La donna della domenica

Di ,

Editore: Club italiano dei lettori

4.1
(2815)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 503 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Politica

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Descrizione del libro
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  • 5

    Quanto è bello ritrovarsi tra le mani questi libri. Quelli che non vedi l'ora di ritagliarti il tempo per leggere. Quelli che ogni pagina non è sprecata. Quelli che arrivi alla fine e ti senti più ric ...continua

    Quanto è bello ritrovarsi tra le mani questi libri. Quelli che non vedi l'ora di ritagliarti il tempo per leggere. Quelli che ogni pagina non è sprecata. Quelli che arrivi alla fine e ti senti più ricco.
    È un giallo? si, certo, è un giallo infatti l'intero romanzo è incentrato sulla risoluzione di un omicidio, anzi di due.
    Ma la vera essenza del libro è che dentro ci trovi, totalmente amalgamata nel giallo, Torino, la sua atmosfera e la sua aria, ci trovi i torinesi doc e quelli meno doc. E la descrizione è intima, interiore, quella che non vedi al primo sguardo, e viene raccontata da chi, evidentemente, questa città non solo la vive, ma la ama e, pur non essendo la mia città e pur conoscendola solo di striscio, attraverso questo libro l'ho sentita famigliare. Ho camminato per i grigi e monumentali viali geometrici, mi sono persa nei vicoli del Balùn, ho guidato su per le verdi colline e ho chiacchierato amabilmente in un caffè.
    Cinquecento pagine di puro e appagante relax letterario.

    ha scritto il 

  • 5

    Il gusto della lettura

    Fruttero e Lucentini, due fini traduttori che scrivono romanzi, romanzi gialli. E come scrivono. Ho letto le loro pagine provando gusto per l’intreccio, per il plot, per il racconto dei fatti che semb ...continua

    Fruttero e Lucentini, due fini traduttori che scrivono romanzi, romanzi gialli. E come scrivono. Ho letto le loro pagine provando gusto per l’intreccio, per il plot, per il racconto dei fatti che sembrano non essere collegati tra loro ma che indicano sin dall’inizio la pista giusta da seguire. E l’intreccio è arricchito, colorato, reso interessante da tanti temi collaterali che fanno sì che La donna della domenica venga definita giallo solo per comodità di catalogazione ma riesca a superare i limiti di genere e diventi narrativa di ampio respiro. Si leggono pagine in cui vengono descritti con tono comunque leggero, non didascalico o presuntuoso, per esempio, i corridoi della pubblica amministrazione, la burocrazia, il mondo della borghesia con il suo interesse per l’arte, i venditori d’arte, tutto sullo sfondo di una Torino, che pur se illustrata nella sua chiusura, nei suoi pregiudizi, nella sua diffidenza, è costretta ad accogliere e a misurarsi con la nuova realtà, l’immigrazione collegata all’indotto industriale. E da questo contrasto nasce l’interesse per le differenze linguistiche, dialettali, per i codici comportamentali dei diversi ambienti e per le convenzioni sociali, per i proverbi, per ciò che appartiene al comune sentire ma diverso per ogni ambito, per ogni cerchia. E allora per togliersi dall’impaccio, per capirsi tra gente di provenienza diversa, bisogna rifarsi a qualcosa di più profondo, di comune: “Il commissario andò a sedersi dietro la scrivania, al suo posto. I suoi affanni, le sue oscillazioni private alla ricerca di un savoir vivre d’occasione, cadevano davanti a quel fermo suggerimento, a generazioni e generazioni di donne abituate a esprimere e ricevere condoglianze in un certo modo, a far lucidare l’argenteria in certi giorni, a mandare i figli in certe scuole, a contenere le spese di casa entro certi limiti. Aveva ragione lei: se c’era un’etichetta, una regola, una procedura, era proprio nei momenti di crisi che bisognava seguirla. Ecco a cosa serviva, la tradizione.” E poi, l’esemplificazione della tattica investigativa è in primo piano, mai gli scrittori perdono di vista il fine del libro, si trova gusto proprio nel seguire l’indagine che procede gradatamente tra colpi di fortuna, di intuito, di studi comportamentali, di esperienza, di pazienza e dedizione professionale. Certo, spazio viene dato anche ai sentimenti, alle storie d’amore e a quelle di sesso – siamo uomini – ma non costituiscono il filo conduttore, il filo conduttore rimane quello dell’inchiesta e della rappresentazione di una città in un determinato momento (scritto nel 1972), la mano non viene calcata, non si ha l’impressione che ne nascerà un sequel, è una storia, così, di un essere umano, piacevole, comunque, delicata e stuzzicante: “Il cuore s’era messo a battergli apertamente. … vide che a questa improvvisa intersecazione avrebbero potuto benissimo gettarsi uno nelle braccia dell’altra, misurò la schiacciante montagna di circostanze che avrebbero dovuto smuovere per farlo davvero.” Bello il finale, chiaro, non affrettato, sia relativamente all’indagine che all’altra storia… E poi, ancora, ho trovato un’altra piccola perla, questa di carattere strettamente personale però, niente ambiti sociali, niente cerchie, mia personale: si cita una certa signora P……. – cognome scritto per esteso, naturalmente, che è il mio cognome alla nascita, cognome poco diffuso, e poi si cita una certa signora R…….. che è il mio cognome acquisito, non certo diffuso in ambiente torinese. Stupita, ma non troppo (mi era già capitato qualcosa di analogo con Sandro Veronesi), l’ho detto a mia figlia che invece, giovane e sbalordita, mi ha detto: “…e tu hai letto proprio quel libro lì…”. Sì, e leggerò anche i loro successivi.

    ha scritto il 

  • 5

    Bellissimo !!!
    Attenzione: questo libro da dipendenza, una volta cominciato diventa indispensabile. Non parlo solo del giallo, con la sua trama inestricabile, parlo anche del modo in cui è scritto, de ...continua

    Bellissimo !!!
    Attenzione: questo libro da dipendenza, una volta cominciato diventa indispensabile. Non parlo solo del giallo, con la sua trama inestricabile, parlo anche del modo in cui è scritto, dei personaggi, di Torino (che per molti è la vera protagonista), dell'ironia, dell'ambientazione anni '70, del ritmo degli avvenimenti ... e di molto altro ancora !!!
    Consigliatissimo !!!!

    ha scritto il 

  • 5

    La cattiva lavandaia non trova mai la buona pietra

    Eccola la vera protagonista di questo romanzo, una Torino 'da bere' direi, echeggiando il più famoso slogan milanese, ma a piccoli sorsi, come se fosse un caffè, nero, caldo, intenso, assaporato e gus ...continua

    Eccola la vera protagonista di questo romanzo, una Torino 'da bere' direi, echeggiando il più famoso slogan milanese, ma a piccoli sorsi, come se fosse un caffè, nero, caldo, intenso, assaporato e gustato con aristocratica eleganza, 'col mignolo alzato'.
    Non siamo troppo lontani dalla Milano alla moda degli anni '80, dalla voracità arrivista dei nuovi ceti emergenti, i nuovi ricchi, alimentati dal senso di ottimismo e benessere diffuso che non esclude nessuno, che non è un privilegio per pochi.
    Siamo nei primi anni '70, Torino capitale industriale d'Italia, la ricchezza passa dalle case e dalle proprietà dei nobili di un tempo, eredi della gloria sabauda, nelle tasche dei grandi imprenditori Fiat e Olivetti conferendo loro anche quella patina di austera e distaccata sontuosità.
    Ma quanto stride, quanto è forte il contrasto tra questa nuova nobiltà e la secolare, immutabile, regale imponenza della città; sembrano invasori, spuntati dal nulla, che incancreniscono ogni palazzo, i portici millenari, le colline, ogni singola arteria della città con le loro contraddizioni, ipocrisie, la vacuità morale ed intellettuale.
    Non c'è da meravigliarsi, quindi, se la ricca signora Anna Carla Dosio (moglie poco appagata e molto annoiata di un famoso industriale) ed il suo altrettanto ricco amico di salotto e di chiacchiere Massimo Campi (omosessuale naturalmente) si ritrovano sospettati per l'omicidio del losco architetto Garrone solo perchè costui avrebbe potuto confermare la corretta pronuncia della parola Boston.
    Sì, proprio la capitale del Massachusetts, sulla cui pronuncia Anna Carla e Massimo hanno discusso animatamente, litigando persino.
    Anzi, ad essere più preciso, la motivazione del diverbio è molto più profonda (...si fa per dire) perchè non si mette in dubbio la corretta pronuncia del termine quanto piuttosto l'atteggiamento intollerabile di chi non lo pronuncia all'italiana, 'Boston', bensì “Baaast’n”:
    “Qualsiasi commesso d’abbigliamento, qualsiasi annunciatore della Rai, sa che si dice “Baaast’n”, è fiero di saperlo e lo sfoggia tutte le volte che può” ma “In italiano si dice Boston con tutt’e due gli o, ben rotondi. Fare lo sforzo di mettere insieme il suono “Baaast’n” è un’affettazione ridicola e tu lo sai benissimo”.
    E rimane quasi incredulo il commissario Santamaria di fronte a tanta 'frivolezza', persino lui scelto volutamente dai superiori per la sua esperienza nell'ambiente della Torino 'bene', per la conoscenza acquisita negli anni dei loro vizi e stranezze, oltre che ovviamente per la sua riservatezza, fondamentale per evitare uno scandalo.
    Ma non mi sembra il caso di aggiungere ulteriori riferimenti alla trama: come già detto, questo romanzo va assaporato come un buon caffè, a piccoli sorsi.
    E' un gioiellino, un vero bijou, un capolavoro della narrativa giallistica italiana, sia per l'impostazione 'classica' in cui la trama, seppur rimanendo molto lineare, si ramifica progressivamente con l'introduzione di nuovi personaggi ed indizi che fanno tremare l'indice accusatore del lettore rendendo dubbia l'identità del possibile colpevole, sia per l'impeccabile caratterizzazione dei singoli personaggi.
    E definirlo un giallo è estremamente riduttivo, tanto più che alcuni (compreso me) potrebbero anche considerare troppo azzardata la scelta di abbinare la chiave di svolta nelle indagini ad un proverbio in dialetto torinese.
    Ma è un dettaglio di poco conto, perchè non è l'assassino che lascia il segno in questo romanzo, non è l'indagine poliziesca, è il mondo che fa da sottofondo, la stupenda carrellata di uomini e donne che vengono ritratti sin nei minimi dettagli, con grande arguzia ed ironia ma soprattutto con stretta aderenza alla realtà di quegli anni; questo romanzo è uno spaccato veritiero e fedele della società torinese a cavallo degli anni 70, peraltro esposto con una scrittura elegante, pulita, mai pomposa o ridondante: di meglio solo il teatro avrebbe potuto fare, o il cinema con la fedele trasposizione diretta dal grande Comencini, il cui successo è stato pari a quello del romanzo.
    Da non perdere, assolutamente.

    ha scritto il 

  • 4

    Cio che è sorprendente a prescindere del libro in sé è come le quattro mani, le due teste, i due cuori e le due anime di Fruttero e Lucentini riescano, a lavoro terminato, a fondersi in maniera così ...continua

    Cio che è sorprendente a prescindere del libro in sé è come le quattro mani, le due teste, i due cuori e le due anime di Fruttero e Lucentini riescano, a lavoro terminato, a fondersi in maniera così perfetta senza lasciare nessun grumo né a vista né sotto la superficie delle parole.

    Nonostante ciò, ed essendo il terzo libro che leggo scritto dalla formidabile coppia, sono giunta alla conclusione che in uno dei due autori vi debba per forza essere una vena giallistica più spiccata mentre l’altro indulge in un afflato più metafisico, anche se non saprei attribuire a ognuno dei due la paternità delle rispettiva componenti che insieme si attraggono a formare una splendida unità.

    Perché ne L’amante senza fissa dimora (stupendissimo) e ne Il palio delle contrade morte la narrazione era più rarefatta e surreale rischiando di sconcertare e indisporre il lettore più razionale finendo le regole della logica spesso in spin off, al contrario nella stesura de La donna della domenica penso che il più fantastico dei due autori probabilmente dormiva o era meno collaborativo, perché codesto è decisamente un giallo di carattere tradizionale con un commissario, una questura competente e non lassa che indaga, testimoni e sospettati che spostano l’attenzione e catalizzano simpatie o antipatie nel lettore, l’intrigo è fitto, sino alle ultime pagine non ho avuto la benché minima idea di chi potesse essere l’assassino/a/i, anche perché, numericamente parlando, i candidati in gioco erano veramente una pletora.

    Ma punto notevole di questo giallo è anche la sua scrittura: colta, raffinata elegante, pure senza cadere in barocchismi ridondanti e inutili il frasario è nondimeno di non sempre immediato approccio per un giallo.
    La Torino descritta è vivida, fuoriesce dalle pagine una città con le sue strade le sue piazze i suoi ampi viali a formare un reticolo perfettamente geometrico.
    Ingombrante protagonista anche la borghesia della città, ritratta con pennellate acri e che non scontano nulla al popolo sabaudo che appare in superficie organizzato ed austero ma sotto la sua crosta inquieto e subdolo.
    Nel cavo della mano torinese, ci dicono i due nostri venerabili autori con forte e discutibile polemica anticampanilistica, si nascondono i flagelli che opprimono la patria a partire dall’unità nazionale, dalla prima automobile, dal Libro Cuore, dal cioccolatino di lusso, insomma quasi tutto….
    Spicca tra i rappresentanti del gentil sesso torinese la Francesca Dosio moglie di industriale torinese, tanto bella quanto veramente poco snob nonostante tutte le sue prerogative di classe, ricchezza e bellezza, ho apprezzato moltissimo il corteggiamento intelligente tra lei e il commissario Santamaria, tra i due prende corpo una attrazione trattenuta, ma che potrebbe incendiare un bosco se solo gli eventi non fossero sfavorevoli, uomo molto interessante il commissario Santamaria….siculo migrato e regalato al nord, razionale freddo e logico ma capace di provare una sproporzionata tenerezza alla vista della macchina di lei parcheggiata tanto maldestramente…
    A proposito: 1) molto istruttivo dal punto di vista artistico e ai fini dell’economia della storia il pamphlet, collocato a metà libro, sul’itifallo 2) non ho colto il senso del titolo, spero, non avendolo capito, di essere comunque riuscita a capire l'identità del/della dei colpevoli!

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro.

    Come già A che punto è la notte? , siamo di fronte a un pezzo di bravura sotto più aspetti. Letterario, perché non c'è riflessione o tratteggio dei personaggi che sia banale; narrativo, p ...continua

    Capolavoro.

    Come già A che punto è la notte? , siamo di fronte a un pezzo di bravura sotto più aspetti. Letterario, perché non c'è riflessione o tratteggio dei personaggi che sia banale; narrativo, perché il duo Fruttero-Lucentini avrebbe molto da insegnare agli autori di bestseller moderni; sociologico, perché descrive (senza affermare nulla, solo lasciando intendere) meglio di un saggio una città industriale italiana di inizio anni '70 e la sua classe borghese.

    Il duo Fruttero&Lucentini si conferma una coppia di cesellatori formidabili&romanzieri sopraffini. Una classe che raramente mi è capitato di leggere. Mi dicono che il resto della produzione non sia paragonabile ai due libri che ho letto - quelli con praotagonista l'ineffabile commissario Santamaria per intenderci: in attesa di comprova, applaudo ringrazio e porto a casa.

    Pura libidine letteraria!

    ha scritto il 

  • 5

    Non c'è una sesta stellina su Anobii?
    Preso per caso in biblioteca, questo meraviglioso giallo è entrato ai primissimi posti della classifica di tutti i libri che ho letto in vita mia.
    Perfetto nell'i ...continua

    Non c'è una sesta stellina su Anobii?
    Preso per caso in biblioteca, questo meraviglioso giallo è entrato ai primissimi posti della classifica di tutti i libri che ho letto in vita mia.
    Perfetto nell'intreccio e nello humour, per non parlare del finale azzeccatissimo.
    E ora che è finito come faccio?

    ha scritto il 

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