Jesus Rex

Di

Editore: Bompiani

3.7
(27)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 488 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000011909 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri

Genere: Religione & Spiritualità , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Più di un romanzo per l'eccezionale documentazione che sta alla base della grandiosa ricostruzione d'ambiente, più di un saggio per la scorrevolezza dell'esposizione e il lirismo della scrittura, "Jesus Rex" contiene anche temi raffinati e quasi esoterici, di particolare fascino per il lettore contemporaneo.
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    Scrive Robert Graves, saggista, poeta, narratore e studioso delle religioni antiche: “Anticamente, a quanto sembra, in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la crocifissione era la sorte c ...continua

    Scrive Robert Graves, saggista, poeta, narratore e studioso delle religioni antiche: “Anticamente, a quanto sembra, in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la crocifissione era la sorte cui erano destinati i sacri re annuali: per l’esattezza, la crocifissione su un albero entro un cerchio di pietre. Si ritiene che tale prassi sopravvivesse in età storica nella Britannia settentrionale e nelle regioni più selvagge della Gallia: i dignitari legavano il re ad una quercia che era stata potata a forma di T. Il rex era poi ornato con rami verdi, incoronato di biancospino, fustigato e malmenato, infine arso vivo. […] La sua anima ascendeva nel cielo sotto sembianze di un’aquila. […] Paralleli alle pratiche celtiche si incontrano in Asia Minore, Siria e Palestina. Presso gli Israeliti il re era ancora crocifisso annualmente a Shiloh, Tabor ed altrove al tempo dei Giudici; e la croce a tav, vale a dire a forma di T, era tatuata a mo’ di marchio sulla fronte degli appartenenti al clan al cui interno era designato il rex sacrorum. In qualità di marchio di casta ricorre nella letteratura sacra ebraica in due sensi contraddittori: nel Genesi come il marchio di Caino, ed in Ezechiele, come il segno impresso sulla fronte di tutti i giusti quale distintivo rispetto ai peccatori, in vista del giorno del giudizio.

    Con la salita al trono di Saul, si instaurò l’usanza di prolungare il regno del sovrano per un certo numero di anni e nel frattempo di sacrificare ogni anno un dod, un sostituto, un ariete. Il pio re Giosia abolì la crocifissione, inserendo nel Deuteronomio un articolo secondo cui tutto ciò che era crocifisso non era benedetto, bensì maledetto.[…] Presso altre nazioni il sacro re sfuggiva alla crocifissione a patto che trovasse un dod, un figlio, un nipote materno che il re insigniva temporaneamente dei simboli della regalità, la qual cosa spiega la leggenda del sacrificio di Dioniso per opera di Zeus, ma, con l’andar del tempo, furono accettati congiunti meno diretti e, ancor più tardi, prigionieri di guerra di sangue reale o di rango inferiore, infine si ritennero adeguati alla bisogna persino i criminali. Allora la crocifissione si tramutò in una punizione del crimine. Tuttavia alcuni elementi del rituale antico persistettero anche dopo che le sue origini sacre furono dimenticate: presso i Romani tra i suddetti elementi rientra l’azzoppamento della vittima, mentre è appesa alla croce: poiché il sacro re era in origine claudicante, anche il suo sostituto dev’essere azzoppato.[…] E’ difficile stabilire fino a che punto il rituale romano fosse di origine indigena ed in qual misura cananea, giacché gli antichi Romani usavano una croce ad X, mentre la croce a T fu mutuata dai Cartaginesi durante la Seconda guerra punica: i Cartaginesi erano Cananei. In ogni caso, è un paradosso che la crocifissione, che era stata un mezzo magico per procurarsi l’immortalità, fosse in seguito considerata dai Giudei una punizione ignominiosa e fosse usata dai Romani per scoraggiare i sediziosi”.

    Le fonti romane (Livio in primo luogo) descrivono il rex sacrorum o rex sacrificulus, come una figura sacerdotale in cui probabilmente si assommavano carismi sacri e simboli del potere. Anche se in età repubblicana il rex sacrorum era subordinato al pontefice massimo, è probabile che in principio egli fosse il re le cui prerogative dipendevano dalla sua immolazione, come spiega Graves. E’ anche vero che la zoppia è un attributo della sacralità, riscontrabile, ad esempio, nel dio Efesto-Vulcano. Non è un caso se il Re Pescatore (Amfortas) nella tradizione del Graal è affetto da una menomazione che è attributo del sacrum.[1] Sacralità e regalità anticamente erano non solo connesse, ma consustanziali: il re è sommo sacerdote e viceversa. Presso gli Ebrei, il Messia è sovrano, ma anche intermediario tra il popolo e YHWH, non meno dei sacerdoti. Se in molti contesti i ruoli furono distinti, tracce delle pristine cerimonie e valenze si reperiscono ancora in età successive. Un sovrano come Numa Pompilio, celebrato dai Romani come colui che, grazie ai consigli della Ninfa Egeria, dettò all’Urbe i riti, la disciplina augurale, le ricorrenze religiose etc., rivela la correlazione tra sacerdozio e dignità regale.

    Perché la croce e la crocifissione, prima di denotare infamia, erano emblemi religiosi e regali? Probabilmente perché la croce nelle sue varie fogge adombra il legame tra la Terra ed il Cielo, tra il mondo naturale e la dimensione soprannaturale.

    Il Messia crocifisso fu re? Sul cartiglio fu scritto, secondo i Vangeli, Iesus Nazireus rex Iudaeorum: tale titolo non sembra avere valore ironico. Così la crocifissione, alla luce degli studi antropologici, attesta, invece di sminuire o negare, la regalità del Cristo, la cui morte è gloriosa proprio perché su una croce, immagine altresì di una riconciliazione tra Dio e l’Uomo. Che Gesù discendesse o no dalla stirpe di David è controverso, ma che fosse di lignaggio aristocratico è plausibile, a parere di molti storici.

    Stando a recenti indagini, risulterebbe che i Romani usassero per le condanne capitali di sediziosi e malfattori le croci ad X, dato che le altre causavano una morte troppo rapida del condannato, laddove una lunga agonia era garantita solo se il reo era attaccato ad una decusse.

    [1] Altri attributi sono il segno distintivo, la capacità di operare prodigi e guarigioni, la conoscenza di formule segrete. Forse il rex Nemorensis è figura simile al rex sacrificorum.

    [2] Amfortas, il Re Pescatore o Re Ferito, è un personaggio che figura in alcune opere del ciclo arturiano come ultimo discendente della dinastia dei Re del Graal, custodi della preziosa reliquia. E’ caratterizzato in modi anche molto differenti dai vari autori. In ogni caso, soffre di una menomazione alle gambe o ai genitali ed ha difficoltà a muoversi. Nel Cristianesimo dei primi secoli talora Gesù era rappresentato come gobbo e zoppo, prima che si affermasse l’iconografia del Cristo-Orfeo e quella del Pantocrator.

    Fonti:

    H. Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, s.v. inerenti
    Dizionario di antichità classica, Milano, 2000, s.v. inerenti
    A. Grabar, Le vie dell’iconografia cristiana, 1982-2011
    R. Graves, Iesus rex, 1946, p.458-459

    ha scritto il 

  • 4

    Forse il precursore di tanti libri in cui la storia di Gesù è diversa da quella narrata nei vangeli. Molto storico, molto documentate e molto interessante.
    In fondo se la storia è diversa da quella de ...continua

    Forse il precursore di tanti libri in cui la storia di Gesù è diversa da quella narrata nei vangeli. Molto storico, molto documentate e molto interessante.
    In fondo se la storia è diversa da quella dei Vangeli cosa cambia ? I Vangeli hanno un valore assoluto che non vengono intaccati dalla storicizzazione della vita di Gesù. Il resto sono solo chiacchiere.

    ha scritto il 

  • 0

    Parte I

    Jesus Rex è la versione dei fatti dei vangeli “secondo Robert Graves”, una rivisitazione mitopoietica della figura di Cristo. Robert Graves vita e tempi . Il lavoro di Graves è pervaso con la sua con ...continua

    Jesus Rex è la versione dei fatti dei vangeli “secondo Robert Graves”, una rivisitazione mitopoietica della figura di Cristo. Robert Graves vita e tempi . Il lavoro di Graves è pervaso con la sua convinzione che la religione e il mito registrino la storia della vittoria delle religioni a prevalenza maschile a danno della religione originaria della Dea, (idea ripresa nella Dea Bianca); l’incipit del libro è appunto una citazione di Clemente Alessandrino. Graves coglie l’aspetto più inquietante del Cristianesimo, citando il Vangelo degli Egiziani "Sono venuto per distruggere le opere del Femminile " In questa affermazione, a mio avviso, risiede la tragedia di Gesù, e la tragedia del Cristianesimo. Niente di nuovo: in fondo, Nietzsche, quando pone il problema dello scacco dell’eterno femminino, e quando corona di edera il Messia, prediligendo la figura di un Christus passus –dionisiaco, parte della tragedia in corpore vili- rispetto a quella di un Christus Triumphans, nel suo corpo glorioso di Risorto dai morti.

    Ho provato a leggere questo libro quasi venti anni fa quando avevo sui sedici-diciassette anni e non avevo la minima idea di cosa significasse. Solo ora , dopo aver acquisito un po’ di familiarità con i testi biblici extracanonici, dopo aver letto e meditato la Dea Bianca e aver compreso cosa intenda Graves con le sue teorie del tramonto delle divinità femminili, riesco ad apprezzare appieno l’intreccio di fiction, narrativa, antropologia e ricostruzione storica che si dispiega ad ogni pagina.
    L’ipotesi di fondo di Graves è relativamente semplice: Maria è davvero una vergine consacrata dai genitori al Tempio di Gerusalemme, una bimba che non ha mai toccato il suolo non consacrato, che compie il servizio rituale al Tempio, e destinata, una volta raggiunta l’età delle nozze, a sposare un uomo ricco e potente. Mi chiedo se la versione dell’Infanzia di Maria, raccontata da De André nella “Buona Novella”, non risenta dello scritto di Graves, che ha avuto una sua prima edizione italiana proprio in quegli anni, ma che, probabilmente, De André avrebbe potuto aver letto anche in precedenza in lingua originale. Nel racconto di Graves, Maria è di sangue reale: è della stirpe di Davide ed è sposata segretamente con Antipatro, figlio di Erode il Grande, che al momento delle nozze è l’erede al trono di Giudea. Il padre lo fa sopprimere, mentre Maria è incinta di un bambino, Gesù, appunto, che riunsce in sé la legittimità dinastica ai troni dell’Antico Israele, che fu governato da Davide, e della nuova Giudea entrata nell’orbita politica romana.

    ha scritto il 

  • 4

    Il romanzo merita una approfondita lettura per i riferimenti storici e le nuove prospettive che sorgono dal punto di vista differente su cui è incardinata la narrazione. Tuttavia, no si capisce bene s ...continua

    Il romanzo merita una approfondita lettura per i riferimenti storici e le nuove prospettive che sorgono dal punto di vista differente su cui è incardinata la narrazione. Tuttavia, no si capisce bene se l'autore creda o meno alla natura Soprannaturale del Cristo.
    A volte sì a volte no. Ecco il punto debole del testo. Per il resto, l'erudizione ed il dettaglio ne rendono una lettura piacevole e curiosa

    ha scritto il 

  • 5

    Mi appassionano tutti i libri che parlano della vita di Gesù.

    Poiché nulla di storico ci è pervenuto sulla vita di Gesù Cristo, ogni libro che la descriva è valido quanto i Vangeli. Naturalmente gli estremi volutamente paradossali (come "In diretta dal Golgota") ...continua

    Poiché nulla di storico ci è pervenuto sulla vita di Gesù Cristo, ogni libro che la descriva è valido quanto i Vangeli. Naturalmente gli estremi volutamente paradossali (come "In diretta dal Golgota") vanno esclusi, ma tutti gli altri devono essere attentamente letti.
    Uno scrittore come Graves merita rispetto. Il libro è bello.

    ha scritto il 

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