La decrescita felice

La qualità della vita non dipende dal PIL

Di

Editore: Editori Riuniti

3.9
(308)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 134 | Formato: Altri

Isbn-10: 8835957273 | Isbn-13: 9788835957270 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Affari & Economia , Scienza & Natura , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui sifondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l'avvicinarsidell'esaurimento delle fonti fossili e le guerre per il controllo, i mutamenticlimatici, l'aumento dei rifiuti, le devastazioni e l'inquinamento ambientale.Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisticontinuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stessodell'attività produttiva. Secondo l'autore, è dunque arrivato il momento dismontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attivitàeconomiche e produttive, di elaborare un'altra cultura, di sperimentare modidiversi di rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi.
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    da piccolo ero comunista. mi ricordo bene una volta che mi regalarono i lego e io ero tutto contento ma contemporaneamente pensavo alla russia, mi piaceva moltissimo la bandiera russa, avevo un mappam ...continua

    da piccolo ero comunista. mi ricordo bene una volta che mi regalarono i lego e io ero tutto contento ma contemporaneamente pensavo alla russia, mi piaceva moltissimo la bandiera russa, avevo un mappamondo e c'era una zona enorme con su scritto URRS e anche quello mi piaceva e mi sorprendeva che altre volte fosse scritto cccp. la russia mi piaceva in modo emotivo e anche perchè se ne parlava relativamente poco e quindi doveva sembrarmi una cosa segreta o nascosta e perciò più interessante. l'america si vedeva già ovunque, a me piacevano i film americani però già in qualche modo disprezzavo quella gente e la loro ricchezza non mi colpiva più di tanto perchè io, da ragazzino, non avevo particolari bisogni materiali e mi sembrava già di essere ricco oltre ogni misura. per non dire che avevo solo un concetto molto vago dei soldi. e poi comunque tutti amavano l'america, quindi mi pareva ovvio amare la russia.

    ero talmente sensibile a quel poco di propaganda che arrivava anche da noi, che mi colpivano moltissimo le facce dei russi, serie, un po' folli, e i loro vestiti antiquati, i loro monumenti geometrici, severi. su mtv aspettavo sempre che mandassero "russian" di sting, che mi sembrava una canzone bellissima, anche se non avevo idea di cosa dicesse. mi piacevano quelle facce, quella scenografia, pensavo che russian fosse una canzone in onore della russia. per contro l'america poteva offrire ben poco: colore, rumore, visi stupidi e buffi.

    mi ricordo anche che quando fecero quel film sulla guerra nucleare io ero assolutamente dalla parte dei russi. mi pareva ovvio che avessero ragione, benchè non sapessi nemmeno perchè litigavano con gli americani. ma non potevano che litigarci, essendo così diversi: seri, in bianco e nero, ieratici, era impensabile che andassero d'accordo con jerry louis e bud spencer (all'epoca pensavo che bud fosse americano).

    poi da adolescente e fino a una certa età cambiai, cominciai a stare dalla parte dei russi, e in generale della sinistra, per una questione di giustizia. continuavo a ignorare quasi del tutto i termini dei problemi politici mondiali ma sapevo che i russi predicavano più eguaglianza, e per me questo tema era diventato importante. perchè uscendo dall'infanzia non ero più felice, stavo tra gente diversa, che voleva accanitamente mostrare la propria superiorità. essendo tendenzialmente debole e remissivo, in qualche modo dovevo intuire che se non ci fosse stato un potere superiore a difenderli, quelli come me sarebbero stati schiacciati. questo era vero in senso assoluto, è ancora vero, ma non capivo che questo potere era insostenibile, né che poteva uccidere le stesse persone che avrebbe dovuto difendere.

    ma oltre a questo c'era il problema reale della giustizia, il senso elementare della giustizia calpestato continuamente, con soddisfazione, da gente molto più ignorante di me, che disprezzavo dal profondo del cuore. compativo i poveri, cui attribuivo virtù che non avevano, e mi turbava il progresso consistente nel costruire più case, ammassare più soldi. quante case puoi portarti dietro? non avevo ancora capito che il desiderio umano è senza limiti, mentre mi era chiaro già che uno sviluppo infinito era impossibile e che illudendoci del contrario avremmo distrutto tutto.

    fu solo quando cominciai a lavorare che le cose cominciarono ad apparirmi diverse. avevo più bisogni, anzi ero costretto ad averli, perchè io per me non li sentivo. dovevo pagare per cose che prima erano gratis, mi servivano i soldi e la gente non li voleva cacciare, non li vuole cacciare. tutta la mia compassione per i poveri significava solo farmi prendere in giro. non solo non pagavano, ma avevano esattamente gli stessi vizi dei ricchi, lo stesso folle e ingiustificato orgoglio, la stessa rapacità. erano solo più deboli, più pigri, ma non migliori.

    i libri di marx, che lessi all'epoca, erano illuminanti, dicevano molte cose esattissime e si sentiva ancora lo sdegno, l'inevitabile umano sdegno per l'ingiustizia e lo sfruttamento di milioni di persone. e contenevano anche un'idea che molti dei miei amici di sinistra (che non avevano mai letto marx e forse non sapevano nemmeno chi era davvero) parevano ignorare: e cioè che questo sistema poteva andare avanti per molti di anni. il capitalismo non era un sistema morente, ma quello che, in definitiva, aveva dato vita al marxismo e poteva contare ancora su immense risorse da predare. non c'era quindi da sperare in un cambiamento in tempi brevi, e soprattutto senza combattere. bisognava combattere. ma chi avrebbe combattuto?

    i miei amici, tutti figli di borghesi, di sinistra per moda e per ignoranza? gli operai, che non vedevo da nessuna parte? gli impiegati pubblici, categoria degna del massimo disprezzo proprio in base ai dettami di marx? chi poteva combattere senza sacrificarsi fino in fondo, con pochissima speranza? dov'era questa gente? persino la russia non esisteva più. chiaramente non c'era rimedio, l'uomo non sarebbe riuscito ad affrettare il passo dal capitalismo al socialismo, bisognava aspettare, aspettare ancora anni, forse secoli. sarebbe stato per altri, non per me.

    perchè, anche se tardi, avevo sentito l'idea della morte: la mia morte, che prima era solo una parola astratta. ora sentivo che sarei morto senza che il mondo fosse cambiato se non di una virgola. che cosa me ne poteva venire, a me, del sole dell'avvenire. era per l'avvenire, non per me. e tutto quello che ci affascina, quando svanisce per sempre, diventa odioso. il mondo si era impoverito di un'altra cosa bella.

    ancora anni dopo, per motivi che è inutile raccontare, mi sono reso conto che anche la mia morte è insignificante, e che il punto vero potrebbe essere proprio la sorte degli altri. mi chiedo come sarà il mondo che non vedrò, a volte provo quasi affetto per quel futuro, benchè non abbia senso: più spesso lo disprezzo. perchè in quel futuro ci sia un po' della giustizia che tanto mi affascinava da piccolo, ci vogliono persone intelligenti e forti e disposte a sacrificarsi. queste ancora non lo vedo. non lo sono i sedicenti progressisti, non hanno nessuna di queste caratteristiche. sono, nove su dieci, dei vermi, e la decima dei sentimentali, che mentono a loro stessi. il sistema "nuovo" di cui cianciano è palesemente un'ipocrisia, quando non è semplicemente un'idea idiota. io non li vedo mai, mai, rinunciare a qualcosa, nemmeno alla più piccola: e non intendo solo in senso materiale. rinunciare a un grammo del loro grottesco orgoglio. mai. io non ho fiducia in loro, anzi li schifo. finisco per preferire i mistici, che almeno a qualcosa rinunciano.

    ha scritto il 

  • 2

    teorico

    la differenza tra teoria e pratica ? In teoria non c'è differenza, in pratica si ...
    Ecco ... non è che se un concetto semplicistico e teorico lo ripeti un milione di volte diventa Vangelo eh ... ...continua

    la differenza tra teoria e pratica ? In teoria non c'è differenza, in pratica si ...
    Ecco ... non è che se un concetto semplicistico e teorico lo ripeti un milione di volte diventa Vangelo eh ...

    ha scritto il 

  • 4

    Ottimi spunti di riflessione

    Aiuta a prendere coscienza del fatto che viviamo in un sistema economico insostenibile, che purtroppo difficilmente potrà essere modificato se non in modo traumatico.

    ha scritto il 

  • 2

    La decrescita (non) felice (né logica)

    Premetto che mi piace chi cerca di pensare in modo alternativo. Chi cerca con lo sforzo intellettuale di creare modelli sociali, economici, tecnologici migliori. Chi ricerca, come Don Chisciotte con i ...continua

    Premetto che mi piace chi cerca di pensare in modo alternativo. Chi cerca con lo sforzo intellettuale di creare modelli sociali, economici, tecnologici migliori. Chi ricerca, come Don Chisciotte con i mulini a vento, sfide impossibile nel nome dell'equità e della giustizia.

    Diciamo pure che questo modello di mondo fa schifo. Fa schifo anche tralasciando che tre quarti del pianeta vivono nella fame e nella miseria. E' un concetto troppo grande, troppo distante per me e su cui è troppo facile lanciare anatemi buonisti.

    Questo modello di mondo fa schifo, ci rende sempre più poveri e finché ci rendeva ricchi ci sguazzavamo dentro tutti allegramente. Perché i nostri soldi sono aumentati e molti sono stati spesi per migliorare efficacemente la nostra vita: abbiamo comprato lavatrici, riscaldamento, acqua calda, case confortevoli, vestiti, ecc ecc ecc.

    Molti sono stati spesi per comprare cose, in parte o in assoluto, inutili. Cose, tuttavia, che essendo state prodotte garantivano posti di lavoro, e quindi nuovo denaro per comprare nuove cose.

    Il classico circolo vizioso cartesiano: comprare per poter comprare sempre di più e, al contrario, il non comprare significa riduzione della proprie capacità di spesa, rinuncia alle tante belle cose che il progresso c'ha fornito.

    Qui s'inserisce il concetto della decrescita controllata: produrre di meno, perché per ragioni banalmente strutturali non si può proseguire all'infinito, tornare a stili di vita più sobri, ricominciare a autoprodursi dei beni.

    Affascinante, si può dire. E encomiabile l'impegno intellettuale che Pallante ci mette a illustrarci il tutto.

    C'è però, come dicono i politici, un vulnus. Non da poco.

    Se io mi autoproduco un bene, non spendo una quantità di denaro per comprarlo; la suddetta somma, pertanto, mi rimane in tasca, anche solo virtualmente. Con quel denaro posso farci sostanzialmente 3 cose:
    1) spenderlo per comprare altre cose (e allora non ho risolto, in termini economici, assolutamente niente);
    2) bruciarlo (e allora contribuisco davvero alla decrescita, pur in maniera totalmente idiota);
    3) lo metto in banca (contribuendo però alla crescita economica, poiché dal mio denaro si creeranno interessi e, quindi, nuovo denaro).

    Pallante riporta questo discorso critico, superandolo affermando semplicemente che non si considera il tempo globale risparmiato nel produrre da sé un bene, invece che farlo produrre come merce da qualcun altro. E dedicare questo tempo in più a passioni, hobby, produzione di altri beni, ecc...

    Discorso che non sta in piedi. Poiché autoprodursi un bene (dal pane fatto in casa alla farina per fare il pane fino a una panca per il giardino) richiede una quantità di tempo enormemente superiore al comprare quella cosa in un negozio. Poi, finché si parla di piantare un pò d'insalata o farsi lo yogurt è un discorso che può anche stare in piedi (traballando logicamente), ma per beni e servizi più complessi? La casa, ad esempio: la si costruisce in autonomia? Oppure si baratta il progetto dell'ingegnere con un kg di mele e il muratore (che, diseredati cemento e acciaio, costruirà con legno e pietra, con i limiti teconologici derivanti dal loro uso) con qualche sacco di farina?

    Tornando all'autoproduzione, non è che il grano, il mais crescono da soli; e non è che le assi di legno si piallano, tagliano, incollano, avvitano senza metterci mano. Il tempo necessario per effettuare lavori manuali da sé, soprattutto agricoli, è n volte superiore a quello che si spende nel comprare il bene finito. Dove n sta per 100 o 1000 o anche di più. Quindi il ragionamento non sta proprio in piedi...

    E non basta dire, come dice Pallante, che quel che non siamo in grado di fare lo possiamo scambiare con un'altra persona in cambio di qualcosa che produciamo noi. Torniamo al baratto? Al sistema curtense?

    E' un'idiozia pensare di fare a meno del denaro...non a caso nel Medioevo, quando se ne ri-scoprì l'utilità, il baratto venne soppiantato e le miserrime condizioni di vita della gente altomedievali migliorarono. Lentamente, ma migliorarono in maniera sensibile.

    Come è un'idiozia fare il peana dei bei tempi andati, della società agricola d'un tempo. Quando in Italia partì l'industrializzazione, le condizioni di vita delle persone migliorarono enormemente e enormi segmenti sociali, che nelle campagne avevano fatto per secoli la fame (perché, Pallante, i nostri bisnonni erano poveri, e poveri in una maniera che noi moderni non riusciamo nemmeno a immaginare), uscirono ben contenti da quello che ritenevano un vero incubo. La mancanza di paghe certe e l'essere perennemente alla mercè del tempo, del mercato, del grossista, del padrone. Un lavoro che era sopravvivenza e, soprattutto, fatica. Enorme, insopportabile fatica. E non si può cavarsela dicendo che così aumenterebbe la nostra massa muscolare, la nostra resistenza: sono discorsi di chi, un campo, non l'ha mai zappato o vangato; di chi la legna non l'ha spaccata o tagliata con ascia e sega...

    Senza poi contare tutto il resto di cui Pallante non parla: torniamo a coltivare i campi (che, fra l'altro, non sono più sufficienti per dare da mangiare a tutti) con il mulo, l'aratro e le zappe? Rinunciamo ai trattori? Ai fertilizzanti? All'irrigazione? A tutto quello che il progresso tecnologico c'ha dato?

    Allora, facciamo a meno anche dei progressi medici. E di Internet, anche se pare debba fare parte di questa rivoluzione tecnologica. E le nostre passioni come le coltiviamo? Leggiamo libri manoscritti? Viaggiamo a dorso di cavallo?

    E torniamo sempre al circolo vizioso, che gira sempre circolarmente e non è, non può essere virtuoso. Lo stesso circolo vizioso che si imputa correttamente al consumismo e a cui, allo stesso modo, anche la decrescita ci porta. Non risolvendo nulla ma peggiorando sensibilmente numerosi ambiti della nostra vita.

    Penso sia giusto andare verso stili di vita più sobri, che rispettino l'ambiente, a un riuso delle cose, all'utilizo di fonti energetiche rinnovabili. Ma non nei termini qui descritti. Non secondo i ragionamenti molte volte illogici o incompleti.

    Sarebbe il Medioevo. E non il Medioevo di Leonardo, Brunelleschi, dei Medici. No, non quello. L'altro. Quello che è venuto dopo la fine della civiltà antica.

    Non fu un bel periodo, a quanto mi risulta...

    ha scritto il 

  • 3

    Alcune buone intuizioni

    Condivisibile quasi completamente, soprattutto nella critica all'idea di crescita legata al PIL. Sconta per me due o tre grandi difetti: parla quasi esclusivamente a chi vuole ascoltare questo genere ...continua

    Condivisibile quasi completamente, soprattutto nella critica all'idea di crescita legata al PIL. Sconta per me due o tre grandi difetti: parla quasi esclusivamente a chi vuole ascoltare questo genere di discorsi e ha una visione idealistica e in parte distorta delle relazioni familiari nella famiglia allargata.
    E un'altra mia critica è alla visione del lavoro che propone come pura produzione di merci. Dimentica così tutti quei lavori in cui non si produce un bel niente, ma in cui si offrono servizi alle persone. Certo monetizzabili, dal momento che si riceve uno stipendio in cambio (penso a insegnanti, medici, educatori), ma non per questo privi di etica. Dimentica insomma la più banale delle questioni, ovvero che una persona può amare il proprio lavoro senza per questo esserne schiavo.

    ha scritto il 

  • 5

    Assolutamente da leggere e da rivedere il proprio stile di vita nell'interesse di tutti e soprattutto di noi stessi. Siamo sicuri di essere veramente felici quando facciamo code chilometriche per arri ...continua

    Assolutamente da leggere e da rivedere il proprio stile di vita nell'interesse di tutti e soprattutto di noi stessi. Siamo sicuri di essere veramente felici quando facciamo code chilometriche per arrivare in un centro commerciale a fare altre code, urlando al marito e ai figli? e se ci riappropriassimo delle piccole cose che ci fanno stare bene? Produrre il pane in casa, acquistare direttamente dal produttore tramite un GAS, tessere relazioni sociali positive. Noi siamo il cambiamento

    ha scritto il 

  • 4

    Avevo letto in precedenza un libro di Latouche sul tema ("come si esce dalla società dei consumi") che avevo trovato molto "fumoso".

    Questo di Pallante, invece, è molto più chiaro sulle proposte del m ...continua

    Avevo letto in precedenza un libro di Latouche sul tema ("come si esce dalla società dei consumi") che avevo trovato molto "fumoso".

    Questo di Pallante, invece, è molto più chiaro sulle proposte del movimento per la decrescita e, per quanto molte sarebbero le domande che vorrei porre all'autore per chiarirmi ulteriormente le idee e le proposte sono legate a singoli aspetti, ma il quadro complessivo un po' manca, il libro è chiaro nell'esposizione di problemi e possibili soluzioni ed efficace nel mostrare le incoerenze del "pensiero unico" in cui viviamo immersi al punto tale da non accorgerci che esistano altri orizzonti. Una lettura consigliata a chi vuol provare a guardare un po' più in là del continuo ritornello "dobbiamo ritornare a crescere e far aumentare il PIL..."

    ha scritto il 

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