La città di Dio

Di

Editore: Mondadori (Oscar Scrittori del Novecento, 1774)

3.0
(41)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 326 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804497130 | Isbn-13: 9788804497134 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

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    “La città di Dio” - il titolo riprende quello dell'opera di Sant'Agostino - è un romanzo incentrato sui rapporti tra scienza e fede che propone riflessioni alquanto interessanti (elemento positivo), m ...continua

    “La città di Dio” - il titolo riprende quello dell'opera di Sant'Agostino - è un romanzo incentrato sui rapporti tra scienza e fede che propone riflessioni alquanto interessanti (elemento positivo), ma la cui struttura molto complessa, spesso anzi caotica (elemento negativo), rende assai faticosa la lettura: più propenso alla critica che all'elogio, ma comunque oscillante tra reazioni antitetiche, per una volta mi astengo dal giudizio complessivo (anche in termini di stelle).
    Riporto un passo, nel quale un prete spretato si rivolge all'Altissimo dopo l'olocausto: “Non solleverò la questione di come un Dio presumibilmente onnisciente come Te abbia potuto permettere che avvenissero queste catastrofi umane, anche se il tuo stato di servizio, già prima di questo secolo, non è poi così encomiabile, ma voglio dirTi... che le spietate e inimmaginabili crudeltà genocide che nella nostra epoca hanno fatto rabbrividire il mondo intero Ti hanno messo in cattiva luce. (…) Anche tra quelli di noi che continuano ad amarTi e ad avere un desiderio irresistibile del Tuo amore è sorto il sospetto che il problema, almeno in parte, sia rappresentato da Te.”

    ha scritto il 

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    era ciò che volevo e avevo cercato di avere ma, una volta ottenuto, si trasformò istantaneamente in una dipendenza ( p.16 )
    il suo celebre sorriso gli illumina il volto e svanisce di colpo: è stata so ...continua

    era ciò che volevo e avevo cercato di avere ma, una volta ottenuto, si trasformò istantaneamente in una dipendenza ( p.16 )
    il suo celebre sorriso gli illumina il volto e svanisce di colpo: è stata solo la smorfia distratta di un cervello amministrativo ( p.24 )
    sono solo soletto, getto la mia ombra su un marciapiede assolato affrettando il passo nella strada della mia schiavitù ( p.32 )
    se io sono una persona seria, come credo di essere, devo cercare dio in un luogo diverso dalla sacre scritture. devo cercare di vedere un comportamento trascendente in certe irriducibili leggi dell'universo, in queste leggi dio si renderà manifesto ( p.68 )
    proprio come il branco pascola sicuro per qualche tempo dopo che i leoni ne hanno sbranato e divorato un membro, così l'umanità si sente più difesa dagli infiniti terrori senza volto se uno dei suoi membri viene sacrificato ( p.89 )
    tutti i valori della società devono essere rinnegati, se vuoi vivere da uomo ( p.188 )
    nel mio desiderare e non desiderare, o nel mio illudermi di aspettare, aspettare qualcosa che ben difficilmente accadrà ( p.230 )
    rideva con uno smarrimento profondo e melodioso, la sua voce si rompeva come l'acqua sui massi di un torrente ( p.252 )
    la religione è l''ignoranza delle cause ridotta a sistema ( p.263 )
    ogni morbido centimetro quadrato del suo corpo è così eloquente ( p.270 )
    le particolarità del corpo di lei si tramutano istantaneamente nell'unica forma e struttura che una donna possa avere ( p.309 )

    ha scritto il 

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    I love NYC

    La mia vera casa è nelle vie della città. Io le batto, queste vie. C’è qualcosa, per me, nelle strade, qualche segreto, non necessariamente per il mio bene…

    Ti chiedi quanto c’entri Dio con tutto ques ...continua

    La mia vera casa è nelle vie della città. Io le batto, queste vie. C’è qualcosa, per me, nelle strade, qualche segreto, non necessariamente per il mio bene…

    Ti chiedi quanto c’entri Dio con tutto questo, quanto dello splendore e dell’insolenza della città moderna creativamente eretta dai disperati intenti di generazioni di uomini sia frutto dell’ispirazione di Dio. Perché è la città del Dio inosservato, il Dio qualcosa / un tempo, il Dio della storia.

    Un romanzo coraggioso, e non certo per la struttura di romanzo “post-moderno” (per quanto detesti queste classificazioni ma tornano comode per risparmiare qualche riga di recensione che potrebbe annoiare chi legge) che mescola storie, punti di vista e registri.
    Ma soprattutto per il senso religioso che impregna ogni pagina, l’atto di coraggio di un autore affermato che affronta le questioni di Dio e della fede, e di come rapportarsi con entrambi, in un periodo storico in cui il discorso non è certo popolare, e si ha maggior successo proclamando ateismi di maniera o anticlericalismi da salotto.
    Una grande religiosità ebraica capace di avere una dialettica con il cristianesimo, come i grandi pensatori ebrei, da Amos Oz a Leonard Cohen, da Marc Chagall a, appunto, Doctorow, sanno fare.

    Una religiosità che sa ancora leggere i segni, anche nella città per antonomasia, New York, la città delle città, in cui sembra quasi impossibile trovare sacche di presenza di Dio.
    Ma Doctorow ci riesce, e questo suo atto d’amore per New York non può prescindere anche da questa ricerca, qualcosa che vada oltre il nostro grande guaio, la crisi metafisica.
    E in questo grande mosaico dove parlano Frank Sinatra alla ricerca di un senso a partire dalla musica, o Einstein che lo fa con la scienza, o Wittgenstein che parte dalla filosofia e dal linguaggi.
    In questa storia dove non manca nessuna ferita, che sia la Prima o la Seconda guerra mondiale, la Shoah, spartiacque della storia ebraica, o il Vietnam, spartiacque della storia americana.
    Nella New York che fa amare anche la polvere della città e auspicare al protagonista di vivere nelle sue vie.

    In tutto questo, dove si vede solo caos, e crisi, e dolore, e ferite sanguinanti, Doctorow un senso riesce a trovarlo, perché se tutto questo è opera dell’uomo e l’uomo è opera di Dio, allora qualcosa di buono, inevitabilmente c’è. E inevitabilmente salta fuori.
    Basta saperlo cercare, saper leggere i segni, che ci sono, e anche nel caos della città che più di ogni altra rappresenta l’idea di città, la città agostiniana, è possibile trovare tracce della città di Dio.
    Grazie a qualcuno, fossero pure un pugno di uomini, fossero pure una coppia sola, che riesce a preservare ciò che è davvero umano, ciò che è davvero divino nel mondo e nella storia.

    ---

    Quanto è bella questa descrizione di New York?

    I palazzi dell’East Village hanno ancora, in generale, i sei piani (compreso il pianterreno) che avevano nell’Ottocento. Questa città dovrebbe decostruirsi e rifarsi ogni cinque minuti. Forse il centro di Manhattan, ma, a parte il ponte di Verrazzano, le infrastrutture non sono più cambiate dagli anni Trenta. L’ultima delle linee principali delle metropolitana è stata costruita negli anni Venti. Tutti i ponti, i tunnel e la maggior parte dei viali e delle strade, con o senza migliorie, risalgono alla Seconda guerra mondiale. E ovunque si volga lo sguardo l’Ottocento è sempre lì: il Village, East e West, il Lower East Side, il ponte di Brooklyn, Central Park, le case a schiera di Harlem, le facciate color ghisa di Soho…
    La pianta della città era stata disegnata negli anni tra il 1840 e il 1850; perciò – malgrado tutto – siamo ancora condizionati dalle decisioni dei defunti. Camminiamo nelle strade dove hanno camminato e camminato e camminato generazioni e generazioni.
    Sirene dei pompieri. Ululati delle auto della polizia. Il rituale crepitio dei martelli pneumatici nei viali. I podisti in calzoncini corti, i pattinatori, i fattorini. Tutti i ristoranti prenotati.
    New York New York, capitale della letteratura e delle arti, fiera delle vanità, metropolitana gallerie condomini. New York, la capitale della gente che ha guadagnato immense somme di denaro senza lavorare. Capitale della gente che lavora per tutta la vita e finisce con i capelli grigi e senza un soldo in tasca.
    È la capitale della musica. È la capitale degli alberi spossati.
    I miserabili emigranti di tutto il mondo, solo che riescano ad arrivare fin qui, credono di aver trovato una sistemazione. Gestire un’edicola, aprire una
    bodega, guidare un taxi, fare il venditore ambulante. Portiere, vigilante, occuparsi di scommesse clandestine, trafficare, qualunque cosa. Hai voglia a dirgli che questo non è il posto per la povera gente. La linea di frattura razziale che taglia il centro della città ci fa sanguinare il cuore. Siamo enclavisti etnici e sociali condizionati dal colore della pelle, multi culturalmente sospettosi e verbalmente aggressivi, come se la città come idea fosse qualcosa di troppo duro da sopportare anche da parte della gente che ci abita.
    Ma posso fermarmi a ogni angolo dell’intersezione tra due strade di grande traffico, e davanti a me ci sono migliaia di vite che vanno in tutte le direzioni, città alta città bassa est e ovest, a piedi, in bicicletta, su
    roller blades, in autobus, in passeggino, in macchina, in camion, col rombo della sotterranea sotto i piedi… e come posso ignorare che per un attimo faccio parte anch’io del fenomeno più spettacolare del mondo innaturale? Esiste un criterio d’identificazione della specie che non ammetteremo mai. Una primaziale superanima. A dispetto di tutta la cautela o dell’indifferenza con cui attraversiamo i nostri spazi pubblici, è sulle masse intorno a noi che contiamo per delinearci. La città può iniziare da una piazza di mercato, una stazione commerciale, una confluenza d’acque, ma intimamente dipende dal bisogno dell’uomo di camminare in mezzo a sconosciuti.
    E così ciascuno dei passanti su quest’angolo di strada, ogni persona trasandata, troppo grande, troppo piccola, strana, grassa, o ossuta o zoppicante o brontolona o dall’aria forestiera, o che si pavoneggia sotto i verdi capelli da punk, ogni persona minacciosa, fuori di testa, arrabbiata, inconsolabile che vedo… è un abitante di New York, vale a dire un nativo di questa diaspora come me, e fa parte del nostro grande e scoppiettante esperimento in una società universalista che propone un mondo senza nazioni dove chiunque può essere qualunque cosa e la carta d’identità è planetaria.
    Non che questo la esenti, signora, dal badare alla borsetta.

    ---

    Ih ih ih!
    (La sinistra “vera”, LoL!)

    Tu sei il loro profeta, Padre Pemberton. Di tutta la generazione di hippie vili, deboli, egoisti, paurosi e impenitenti che si godono la bella vita garantita dall’egemonia americana senza volersene addossare i fardelli.

    ---

    ATTENZIONE: SPOILER!
    Le righe che seguono sono le ultime del romanzo, forse leggerle anticipatamente non cambia nulla ai fini della lettura del libro, ma preferisco avvertire.

    Diventa un luogo comune politico accettato persino dai teorici della sinistra democratica che il governo totalitario, le procedure di sterilizzazione forzata, i sussidi concessi agli individui geneticamente approvati e un ethos derivante dalla selezione razionalmente basata su determinati criteri siano l’unica speranza per il futuro della civiltà-
    A questo punto facciamo la conoscenza dell’eroe dell’eroina del film, una coppia di eccezionale religiosità che regge una piccola sinagoga progressista nell’Upper West Side.

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo saggistico e rapsodico di (troppe)idee: da ammirare più che da amare, come invece capita con altri romanzi di Doctorow. Alla fine resta un senso di vuoto e un devastante pessimismo, certamente ...continua

    Romanzo saggistico e rapsodico di (troppe)idee: da ammirare più che da amare, come invece capita con altri romanzi di Doctorow. Alla fine resta un senso di vuoto e un devastante pessimismo, certamente non immotivato.

    ha scritto il 

  • 2

    Le cosmogonie postmoderne si espandono nel tantativo di creare senso attreverso la forma, molteplicità di storie e di stili. Il problema è che la parola in sè è portatrice di senso, il racconto pure e ...continua

    Le cosmogonie postmoderne si espandono nel tantativo di creare senso attreverso la forma, molteplicità di storie e di stili. Il problema è che la parola in sè è portatrice di senso, il racconto pure e lo scrittore deve avere l'abilità di collocare la forma alla giusta distanza tra parola e racconto per renderla una fabbrica di piacere percepibile. Altrimenti la forma è di ostacolo alla lettura.
    E nel romanzo di E. L. Doctorow si avanza a fatica. "La città di Dio" è il racconto di un secolo, il XX°, con le radici nelle religioni monoteiste ebraica e cristiana e la punta del naso che invece affonda nelle profondità dell'universo, nella sua genesi, nella materia che lo costituisce, nelle leggi che lo governano. Quasi lascia credere che Terrence Malick lo abbia letto prima di pensare a "The Tree of Life". Il corpo del secolo è però fatto di orrori e guerre.
    "La città di Dio" è una aspettativa nei confronti della conoscenza: scienze e religioni sono il mezzo per accrescerla. Senza questo lucido obiettivo comune si rischiano nuove catastrofi. Ma la stratificazione di contenuti tentata da Doctorow non riesce appieno. Il racconto attraverso la forma fallisce, mentre il racconto attraverso le storie riesce. Quella di un bambino vedetta in un ghetto ebreo in Lituania e quella di un soldato dell'aviazione americana intervenuta in Europa sono le pagine più belle e valgono da sole la lettura di tutto il romanzo. Il passato ha la sua traiettoria, il presente è confuso. Forse è questo il messaggio che Doctorow aveva in mente di costruire, ma l'interpretazione è troppo mediata dalla razionalità.
    Forse sarebbe bastato un anno di ritardo per mettere in dubbio tutto il progetto. "La città di Dio" è un romanzo edito nel 2000; la città è New York; Dio è quello degli ebrei e quello dei cristiani. Ancora un anno e su New York sarebbe planato anche il Dio dei musulmani e Doctorow forse avrebbe pensato che sarebbe stato troppo tardi per lanciare il suo messaggio.

    "La città può iniziare da una piazza di mercato, da una stazione commerciale, una confluenza di acque, ma intimamente dipende dal bisogno dell'uomo di camminare in mezzo a sconosciuti".

    ha scritto il 

  • 3

    Il senso del sacro

    A New York la croce della chiesa episcopale viene trafugata e ricompare in una sinagoga. Per capire cosa succede uno scrittore si unisce al prete e al rabbino che indagano sul mistero. Un libro origin ...continua

    A New York la croce della chiesa episcopale viene trafugata e ricompare in una sinagoga. Per capire cosa succede uno scrittore si unisce al prete e al rabbino che indagano sul mistero. Un libro originale che esplora il senso del sacro nel nostro tempo.

    ha scritto il