La broma infinita

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Publisher: Debolsillo

4.5
(2093)

Language: Español | Number of Pages: 1213 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian , German

Isbn-10: 8499892477 | Isbn-13: 9788499892474 | Publish date:  | Edition 1

Also available as: Hardcover , Others

Category: Fiction & Literature , Humor , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
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  • 5

    Il giusto equilibrio tra coerenza e incoerenza non si ottiene per caso

    [ci sono un po’ di spoiler, però molto vaghi]

    Negli ultimi giorni di agosto, a libro chiuso, ho passato molto tempo su Internet. Ho trovato caricature e ritratti in stile manga dei protagonisti, pagin ...continue

    [ci sono un po’ di spoiler, però molto vaghi]

    Negli ultimi giorni di agosto, a libro chiuso, ho passato molto tempo su Internet. Ho trovato caricature e ritratti in stile manga dei protagonisti, pagine del romanzo riprodotte con i Lego (anche se poi ho scoperto che esistono riproduzioni di tutti i romanzi più famosi, fatte con i Lego) e schemi per facilitare la lettura di IJ. Mappe dettagliate dell’ONAN e di ESCHATON. Foto di gente che replica una sessione di ESCHATON su dei mini campi da tennis. Questa scena è raccontata quasi per intero in un video dei The Decemberist: manca solo il finale.
    Il numero di teorie più o meno fantasiose e più o meno realistiche sul significato del libro è impressionante, come la lunghezza delle discussioni che si riferiscono a esse. In generale, le stroncature sono più divertenti degli osanna: c’è chi è convinto che la gente lo abbia letto solo per vantarsi in giro di averlo letto, e finga di apprezzarlo solo per darsi un tono (è possibile; nessuno però sembra contemplare l’eventualità che IJ possa essere piaciuto sul serio), e chi accusa Wallace di non avere la minima idea di cosa siano la depressione e la dipendenza — questa sinceramente è grossa. Qualcuno si lamenta di essere stato tirato per il culo per 1281 pagine, salvo poi, nella stessa frase, deridere le scarse conoscenze matematiche di Wallace (laureato in letteratura inglese e filosofia con una specializzazione in logica modale e matematica) segnalando uno per uno gli strafalcioni presenti nel libro che ha appena definito una presa per il culo.
    È stato strano, poi, accorgermi di quante persone volessero, e vogliano, leggere di nuovo IJ. E di quante l’abbiano effettivamente fatto. Ne sono rimasto sorpreso sia perché il libro ha una certa mole, sia perché la prima cosa che ho fatto io è stata proprio quella. L’ho davvero ricominciato da capo.
    Una volta arrivati all’ultima pagina si possono avere due impressioni ben distinte: o si pensa di essersi lasciati sfuggire qualcosa di fondamentale, o che il romanzo sia incompiuto. Il secondo caso porta il lettore a reagire in malo modo, se IJ gli ha fatto pena, e in maniera positiva se gli è piaciuto. Di solito il commento che ne segue, “è uno scherzo”, salta in mente sia ai detrattori che agli entusiasti, con significati opposti. Dal canto mio, ho pensato che mi fosse sfuggito qualcosa. Il romanzo per me non è incompiuto. Semplicemente, proprio sul più bello, vale a dire nel momento in cui tutte le trame sono sul punto di convergere, ci si trova davanti a una gigantesca ellissi temporale prima e dopo la quale le informazioni latitano. Il ‘dopo’ in questione corrisponde al capitolo iniziale, cioè l’ultimo in ordine cronologico, ed è per questo che ho ricominciato la lettura. Già che c’ero, ho riletto anche il secondo capitolo. E poi il terzo, e il quarto, e così via, finché, a metà del diciannovesimo (pag. 138), sconcertato da quello che stavo facendo e soprattutto da quello che avrei potuto fare se disgraziatamente fossi arrivato in fondo, non mi sono obbligato a fermarmi. (Per avere un’idea di cosa succede a chi non si ferma più: https://cinquantalibri.files.wordpress.com/2016/05/dfw2.jpg)
    Più o meno tutti si sono accorti che rileggerlo è una perdita di tempo, se lo scopo è quello di avere certezze. Il numero (precisamente) limitato di indizi messi a disposizione da Wallace, infatti, fa sì che, da una parte, quel lungo lasso di tempo non si possa ricostruire in maniera coerente, e dall’altra si possa farlo in mille modi diversi che sono tutti, nessuno escluso, abbastanza coerenti da soddisfare la curiosità del lettore. Di fronte a una spiegazione abbastanza coerente, però, i soggetti più legati al libro, cioè coloro che non pensano ad altro, non parlano d’altro e continuano a rileggerlo (nei forum italiani e americani ho trovato gente che l’ha fatto fino a sei — sei! — volte, e se questo non è il risultato di un intrattenimento alla DFW, non so cos’altro possa esserlo), devono dirsi qualcosa come “ancora un piccolo sforzo, ed è fatta!”, prima di rituffarsi in una ricerca che può sì portare a una perfetta conoscenza del testo, ma non dà risposte definitive.
    [spoiler molto meno vago] Nel libro, inoltre, viene citato un particolare evento, un evento cruciale, attraverso i pensieri di Don Gately e di Hal Incandenza. La connessione fra i due pensieri sembrerebbe perfetta per saldare la fine del romanzo con il capitolo iniziale… a patto di riconsiderare un bel mucchio di questioni. Il problema è che, mentre Hal pensa all’evento dopo che questo si è già verificato, Gately ci pensa prima che si verifichi. Ovviamente, in determinati casi, si può accettare che qualcuno abbia una visione ben precisa, o per meglio dire esatta, di ciò che lo aspetta nel futuro, ma accettarlo significherebbe entrare nel campo del sovrannaturale — un’interpretazione del genere è comunque di forte impatto e per nulla campata per aria, se si pensa agli strani avvenimenti che càpitano così spesso all’ETA, l’accademia di tennis fondata da James O. Incandenza [fine spoiler].
    Aggiungo che avevo sospeso la lettura suppergiù a pagina 350, nell’ottobre 2015. (Questo è un altro motivo per cui avevo pensato di essermi lasciato sfuggire qualcosa. La connessione di cui ho parlato prima, per esempio, non l’avevo colta subito. Spesso gli indizi più importanti sono nascosti in un inciso, o in una nota.) L’edizione cartacea della Einaudi, oltre a essere piena di refusi ed errori di traduzione, è talmente brutta che fa schifo guardarla: troppo piccolo il formato, minuscoli i caratteri delle note, con un sacco di parole in ogni riga. Pesa. Alla lunga stufa. Se si pensa che alcune sezioni di IJ possono davvero mettere a dura prova la pazienza del lettore, l’esasperazione ne risulta amplificata. Si guardi il formato dell’edizione americana: quello sì che è un libro. E se ci si fa caso, anche il titolo, in quell’edizione, è stampato nella maniera corretta: la ‘I’ iniziale e la ‘E’ finale di ‘INFINITE’ sono leggermente troncate.
    Fatto sta che il mese scorso ho comprato la versione ebook. I refusi e gli errori sono tali e quali, ma con i caratteri regolabili a piacere e le note a portata di click (la filmografia di James O. Incandenza!), arrivare all’ultima pagina è stato sorprendentemente facile.

    P.S. Sull’ebook ho evidenziato le parti che mi sono piaciute di più con l’idea di riportarne qui il contenuto, ma poi mi sono accorto che avevo evidenziato un quinto del libro e non mi sarebbero bastati ventimila caratteri per farlo. Visto che ho già scritto anche troppo, non ne riporto neanche una. Mi limito a dire quello che finora non ho detto, e cioè che IJ, per me, è una meraviglia.

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  • 5

    La Grande Commedia Umana dei Nostri Giorni

    Quando penso a David Foster Wallace, e ai suoi libri, mi viene in mente un grande genio della musica: Keith Jarrett (che tra l'altro Wallace menziona nel primo racconto de La Ragazza dai Capelli Stran ...continue

    Quando penso a David Foster Wallace, e ai suoi libri, mi viene in mente un grande genio della musica: Keith Jarrett (che tra l'altro Wallace menziona nel primo racconto de La Ragazza dai Capelli Strani). Così come il grande genio delle sette note non può essere considerato solo un musicista o un semplice pianista, né tanto meno essere inquadrato in un unico genere musicale - in quanto la sua opere è un qualcosa che trascende le note, un qualcosa che ti eleva (e ti estranea) e ti porta un una dimensione "altra", fino a straniarti tramite i mille colori, rivoli e generi delle sue note.
    Allo stesso modo Wallace, a mio avviso, non può essere considerato solo un romanziere o uno scrittore o un saggista, in quanto la sua opera letteraria è un qualcosa che, in primis, tocca vari aspetti, usando vari linguaggi (ora Pop, ora cosiddetti "accademici" o "alti") della nostra società, permettendo riflessioni filosofiche, sociologiche, psicologiche e anche di satira. Insomma, così come Jarrett, ritengo che Wallace sia stato un grande pensatore e filosofo del nostro tempo.
    E così come Jarrett, attraverso la sua musica, esplora, tocca e reinventa(a modo suo) i vari generi musicali, passando dalla Classica, al Blues, al Country, sino ad arrivare a un certo tipo di Pop Music contemporanea, il tutto però – così come dice il critico musicale Franco Fayenz – attualizzandolo in un presente che non c’è, in un presente del tutto personale dell’artista; allo stesso modo gli scritti di Wallace sono un caleidoscopio di generi letterari e di vari linguaggi e stili narrativi – passando da una scrittura ora ironica, ora classica, ora moderna, ora sperimentale.
    Per stare nell’ambito letterario, se pensiamo ai grandi scrittori emersi negli ultimi venti-venticinque anni, i nomi di punta, tra coloro che si inseriscono nel sorco di quel postmodernismo segnato da autori come Pynchon, DeLillo e Roth, le penne più rappresentative e talentuose sono quelle di tre grandi scrittori americani: Dave Eggers, Jonathan Franzen e David Foster Wallace. Se Eggers può essere considerato il grande innovatore, per quanto riguarda la narrativa delle ultime due decadi, e Franzen il grande romanziere nel senso classico del termine (la definizione di Tolstoj moderno, a mio avviso è del tutto calzante); Wallace si inserisce, a volte sì e volte no, in entrambi i filoni: sia in quello che va verso una tradizione classica, sia nel realismo isterico, che è una delle grandi chiavi della letteratura postmoderna. Ma gli scritti che Wallace ci ha lasciato in eredità sono un qualcosa che si inseriscono sì nel postmoderno, ma sono essenzialmente un qualcosa che trascende e, nello stesso tempo mischia e sintetizza, una visione sia classica che postmoderna.
    Ecco, il monumentale Infinite Jest è la summa di tutto ciò che è stato David Foster Wallace: un narratore, un innovatore/restauratore, un accademico/anti-accademico, uno scrittore che con la sua visione sarcastica ma mai cattiva del mondo è stato in grado, nelle sue pagine, di raccontare le mille sfaccettature del genere umano...una vera e propria Grande Commedia Umana dei Nostri Giorni.
    Scrivere una recensione di Infinite Jest è cosa che potrebbe sembrare titanica e complicata, in quanto il libro è assente di una vera e propria trama. Il volume di 1179 pagine, con ulteriori 100 pagine di note (vero marchio di fabbrica di Wallace) ha come tema la dipendenza sotto le sue varie forme e sfaccettature (dalla droga a l’alcool, dalla tv allo bellezza, dallo sport al cibo); con l’azione che si svolge in un futuro prossimo (rispetto a quando fu scritto il libro nel 1996) che è molto simile al nostro presente
    La dipendenza, sotto tutte le sue forme, diviene un palliativo, nonché un’esemplificazione di “antidoto” contro l'ineluttabile solitudine e sofferenza dell’individuo secolarizzato. Quindi, abbiamo giovani promesse di tennis, i quali vivono la competizione (che qui si fa anche metafora della competizione sfrenata e senza scrupoli e regole della società contemporanea) come una droga autoindotta da genitori che vedono nei loro figli un antidoto contro i propri fallimenti e le proprie angosce; giovani promesse che, presi da una competitività sfrenata e malata, e da un qualcosa che gli viene imposto e non vissuto con gioia e divertimento, cadono nella spirale della dipendenza di droga e alcool visti come unica possibilità – così come succede anche per molti dei loro genitori – di stemperare solitudine e dolore. Ma la dipendenza è anche la tv, guardata in modo compulsivo da tossici, i quali vivono la propria tossicodipendenza come dipendenza nella dipendenza.
    Così come la pubblicità, la quale arriva a pervadere a tal punto la società che gli anni verranno non più chiamati numericamente, ma con i nomi di marchi pubblicitari (Anno del Pannolone per Adulti Depend, solo per citarne uno). Ma la solitudine a la sofferenza vengono anche narrate tramite chi cerca di mollare le droghe (le Sostanze); allora assistiamo ai vari travagli e rimpianti del povero Don Gately, il quale rimpiange una probabile carriera nel football professionistico in nome del suo primo e vero grande amore, la Sostanza. In tutto questo scenario ci sono terroristi indipendentisti spietati su delle sedia a rotelle, ex comici che diventano presidente dell’Onan (nato dalla unificazione di Canada con Stati Uniti e Messico), persone dall’aspetto mostruoso (che poi tanto mostruosi in realtà non sono, ma che forse rappresentano una delle poche possibilità di umanità e, quindi di salvezza). Fin che non compare una misteriosa cartuccia di un film che si pensava perduto, Infinite Jst, il quale è il non plus ultra di tutte le dipendenza per chiunque lo veda, tanto da ridurre il potenziale spettatore in uno stato catatonico che alla fine lo porta alla morte. Quindi il lettore si trova catapultato in una lettura che è un vero e proprio caleidoscopio di personaggi, stili e digressioni (realismo isterico).
    Ma la il libro di Wallace vuole dirci che la nostra natura, la nostra società, la nostra natura è qualcosa di irrimediabilmente perso nella solitudine e nel dolore, e che siamo costretti ad oscillare, come il pendolo di Schopenhauer, tra il dolore e una distrazione da tale dolore tramite la dipendenza? In realtà no, lo scrittore americano ci lascia con una nascosta e velata (velata come una delle protagoniste del libro) possibilità di “salvezza” interiore e sociale, a patto che si accettino le nostre , e quelle degli altri, debolezze e deformità (esteriori e interiori), che si accetti la sconfitta e che non la si viva come tale. Il compianto genio di Wallace crea un surreale iperuranio sociale, il quale – nella suo essere surreale – diviene il manifesto di ciò che la nostra epoca vive, e in modo sarcastico e ironico ci vuole mettere in guardia e indicarci una possibile via di fuga e/o di salvezza.
    Francesco Saglioccolo

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  • 4

    Geniale, iper colto, politicamente scorretto, ironico, disgustoso, visionario ma profetico, divertente (ho riso da sola in più punti, si veda per esempio l'"epica" battaglia di Eschaton), molto (e tro ...continue

    Geniale, iper colto, politicamente scorretto, ironico, disgustoso, visionario ma profetico, divertente (ho riso da sola in più punti, si veda per esempio l'"epica" battaglia di Eschaton), molto (e troppo) si può dire di quest'opera titanica.
    Qualcuno ha detto che non è un romanzo, che David Foster Wallace non è un romanziere ma uno scrittore... Ma ci sono dei personaggi estremamente ben delineati, c'è una trama, anche se costruita in modo del tutto originale (e non vale saltare le note, perché sono parte integrante del testo), è un romanzo a tutti gli effetti e gli do quattro stelline perché io dopo 1280 pagine + 200 di note (e ne avrei ben lette un altro centinaio pur di averlo), un finale me lo meritavo, ecco. Questo per me è un romanzo incompiuto.
    Ci sono stati episodi che ho trovato disturbante leggere. Invece quest'uomo non solo è riuscito a pensare certe cose, ma ha dato loro una forma precisa e coerente e le ha messe per iscritto. L'ho trovato un po' inquietante.

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  • 2

    Ho cominciato a leggere Infinite Jest circa cinque anni fa, arrivando in qualche modo intorno a pagina 280, prima di abbandonarlo. Di tanto in tanto lo riprendo, cercando di fare un altro salto in ava ...continue

    Ho cominciato a leggere Infinite Jest circa cinque anni fa, arrivando in qualche modo intorno a pagina 280, prima di abbandonarlo. Di tanto in tanto lo riprendo, cercando di fare un altro salto in avanti, ma senza successo. Il problema non è la mole, ma il fatto che non ci trovo niente che ripaghi la difficoltà della scrittura. I periodi e gli elenchi lunghissimi; le trame che si intrecciano e gli slittamenti temporali; sembra tutto fatto apposta per irritare e frustrare il lettore, e più spesso che no una gratuita esibizione di bravura.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    un libro così inutile da essere geniale, ma è uno Scherzo

    Cimentarmi con letture di 1200 pagine è una cosa eccezionale per me e il fatto che ci abbia messo 5 mesi...va bè, ma è un mio problema di insostenibile lentezza. Ma per Wallace faccio questo ed altro. ...continue

    Cimentarmi con letture di 1200 pagine è una cosa eccezionale per me e il fatto che ci abbia messo 5 mesi...va bè, ma è un mio problema di insostenibile lentezza. Ma per Wallace faccio questo ed altro. Assolutamente un libro fantastico, astuto, stilisticamente unico, amo la colloquialità del suo modo di raccontare e certe uscite come """Mario seduto ad un tavolo con le gambe ritorte (il tavolo)""" mi hanno dato una gioia immensa per quanto sono semplici e anti-informali. Wallace fa tutto l'opposto della letteratura che cerca raffinatezza e, invece, mette l'oralità quotidiana in un racconto ed è - io l'ho trovato - fantastico.
    Però è un romanzo sconclusionato. Wallace per essere Wallace deve essere anticonvenzionale, e quindi finisce un libro che a mio parere non è finito! mancherebbero almeno 200 pagine...ma è Wallace.....e lascia tutto aperto. Lascia al lettore decidere la conclusione dell vicenda. Wallace è raramente esplicito, per quanto riguarda rivelare i dettagli di quello che ho definito dopo 1000 pagine essere un romanzo giallo - oddio ho letto un giallo! - li butta lì casualmente, tra le virgole di una frase, come dei dettagli trascurabili che dopo decine di pagine scopri di dover tornare a rileggere perchè si trattavano di una chiavi fondamentali. Wallace è stronzo! sembra stia sempre a raccontare inutilità, e poi si realizza che sotto sotto....è un po' genio....davvero, a volte è così inutile che mi viene da dire GENIO! solo per aver reso discorsi senza senso letteratura e per averceli fatti leggere.
    Cult-book. In questi cinque mesi ho vissuto dentro al libro. Romanzo unico e totalizzante.
    Libro preferito.

    Aggiornamento: con il senno di poi (due giorni dopo averlo finito) mi viene solo da lanciare maledizioni: è proprio un romanzo incompleto, lasciato a META'! per le prime 1000 pagine ne vale davvero la pena di soffrire e continuare a leggere, invece nelle ultime 200, che in proporzione nei normali romanzi corrispondono ai capitoli conclusivi e quindi in cui si tirano le somme, qui nulla viene concluso o chiarificato. Wallace l'ha proprio troncato. che cosa succede poi all'Esibizione per la raccolta Fondi con gli Afr? cosa succede in mezzo tra l'Astinenza di Hal e la vicenda nell'Anno di Glad con cui si apre il libro? Joelle e Gately? La cartuccia Master?
    E' tutto uno scherzo, maledetto DFW, Infinite Jest-film è l'intrattenimento perfetto del romanzo e Infinite Jest-libro è l'intrattenimento perfetto di noi lettori che per 1200 pagine lo amiamo e poi...finisce....così....e ne vogliamo ancora.....

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  • 3

    Poi uno dice che gli scricchiolano i denti...

    Sono distante, finalmente?, un tozzo di settimane e un bicchiere di nuove pagine (altre di altri autori) da quando ho terminato di leggere questa opera.
    La posso guardare, nuda, per come appare nei ri ...continue

    Sono distante, finalmente?, un tozzo di settimane e un bicchiere di nuove pagine (altre di altri autori) da quando ho terminato di leggere questa opera.
    La posso guardare, nuda, per come appare nei ricordi e nei pensieri che il tempo ha contribuito a ripulire.
    Come quando la carogna di un animale morto sul ciglio della strada viene divorata pezzo pezzo finché non resta, alla fine, solo uno smagliante stupido osso.
    Dico quindi che sono convinto vi sono con l’Ulisse di Joyce attinenze un po’ diagonali, forse insondabili, forse, addirittura, inesistenti. Il fatto è che più della trama, più dei personaggi, più dell’intimo alterco che ho vissuto tra i miei “pazienta” ( terminerà il periodo, non so dove né come, ma so che terminerà. Lo so perché ho barato. Ho letto le ultime parole dell’ultima pagina: dopo di loro c’è scritto FINE) e i miei struggenti inviti: “feconda” ( vi sono idee pure che si inerpicano tra le pagine e si depositano nella grinta, tra i peli neri delle sopracciglia), più di tutto questo dicevo ruggisce tra le pagine una pioggia di pensieri. Banalmente il “flusso di coscienza” che accompagnava la giornata affatto complicata dei personaggi partoriti J. Joyce in quel di Dublino. Perciò nulla è trama e nulla è veramente vero, perché tutto è filtrato dagli occhi, dal tatto dalle inquadrature dagli spigoli e dalle ombre. Punti di vista. Nulla di più. Sentire è umano, come errare a quanto pare, e nulla è comprensibile in questa storia se non che l’errore è negli occhi di chi osserva non nelle mani di chi lo commette. Saremo per 1000 pagine e dintorni ospiti di bulbi oculari e falangi, di sogni e imprecazioni di viaggi tossici ed essenze ectoplasmiche e sarà un po’ come vivere la quotidiana vita che viviamo vivendo: ci mancherà sempre un pezzo. Aneleremo (invano) il libretto di istruzioni. E solo quando, e solo SE, ci arrenderemo FORSE ne verremo fuori con le nostre gambe. Sarà come aver viaggiato per centinaia di pagine ad occhi chiusi credendo di essere a bordo di un trattore per poi, aprendo gli occhi a tradimento, renderci conto che siamo a bordo di una scialuppa al centro esatto di una piscina(a forma di racchetta da tennis?). Non ci avevo capito nulla perché non c’era poi questo granché da capire. Bisognava sentire, nel senso di provare, di toccare con i sensi. Arrendersi al non senso.
    E poi mi sono dovuto contraddire. Perché giunto alla parola FINE scritta grande l’ho trovata piantata beffardamente al centro di un periodo che sembrava non essere finito proprio per niente. Roso da interrogativi e seviziato dal mio amor proprio ho PRETESO di arrivarci. Ho cominciato a guardarmi intorno a leggere, a domandare. E mi sono reso conto che c’è tutto un sottobosco di avventurieri da strapazzo che il senso nel libro lo hanno cercato e alcuni pensano anche di averlo trovato (per esempio http://archivio-dfw.tumblr.com/post/40524708276/la-storia-di-aaron-swartz-e-di-infinite-jest).
    E allora mi si apre una nuova porticina. Avete letto Player One di E. Cline ?
    Vi si narra di un autore enormemente ricco, un visionario, un genio, un folle. Alla sua morte non lascia eredi ma una mappa che condurrà all’eredità. La mappa è un libro in cui tra i punti e le virgole, se hai studiato la lezione in maniera ossessiva, troverai le indicazioni indispensabili per cominciare il cammino.
    Ecco per molti l’interpretazione del libro è questa: studiare i flashback e rimetterli in ordine cronologico. Leggere tuuuuuuuuutttteeeee le note (ce ne sono a centinaia e molte fanno veramente innervosire) imparare a memoria i luoghi e le date, i nomi e i cognomi. Infine giunti alle porte incantate di Ptnor sfidare il drago Zkor mettersi a testa in giù e declamare al contrario la lista dei 10 motivi per cui è bene non iniziare mai a leggere Infinite Jest e finalmente….
    Onestamente non lo so cosa ho letto. Vi ho dato due titoli perché ho cercato dentro di me le coordinate. Non ce ne sono nel libro. O per lo meno io non ne ho trovate. L’autore era perfettamente cosciente di quale fosse lo scopo del libro, nel link c’è riportato un brano di una sua intervista in cui lo dice molto chiaramente. Solo che se qualcuno, ad esempio io, lega le vicende biografiche di Foster Wallace (un genio troppo avanti che a un certo punto si suicida) all’interpretazione dell’opera un dubbio viene: dove finisce la genialità e comincia la follia? C’è un punto preciso? O forse è tutto intriso di una contaminazione unica e inscindibile di queste due condizioni dell’anima?
    Non ho risposte, a questo punto non ne voglio. Non riesco ad appassionarmi a queste ossessioni. La verità è che non ho sciolto neanche un piccolo dubbio in questi giorni che sono passati dopo che ho finito di leggere il libro. Accetto la sconfitta intellettuale e vado avanti. Condivido con chi vorrà leggerle queste mie sensazioni. Che valgano da malcelato avvertimento per chi non si è ancora avventurato.
    Ma che siano anche parole di affetto per l’opera e l’autore. La debolezza umana, l’errore, il senso sbilenco e squinternato. Ce n’è bisogno. Di tanto in tanto. Con moderazione. In fondo, per usare versi chiari e cristallini (ehm) “niente è come sembra … perché niente è reale”. O giù di lì.

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  • 5

    Ho aspettato una settimana prima di tradurre in parole qualche pensiero, ma sono arrivata alla conclusione che non sia possibile recensire un libro come Infinite Jest. Si tratta di un’opera monumental ...continue

    Ho aspettato una settimana prima di tradurre in parole qualche pensiero, ma sono arrivata alla conclusione che non sia possibile recensire un libro come Infinite Jest. Si tratta di un’opera monumentale, in cui tutto è perfettamente spiegato al lettore (grazie all’ausilio delle oltre 300 note al testo), il quale non può fare altro che lasciarsi andare ed immergersi nel fantastico mondo creato da quel genio di David Foster Wallace.
    La prima cosa che balza all’occhio leggendo Infinite Jest è la capacità di DFW di intessere una trama che riesce ad essere perfettamente coerente dalla prima all’ultima parola, senza incappare in alcun vizio logico. Per quanto mi riguarda questo ha da subito calamitato la mia attenzione, coinvolgendomi in maniera inusuale sin dalle prime pagine.
    Ma poi, di cosa parla questo romanzo? Fulcro della storia è una cartuccia contenente l’ultimo film del regista James Incandenza - padre di due dei protagonisti - il cui contenuto si dice annulli la volontà di chiunque lo guardi fino a renderlo totalmente dipendente dal film stesso, al punto che alcune organizzazioni vogliono impossessarsene per utilizzarlo come arma di distruzione di massa.
    Ma Infinite Jest parla anche di dipendenza: dipendenza del Quebec dall’Onan (supernazione composta da Stati Uniti, Messico e Canada unificati), dipendenza dall’alcol, dalle droghe, dalla TV, dal successo. La dipendenza più grande però è quella del lettore stesso, poiché una volta padroneggiati la suddivisione in piani temporali e lo scorrere del tempo (n.d.r.: una delle particolarità del libro sono gli anni sponsorizzati, vale a dire che non sono indicati mediante numeri, ma - così come nella Roma antica prendevano il nome dei consoli - con il nome di prodotti commerciali. Per intenderci, la maggior parte della storia si svolge nell’APAD, ossia nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend), le relazioni tra i personaggi e l’evolversi della storia è impossibile anche solo pensare di fare altro.
    Arrivati ad un certo punto si ha la sensazione che l’Infinite Jest (lo Scherzo Infinito), il film che miete vittime nel corso della storia costringendo chi inizia a guardarlo a morire di inedia pur di non interromperne la visione, sia quasi il libro stesso.
    Giunta all’ultima pagina ho dolorosamente avvertito un grandissimo senso di vuoto; non mi era mai capitato di finire un libro e avvertire il bisogno quasi fisiologico di rileggerne le prime cinquanta pagine e passare un intero pomeriggio tra articoli e recensioni su internet per paura di aver perso qualcosa, di non aver colto tutti i messaggi che David Foster Wallace ha voluto trasmettere.
    In sintesi? Un libro straordinario, non ci sono altre parole per descriverlo.
    Se vi va passate a trovarmi sulla mia pagina Facebook, "La piccola biblioteca dei libri dimenticati" :)

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  • 4

    IN SOSPESO

    Il romanzo è interessante, colto, drammatico e divertente. Però è anche un fiume d'inchiostro ... in piena. Ho provato di tutto per contenerne l'inondazione ma poi, alla lunga, è esondato. E io, per m ...continue

    Il romanzo è interessante, colto, drammatico e divertente. Però è anche un fiume d'inchiostro ... in piena. Ho provato di tutto per contenerne l'inondazione ma poi, alla lunga, è esondato. E io, per mettermi in salvo, sono salito sul tetto a guardarlo scorrere.
    Sulla scheda sta scritto che è in lettura: è una mezza verità. Probabilmente l'ho abbandonato ma non ho il coraggio di dirlo, anche perché mi sento di attribuirgli 4 stelle.
    Ma che ragione c'era di farlo così logorroico?

    said on 

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