La catena del destino

Di

Editore: Theoria (Riflessi ; 10)

3.0
(7)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 121 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8824100554 | Isbn-13: 9788824100557 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Narrativa & Letteratura

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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Gotico vittoriano con venature eterodosse

    Dopo La tana del verme bianco ecco un’altra delle opere minori, e quasi dimenticate, di Bram Stoker. Ed ecco, ancora una volta, emergere la necessità di leggere la sua opera più famosa per penetrare a ...continua

    Dopo La tana del verme bianco ecco un’altra delle opere minori, e quasi dimenticate, di Bram Stoker. Ed ecco, ancora una volta, emergere la necessità di leggere la sua opera più famosa per penetrare appieno la poetica di questo scrittore vittoriano. Detto questo vi è da dire che mi è stato possibile, attraverso la lettura di questi due brevi romanzi, confrontare l’inizio e la fine della produzione letteraria di Stoker, ricavandone per confronto interessanti spunti di riflessione.
    La catena del destino è infatti la seconda opera dell’autore, scritta nel 1875 da uno Stoker ventottenne: 22 anni la separano dal capolavoro della maturità, e ben 36 da La tana del verme bianco, scritto un anno appena prima della morte.
    A dispetto di ciò, e del fatto che si tratti della prima opera nella quale Stoker si cimenta con il genere gotico, devo dire che che questo racconto lungo mi ha colpito più favorevolmente della stanca prova rappresentata da La tana del verme bianco. Intendiamoci, siamo nel pieno della letteratura di genere, ed il racconto ci presenta tutti gli stereotipi ed i luoghi comuni del gotico vittoriano, purtuttavia in esso si possono ritrovare, sia pure in nuce, alcuni spunti interessanti, che costituiranno elementi importanti dell’evoluzione che, a cavallo tra ottocento e novecento, il genere gotico subirà, perdendo la funzione rassicurante che aveva nel momento in cui era nato, per divenire uno degli strumenti narrativi utilizzati per rappresentare le angosce umane rispetto alla crudeltà dell’esistenza e della società. Continuando il raffronto con La tana del Verme bianco, sembra quasi che Stoker abbia subito un processo involutivo, partendo da posizioni se così possiamo dire innovative rispetto ad alcuni dei canoni classici del racconto gotico vittoriano, per approdare – nella stanca ultima prova - a lidi che ho definito di gotico positivista peraltro in clamoroso ritardo sui tempi.
    Per comprendere la genesi e la stessa struttura de La catena del destino è necessario soffermarsi brevemente sulla figura di Stoker. Egli, in vita, non è mai stato uno scrittore, ma prima un impiegato pubblico ed in seguito l’agente e il segretario personale di un famoso attore teatrale: scriveva nel tempo libero, pubblicando i suoi racconti, spesso a titolo gratuito, su giornali e riviste irlandesi ed inglesi. Dracula fu l’unica sua opera pubblicata in volume lui vivente. Un dilettante, quindi, nel senso più alto del termine, che si dilettava di letteratura rivolgendosi al grande pubblico dell’epoca, a quella piccola e media borghesia che costituiva il nerbo della società vittoriana.
    La destinazione editoriale del racconto, che venne pubblicato a puntate sul dublinese The shamrock, condiziona la sua struttura: i quattro capitoli in cui è suddiviso corrispondono alle quattro puntate, e ovviamente ogni capitolo è costruito in modo da generare attesa per quello successivo.
    Come detto la storia narrata è molto convenzionale soprattutto se guardata con occhi contemporanei: Frank, il narratore è un giovane orfano, amico dei Trevor, una ricchissima e amorevole coppia senza progenie, che lo trattano come un figlio. E’ ospite per un periodo di vacanza dagli studi a Scarp, una antica proprietà appena acquistata dai Trevor; qui Lady Trevor gli annuncia che di lì a tre giorni sarà ospite di Scarp una fanciulla che ha conosciuto da poco, e che vedrebbe di buon occhio il fidanzamento dei due. Nella camera assegnatagli, Frank è colpito dall’antico ritratto di una bellissima e malinconica ragazza. Durante la notte ha un incubo, nel quale la ragazza del ritratto si materializza nel letto accanto al suo e muore in seguito all’oscura frase ”Domani, e domani, e domani. La migliore e la più onesta” pronunciata da una nera figura demoniaca che appare alla finestra. Frank rimane sconvolto dal sogno e la sua inquietudine cresce quando viene a sapere dalla Signora Trevor che il ritratto è incredibilmente somigliante a quello di Diana Fothering, la ragazza attesa come ospite. Dopo avere saputo che su Scarp si narrano strane leggende di orrori, Frank e Lady Fothering, consultando nell’immancabile antica biblioteca della casa la genealogia dei Kirk, signori di Scarp scoprono che vi è stata nel ‘500 una faida familiare tra i Kirk e i Fothering, e che su questi ultimi era stata lanciata una maledizione secondo la quale il primo Fothering che avesse varcato la soglia di Scarp sarebbe stato ucciso.
    Quando Diana giunge a Scarp dimostra di essere, oltre che bellissima, anche spensierata e libera: ha saputo della maledizione ma non le dà credito. Durante la cena l’amicizia tra i due giovani si approfondisce e Frank le racconta del suo sogno, persuadendo la scettica Diana ad accettare un suo pegno, un fazzoletto, perché nel caso le accada qualcosa durante la notte posa sentire la sua presenza rassicurante.
    Nel cuor della notte si ode un urlo straziante: Frank accorre, trova Diana in uno stato di terrore tale da renderla pazza e compie il gesto risolutivo a sprezzo della propria vita. Naturalmente ci sarà l’inevitabile happy end.
    Trama convenzionale, scontata, quindi, ma come detto non priva di elementi di interesse che la elevano al di sopra della banalità.
    Innanzitutto vi è da notare l’elemento di ambiguità rispetto a ciò che veramente accade.
    Non sappiamo se veramente Diana ha subito un attacco demoniaco durante la fatale notte o se il suo terrore è stato generato dalle suggestioni indotte dal racconto di Frank e dalla sua insistenza per farle accettare il pegno: Frank, durante la convalescenza che riempie l’ultimo capitolo, è gravato da sensi di colpa, sentendosi la causa diretta di quanto accaduto a Diana. Tutto il racconto sembra oscillare tra la tesi dell’autosuggestione e quella della reale esistenza di forze demoniache, e questa ambiguità non viene sciolta, neppure da Frank narratore, che pure potrebbe avere gli elementi per un giudizio in merito. E’ l’ambiguità che ritroveremo, a ben altri livelli espressivi, ne Il giro di vite di Henry James, ed in questo senso si può dire che Stoker sia stato con questo racconto una sorta di precursore (non sappiamo quanto consapevole) della citata evoluzione novecentesca del racconto gotico.
    Vi è poi la notevole funzione del sogno nel racconto. E’ un sogno di Frank che genera tutta la catena del destino, se ammettiamo per un momento che tutti gli avvenimenti che si susseguono siano il frutto delle suggestioni dei due personaggi principali: senza quel sogno il soggiorno a Scarp sarebbe stata la semplice storia di un fidanzamento borghese, probabilmente nemmeno degna di essere raccontata. Non siamo ovviamente ancora di fronte ad una interpretazione psicanalitica del ruolo del sogno rispetto alla realtà, ma l’accennata ambiguità con cui Stoker tratta, come detto, questo tema è degna di nota.
    Se questi elementi costitutivi il racconto lo sottraggono in parte agli schemi triti del genere, non va sottaciuto che – come già accennato – ci troviamo di fronte ad un racconto gotico organicamente vittoriano nel senso più retrivo del termine, vale a dire appartenente a quella letteratura volta a fornire elementi sovrastrutturali funzionali ad una precisa organizzazione sociale e politica. Cercherò di analizzare i punti secondo me portanti di questa mia affermazione, come li ho dedotti dalla lettura.
    Frank, come detto, è orfano: ha perso la madre in giovanissima età (del padre non si fa menzione) e spesso sente il dolore di questa perdita. I Trevor, ed in particolare Lady Trevor (anche nel loro caso l’elemento maschile non entra praticamente mai in gioco) vengono presentati come dei veri e propri angeli: Lady Trevor è l’essere perfetto, dotato di un buon gusto squisito, di sentimenti delicati, di capacità di discernimento, di afflato filantropico nei confronti di chi soffre, e nel finale accoglie come proprio figlio Frank. Ci sarebbe da disquisire a lungo, anche in chiave psicanalitica, sulla scelta di Stoker di presentarci in chiave femminile, con tutto ciò che questo significa in termini di accoglienza, l’upper class inglese. Basti dire che in questo racconto essa è lo scrigno di tutte le virtù.
    Anche la parabola amorosa tra Frank e Diana può essere letta come una conquista della normalità da parte dei giovani quale condizione necessaria per accedere al riconoscimento sociale. Frank e Diana sono sottoposti alla prova della perturbazione del loro percorso di vita, già segnato dalla volontà di Lady Trevor, ed è necessario che questa prova venga superata da entrambi, soprattutto grazie alla determinazione ed al coraggio del maschio, perché possano riprendere tale percorso. In questo senso deve essere letto con attenzione l’ultimo capitolo, che se da un punto di vista strettamente narrativo appare come un lungo sgonfiarsi della tensione accumulata nei capitoli precedenti, svolge un ruolo centrale, da vera e propria agnizione, nella struttura ideologica del racconto.
    Non mancano poi i segni esteriori del vittorianismo del racconto, dal fatto che i due giovani si diano costantemente del lei e non si chiamino mai per nome se non nel finale, quando la loro posizione di fidanzati è per così dire ufficializzata, al comportamento di Frank dopo avere udito lo straziante grido di Diana nel cuor della notte: scende come un pazzo le scale, ma si ferma esitante davanti alla porta della camera di lei, frenato… dalle regole della buona educazione, e solo quando la situazione si fa insostenibile si decide ad entrare.
    Non so se questo volumetto, edito da Theoria ormai più di un quarto di secolo fa, sia ancora reperibile in qualche modo, ma se lo fosse lo consiglio a chi volesse approfondire la conoscenza di un genere, di un’epoca e di un dilettante che, sia pur con molti limiti, appare dotato di una strana, discontinua, peculiare grandezza.

    ha scritto il