Il viaggio di Felicia

Di

Editore: Guanda (Le fenici tascabili; 2)

3.6
(324)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 225 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8882461505 | Isbn-13: 9788882461508 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Laura Pignatti

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Il viaggio di Felicia è breve: deve attraversare il Mare d'Irlanda e inoltrarsi nelle Midlands inglesi. Molto più difficile è trovare Johnny, il giovane che ama e da cui aspetta un figlio. La sua inutile ricerca la mette invece in contatto con una quantità di persone singolari. C'è Miss Calligary, che ha fondato un'associazione religiosa; c'è gente che vive per strada, come Lena e George. C'è, soprattutto, il signor Hilditch, un uomo grassoccio, di una certa età, molto gentile e protettivo. Anche lui è in cerca di qualcuno, e quando vede la giovane Felicia capisce subito di averlo trovato. Hilditch ha già conosciuto altre ragazze e ha sempre saputo cosa fare di loro: all'inizio le ha scarrozzate sulla sua piccola auto, le ha aiutate, poi...
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  • 4

    SCRITTORE DEL CASO

    Volete sapere la storia? Posso dirvi giusto il presupposto del viaggio: Felicia è una semplice ragazza di una cittadina irlandese che passa le giornate occupandosi della casa dove vive col padre ed i ...continua

    Volete sapere la storia? Posso dirvi giusto il presupposto del viaggio: Felicia è una semplice ragazza di una cittadina irlandese che passa le giornate occupandosi della casa dove vive col padre ed i fratelli e accudendo la nonna inferma. Conosce al matrimonio del fratello un compaesano da anni trapiantato in Inghilterra e che ogni tanto torna al paese d'origine per trovare la madre. I due si piacciono e si frequentano poi lui se ne torna in Inghilterra. Lei però scoprirà di essere incinta(noi lo scopriamo alla prima pagina, tranquilli) quindi decide di partire alla volta di Birmingham per dare al nascituro e se stessa un onorevole futuro e costituire una famiglia col giovane responsabile del suo stato e del quale non sa praticamente nulla.
    Comprimario di Felicia in questa storia c'è il signor Hilditch, di cui non vi anticipo nulla, vi lascio lo stupore della scoperta, e spesso la scena è tutta sua.
    L'autore, William Trevor, nasce in una famiglia protestante nella cattolicissima Irlanda. Nel 1950, poco più che ventenne, si trasferisce in cerca di lavoro nel Devon, Inghilterra, consolidando il suo stato di outsider. Vivere ai margini della società gli consente di osservare senza essere osservato e di creare storie.
    I suoi personaggi emergono proprio da queste realtà, non sono persone di successo o di spicco nella società di cui fanno parte( anzi Felicia è di una scialbezza intorpidita) ma acquistano spessore e sono sfaccettati perché ci vengono presentati in un tutt'uno con i loro sogni, i loro desideri, l'irrealtà che ognuno di loro si porta dentro.
    Altro fattore di estrema importanza di questa storia è il caso che, come un casellante impazzito, smuove snodi e crea collegamenti dove fino ad un attimo prima non c'era possibilità d'incontro. Le situazioni impreviste o casuali che si succedono nel libro sono la condizione sine qua non di questo romanzo.
    Mentre lo leggevo con avidità, ogni tanto, mi sorprendevo a sbirciare lo spessore delle pagine restanti nella mia mano destra e rincuorarmi pensando -ce n'è ancora, ce n'è ancora.
    Un libro bellissimo e sorprendente, a parer mio.

    L'ultimo viaggio di Trevor
    http://www.repubblica.it/cultura/2016/11/21/news/william_trevor-152492373/

    ha scritto il 

  • 3

    Leggevo Il viaggio di Felicia e pensavo a una canzone – certamente “minore” – di Guccini.

    E tua madre, che da madre qualche cosa l’ ha intuita e sa leggere da madre ogni tuo sguardo:
    devi chiederle pe ...continua

    Leggevo Il viaggio di Felicia e pensavo a una canzone – certamente “minore” – di Guccini.

    E tua madre, che da madre qualche cosa l’ ha intuita e sa leggere da madre ogni tuo sguardo:
    devi chiederle perdono, dire che ti sei pentita, che hai capito, che disprezzi quel tuo sbaglio.
    Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta o dirle che provavi anche piacere,
    questo non potrà capirlo, perché lei, da donna onesta,
    l’ ha fatto quasi sempre per dovere

    (Piccola storia ignobile, Via Paolo Fabbri 43, 1976)

    William Trevor racconta di Felicia, una ragazza irlandese che abbandona il tetto domestico e si reca in Inghilterra alla ricerca di Johnny, il giovane che ama e da cui aspetta un figlio. Johnny non le ha lasciato un indirizzo o un numero di telefono ma solo il nome di una cittadina inglese e una generica indicazione di impiego da magazziniere in una fabbrica di trebbiatrici. Poco alla volta, appare chiaro che le indicazioni erano volutamente generiche e del tutto inattendibili. Insomma,

    Sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa, ti ha lasciata, ma ti ha trovato l’ indirizzo e i soldi,
    poi ha ragione, non potevi dimostrare che era suo e poi non sei neanche minorenne

    Ma il viaggio di Felicia finisce per metterla in relazione con un personaggio che trasforma completamente il registro del romanzo: il signor Hilditch, responsabile della mensa di una azienda, appassionato cultore del cibo deluso da una vita che avrebbe voluto trascorrere fra caserme e campi di battaglia. Un uomo che appare protettivo e comprensivo ma che sembra nascondere qualcosa di orribile.

    E allora dal romanzo di formazione con sfumature sociali e storiche, costruito sullo sfondo delle tensioni della questione irlandese, si passa a qualcosa di più simile ad un “thriller triste” in cui i ruoli della vittima e del carnefice non sono così definiti e in cui finisci per provare una empatia quasi depressiva per (alcuni) personaggi del libro.

    Forse non imperdibile, ma curioso nello sviluppo e nella capacità di agganciare il lettore alla vicenda.

    (Capitolo23.com: le mie recensioni e altra roba buona)

    ha scritto il 

  • 3

    E il bene, nonostante tutto, sopravvive

    Vicende apparentemente semplici, ma in realtà complesse e drammatiche, di desolante solitudine. E a volte appena accennate, come un acquarello nebbioso descriverebbe una campagna irlandese invernale, ...continua

    Vicende apparentemente semplici, ma in realtà complesse e drammatiche, di desolante solitudine. E a volte appena accennate, come un acquarello nebbioso descriverebbe una campagna irlandese invernale, da intuire più che immaginare. Ottimamente scritto.

    ha scritto il 

  • 3

    Mi ha molto colpito l'abilità di William Trevor nel deciso cambio di registro durante il racconto. Parte come uno spaccato sociologico per poi diventare un romanzo di formazione e finire come un thril ...continua

    Mi ha molto colpito l'abilità di William Trevor nel deciso cambio di registro durante il racconto. Parte come uno spaccato sociologico per poi diventare un romanzo di formazione e finire come un thriller, con un pizzico di tristezza finale. Non sono però riuscito a empatizzare con tutti i personaggi, alcuni un po' sopra le righe

    ha scritto il 

  • 2

    Mai fidarsi del retro di copertina...

    Trevor sarà anche uno dei più grandi narratori del nostro tempo, come affermano sul retro della copertina a nome del Washington Post, ma per me è risultato di una noia mortale.
    Non rammento di altri l ...continua

    Trevor sarà anche uno dei più grandi narratori del nostro tempo, come affermano sul retro della copertina a nome del Washington Post, ma per me è risultato di una noia mortale.
    Non rammento di altri libri che dopo poche pagine mi abbiano indotto così tanta sonnolenza. Sono arrivata a pagina 85 tra uno sbadiglio e mille interruzioni e poi mi sono detta: o lo abbandono o lo spizzico fino alla fine per vedere che succede. Ho optato per la seconda soluzione saltando i passaggi che mi sembravano più inutili (parecchi a dire il vero) e la conclusione è stata che ho fatto bene a non perderci altro tempo. Decisamente noioso.

    ha scritto il 

  • 0

    c’era una volta un regista di origine armena con un nome indimenticabile e un talento narrativo nuovo.
    [seppure indebitato con hitchcock, con wenders, con].
    lo conobbi per caso, imbattendomi in un suo ...continua

    c’era una volta un regista di origine armena con un nome indimenticabile e un talento narrativo nuovo.
    [seppure indebitato con hitchcock, con wenders, con].
    lo conobbi per caso, imbattendomi in un suo film che si intitolava exotica.
    questo regista raccontava prendendoti per mano, senza farti capire dove ti stava portando, cambiando strada, facendo inversioni di marcia, spostandosi nello spazio e nel tempo.
    fino all’ultima inquadratura, dove, come un sacerdote, rivelava il mistero.
    tutto era già scritto da principio eppure tutto era nascosto: ti mostrava i pezzi dell’intreccio senza metterli assieme che all’ultimo.
    una tecnica che se non avessi orrore del termine chiamerei raffinata.
    manco a dirlo, quel regista si innamorò di questa storia in apparenza tanto semplice.
    [e invece: la morale e il moralismo, la solitudine e la speranza, la fiducia e l’inganno, la disillusione e la paura, la rassegnazione e le piccole cose, le apparenze e le verità, i rimorsi e la necessità di imparare a convivere con essi. e charles perrault].
    una storia in cui felicia sembra a lungo un contorno, una povera ragazza scialba e ingenua, lo specchio per riflettere il protagonista: il signor joseph ambrose hilditch.
    eppure.
    questo è quello che si è portati a credere fino agli ultimi capitoli.
    perché felicia, dopo essere restata a lungo ai margini di tutto, alla fine si riappropria della sua storia.
    [di sé].
    e alla fine io, che ho letto questa storia terribile, ultimo libro ricevuto dalle mani dell’amato pusher, mi sento un disgraziato.

    “La dentista ha detto di non soffrire. La dentista ha votato la sua esistenza ai denti marci dei derelitti, alla loro puzza e sporcizia. La sua bontà è un mistero più grande della cattiveria che distorceva ogni parola e ogni gesto di un uomo”.

    gli esseri umani sono una grandissima schifezza, è cosa nota.
    e la prosa del signor trevor è bellissima.

    ha scritto il 

  • 2

    Mah?!

    Secondo me la storia aveva un potenziale che non è stato sfruttato.

    Non mi è rimasto molto di questo libro anche se devo dire che l'autore non scrive male, però non c'è stato un solo momento in cui h ...continua

    Secondo me la storia aveva un potenziale che non è stato sfruttato.

    Non mi è rimasto molto di questo libro anche se devo dire che l'autore non scrive male, però non c'è stato un solo momento in cui ho pensato "Oh, bene, adesso voglio proprio vedere cosa accade"...No, l'unica cosa a cui pensavo era che speravo di finirlo presto, causa noia...

    ha scritto il