Irisches Tagebuch

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Verleger: Dtv

3.9
(321)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 137 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Italian , Spanish

Isbn-10: 3423000015 | Isbn-13: 9783423000017 | Publish date:  | Edition [16. Aufl

Auch verfügbar als: Audio CD

Category: Fiction & Literature , Travel

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Buchbeschreibung
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  • 5

    Una lenzuolata che ha il suo perchè

    Un libro fuori dai parametri, anche quelli che l’autore si era dati intraprendendo questo viaggio- vacanza. Del resto era abituato a scavalcare parametri in un continuo rimaneggiamento dei punti di v ...weiter

    Un libro fuori dai parametri, anche quelli che l’autore si era dati intraprendendo questo viaggio- vacanza. Del resto era abituato a scavalcare parametri in un continuo rimaneggiamento dei punti di vista sulla società tedesca, in cui era immerso e della quale era un estremo critico: fino alla fine ingaggerà una lotta continua contro l’ipocrisia degli anni ’70 e ’80 da pacifista convinto e militante. Da cattolico e non da comunista.

    Negli anni del boom – stava ancora scandagliando il perché quel popolo si era fanaticamente consegnato a Hitler e il percome elaborava il lutto per la morte dell’anima collettiva – allibito e stizzito dalla spensieratezza con cui i tedeschi si spogliavano delle gramaglie per consegnarsi al novello idolo, il consumismo, decide di concedersi questa lunga pausa-vacanza in Irlanda, allora la più povera e martoriata del nord Europa e soprattutto la più verde: “ Questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore” . Mi sembra giusto. Non poteva prevedere ( ma sospettare) che sarebbe diventata la prateria delle multinazionali a caccia di manodopera a buon mercato, pagata quel giusto per frequentare i pub senza intaccare troppo il magro budget familiare. E preda delle agenzie di viaggio per il turismo di massa.
    Altri tempi ma non per questo migliori: altrimenti peggiori, diremmo.

    Nell' intenzione è un viaggio lontano dai fasti del capitalismo che non si sottrae al fascino del “verde”. Quello che, entrato nell’immaginario collettivo, mi spinse a comprarlo per 3000 lire nella libreria Aleph ( un’istituzione della mia città ma ora chiusa dopo la morte del proprietario perché più un onere che un onore per gli eredi) prendendo due piccioni con una fava: Irlanda e Boll, uno dei miei autori preferiti. Perché sia rimasto dal ’97 tra i due reggilibri gialli sul comodino della casa di campagna in compagnia di Petrolio, Tom Jones e qualche Newton, non so dirlo come del resto ho poco da dire del perché l’ho preso sabato e letto d’un fiato. Credo che vi abbia contribuito il sentire più vicina l’Irlanda da quando ho una nuora spagnola per tre quarti irlandese e con un nome irlandese. Scopro che la scelta di Boll fu dettata da pulsioni emotive, quella di essere la terra di origine dei suoi avi. Mi sento un po’ meno scema.

    Diventa, invece, nella scrittura un'altra cosa. Ci conduce, infatti, alla scoperta del verde, della torba, delle scogliere a picco sull’oceano e dei vizi stranoti del popolo irlandese (il bere compulsivo, per festeggiare in compagnia; per dimenticare in solitudine), ma soprattutto della disperata lotta di un popolo per non trasformare la povertà in miseria dell’anima. Già nel piroscafo, che dall’Inghilterra lo porta a Dublino, stracolmo di emigranti, di preti e di suore, si accorge che la musica è cambiata. .” La miseria non era più una vergogna, anzi, né onore né vergogna nella coscienza sociale della gente, era solo insignificante come la ricchezza”.
    E da questo momento in poi, alla faccia scavata di Boll sovrappongo quella pienotta di Carlo Levi; l’Irlanda dei piccoli paesi cattolicissimi della costa occidentale mi appare nell’Eboli in cui Cristo si è fermato. I due autori civilmente impegnati, vissuti l’uno nella “civile e opulenta Germania” e l’altro in una Milano da sempre “capitale morale dell’Italietta", scoprono un altro modo di vedere la vita, l’unico che può dare un senso a quella dei poveri: la speranza.
    Nei luoghi, economicamente fortunati, in cui entrambi sono nati se capita un accidenti qualsiasi si è pronti a dire” Peggio non mi capitava capitare”. In Irlanda, ma anche in tutti i sud, si dice. it could be worse”, poteva andar peggio.
    Il destino gode di un credito senza fine: dalle parti dei poveri, un grosso guaio è all’ordine del giorno ma pensando alla catastrofe ci si consola. Finché c’è vita c’è speranza.

    In quell’Irlanda l’indice di natalità, come nei sud del mondo, non teme inflessioni. Ma le popolazioni non crescono. Quei figli sono destinati ad arricchire altre lande, partendo con valigie di fibra (come nella verde terra), con quelle di cartone o con trolley colorati: la minestra è la stessa. Da sempre.
    Cinque stelle: la forma, nel suo vestito della festa, a servizio del contenuto.

    gesagt am 

  • 4

    Unica pecca del libro: troppo breve!
    Non ho mai visitato l'isola di smeraldo, ma Böll me ne ha fatto venire una voglia assurda, nel modo in cui l'ha descritta! Ci regala tanti pezzetti di Irlanda che ...weiter

    Unica pecca del libro: troppo breve!
    Non ho mai visitato l'isola di smeraldo, ma Böll me ne ha fatto venire una voglia assurda, nel modo in cui l'ha descritta! Ci regala tanti pezzetti di Irlanda che incuriosiscono e affascinano, e il fatto che l'autore sia esterno al paese ci dà meglio l'idea di uno straniero che guarda quelle terre con occhi pieni di stupore. Una piccola avventura di viaggio che quasi ti spinge a prendere la valigia e partire per visitare questo meraviglioso paese.

    gesagt am 

  • 4

    Riletto dopo 23 anni (giusto la metà della mia vita), e dopo essere stato proprio nei luoghi visti da Boell circa sessant'anni fa.
    Credo che Boell, in questi racconti pastorali, tutta la propria passi ...weiter

    Riletto dopo 23 anni (giusto la metà della mia vita), e dopo essere stato proprio nei luoghi visti da Boell circa sessant'anni fa.
    Credo che Boell, in questi racconti pastorali, tutta la propria passione, la finezza descrittiva, il suo proverbiale sprezzo dei luoghi comuni (che non vanno né accettati, né elusi, ma vanno affrontati: ne è esempio la scena in cui Boell spiega Hitler e gli inglesi a un irlandese che, in odio agli inglesi, era capace di rivalutare "certe cose" del Terzo Reich), tutto il suo talento umoristico, li abbia messi a servizio di un'idea di Irlanda che di certo non esiste più, ma che forse non è neppure mai esistita.
    Ma, se ci si vuole introdurre in questo Paese dalla storia singolarissima e dalla cultura dinamica e malinconica, eppure anch'esso (come ribadisce Boell) parte delle radici dell'Europa (complessa ma, in fondo, piccola), se si vuole sbirciare nella sua copiosa e vivissima letteratura, è il libro giusto.
    Fra tutte le scene magistrali, commovente e attualissima (ci vorrebbe anche oggi un cantore così, chissà se esiste), sottolineo quella sull'emigrazione di massa ("Il nono figlio della signora D.).
    La semplice e accurata prefazione del grande Italo Alighiero Chiusano è, per una volta, un utile viatico all'approccio del libro e non un inutile o dannoso orpello.

    gesagt am 

  • 5

    “Quando Dio creò il tempo ne fece abbastanza”

    Un agile volumetto che , visto il titolo ed alla luce del suo centinaio di pagine scritte peraltro in carattere largo , si potrebbe essere tentati di catalogare come uno dei tanti racconti di avventur ...weiter

    Un agile volumetto che , visto il titolo ed alla luce del suo centinaio di pagine scritte peraltro in carattere largo , si potrebbe essere tentati di catalogare come uno dei tanti racconti di avventure di viaggio .
    Ma inutile dire che , conoscendo Böll , sarebbe una valutazione frettolosa , riduttiva , ma soprattutto fuorviante perché basta leggerne alcune pagine per scoprire che ciò che l'autore è riuscito a tirare fuori da una sua reale esperienza di vita in Irlanda accompagnato dall'intera sua famiglia , è in realtà un piccolo capolavoro , uno scrigno prezioso che racchiude ricordi , emozioni e sensazioni uniche , raggiungendo poi momenti di autentica poesia nella descrizione di angoli e di personaggi di una terra bellissima ed incredibile mirabilmente riassunta nell'epigrafe all'opera : “ Questa Irlanda esiste , ma chi ci va e non la trova , non può chiedere risarcimenti all'autore. “

    gesagt am 

  • 5

    Caro Heinrich Boll,

    (https://medium.com/@saramarzi/caro-heinrich-b%C3%B6ll-ce6030018de2#.8jov95fm9)
    Diario d’Irlanda. Già il nome è un programma. Sì, uno di quelli di viaggio. Una scaletta, tipo. Non schematica e sinteti ...weiter

    (https://medium.com/@saramarzi/caro-heinrich-b%C3%B6ll-ce6030018de2#.8jov95fm9)
    Diario d’Irlanda. Già il nome è un programma. Sì, uno di quelli di viaggio. Una scaletta, tipo. Non schematica e sintetica, ma musicale, poetica, e perché no pure sensibile e delicata. Un plico di letterine da spedire al migliore amico per fargli sapere dove si è, perché si è lì, quanti rapaci hanno volato sulla propria testa, quale violenza della natura ha fatto infrangere le onde dell’Atlantico contro le scogliere. Manca il francobollo, poi il messaggio può volare.
    Heinrich Böll ha fatto proprio questo: mi ha fatto volare. In alto, in basso, a una spanna da terra e un metro dalle nuvole, tra quelle gonfie d’acqua e quelle più leggere e candide. C’è poco da stupirsi, i virtuosi della Germania, in particolare di quella ottocentesca e novecentesca, hanno il gene della beltà. Non parlo solo di eleganza linguistica, ma di vera e propria squisitezza d’animo. La prosa di Böll, in Diario d’Irlanda, respira e il suo soffio è ritmico ed è capace di mettere in pausa gli orrori della vita; è proprio quello che capita al lettore quando inizia a leggere Diario d’Irlanda — e lo posso garantire. La prima pagina che il lettore volta è il primo passo che lo avvicina a Dublino. E così, tra un paragrafo e l’altro, si trova davvero nel paese più verde del mondo, dove c’è una povertà che è ricca, perché gli scellini condivisi fanno la felicità. La felicità collettiva, si capisce. Nel frattempo sulle sue dita compaiono i primi calli e le sue scarpe si sciupano, perché Böll si spinge in ogni luogo possibile e immaginabile d’Irlanda e instancabilmente con sé porta il lettore.
    Come un sogno ad occhi aperti, Heinrich mostra una panoramica del paese che, a primo impatto, pare disomogenea e precaria. Così come un puzzle i cui pezzi, con pazienza e determinazione, tornano insieme, anche in Diario d’Irlanda ogni sguardo, ogni pensiero e ogni riflessione si combinano perfettamente tra loro, e ne esce un dipinto che è una chiazza verde nel mezzo di una lunga pennellata di blu cobalto.

    Comunque credo di non aver mai sottolineato un libro così tanto. Ogni passaggio è un’ode alla nazione, allo splendore nascosto nelle città e nei villaggi fantasma. Nessun tecnicismo disincanta la lettura, e anche dove il dettaglio arriva per sostituire una virgola di pausa, l’alchimia che Böll ha genialmente creato rimane, fissa e immutata fino alla fine del viaggio. Il bello di Böll, anzi, di Diario d’Irlanda è il coraggio che ha in sé e che esibisce con finezza. E questo coraggio è quello di vedere la bellezza anche dove apparentemente non è. Per questo Heinrich ha fatto della poesia e dello stile musicale le sue armi principali: la poesia è quel tappeto di parole che riesce a estrapolare la bellezza dalla bruttezza; è quel particolare paio di occhiali da vista che i miopi dovrebbero indossare più frequentemente, per abituarsi allo splendore di ogni giorno, ogni situazione e ogni persona. Vedere la bellezza è dunque un atto di coraggio. E il caro Böll, meglio di chiunque altro, ce lo racconta proprio in Diario d’Irlanda.
    Per concludere, cito un passaggio a cui mi sono affezionata e che spero funzioni come finale:
    «Prega» lessi ancora «per Kevin Cassidy che morì a tredici anni il 20–12–1930». Mi sentii come colpito da una scossa elettrica: nel dicembre del 1930 avevo anch’io tredici anni […] avevo preso otto in latino e intanto la bara di Kevin veniva calata nella fossa. Più tardi, quando ebbi lasciata la
    chiesa, Kevin Cassidy, per la strada, si mise a camminare accanto a me. Lo vedevo, vivo e della mia stessa età […] L’ombra di Kevin mi era così vicina che ordinai due whisky quando fui di ritorno all’osteria dei bevitori soli; ma l’ombra non alzò il bicchiere alle labbra, e così bevvi io per Kevin Cassidy morto a tredici anni il 20–12–1930. Bevvi con lui, per lui.

    gesagt am 

  • 3

    L’Irlanda verdissima e selvaggia col suo mare spumeggiante e i suoi abitanti semplici e cordiali, tranquilli e chiacchieroni, poveri ma allegri, grandi consumatori di tè e molto più felici di quanto p ...weiter

    L’Irlanda verdissima e selvaggia col suo mare spumeggiante e i suoi abitanti semplici e cordiali, tranquilli e chiacchieroni, poveri ma allegri, grandi consumatori di tè e molto più felici di quanto pensino di essere in realtà. Tra le città più importanti e i villaggi semidisabitati, Diario d’Irlanda racconta l’Irlanda più vera, quella di un popolo che molto ha sofferto e di cui una buona parte è costretta a emigrare, eppure ricco di speranza, di serenità d’animo, di voglia di godersi la vita anche quando è difficile.

    gesagt am 

  • 4

    It could be worse

    Cio' che sorprende e' l'inguaribile ottimismo degli irlandesi che, pur avviliti da una fame secolare, costretti ad alimentare un secolare flusso migratorio, ridotti in miseria, continuano a pensare... ...weiter

    Cio' che sorprende e' l'inguaribile ottimismo degli irlandesi che, pur avviliti da una fame secolare, costretti ad alimentare un secolare flusso migratorio, ridotti in miseria, continuano a pensare......poteva andare peggio.
    P.S. Sicuramente tanto sara' cambiato, spero che il verde sia rimasto uguale.

    gesagt am 

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