La civiltà della forchetta

Storie di cibi e di cucina

Di

Editore: Laterza

3.5
(52)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri

Isbn-10: 8842061506 | Isbn-13: 9788842061502 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Cucina, Cibo & Vini , Storia

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    La civiltà della forchetta. Storie di cibi e cucina.

    Giovanni Rebora
    La civiltà della forchetta. Storie di cibi e cucina.
    Bari: Editori Laterza, 2000.

    È sorprendente e quasi inaspettato scoprire come l'alimentazione e il cibo durante la storia abbiano r ...continua

    Giovanni Rebora
    La civiltà della forchetta. Storie di cibi e cucina.
    Bari: Editori Laterza, 2000.

    È sorprendente e quasi inaspettato scoprire come l'alimentazione e il cibo durante la storia abbiano risentito anche direttamente dei grandi avvenimenti politici, dei mutamenti dell'assetto territoriale dei regni, delle grandi scoperte, degli esiti delle guerre, delle fortune e delle sconfitte degli Stati e di come il commercio non sia stato solo uno scambio di merci e denaro, ma sopratutto di mode, usi e costumi, compresi i modi di cucinare. “La civiltà della forchetta. Storie di cibi e cucina.” è un'opera di tipo descrittivo, infatti, l'autore di Giovanni Rebora, ci accompagna in questo excursus riguardante l'economia e l'antropologia dell'alimentazione ripercorrendo l'età medievale fino al Settecento.
    Perché le verdure, costosissime a quell'epoca, sono tradizionalmente considerate il cibo dei poveri? Perché le spezie, che sostanzialmente non sono fatte per sfamare erano così amate nel Medioevo? Perché i contadini si prendevano il disturbo di sfamarsi di cibi complessi come la polenta, quando avevano tutto il loro grano a disposizione? Perché esistono zone in cui si mangia in maggiori quantità il prosciutto, e invece ne esistono altre in cui prevalgono i salami? Perché l'anguilla veniva preferita ad altri tipi di pesce?Rispondere a queste domande e a tante altre riguardanti le scoperte gastronomiche e i modi di stare a tavola è l'obiettivo che si pone l'autore, il quale, tramite l'attenta analisi della storia di ogni categoria alimentare, di cui ognuna possiede il proprio capitolo, lo riesce a raggiungere. Per esempio già il titolo accenna ai modi di stare a tavola: “La civiltà della forchetta”. La forchetta, ci spiega Giovanni Rebora, non si iniziò ad usarla per una questione di buone maniere, ma per un problema di praticità, ovvero l'impraticabilità di mangiare la pasta a mani nude.
    Interessantissima la tesi che l'autore porta avanti per tutto il libro riguardo alle risorse alimentari disponibili. Si crede, infatti, che durante i secoli bui del Medioevo i ceti più bassi fossero caratterizzati sopratutto dalla carestia. Rebora si sente di poter smentire questa tesi. La fame, intesa come fame che uccide, poiché la gente non riusciva a procurarsi neanche un tozzo di pane, era un evento relativamente raro nei secoli passati, a detta dell'autore. Di fatto se la maggior parte dei contadini fosse morta di fame, quasi nessuno avrebbe potuto lavorare i campi, perciò un minimo di sostentamento ci doveva pur essere stato, dato che la coltivazione era anche nell'interesse del padrone.
    La "fame", semmai, poteva consistere nel rimpianto di non riuscire a soddisfare l'ingordigia, ovvero poter mangiare tutto quello che si voleva. I contadini erano obbligati a mangiare il cibo umile e povero del proprio orto, il quale, in genere, non mancava. La vera fame, secondo Rebora, arrivò in Europa dopo le devastazioni delle guerre, specialmente quelle che si svolsero nel Settecento e nell'Ottocento, che misero a dura prova l'economia europea. Siccome in quegli anni si faticava a vivere, nacque l'idea di una fame ancestrale che portò a credere che quest'ultima ci fosse sempre stata, anche nei secoli del Medioevo, quando probabilmente, non era proprio così.
    Giovanni Rebora (Sampierdarena1932- Genova 2007) fu docente di storia economica, ex direttore del dipartimento di Storia moderna e contemporanea dell’Università di Genova. Scrisse altri due libri oltre “La civiltà della forchetta. Storie di cibi e cucina.”: “Acqui Terme. Una finestra sulla città.” e “Tagli scelti. Scritti di cultura materiale e gusto mediterraneo”.
    Il suo stile è semplice, molto scorrevole. E’ una lettura adatta a chi vuole conoscere e approfondire tutto ciò che riguarda il cibo e la cucina, ma non in modo puntiglioso. Il suo modo di raccontare è coinvolgente e spinge a continuare la lettura fino alla fine.
    In conclusione, “La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina” di Giovanni Rebora mi è piaciuto. Leggere questo saggio è stato un piacevole viaggio nella storia, una incredibile sorpresa di come la civiltà sia stata, ed è tuttora, influenzata anche dalle scelte alimentari, e da come si stia a tavola. Un argomento che un giorno mi piacerebbe approfondire.
    Bibliografia e Sitografia
    http://www.civiltaforchetta.it/articoli/198-gianni-rebora visitato il 30 Maggio 2016

    Gaia D.

    ha scritto il 

  • 0

    La storia dei cibi...

    Interessante ma un pizzico troppo specifico per chi non ha un particolare interesse sull'argomento, che non sono i buongustai (!) bensì gli storici dell'economia.
    Quindi insomma... l'ho letto un po' i ...continua

    Interessante ma un pizzico troppo specifico per chi non ha un particolare interesse sull'argomento, che non sono i buongustai (!) bensì gli storici dell'economia.
    Quindi insomma... l'ho letto un po' in fretta, saltando qualche parte ogni tanto.

    ha scritto il 

  • 2

    Saggio alquanto deludente. L'unica nota positiva è la vastità delle fonti citate che però viene eclissata dalla scarsa capacità espositiva e dalle troppe contraddizioni in cui l'autore cade. Terribile ...continua

    Saggio alquanto deludente. L'unica nota positiva è la vastità delle fonti citate che però viene eclissata dalla scarsa capacità espositiva e dalle troppe contraddizioni in cui l'autore cade. Terribile poi, in alcuni paragrafi, il modo in cui l'autore salta di palo in frasca.

    ha scritto il 

  • 5

    E' sorprendente (e anche un poco inaspettato), scoprire di quanti cibi si possa fare la Storia, e quanta Storia si possa fare attraverso i cibi.

    Sembreranno forse casualità, ma invece no.
    Perché le ve ...continua

    E' sorprendente (e anche un poco inaspettato), scoprire di quanti cibi si possa fare la Storia, e quanta Storia si possa fare attraverso i cibi.

    Sembreranno forse casualità, ma invece no.
    Perché le verdure, (costosissime), sono tradizionalmente considerate il cibo dei poveri?
    Perché le spezie, che sostanzialmente non servono a un bel niente, erano così amate nel Medio Evo?
    Perché i contadini si prendevano il disturbo di sfamarsi a suon di polenta, quando avevano tutto questo grano a disposizione?
    Perché ci sono zone in cui si mangia molto prosciutto, e invece ce ne sono altre in cui prevalgono i salami?

    La risposta non è mai "perché sì". La risposta c'è, è una serissima risposta storica... e Rebora tenta di darcela.

    E' un libro molto scorrevole, forse fin troppo, nel senso che non è particolarmente approfondito. Diciamo che se c'è qualcuno che vuole studiare la Storia della Cucina, probabilmente lo troverà troppo superficiale.
    Ma se qualcuno - come me - vuole solo curiosare nella Storia della Cucina... beh, allora...

    (P.S. Interessantissima la tesi che Rebora porta avanti per tutto il libro: avete presente la solita vecchia solfa del fatto che nei secoli bui del passato si moriva di fame e i contadini non avevano di che mangiare e bla bla bla? Ecco: Rebora si sente di poter smentire questa tesi. La fame, intesa proprio come fame vera, come fame di gente che muore di fame perché non riesce a procurarsi neanche un tozzo di pane secco, doveva essere un evento relativamente raro, nei secoli passati, a detta dell'autore. Se il contadino muore di fame, non riesce a lavorar nei campi. Un minimo di sostentamento deve pur averlo: era anche nell'interesse del padrone.
    La "fame", semmai, poteva consister nel rimpianto di non poter mangiare tutto quello che si voleva: si era, cioè, costretti a mangiare il cibo umile e povero del proprio orto... che però non mancava, in genere. La vera fame, secondo Rebora, arriva in Europa dopo le devastazioni delle guerre, e soprattutto dopo le guerre del Sette-Ottocento che mettono a dura prova l'economia europea. Nasce così una sorta di "fame atavica" che ci porta a credere che, siccome in quegli anni si faticava a vivere, la fame ci sia sempre stata, anche nei secoli più lontani del Medio Evo... quando invece, probabilmente, non era proprio così).

    ha scritto il 

  • 3

    "Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangi ...continua

    "Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangiare, in fondo, non è arte, non è letteratura e neppure scienza. Come si può studiare una funzione così comune, così necessaria?"

    Così si chiede Giovanni Rebora nelle prime pagine di "La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina", e non so se sono completamente d'accordo con lui, perché credo proprio che mangiare sia anche arte, anche letteratura, anche scienza, sicuramente anche storia, la nostra storia.

    Ed è nella storia che questo libro ci accompagna. Magari per piegarci che nei secoli i mercanti non si sono scambiati solo merci e denaro, ma anche modi di cucinare. Per inseguire la diffusione del riso in Europa - senza dimenticare che se ancora oggi abbiamo risaie in Lombardia e in Piemonte lo dobbiamo agli arabi di Spagna. Per raccontarci come gli olandesi riuscivano a vendere i loro formaggi anche ai nemici con cui erano in guerra. Che per secoli c'è stato anche il caviale del Po, mica solo del Mar Nero.

    Curiosità e discorsi seri, che magari si vorrebbe anche approfondire. Ma il libro è soprattutto un atto di restituzione di dignità, verso tutto quello che ci sembra troppo umile, troppo quotidiano, per concedergli attenzione.

    Ps: a proposito della forchetta del titolo. Pare proprio che non si cominciò a usarla per una questione di buone maniere, ma perché si era cominciato a mangiare la pasta, e provateci voi, a mani nude.

    ha scritto il 

  • 2

    Pareva un saggio interessante e invece è molto deludente, sia per la superficialità con cui vengono trattati gli argomenti, sia per l'evidente campanilismo dell'autore, un genovese, a sentire il quale ...continua

    Pareva un saggio interessante e invece è molto deludente, sia per la superficialità con cui vengono trattati gli argomenti, sia per l'evidente campanilismo dell'autore, un genovese, a sentire il quale Venezia durante medioevo e rinascimento non è stata altro che un paesucolo nemmeno degno di essere citato...
    Anche senza questa evidente presa di posizione, il libro rimane comunque poco coerente, gli argomenti vengono appena abbozzati e subito abbandonati senza mai essere ripresi e approfonditi, e in generale tutta la trattazione risulta poco intrigante e male esposta.
    Abbastanza sconsigliato, a meno che non siate proprio alle prime armi circa la storia del cibo e della sua produzione.

    ha scritto il 

  • 0

    Storia degli usi e delle consuetudini in merito alla tavola, dal medioevo (quando comincia ad affermarsi la forchetta come strumento), al settecento. L'argomento e' affascinante ed il libro e' scritto ...continua

    Storia degli usi e delle consuetudini in merito alla tavola, dal medioevo (quando comincia ad affermarsi la forchetta come strumento), al settecento. L'argomento e' affascinante ed il libro e' scritto bene.

    ha scritto il 

  • 4

    Belle scoperte

    In questo momento è poco funzionale ai miei scopi, ed è questa l'unica ragione per cui l'ho abbandonato. Ma mi riprometto di riprenderlo appena avrò più tempo da dedicargli perché vale proprio la pena ...continua

    In questo momento è poco funzionale ai miei scopi, ed è questa l'unica ragione per cui l'ho abbandonato. Ma mi riprometto di riprenderlo appena avrò più tempo da dedicargli perché vale proprio la pena di scoprire da dove arrivano le nostre abitudini alimentari. Ho scoperto un sacco di cose curiose. Davvero carino!

    ha scritto il