La donna della domenica

Di ,

Editore: Club italiano dei lettori

4.1
(2795)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 503 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Politica

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Descrizione del libro
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  • 5

    Bellissimo !!!
    Attenzione: questo libro da dipendenza, una volta cominciato diventa indispensabile. Non parlo solo del giallo, con la sua trama inestricabile, parlo anche del modo in cui è scritto, de ...continua

    Bellissimo !!!
    Attenzione: questo libro da dipendenza, una volta cominciato diventa indispensabile. Non parlo solo del giallo, con la sua trama inestricabile, parlo anche del modo in cui è scritto, dei personaggi, di Torino (che per molti è la vera protagonista), dell'ironia, dell'ambientazione anni '70, del ritmo degli avvenimenti ... e di molto altro ancora !!!
    Consigliatissimo !!!!

    ha scritto il 

  • 5

    La cattiva lavandaia non trova mai la buona pietra

    Eccola la vera protagonista di questo romanzo, una Torino 'da bere' direi, echeggiando il più famoso slogan milanese, ma a piccoli sorsi, come se fosse un caffè, nero, caldo, intenso, assaporato e gus ...continua

    Eccola la vera protagonista di questo romanzo, una Torino 'da bere' direi, echeggiando il più famoso slogan milanese, ma a piccoli sorsi, come se fosse un caffè, nero, caldo, intenso, assaporato e gustato con aristocratica eleganza, 'col mignolo alzato'.
    Non siamo troppo lontani dalla Milano alla moda degli anni '80, dalla voracità arrivista dei nuovi ceti emergenti, i nuovi ricchi, alimentati dal senso di ottimismo e benessere diffuso che non esclude nessuno, che non è un privilegio per pochi.
    Siamo nei primi anni '70, Torino capitale industriale d'Italia, la ricchezza passa dalle case e dalle proprietà dei nobili di un tempo, eredi della gloria sabauda, nelle tasche dei grandi imprenditori Fiat e Olivetti conferendo loro anche quella patina di austera e distaccata sontuosità.
    Ma quanto stride, quanto è forte il contrasto tra questa nuova nobiltà e la secolare, immutabile, regale imponenza della città; sembrano invasori, spuntati dal nulla, che incancreniscono ogni palazzo, i portici millenari, le colline, ogni singola arteria della città con le loro contraddizioni, ipocrisie, la vacuità morale ed intellettuale.
    Non c'è da meravigliarsi, quindi, se la ricca signora Anna Carla Dosio (moglie poco appagata e molto annoiata di un famoso industriale) ed il suo altrettanto ricco amico di salotto e di chiacchiere Massimo Campi (omosessuale naturalmente) si ritrovano sospettati per l'omicidio del losco architetto Garrone solo perchè costui avrebbe potuto confermare la corretta pronuncia della parola Boston.
    Sì, proprio la capitale del Massachusetts, sulla cui pronuncia Anna Carla e Massimo hanno discusso animatamente, litigando persino.
    Anzi, ad essere più preciso, la motivazione del diverbio è molto più profonda (...si fa per dire) perchè non si mette in dubbio la corretta pronuncia del termine quanto piuttosto l'atteggiamento intollerabile di chi non lo pronuncia all'italiana, 'Boston', bensì “Baaast’n”:
    “Qualsiasi commesso d’abbigliamento, qualsiasi annunciatore della Rai, sa che si dice “Baaast’n”, è fiero di saperlo e lo sfoggia tutte le volte che può” ma “In italiano si dice Boston con tutt’e due gli o, ben rotondi. Fare lo sforzo di mettere insieme il suono “Baaast’n” è un’affettazione ridicola e tu lo sai benissimo”.
    E rimane quasi incredulo il commissario Santamaria di fronte a tanta 'frivolezza', persino lui scelto volutamente dai superiori per la sua esperienza nell'ambiente della Torino 'bene', per la conoscenza acquisita negli anni dei loro vizi e stranezze, oltre che ovviamente per la sua riservatezza, fondamentale per evitare uno scandalo.
    Ma non mi sembra il caso di aggiungere ulteriori riferimenti alla trama: come già detto, questo romanzo va assaporato come un buon caffè, a piccoli sorsi.
    E' un gioiellino, un vero bijou, un capolavoro della narrativa giallistica italiana, sia per l'impostazione 'classica' in cui la trama, seppur rimanendo molto lineare, si ramifica progressivamente con l'introduzione di nuovi personaggi ed indizi che fanno tremare l'indice accusatore del lettore rendendo dubbia l'identità del possibile colpevole, sia per l'impeccabile caratterizzazione dei singoli personaggi.
    E definirlo un giallo è estremamente riduttivo, tanto più che alcuni (compreso me) potrebbero anche considerare troppo azzardata la scelta di abbinare la chiave di svolta nelle indagini ad un proverbio in dialetto torinese.
    Ma è un dettaglio di poco conto, perchè non è l'assassino che lascia il segno in questo romanzo, non è l'indagine poliziesca, è il mondo che fa da sottofondo, la stupenda carrellata di uomini e donne che vengono ritratti sin nei minimi dettagli, con grande arguzia ed ironia ma soprattutto con stretta aderenza alla realtà di quegli anni; questo romanzo è uno spaccato veritiero e fedele della società torinese a cavallo degli anni 70, peraltro esposto con una scrittura elegante, pulita, mai pomposa o ridondante: di meglio solo il teatro avrebbe potuto fare, o il cinema con la fedele trasposizione diretta dal grande Comencini, il cui successo è stato pari a quello del romanzo.
    Da non perdere, assolutamente.

    ha scritto il 

  • 4

    Cio che è sorprendente a prescindere del libro in sé è come le quattro mani, le due teste, i due cuori e le due anime di Fruttero e Lucentini riescano, a lavoro terminato, a fondersi in maniera così ...continua

    Cio che è sorprendente a prescindere del libro in sé è come le quattro mani, le due teste, i due cuori e le due anime di Fruttero e Lucentini riescano, a lavoro terminato, a fondersi in maniera così perfetta senza lasciare nessun grumo né a vista né sotto la superficie delle parole.

    Nonostante ciò, ed essendo il terzo libro che leggo scritto dalla formidabile coppia, sono giunta alla conclusione che in uno dei due autori vi debba per forza essere una vena giallistica più spiccata mentre l’altro indulge in un afflato più metafisico, anche se non saprei attribuire a ognuno dei due la paternità delle rispettiva componenti che insieme si attraggono a formare una splendida unità.

    Perché ne L’amante senza fissa dimora (stupendissimo) e ne Il palio delle contrade morte la narrazione era più rarefatta e surreale rischiando di sconcertare e indisporre il lettore più razionale finendo le regole della logica spesso in spin off, al contrario nella stesura de La donna della domenica penso che il più fantastico dei due autori probabilmente dormiva o era meno collaborativo, perché codesto è decisamente un giallo di carattere tradizionale con un commissario, una questura competente e non lassa che indaga, testimoni e sospettati che spostano l’attenzione e catalizzano simpatie o antipatie nel lettore, l’intrigo è fitto, sino alle ultime pagine non ho avuto la benché minima idea di chi potesse essere l’assassino/a/i, anche perché, numericamente parlando, i candidati in gioco erano veramente una pletora.

    Ma punto notevole di questo giallo è anche la sua scrittura: colta, raffinata elegante, pure senza cadere in barocchismi ridondanti e inutili il frasario è nondimeno di non sempre immediato approccio per un giallo.
    La Torino descritta è vivida, fuoriesce dalle pagine una città con le sue strade le sue piazze i suoi ampi viali a formare un reticolo perfettamente geometrico.
    Ingombrante protagonista anche la borghesia della città, ritratta con pennellate acri e che non scontano nulla al popolo sabaudo che appare in superficie organizzato ed austero ma sotto la sua crosta inquieto e subdolo.
    Nel cavo della mano torinese, ci dicono i due nostri venerabili autori con forte e discutibile polemica anticampanilistica, si nascondono i flagelli che opprimono la patria a partire dall’unità nazionale, dalla prima automobile, dal Libro Cuore, dal cioccolatino di lusso, insomma quasi tutto….
    Spicca tra i rappresentanti del gentil sesso torinese la Francesca Dosio moglie di industriale torinese, tanto bella quanto veramente poco snob nonostante tutte le sue prerogative di classe, ricchezza e bellezza, ho apprezzato moltissimo il corteggiamento intelligente tra lei e il commissario Santamaria, tra i due prende corpo una attrazione trattenuta, ma che potrebbe incendiare un bosco se solo gli eventi non fossero sfavorevoli, uomo molto interessante il commissario Santamaria….siculo migrato e regalato al nord, razionale freddo e logico ma capace di provare una sproporzionata tenerezza alla vista della macchina di lei parcheggiata tanto maldestramente…
    A proposito: 1) molto istruttivo dal punto di vista artistico e ai fini dell’economia della storia il pamphlet, collocato a metà libro, sul’itifallo 2) non ho colto il senso del titolo, spero, non avendolo capito, di essere comunque riuscita a capire l'identità del/della dei colpevoli!

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro.

    Come già A che punto è la notte? , siamo di fronte a un pezzo di bravura sotto più aspetti. Letterario, perché non c'è riflessione o tratteggio dei personaggi che sia banale; narrativo, p ...continua

    Capolavoro.

    Come già A che punto è la notte? , siamo di fronte a un pezzo di bravura sotto più aspetti. Letterario, perché non c'è riflessione o tratteggio dei personaggi che sia banale; narrativo, perché il duo Fruttero-Lucentini avrebbe molto da insegnare agli autori di bestseller moderni; sociologico, perché descrive (senza affermare nulla, solo lasciando intendere) meglio di un saggio una città industriale italiana di inizio anni '70 e la sua classe borghese.

    Il duo Fruttero&Lucentini si conferma una coppia di cesellatori formidabili&romanzieri sopraffini. Una classe che raramente mi è capitato di leggere. Mi dicono che il resto della produzione non sia paragonabile ai due libri che ho letto - quelli con praotagonista l'ineffabile commissario Santamaria per intenderci: in attesa di comprova, applaudo ringrazio e porto a casa.

    Pura libidine letteraria!

    ha scritto il 

  • 5

    Non c'è una sesta stellina su Anobii?
    Preso per caso in biblioteca, questo meraviglioso giallo è entrato ai primissimi posti della classifica di tutti i libri che ho letto in vita mia.
    Perfetto nell'i ...continua

    Non c'è una sesta stellina su Anobii?
    Preso per caso in biblioteca, questo meraviglioso giallo è entrato ai primissimi posti della classifica di tutti i libri che ho letto in vita mia.
    Perfetto nell'intreccio e nello humour, per non parlare del finale azzeccatissimo.
    E ora che è finito come faccio?

    ha scritto il 

  • 5

    null

    Un romanzo che mi è sempre sfuggito, pur avendolo sfiorato innumerevoli volte. Povero romanzo visto spesso nelle bancarelle dell'usato, lasciato lì ad invecchiare e intristito come un Harmony qualsias ...continua

    Un romanzo che mi è sempre sfuggito, pur avendolo sfiorato innumerevoli volte. Povero romanzo visto spesso nelle bancarelle dell'usato, lasciato lì ad invecchiare e intristito come un Harmony qualsiasi, quanto ti avevo sottovalutato! Non avevo mai letto Fruttero e Lucentini, non sapevo cosa aspettarmi e in questo modo la sorpresa è stata ancora più fulminante. La bravura dei due scrittori è mirabile, e ciò che ho tra le mani non è soltanto un buon poliziesco, ma un ritratto amorevole e assieme duro e lucido della Torino degli anni '70. La banalità non sta di casa qui: i personaggi sono uno meglio costruito dell'altro, e da ognuno emerge un pezzetto della Torino dell'epoca, delle sue speranze, sogni, vizi, frustrazioni. È la Torino della FIAT, certo, ma anche dei burocrati, degli aristocratici borghesizzati, dei professori universitari, degli immigrati meridionali e dei professionisti frustrati. Descrivere tutto ciò senza perdere mai la bussola e senza il minimo accenno moralista (o, al contrario, senza scadere nella morbosità) è già un miracolo. In più, c'è uno stile affilato e curato nei minimi dettagli, che non trascura nulla del contesto anche quando si concentra maggiormente sull'intreccio poliziesco. Certi dialoghi tra la Dosio e il commissario sono straordinari, così come la teoria di Campi su Torino che capta il Male da ogni angolo della terra e lo sparge in giro per il resto della penisola (pensando però di farlo a fin di bene).
    Esiste una trasposizione cinematografica, e non è un caso, perché il romanzo ha già in sé una forza visiva e una scansione temporale perfetta per diventare materia filmica.

    ha scritto il 

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