Infinite Jest

Di

Editore: Einaudi (Stile libero Big)

4.4
(2114)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1281 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8806178725 | Isbn-13: 9788806178727 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Edoardo Nesi , Annalisa Villoresi , Grazia Giua

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
In un futuro non troppo remoto e che somiglia in modo preoccupante al nostro presente, la merce, l'intrattenimento e la pubblicità hanno ormai occupato anche gli interstizi della vita quotidiana. Il Canada e gli Stati Uniti sono una sola supernazione chiamata ONAN, il Quebec insegue l'indipendenza attraverso il terrorismo, ci si droga per non morire, di noia e disperazione. E un film perduto e misterioso, "Infinite jest", dello scomparso regista James Incandenza, potrebbe diventare un'arma di distruzione di massa...
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  • 0

    Non è che non scriva bene ma è... logorroico. La parola non gli basta mai, le descrizioni non sono mai abbastanza dettagliate. Ci vuole mettere dentro tutto ma non sembra essere mai convinto di aver s ...continua

    Non è che non scriva bene ma è... logorroico. La parola non gli basta mai, le descrizioni non sono mai abbastanza dettagliate. Ci vuole mettere dentro tutto ma non sembra essere mai convinto di aver scritto abbastanza. Sembra scrivere per sè, per spiegarsi quello che gli erutta in testa.
    La mia curiosità ha ceduto dopo il primo centinaio di pagine di personaggi al solito presi fra droga e disagio sociale. E una prospettiva di altre 300 pagine prima che qualche filo si annodasse.

    Consiglio il suo discorso ai laureati del 2008 ma l'infinite jest del titolo, se c'è, dev'essere una risata amara e prettamente americana.

    ha scritto il 

  • 3

    Che impresa arrivare alla fine, peraltro saltando parecchie pagine. Un'opera frutto di una mente geniale, che mette a dura prova la pazienza del lettore. L'umanità deviata e futuribile che propone Wal ...continua

    Che impresa arrivare alla fine, peraltro saltando parecchie pagine. Un'opera frutto di una mente geniale, che mette a dura prova la pazienza del lettore. L'umanità deviata e futuribile che propone Wallace è vittima di se stessa ed offre esempi sia di feroce insensibilità che di alienata tenerezza. Ma è tutto eccessivo.

    ha scritto il 

  • 1

    Una gran delusione!

    Sin dall'inizio del libro si capisce che non c'è trama, ci sono tanti personaggi indefiniti che vengono presentati qua e la' senza un filo logico, con gran dispiacere mi trovo ad interrompere la lettu ...continua

    Sin dall'inizio del libro si capisce che non c'è trama, ci sono tanti personaggi indefiniti che vengono presentati qua e la' senza un filo logico, con gran dispiacere mi trovo ad interrompere la lettura perche' trovo il tutto inconcludente!

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    The truth will set you free. But not until it is finished with you.

    Il catalogo dei film di JOI, il catalogo dei medicinali, le mille e una note, Hal, DG, Orin, Mario, sentirsi all'ETA e sentirsi all'Ennet House, trovare affinità tra Hal e DG, notare l'onnipresenza di ...continua

    Il catalogo dei film di JOI, il catalogo dei medicinali, le mille e una note, Hal, DG, Orin, Mario, sentirsi all'ETA e sentirsi all'Ennet House, trovare affinità tra Hal e DG, notare l'onnipresenza di JOI tra spostamenti arcani, ritrovamenti di effetti personali all'interno dell'ETA e apparizioni ultraterrene. Droga, tennis, spionaggio; Nord America, Messico e Canada: presidenti pulitissimi in situazioni sporchissime. Il samidzat. La Poor Yorick Entertainment, l'intrattenimento fatale che ti attrae fino alla morte se lo guardi giusto un po'. Infinite Jest. Il DMZ, lo spazzolino, l'immagine di Mario Incadenza. Gli anni sponsorizzati e quelli ante-sponsorizzazione, il comportamento e le storie di chi prende parte agli incontri degli Aa o degli Na. Gli acronimi e i loro significati AFR, USOUS, UDRI (sfido chiunque a trovarmi un nome come "Unione Deformità Repellenti e Improbabili" - "U.H.I.D." in inglese, You Hide, riferendosi al bisogno di nascondere le proprie deformità sotto a un velo), ONAN (che è geniale) o qualsivoglia associazione anti droghe, calli dei piedi o che so io. La bellezza struggente di alcuni passaggi del libro quasi commoventi, quelli in cui ti ritrovi a guardarti le mani sporche d'inchiostro per le volte che lo hai sottolineato e ti chiedi che faccia aveva DFW quando lo ha scritto - che non è la faccia del DFW (anche se non è stato male) impersonato da Jason Segel. Analisi dell'uomo spinta fino all'oltre, fino all'isteria totale, l'affascinante decadenza dell'essere umano in un futuro che già allora, durante la stesura del romanzo, aveva già capito di dover avere paura o di doversene fregare altamente o di scriverci un romanzo che ne avrebbe riso. L'onnipresenza del chilo dentro al mio zaino dentro ad ogni aereo preso, ad ogni nave presa, in ogni città visitata, in ogni momento libero della mia vita, del mio lavoro, nell'arco di tempo che ho impiegato per finire questo magnifico libro e capire soltanto alla fine che non c'è una fine. La fine non è la fine. Lo scherzo è proprio la fine ma è anche l'inizio.

    Il coccodrillo che si metteva sempre le magliette Hanes, Lenny, dal podio diceva sempre «La verità alla fine vi renderà libero, ma solo dopo avervi sistemati ben bene». - pag. 1170, DFW che ci avvisa un'altra volta, dopo averlo già fatto a pag. 468.

    DFW mi ha preso per il culo ed io ho riso perché un'altra volta mi ha stupito.

    ha scritto il 

  • 3

    I Want To Break Free

    Mi sono avvicinata a questo libro con una riserva di perplessità. Leggevo le numerosissime parole enfatiche e definitive dei lettori da lui tramortiti, e mi sembrava di trovarmi al cospetto di un pr ...continua

    Mi sono avvicinata a questo libro con una riserva di perplessità. Leggevo le numerosissime parole enfatiche e definitive dei lettori da lui tramortiti, e mi sembrava di trovarmi al cospetto di un prestigiatore capace di ipnotizzarti, uno bravo, che conosce un trucco efficacissimo.
    Mi aspettavo una epifania che non è arrivata.
    Ho incontrato molta noia tra le pagine e i personaggi. Ho incontrato molta "sociologia biscottata", saputa e risaputa. Ho incontrato alcune caricature così marcate da rendere impervio ogni moto empatico. Mi sono arenata nelle pagine e pagine di descrizioni tennistiche e nelle pagine costruite a mappa topografica.
    Precipitavo, invece, risucchiata, nel buco nero delle pagine sulla dipendenza e sul Disagio, probabilmente in modo ovvio.
    Credo che non esista essere umano immune ad un qualche tipo di compulsione, ossessione e dipendenza, ed è sempre spiazzante una descrizione così minuta e profonda, è sempre uno specchio abbagliante.
    Sono andata avanti nella lettura spinta da una molla potentissima, la curiosità, la voglia di capire cosa ci fosse, nascosto tra le pieghe, ad aspettarmi.
    Non mi ha entusiasmata neppure la prosa asciutta, accademica, irregolare, a zig-zag.
    Quello che mi colpisce e mi emoziona, dunque, non è il romanzo in sè, ma l'uomo che lo scrive. Durante la lettura pensavo a quanto DFW cercasse di raccontarsi e raccontare, in una compulsione infinita, cercando parole e poi altre parole, che sembra non bastino mai, per rompere la gabbia, per aprire la porta e uscire. O forse per non farlo.

    Riconosco la grandezza dello scrittore e la microscopicità di me lettrice.
    E leggerò le sue opere saggistiche.
    Però questo romanzo, per me, non è il capolavoro osannato nell'alto dei cieli letterari.

    ha scritto il 

  • 5

    Intrappolati nello scherzo

    Capisco l'amore-odio per questo libro. Chi l'ha abbandonato, chi l'ha riletto, chi ci ha messo anni, chi ha provato a raccontarlo, chi proprio non ci è riuscito, chi lo guarda con distacco, chi pensa ...continua

    Capisco l'amore-odio per questo libro. Chi l'ha abbandonato, chi l'ha riletto, chi ci ha messo anni, chi ha provato a raccontarlo, chi proprio non ci è riuscito, chi lo guarda con distacco, chi pensa sia una sfida con se stessi... magia dei capolavori assoluti.
    Il Calvino che ho preferito nelle sei lezioni americane evidenziava il romanzo infinito come una delle tipologie di testi da portarsi dietro e da sviluppare nel nuovo millennio. È questo romanzo, capace di portare ad ogni tipo di apertura emotiva, letteraria, interpretativa.
    Tra storielle geniali, personaggi indimenticabili, bellissimi e pessimi, intelligenti letture politiche, sociali, educative e familiari ci si destreggia e si è portati all'intuizione personale. Sono stato io il personaggio non scritto che ha dovuto decodificare il tutto, è sempre così certo, ma mai come per questo libro mi son sentito solo di fronte al mondo di parole che avevo tra le mani. Nella finzione letteraria mi son sentito come nella vita reale, piccolo e grande, Dio-minore determinante nel connetere le vicende. Non tutte. Magari:)
    Ultime 2 cose:
    - inspiegabile il metodo di lavoro che ha portato a scrivere una roba del genere, se non un uso più che massiccio di sostanze psicoattive;
    - ma porca puttana Einaudi cara... non parlo del peso che è parte del fascino dell'infinito scherzo, ma la montagna di refusi che ci sono da metà libro in poi, visto il tuo blasone come editore e il costo del volume, sono davvero imbarazzanti. Sembra che non sia stato neppure riletto.

    Non so se lo toglierò dal comodino.

    ha scritto il 

  • 4

    I limiti che ci animano sono dentro di noi. Devono essere uccisi e compianti, all’infinito

    Area metropolitana di Boston, Anno di Glad. Con l’ottima sponsorizzazione dello ziastro Charles “C.T.” Tavis, il prodigio lessicale e promessa internazionale dei circuiti tennistici juniores Harold “H ...continua

    Area metropolitana di Boston, Anno di Glad. Con l’ottima sponsorizzazione dello ziastro Charles “C.T.” Tavis, il prodigio lessicale e promessa internazionale dei circuiti tennistici juniores Harold “Hal” Incandenza tenta invano di essere ammesso all’Università dell’Arizona. Qualcosa, nella sua testa, decisamente sembra non funzionare come qualche mese prima. Figlio di un luminare del mondo accademico nel campo della grammatica prescrittiva, Avril Mondragon, e del controverso James Orin Incandenza, genio della scienza ottica, maestro dello sperimentalismo concettuale del cinema avant-garde e fondatore della Enfield Tennis Academy (ETA) – l’istituto che ha plasmato Hal e ne ha causato la progressiva immersione nel mondo delle droghe psicotrope (le famigerate “Drine”) e della marijuana (o “Bob Hope”), per rendere in qualche modo tollerabile lo stress generato dalle enormi aspettative sul suo conto e dal suicidio del padre – il ragazzo è da qualche tempo sprofondato in un baratro dei sensi e i suoi nervi sono destinati a collassare. Retrospettivamente ci vengono presentati accanto a lui, senza una logica apparente nella rassegna, numerosi altri personaggi che con il rampollo condividono un passato doloroso e un presente letteralmente dominato dalla dipendenza: gli agiati ma infelici compagni d’accademia, per esempio, automi schiacciati (con rarissime eccezioni) dall’inesorabilità di una catena di montaggio che quasi sempre conduce al fallimento; il fratello maggiore Orin, campione di football americano ormai in declino, donnaiolo compulsivo (per l’incapacità di superare la fine di quell’unica relazione importante) e fobico a tutto campo, pressoché inguaribile; aspiranti suicidi come Kathy Gompert, all’ennesima ospedalizzazione in pochi anni, o l’ex-tossico Don Gately, già criminale romantico e iellato in egual misura, oggi inserviente nel centro di recupero da dipendenze Ennet House – “dove si sente un ticchettio anche nelle stanze in cui non ci sono orologi” – il cui sguardo accorto e ragionevole è adottato come punto di vista privilegiato su un’umanità difettosa e incline all’autolesionismo, una collezione di teneri o astiosi, a seconda dei casi, accomunati da una faticosa convivenza con la sconfitta e la solitudine (che è un po’ il minimo comune denominatore con i ragazzini dell’ETA).

    Siamo negli Stati Uniti “esilaranti e spaventevoli” delle sponsorizzazioni senza quartiere, che non mostrano scrupoli a intaccare persino i calendari. Gli Stati Uniti ormai privi di una disciplina che non sia un mero artificio commerciale, ma non di rifiuti da esportare a tutto spiano. Quelli ossessionati dal mito standardizzato della felicità personale a ogni costo, e di un’apparenza tiranna che è così spregiudicata da infischiarsene se non può che suonare fasulla, basta che resti un morbo condiviso. Gli Stati Uniti del presidente populista, già cantante confidenziale, Johnny Gentle e della sua quantomeno disinvolta “politica experialista della riconfigurazione”, l’annessione forzata cioè di Messico e Canada con l’attribuzione coatta a quest’ultima entità, di fatto un (turbolento) protettorato e nulla più, di un’immensa discarica tossica nei territori di ben quattro stati della vecchia federazione, la famigerata “convessità”.

    Il risultato è una piena impetuosa, bizzosa, caparbiamente incoerente, che affastella lunghe radure descrittive, soggettive deformi e linguisticamente prossime alla caricatura, frattaglie non-fiction zeppe di tecnicismi persino irritanti, occasionali impennate gore (memorabile e quasi pulp l’omicidio dei fratelli Antitoi da parte degli Assassini sulle sedie a rotelle) e numeri di alta, anche altissima scuola, come il monologo-lezione del padre a un James Incandanza ancora bambino, sull’essere artefici del proprio destino e sul tennis come arte o metafora di un’appagante (quando non ingannevole) vita di sacrificio. Al solito, dentro le sue lambiccate dissertazioni analitiche si nasconde una densità di informazioni che sbalordisce. Fatta di significanti ancor prima che di significati, specie in una resa della materia tennistica che effettivamente dimostra di avere non solo l’acume del sofisma ben enunciato ma anche corpo, sostanza, fisicità, fino al più insignificante dei vezzi strategici o alla decisiva goccia di sudore in una semifinale al Whataburger come nel più logorante e anonimo degli allenamenti in accademia.

    Lo sguardo tende per scelta all’impersonalità, algida e asciutta, ma l’autore non si preclude il piacere di stupire con qualche più fine tratteggio psicologico, come nelle poche pagine dedicate all’umanità e alla ponderazione di Teddy Schacht, quasi stoico nel non curarsi ossessivamente del proprio declino, o a quella Joelle “Madame Psychosis” Van Dyne, già musa del cineasta, venerato personaggio sulle radio underground e vittima della propria annichilente bellezza, che sogna un’uscita di scena stupefacente ma si trova a dover fare i conti con il dono di una seconda, inattesa opportunità. Ma in fondo, a corredo, è davvero sterminato il campionario di eccentriche figurine che popolano i fondali del romanzo, degne in molti casi della surreale stramberia di un “Twin Peaks”: da Lyle, il motivatore e confidente che nella sala pesi dell’ETA lecca il sudore ai giovani atleti mentre ne ascolta i patimenti, a Idris Arslanian, che prova a giocare bendato per migliorare la sua tecnica, senza dimenticare il sadico, logorroico e delirante Randy Lenz, dipendente oltre che dalla cocaina anche dalle efferatezze seriali su animali domestici o randagi attorno alla Ennet House.

    A cosa va riferito insomma lo scherzo infinito del titolo? E’ solo la serie di micidiali pellicole di James Incandenza, da cui è stato tratto il Samizdat, l’intrattenimento letale, la cui cartuccia master è oggetto di una caccia compulsiva da parte dei terroristi-disabili del Quebec e dei servizi statunitensi? O ci ha forse visto giusto il suo vecchio pupillo all’ETA, il vecchio inflessibile allenatore-filosofo Gerhardt Schtitt? “La guerra infinita contro l’Io, senza il quale non si può vivere”, l’eterna partita contro se stessi e contro i propri limiti per “trascendere l’Io in immaginazione ed esecuzione”; un qualcosa, questa spirale autocompetitiva, che come il tennis è “tragico e triste e caotico e delizioso”.

    Se i fantasmi della dipendenza richiamano quelli di Hubert Selby Jr. e le fobie distopiche svelano corrispondenze perfino ovvie con Thomas Pynchon, i debiti maggiori (oltre ai temi citati: l’atmosfera cupa, la micidiale droga definitiva, la progressiva schizofrenia del protagonista, le ambientazioni chiuse e opprimenti) il romanzo li paga senza discussioni a uno dei capolavori di Philip K. Dick, “A Scanner Darkly”, senza dimenticare qualche raffinato rimando al genio di Stanley Kubrick: il nome stesso dell’inedito moloch geopolitico pan-nordamericano, l’acronimo O.N.A.N., ricorda gli analoghi straniamenti onomastici ideati dal grande regista in quella perla di grottesca fantapolitica che era “Il Dottor Stranamore”. Inevitabile, con tutti questi riferimenti, che l’opera “definitiva” di David Foster Wallace assuma i contorni di un lavoro estroso, coltissimo e debordante quanto contorto e scostante, per scelta “non per tutti” eppure forse – ma lo azzardiamo in silenzio, per non urtare i più esagitati tra gli estimatori – non proprio l’inarrivabile capolavoro di cui si blatera, spesso e volentieri. A condizionare in minima parte il giudizio, non si può tacere dell’edizione Einaudi Stile Libero da corte marziale, popolata di “acquiloni”, “susulmani”, “tergicristaui”, “carrelli pettinati all’indietro” e un altro plotone di orrendi refusi: una media di uno per pagina, praticamente, che in 1300 pagine circa, beh, fate voi…

    (8.2/10)

    ha scritto il 

  • 4

    Una qualità di scrittura notevole e un notevole coraggio nel portare avanti un tema per così tante pagine ripassando continuamente attraverso gli stessi temi. Lettura decisamente non facile anche se i ...continua

    Una qualità di scrittura notevole e un notevole coraggio nel portare avanti un tema per così tante pagine ripassando continuamente attraverso gli stessi temi. Lettura decisamente non facile anche se in alcuni frangenti drammaticamente toccante e ironico.

    ha scritto il 

  • 5

    E’ difficile scrivere un commento sensato su IJ, perché ci sarebbero tantissime cose da dire.
    E’ un romanzo straordinario, nel vero senso della parola: non ho letto nulla che gli assomigli.
    Ricchissim ...continua

    E’ difficile scrivere un commento sensato su IJ, perché ci sarebbero tantissime cose da dire.
    E’ un romanzo straordinario, nel vero senso della parola: non ho letto nulla che gli assomigli.
    Ricchissimo di storie, personaggi, e riflessioni (sono più di mille pagine, ma Wallace le “riempie” davvero, la fuffa è pochissima), riesce a non essere però troppo dispersivo, perché ci sono delle tematiche ricorrenti (in primis la Dipendenza) e due ambientazioni e protagonisti principali.
    La struttura narrativa non è certo semplice da seguire, soprattutto all’inizio: si salta di palo in frasca, senza seguire un ordine cronologico lineare, e per di più in un mondo diverso da quello attuale (è ambientata in una specie di futuro prossimo, ma sembra più un mondo “alternativo” quasi uguale al nostro). Ma andando avanti, i pezzi si incastrano come in un puzzle, e questa è una delle tante cose che danno soddisfazione al lettore.
    Se la struttura è complicata, la scrittura è pero piacevole, ma lo è sempre con Wallace, almeno per quel che ho letto io. Per cui non è che sia davvero una lettura difficile, certo richiede un impegno attivo da parte del lettore. Impegno richiesto anche per via delle note, che secondo me sono una figata, per come le usa l’autore. E’ anche vero però che io l’ho letto in ebook, magari leggerlo nella versione cartacea può essere frustrante.
    Grandi personaggi, con alcuni si empatizza, con altri no, ma sono praticamente tutti interessanti, per tutti vale la pena seguire le vicende. La famiglia Incandenza è probabilmente la famiglia più eccezionale di cui io abbia mai letto, e James Incandenza, il protagonista “morale” del romanzo, è un personaggio davvero titanico.
    Nonostante la maggior parte dei “temi” trattati è piuttosto deprimente, IJ è tutt’altro che deprimente. Con vari elementi grotteschi e con un umorismo generosamente distribuito per tutto il libro (a tratti è proprio esilarante), evita di essere pesante senza però annacquare la portata delle riflessioni che ci sono dietro.
    La creatività certo non è mancata a Wallace quando ha scritto questo capolavoro. E non ha rinunciato alla metanarrativa, decisamente riuscita.
    Il finale è solo apparentemente “troncato”. Bisogna rifletterci un po’ su, se si vuole far quadrare la vicenda, ma gli elementi ci sono, è davvero come un puzzle. E trovare la propria interpretazione. Ad alcuni può non piacere, perché vogliono che gli sia spiegato tutto e che tutto sia chiaro e facilmente comprensibile, ma questa è per me un altro dei tanti motivi per cui ho amato questo libro.
    E’ un romanzo che chiede fiducia al lettore, ma che la ripaga ampiamente, risveglia curiosità e voglia di pensare nel lettore. Appassiona, diverte, e soprattutto ti racconta qualcosa di nuovo, o qualcosa di vecchio ma in modo nuovo. Non mi sono annoiato praticamente mai. Paradossalmente, crea dipendenza: appena l’ho finito, avevo voglia di rileggerlo immediatamente.

    ha scritto il 

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