche il tempo materiale e dal quale la via di fuga più immediatamente praticabile sembra essere l’algida e geometrica disciplina della lotta armata.

    ha scritto il 

  • 4

    tu, ossessiva enfatica rivoluzionaria infanzia

    è che si era tutti bambini più grandi, negli anni '70. il peso della storia, il peso materiale di quel tempo, entrava nelle nostre vite insieme ai tg guardati mentre si pranzava. in bianco e nero le i ...continua

    è che si era tutti bambini più grandi, negli anni '70. il peso della storia, il peso materiale di quel tempo, entrava nelle nostre vite insieme ai tg guardati mentre si pranzava. in bianco e nero le immagini, in silenzio noi. davanti ad alcune notizie più che ad altre, e davanti all'errequattro col portabagagli aperto parcheggiata in via caetani, di più di più. si cresceva prima, o così forse sembra ora. fatto sta che mi è piaciuta enormemente la scelta di giorgio vasta per questo libro, di dare la parola a ragazzini di undici anni nella palermo dei giorni del sequestro moro, e far loro parlare una lingua adulta, complessa come gli improbabili ragionamenti in cui si dibattono per creare una cellula terrorista e fare la rivoluzione, ma affiancata da un alfamuto di gesti silenziosi.
    il linguaggio preso come chiave per raccontare la difficoltà di quegli anni, i contrasti, il sovvertimento delle categorie individuali e sociali stabilite dai valori del boom. lo stesso protagonista nimbo riassume in sé l'ossimoro: ha un soprannome etereo, che ha a che fare con le nuvole (il nembo) e con l'aureola dei santi, ma ha una voglia divorante di farsi profeta di una storia pesante. una volontà di linguaggio che lo prende come una febbre alla gola, «un'epidemia dalla quale non cercare scampo».
    per questo non ho trovato un limite ma una forza, lo smaccato surrealismo del romanzo. e quella che alcuni lettori hanno definito inverosimiglianza io la vedo come potenza simbolica. per cui ci sono, sì, i fatti e i fenomeni e gli oggetti reali di quegli anni (i trasferelli accanto alle brigate rosse, alan ford e l'almanacco del giorno dopo accanto alla consuetudine coi morti ammazzati, zigo zago e obabaluba) ma tutto il resto è dichiaratamente mitopoiesi pura. retorica alta, consapevole. estraniamento attraverso l'infezione di una lingua che serve ad allontanarsi dal presente [«ce ne andiamo via da palermo semplicemente parlando»] e contemporaneamente a calarcisi dentro [«le brigate rosse (...) parlano - o meglio scrivono - come noi. i loro comunicati sono complessi, le frasi lunghe e potenti. sono gli unici in italia a scrivere così»].
    il passaggio alle azioni dimostrative, a quel punto, per i tre ragazzini sembra follemente naturale. è la legge del male innocente. l'allucinazione della colpevolezza come presa di responsabilità. se siamo arrivati fin qui, dirà uno dei tre, è perché abbiamo capito che la paura e il desiderio non sono esperienze contrapposte ma mescolate e inseparabili. con dei nomi di battaglia mettono in scena il gioco crudele di chi è nato quasi imparato e ora è famelico perché ha preso il contagio: nimbo a un certo punto definisce se stesso cupo e ideologico. e poi anche concentrato, tetro, abrasivo. è lettore di giornali e ascoltatore di telegiornali, è aduso alla cronaca politica. è un mangiatore di vetro. ma è anche impastato di sghemba ingenuità, e sono sempre le parole a farla saltar fuori all'improvviso come una molla. il suo prorompere in «accidenti» e «accipicchiolina» mentre i suoi avversari dicono «cazzo!». c'è tutto, in miscugli come questo. eroismo distorto e tabelline, crudeltà e lunghi pomeriggi di noia, proclami e riparazione posticcia. un po' come dire, fuori dal libro, le lacrime nazionalpopolari per via caetani, e il ministro dell'interno che arriva sul luogo del ritrovamento prima della telefonata di rivendicazione. e poi ci sono i fastidi di pelle, il sapore metallico del sangue, della lavagna d'ardesia toccata con la punta della lingua, della saliva. è un libro pieno di umori corporei condensati, di crudezza e di utopia. un libro particolarissimo, con situazioni insistentemente urticanti e un passaggio di tre pagine di cui ho retto con qualche difficoltà il malessere. lascio in sospeso solo il giudizio sul finale. non so come considerare dal punto di vita narrativo l'ultimo atto in odore di chiusa consolatoria e auto-penitenziale. d'altra parte, utilitaristicamente, una lorinbocol abbastanza provata dagli sviluppi precedenti ha tratto giovamento dallo stemperarsi della tensione. perché se si fosse trattato di un film, pur consapevole della finzione alla fine avrei atteso con una certa ipocrisia la scritta: nessun bambino e/o animale è stato maltrattato durante le riprese. il compagno morana ma anche i gatti, i cani, le lumache, gli asini, le api e perfino le zanzare utilizzati vivono felici in una fattoria alle porte di palermo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Una delusione

    Morboso, inverosimile, pesantissimo. Salvo cinque paragrafi ("Abbiamo vent'anni...", pp. 270-271) su 274 pagine.

    Un talento sprecato.

    ha scritto il 

  • 1

    Mi dichiaro prigioniero mitopoietico

    C’è qualcosa in questo romanzo che trovo profondamente disturbante.

    Sarà il linguaggio di Vasta, particolarmente ricercato ma di una ricercatezza sterile e fine a se stessa.
    Sarà perché non sono riusc ...continua

    C’è qualcosa in questo romanzo che trovo profondamente disturbante.

    Sarà il linguaggio di Vasta, particolarmente ricercato ma di una ricercatezza sterile e fine a se stessa.
    Sarà perché non sono riuscito assolutamente a capire cosa volesse dire Vasta.
    Sarà per l’implausibilità dei personaggi, ragazzini di 11 anni che parlano, pensano ed agiscono come degli antagonisti di lunga esperienza.
    Sarà perché non riesco assolutamente a riconoscermi in questi ragazzini, anche se dovrebbero essere quasi miei coetanei.
    Sarà per l’assurdità della trama con questi ragazzini che vanno liberamente in giro per Palermo a fare pedinamenti, progettare ed eseguire atti sovversivi, persino un omicidio, senza che nessuno se ne accorga (addirittura uno di loro esce con sulle spalle un sacco con il cadavere e attraversa la città per abbandonarlo in un parco). E pensare che io avevo la ritirata alle 20!!!

    Non so quale di questi aspetti mi ha dato più fastidio ma posso dire con certezza che questo è stato uno dei romanzi che mi sono piaciuti di meno della mia storia anobiana.

    ha scritto il 

  • 5

    Favola di Piombo

    "Il tempo materiale" ho deciso di leggerlo per una ben puerile ragione: perché è ambientato nel rovente 1978, l'anno drammatico del rapimento e omicidio Moro, delle Brigate Rosse, della variegata e a ...continua

    "Il tempo materiale" ho deciso di leggerlo per una ben puerile ragione: perché è ambientato nel rovente 1978, l'anno drammatico del rapimento e omicidio Moro, delle Brigate Rosse, della variegata e aggressiva politica extraparlamentare e di una marea di fatti di cronaca di un'importanza capitale. Non c'è un'epoca che mi appassioni più dei cosiddetti "Anni di piombo", o per dirla con l'eleganza di Zavoli, della "Notte della Repubblica", e tutto questo per una ragione molto semplice: in tutto l'abisso della mia crassa ignoranza non c'è un altro momento in cui mi riesca più facile comprendere quanto la nostra piccola storia personale sia realmente influenzata dalla Storia Italiana con la esse e con la i maiuscole. Giorgio Vasta ha scritto un romanzo di una complessità fuori scala che - e questa è una lettura totalmente personale - secondo me racconta alla perfezione proprio questo.
    In quella Palermo del 1978 intreccia in una favola nera la vita di tre undicenni con tutto il mondo di relazioni, chiaroscuri, idee - e ideologie! - del tempo architettando un gioco che, lo si intuisce da subito, presto o tardi sfuggirà di mano. Lo fa con strumenti narrativi febbricitanti, dal fatto di cronaca all'animale parlante, e riesce nell'apparentemente impossibile intento di mantenere tutto l'ordito intessuto insieme senza irregolarità. I tre piccoli "fantasmi" apprendono da autodidatti l'alfabeto della militanza armata, muovendosi entro la scacchiera di un rigore ideologico che sin dal primo istante li costringe a rinunciare anche al minimo residuo di ciò che è umano. L'alfabeto della lotta armata si mostra in tutta la sua tragica verità, seguendo un ordine scientifico ed esoterico insieme.
    In tutto questo chiacchierare mi piacerebbe tanto essere riuscito a dirvi solo una cosa: "Il tempo materiale" non è un romanzo di politica. Questa è una storia che vuol fare paura, che non vuole farti sentire al sicuro.
    Ci riesce.

    ha scritto il 

  • 0

    Artificiale.
    Non riesco a proseguire, non mi incuriosisce e anzi mi respinge con la sua lingua inutilmente ricercata.
    Un esperimento particolare, non c'è che dire, ma non fa per me.
    Aspettava dal 2008 ...continua

    Artificiale.
    Non riesco a proseguire, non mi incuriosisce e anzi mi respinge con la sua lingua inutilmente ricercata.
    Un esperimento particolare, non c'è che dire, ma non fa per me.
    Aspettava dal 2008 sullo scaffale, ma credo che il suo tempo, il tempo materiale per leggerlo, non arriverà più.

    ha scritto il 

  • 3

    NOI (Nucleo Osceno Italiano)

    Il linguaggio sottile, ricercato, mai manierato, è il punto di forza di questo romanzo.
    I personaggi sono interessanti, anche se poco credibili calati nella loro età anagrafica.
    Il contesto, che dire. ...continua

    Il linguaggio sottile, ricercato, mai manierato, è il punto di forza di questo romanzo.
    I personaggi sono interessanti, anche se poco credibili calati nella loro età anagrafica.
    Il contesto, che dire... è storia.

    "Coordinarci durante queste prime azioni di lotta - uno sulla soglia della porta a fare il palo comunicando tramite l'alfamuto un eventuale pericolo, la risposta silenziosa del compagno - ci ha insegnato che noi è la parola in cui coesistono la distruzione del soggetto individuale e l'orgoglio di essere compagni: per me che dico sempre io, che vivo chiuso nel raglio asinino, pensare noi, pensare di stargli dentro, è sbalorditivo, noi è anche l'acronimo di Nucleo Osceno Italiano: nucleo identifica la solidità; osceno è l'unico tempo che abbia senso vivere; italiano è ciò che ci indigna e ciò in cui siamo immersi.

    ha scritto il 

  • 3

    Una piccola fiaba nera....

    Leggo per la prima volta questo autore. Incuriosita dalla trama acquisto il libro, anche perchè scopro che ha vinto premio strega del 2009. La storia è ambientata nel 1978, in una Palermo preistorica ...continua

    Leggo per la prima volta questo autore. Incuriosita dalla trama acquisto il libro, anche perchè scopro che ha vinto premio strega del 2009. La storia è ambientata nel 1978, in una Palermo preistorica e selvaggia, e i protagonisti sono tre ragazzini che pieni di passione e ideologia si affacciano al mondo per la prima volta, nell’annus horribilis della storia repubblicana - le Brigate Rosse e il sequestro Moro. Disgustati dal provincialismo senza scampo dell’Italia, si scollano lentamente dalla realtà fondando una loro cellula terrorista. Un romanzo crudele e commovente, che fotografa il nostro paese nell'attimo in cui perse definitivamente l’innocenza; il racconto di una generazione che, nell'incessante rielaborare la propria esperienza, ha sempre rinviato il momento del dolore. Una piccola fiaba nera....

    ha scritto il 

  • 4

    Non si può certo rimanere indifferenti di fronte a questo libro, perché colpisce a ogni pagina, a iniziare dalla nota dell'autore: "in questo libro la cronologia reale del 1978 è stata in parte modifi ...continua

    Non si può certo rimanere indifferenti di fronte a questo libro, perché colpisce a ogni pagina, a iniziare dalla nota dell'autore: "in questo libro la cronologia reale del 1978 è stata in parte modificata secondo le necessità drammaturgiche". Ma è naturale, perché tutti quelli che c'erano nel 1978 si ricordano esattamente cos'hanno fatto e dov'erano. In realtà, secondo tali necessità molte altre cose sono state modificate: i sogni dell'infanzia, la logica delle azioni, la percezione della realtà. Ma in fondo tutto questo è meno importante di fronte al tremendo impatto del linguaggio che diventa proprio parte del gioco di questi ragazzi attraverso i quali si narrano i fatti, il linguaggio che stravolge il senso logico delle cose. E allora il disagio sottile, il disgusto si trasforma in ironia quando il pensiero di un bambino di fronte a una casa modesta si traduce in Le suppellettili sono ignoranti, ma del resto l'estrazione è umile, l'immaginario è quello e va accettato fino al Mi dichiaro prigioniero politico. La parola immaginazione, del resto, è ovunque, ma è un'immaginazione che produce disfacimento , non sogni.

    ha scritto il 

  • 5

    "Sfruttare un’epidemia comune per assecondare il nostro desiderio di epidemia assoluta. Che non è solo nostro, è sociale."

    Una parentesi necessaria
    Un libro ostico.
    Inizialmente sembra di intraprendere un'unica strada sconnessa ma poi ci si rende conto che porta a tutta una serie di biforcazioni possibili.
    Da alcuni an ...continua

    Una parentesi necessaria
    Un libro ostico.
    Inizialmente sembra di intraprendere un'unica strada sconnessa ma poi ci si rende conto che porta a tutta una serie di biforcazioni possibili.
    Da alcuni anni tengo traccia delle mie letture scrivendo ciò che sento e/o penso mentre leggo. Alcune cose le riporto qui, altre le tengo per me perchè fanno parte di quel personale che non sempre si ha voglia di condividere. In merito a questo libro sul mio attuale quadernino ho scritto una decina di pagine. L'impressione è però che ci siano altri elementi che mi siano sfuggiti.
    Questo è il primo motivo dell'assegnazione della quinta stelletta: un libro che mi fa rodere, arrovellare per me merita l'eccellenza.
    Il secondo motivo è personale. Dirò solo che per me l'anno in cui si svolge il racconto fu un anno importante. Vasta riporta immagini che mi hanno emozionata.
    Non è, pertanto, facile fare un commento che sia completo ed esauriente. Non lo sarà e me ne scuso subito.
    Lascerò qualche traccia. Di più non so fare...
    ********
    Siamo a Palermo

    Una sola città: Palermo.
    La preistoria.

    Una città fatiscente, quasi apocalittica: animali storpi e infetti.
    Per capirci questa è la prima frase dell'incipit:
    " Ho undici anni, sto in mezzo a gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna. Sono scheletri storti, poca pelle tirata sopra; infetti, a toccarli si può morire .
    Un paesaggio di morte. Gli abitanti sono «i dialettali»: specie da cui rifuggire in quanto nemici di ciò che c'è di più sacro: il linguaggio!

    Siamo nel 1978
    L'anno delle tredici lunazioni (ce ne sono sei per ogni secolo!):
    "Tredici lune significa instabilità emotiva, collasso del pensiero. La sensibilità umana viene devastata: le percezioni diventano visioni, i presentimenti incubi. ".
    La televisione sempre accesa in ogni casa. Un quotidiano scandito da musichette che prepotenti dominano:
    -l'arpa de "'L'intervallo" (giostra lenta);
    - il Carosello (la radiografia dell'oblio della gioia )
    Con altrettanto irruenza la Tv trasmette la morte. Sono gli anni dell'eversione. Il 1978 è l'anno del rapimento ed uccisione di Aldo Moro (NB- qui non se ne parla e da molti per tanto è stato ignorato che ma lo stesso giorno della morte di Moro fu assassinato Peppino Impastato...tredici lune...?.).

    Tre preadolescenti anomali
    Chi legge superficialmente il romanzo sosterrà che è inverosimile perchè questi ragazzini di undici anni utilizzano un linguaggio erudito e formulano concetti impossibili per quell'età. Così è perchè questo è il fulcro.
    La storia si fonda sul paradosso, ne è il perno. Conviene, dunque, non fermarsi ma cercare di capirne i motivi....
    In primo luogo ci troviamo in una società malata di assenze. Da un lato ragazzini che possiedono la forza del linguaggio, delle parole; dall'altro un mondo adulto che è latitante, inconsistente e muto.

    Il margine si fa centro.
    L'ideologia delle Br offre ai ragazzini una forma ideale per compiere uno spostamento dal centro al margine.
    Per entrare nella militanza si compie una graduale trasformazione: nei corpi (si radono le teste), nei nomi (cancellano i nomi di battesimo e secondo una significanza ideologica diventano Nibbio. Raggio e Volo), nel linguaggio stesso (inventano "l'alfamuto"). Si reprime anche la natura infantile. Non c'è gioco. Tutto è tremendamente serio e si entra in azione.
    Compiendo azioni eclatanti non solo Palermo diventa un centro di lotta e non più provincia isolata ed ignorata ma si rivaluta anche la posizione di ragazzini delle scuole medie. Non più ibridi galleggianti tra l'infanzia e l'adolescenza ma insospettabili agenti del cambiamento.
    Il margine si fa centro.

    Il disagio di due epoche
    Questa è dunque la storia del disagio di due epoche:
    quella storica che si esprime nella lotta armata, quella biologica della pubertà che soffre nella ricerca identitaria di una definizione.
    Un doppio dramma che persegue il la soddisfazione del bisogno di essere perseguitati, di crearsi un nemico, il bisogno di riconoscimento.

    N.O.I.
    Nucleo ("identifica la solidità")
    Osceno ("è l'unico tempo che abbia senso vivere")
    Italiano ("è ciò che ci indigna e ciò in cu siamo immersi")

    Nella soppressione dell'individualità dell'Io si persegue un collettivo ed allucinatorio NOI che diventa acronimo significante e mira alla ad essere catturato per dire "Mi dichiaro prigioniero politico", la frase della militanza, dell'appartenenza al gruppo.
    Nibbio vedrà alla fine le cose in altro modo e troverà che il suo messaggio è un altro;
    " Perché ho capito che mentre il compagno Volo lavorava per diventare prigioniero politico, io ho lavorato per potermi dichiarare, adesso, prigioniero mitopoietico. Solo questo. Il piacere di stare nelle frasi. La fatica. La paura di uscire dalle frasi. Per un anno ho fabbricato linguaggio – proclamare, enfatizzare, minacciare – e l’ho attraversato un passo alla volta, una parola dopo l’altra, fino ad arrivare qui, ora, quasi le sette di sera del 21 dicembre 1978, a fare l’eversore dell’eversione. "

    Silenzio: si piange!!
    E alla fine rimane il silenzio perchè le parole è risucchiata.
    L'ossessione del linguaggio si dissolve.
    Il razionale è sconfitto; l'umano torna a galla.
    E' ora di piangere...

    ha scritto il 

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