La fine della strada

Di

Editore: Minimum Fax

3.9
(329)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 273 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8875210012 | Isbn-13: 9788875210014 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Buzzi

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Viaggi

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Descrizione del libro
Insieme all'Opera Galleggiante, questo romanzo forma, già nelle intenzioni dell'autore, un dittico quasi inscindibile. Una situazione quanto mai tipica - un triangolo amoroso sullo sfondo di un'università della East Coast - diventa un romanzo filosofico che alterna comicità e disperato nichilismo, satira e tragedia. Al centro, uno dei più irresistibili antieroi della letteratura postmoderna: Jacob Horner, il giovane professore adultero che fa della paralisi esistenziale un paradossale sistema di vita.
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  • 4

    Bellissimo.
    John Barth non solo sa scrivere, ma sa anche far provare emozioni al lettore e soprattutto, farlo ragionare.
    Questo libro ha dentro molti spunti di riflessione, interessanti o meno non pos ...continua

    Bellissimo.
    John Barth non solo sa scrivere, ma sa anche far provare emozioni al lettore e soprattutto, farlo ragionare.
    Questo libro ha dentro molti spunti di riflessione, interessanti o meno non posso dirlo, è soggettivo, io personalmente li ho trovati molto interessanti che aprono strade ad altri pensieri, nonostante il titolo del libro.
    In queste pagine nessuno si salva, tutti i personaggi del libro sono disturbati, hanno qualcosa, e chi non nascone niente ha comportamenti che lo fanno pensare e... paradossalmente, l'unico personaggio che sta in piedi è il protagonista, che è uno di quelli messi male, il protagonista è la macchina da guida, e lo scrittore è il conducente, macchina da guida perchè ci porta nelle vite di altre persone, compresa la sua, il conducente ovviamente è Barth, che conduce il suo personaggio in modo da darci non solo la visione personale del protagonista, ma l'ascolto degli altri. Molto bello e triste. Proprio il fratello dell'Opera Galleggiante.

    ha scritto il 

  • 5

    e niente, volevo parlare, senza spoilerare nulla, di quel finale che è un'autentica doccia fredda sul lettore e di come si resti senza parole una volta chiuso il libro, o del fatto che fino a quel mom ...continua

    e niente, volevo parlare, senza spoilerare nulla, di quel finale che è un'autentica doccia fredda sul lettore e di come si resti senza parole una volta chiuso il libro, o del fatto che fino a quel momento c'era un'atmosfera diversa, più surreale, più "comica" (tra molte virgolette: perchè che i personaggi siano tutti più o meni psicotici lo si avverte pagina dopo pagina, e perchè la lenta umiliazione di rennie è pesante, davvero dura da reggere), o della bravura di barth nel creare personaggi e ambientazioni perfette.

    la verità è che il lungo ragionamento (e in effetti folle) del Dottore sulla mitoterapia mi è piombato addosso in un momento in cui avevo bisogno di leggere qualcosa del genere. ok, fa un po recensione da blogger sedicenne, ma è successo davvero.
    e il miracolo della letteratura a volte è questo.
    al di la dell'esperienza personale, questo è comunque un gran libro: avevo già letto l'ottimo "l'opera galleggiante", ora speriamo di imbatterci in una copia usata di "giles ragazzo-capra"...

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/12/20/la-fine-della-strada-john-barth/

    “- Perché vi siete scopato Rennie?
    - Non lo so!
    - Che ragioni pensate di aver avuto?
    - Non saprei darvi nessuna ragione ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/12/20/la-fine-della-strada-john-barth/

    “- Perché vi siete scopato Rennie?
    - Non lo so!
    - Che ragioni pensate di aver avuto?
    - Non saprei darvi nessuna ragione che io ritenga vera.
    - Andiamo, Horner, non è che fate le cose e basta. Cosa avevate in testa?
    - Non avevo niente.
    Joe cominciò ad arrabbiarsi.
    - Sentite, Joe, - dissi - dovete riconoscere che le persone, escluso forse voi stesso, non hanno sempre motivi coscienti per tutto quello che fanno. Ci sarà sempre, nella loro autobiografia, qualcosa che non sapranno giustificare. Ora, quando ciò avviene, si potrebbero anche inventare dei motivi coscienti - forse nel vostro caso vi salterebbero in mente non appena vi capitasse di pensare a un’azione dopo averla compiuta - ma sarebbero sempre delle razionalizzazioni a posteriori.
    - Giusto, - insistette Joe. - Ma se accettassi tutto quello che voi avete detto ora, dovrei comunque aggiungere che anche le razionalizzazioni a posteriori vanno fatte e che uno dev’essere ritenuto responsabile - deve ritenere sé stesso responsabile - delle sue razionalizzazioni, se vuol essere un individuo che agisce moralmente.
    - Allora dovete andare ancora più in là e riconoscere che delle volte un uomo non è nemmeno capace di razionalizzare. Non gli viene in mente niente. Voi non accettate che io mi prenda la piena responsabilità di quello che è successo, e non accettereste che io non mi prendessi nessuna responsabilità. Ma, in questa storia, non vedo cosa c’è fra un estremo e l’altro.
    Accesi una sigaretta. Ero nervoso, e felice e infelice allo stesso tempo, per il fatto che, nonostante il mio nervosismo, mi sentivo abbastanza bene, abbastanza sicuro delle mie facoltà mentali, abbastanza soddisfatto della mia abilità nell’interpretare un ruolo che mi aveva subito colpito come qualcosa di ripugnante e tuttavia apparentemente ineluttabile: Cioè: avevo la sensazione che fosse un ruolo, ma non ero sicuro che qualunque altra cosa non sarebbe stata anch’essa un ruolo, e comunque non sapevo immaginare, per me, nessun altro possibile ruolo. Se, come è possibile, questo è il massimo che uno possa fare - almeno il massimo che potessi fare io - allora è il massimo che possa significare la parola sincerità.”
    (John Barth, “La fine della strada”, ed. minimum fax)

    Ridotta all’osso, la trama di “La fine della strada” potrebbe riassumersi dicendo che si tratta di un classico triangolo sentimentale-sessuale, con un lui che, in maniera quasi “inconsapevole”, si ritrova invischiato in una dinamica di coppia che non è più coppia ma, appunto, un triangolo. Attorno all’osso, però, oltre alla carne (debole) dei tre protagonisti, ci sono strati di arguzia, comicità, sarcasmo, ironia con i quali l’autore maschera, e mascherandola ce la mostra ancora di più, la tragedia sottostante il tutto.
    “In un certo senso io sono Jacob Horner”, questo l’incipit del romanzo, dal quale evinciamo che Horner non è così certo di essere sé stesso. In analisi da un Dottore, che lo cura nella “sala del progresso e del consiglio”, Jacob si vede costretto, su consiglio del Dottore stesso, a presentare domanda d’insegnamento presso un’università, per sfuggire alla grottesca paralisi esistenziale nella quale si trova. Un impegno quotidiano, cadenzato, con obblighi e obiettivi ben preciso, questo è ciò sembra essergli necessario affinché non resti ingabbiato dalle infinite possibilità di vivere altre storie, altre vite, altre relazioni, al punto da non viverne nessuna. La strategia pare funzionare, a parte qualche difficoltà nel concentrarsi sull’insegnamento per via delle distrazioni rappresentate dalle studentesse presenti nell’uditorio. Ciò che scombussola però l’esistenza di Horner è l’incontro con Joe Morgan e la moglie Rennie.
    Tra i tre sboccia inizialmente un’amicizia che è fomentata soprattutto dai coniugi Morgan, che trovano in Horner una sponda per conversazioni e schermaglie dialettiche di vario genere. Le discussioni filosofiche sul “nichilismo allegro” di Joe e i continui inviti a cena che Horner riceve, presto lasciano spazio alle complicazioni. Nello specifico, senza andare oltre nello svelare la trama, accade che Rennie e Jacob si accoppiano, quasi senza volerlo. A questo punto, il romanzo prende corpo, perché Barth è abilissimo nel costruire un intreccio di pensieri, emozioni e riflessioni che vanno ben oltre una scontata rappresentazione dell’eventuale gelosia del marito tradito. La donna, Rennie, non è una femme fatale, anzi finisce per essere schiacciata dalla dinamica (certo un po’ forzata sotto il profilo della veridicità) che s’instaura tra i due uomini. Forse c’è sin troppa filosofia nelle discussioni tra i due, ma trovandoci noi in un romanzo, non c’infastidiscono più di tanto le conversazioni con le quale il marito, che sa, cerca di spiegarsi non solo perché sia accaduto qualcosa, ma anche se i due hanno veramente voluto che accadesse. Jacob, però, come l’incipit ci mostra, non ha certezze, è un contraddittorio, una sorta di pirandelliano uno, nessuno, centomila, e riesce a smontare qualsiasi tentativo di comprensione altrui e proprio. L’alone di autosufficienza, forza e riservatezza che attorniava la coppia è ormai svanito, e ai tre non resta che affrontare le conseguenze di ciò che, comunque, è accaduto e non si può ignorare.

    “Ascoltai tutto con inerzia; nonostante il fatto che a volte avessi anch’io l’abitudine di esprimere alcune di queste opinioni (più come possibilità che come realtà), mentre Joe parlava mi vennero in mente argomenti contro quasi tutto quello che diceva. Eppure non direi che lui non avrebbe saputo confutare le mie obiezioni - oso dire che l’avrei saputo fare io stesso. Come avveniva di solito quando ero messo di fronte a una posizione veramente intelligente ed esposta con lucidità, tanto ero riluttante a dare più di un assenso formale quanto incapace di offrire una mia propria posizione più ragionevole. In tali situazioni adottavo spesso quella che in psicologia è nota come la “tecnica non direttiva”: mi limitavo a dire “Oh?” o “Ah”, e lasciavo andare il cavallo dove voleva.”

    ha scritto il 

  • 4

    Qui si narra dell'incontro dirompente tra due opposti, “l'Irrazionale o il Non-Essere” qual è per autodefinizione il narratore, l'insegnante Jacob Horner, e “la Ragione o l'Essere” quale si rivela, co ...continua

    Qui si narra dell'incontro dirompente tra due opposti, “l'Irrazionale o il Non-Essere” qual è per autodefinizione il narratore, l'insegnante Jacob Horner, e “la Ragione o l'Essere” quale si rivela, con radicalità estrema di pensiero e azione, il suo novello collega di lavoro Joe Morgan: presa in mezzo, sarà la moglie di quest'ultimo, Rennie, a farne le spese... Il romanzo parte in sordina, con rivolti chiaramente paradossali che si impongono via via, quindi procede in crescendo e sfocia in un finale esplosivo: datata 1958, un'altra ottima prova, dopo l'esordio con “L'opera galleggiante” (1956), dello scrittore - nonché filosofo e psicologo - John Barth.

    ha scritto il 

  • 4

    Io, tu lei e il ferro.

    Un libro che, non nascondo, appare piuttosto contraddittorio ed ancorato al tempo che fu. La volontà di nichilismo, di abbattimento di ogni certezza, valore, posizione per quanto giusta o sbagliata, o ...continua

    Un libro che, non nascondo, appare piuttosto contraddittorio ed ancorato al tempo che fu. La volontà di nichilismo, di abbattimento di ogni certezza, valore, posizione per quanto giusta o sbagliata, oggi sembra un po' superata. Ma più che superato il concetto, sembra didascalicamente troppo chiaro. I valori nel frattempo sono stati abbattuti in maniera pressochè totale, forse per questo non si tende più a passare col trattore dicendo che si sta passando col trattore. Al contempo il romanzo viene attraversato da momenti di tensione spinta a livelli molto alti. Immaginare una scena di triangolo amoroso con una pistola al centro è roba spudoratamente attuale, materiale perfettamente adeguato ai tempi moderni, alla filmografia forse un po' tarantiniana. Un libro che risulta estremamente piacevole da leggere, la scrittura di Barth (tradotta) appare liscia, raffinata nella sua semplicità apparente, ma carica di energia.

    ha scritto il 

  • 2

    Non so. Dell'Opera Galleggiante conservo un ricordo decisamente migliore, anche se molto sfocato.

    Probabilmente molto è da attribuirsi ad una traduzione che meriterebbe una rinfrescatina, però i tre p ...continua

    Non so. Dell'Opera Galleggiante conservo un ricordo decisamente migliore, anche se molto sfocato.

    Probabilmente molto è da attribuirsi ad una traduzione che meriterebbe una rinfrescatina, però i tre personaggi (sui trent'anni...) che tra loro si danno del "voi" mi hanno provocato seri problemi di gastrite, ed i dialoghi sono talmente barocchi e filosofici da rasentare in alcuni passaggi il kitsch più estremo.

    Maestro Barth, la rispetto molto e davvero non è colpa Sua, sono io che non ci arrivo. Mi scuso per l'ignoranza.

    ha scritto il 

  • 4

    Choosing and acting are existence.
    This is Mythotherapy and it is based on two assumptions: that human existence precedes human essence and that a man is free not only to choose his own essence but ...continua

    Choosing and acting are existence.
    This is Mythotherapy and it is based on two assumptions: that human existence precedes human essence and that a man is free not only to choose his own essence but to change it at will.
    Those are both good existentialist premises, and they are useful in Jacob's case.
    One is a patient simply because one chooses a condition that only therapy can bring one to, not because any one condition is inherently better than another.
    Jacob Horner first meets the Doctor quite by chance on the morning of March 17, 1951, in what passes for the grand concourse of the Pennsylvania Railroad Station in Baltimore.
    It happens to be the day after his twenty-eighth birthday and he is in an unusual condition: he can't move, he is paralyzed.
    The Doctor is a physician and he is interested in discussing his case with him.
    His specialty is various sorts of physical immobility in a farm designed for the treatment of paralytics.
    According to the Doctor at that time on the bench Jacob is neither a major nor a minor character: he is no character at all.
    In fact, in a sense, as Jacob said, he was Jacob Honer.
    So following the Doctor's advice, he enters the teaching profession; for a time he is a teacher of grammar at the Wicomico State Teachers College, in Maryland.
    Here he becomes acquainted with two other professors: Joe Morgan and his wife, Rennie.
    The friendship quickly develops into a love triangle where everyone is responsible of their actions.
    Joe is rather a strange man: he methodically analyzes his own and other people's behavior and the relationship with his wife is an uncommon one : neither of them want to make a permanent thing of it and moreover Joe believes there's nothing intrinsically valuable about marriage.
    If he supposed that Rennie had committed adultery behind his back, their relationship would have lost its raison d'être.
    Joe has no friends, because he will expect a lesser degree of the same kind of thing from a friend.
    In this sense, he shows his intellectual superiority to dominate the others and to dominate Rennie.
    Rennie says that she lived in a complete fog from the day she was born until after she met Joe.
    She wasn't really interested in anything, she never thought about anything. She never even particularly wanted to do anything, she didn't even especially enjoy herself. She just dreamed along like a big blob of sleep.
    She has never seen anybody like Joe.
    She thinks of Joe like she would think of God. Even when he makes a mistake, his reasons for doing what he did are clearer and sharper than anybody else's.
    Joe is only intolerant of stupidity in people he cares about.
    Rennie thinks she is better off now than she was: she wasn't anything before.
    According to Jacob's version of Rennie, what happened couldn't have happened. According to her version of herself, it couldn't have happened. And yet it happened.
    They not only have to accept the fact that she did what she did, but also the fact that she wanted to do it.
    Mythotherapy would have kept Jacob out of any involvement, if he'd practiced it assiduously the whole time. Actually he did practice it, but like a ninny he gave himself the wrong part. Even the villain's role would have been all right, if he'd been an out-and-out villain with no regrets! But he has made himself a penitent when it's too late to repent.

    ha scritto il 

  • 0

    Postmoderno ma proustiano. Ancora bello

    Leggerò anche l'opera galleggiante. In ogni caso questo romanzo ultracinquantenne non mostra la sua età e incuriosisce per la genialità stilistica di JB. A tratti incanta. Ciò che colpisce è l'abilità ...continua

    Leggerò anche l'opera galleggiante. In ogni caso questo romanzo ultracinquantenne non mostra la sua età e incuriosisce per la genialità stilistica di JB. A tratti incanta. Ciò che colpisce è l'abilità dell'autore nel tracciare consapevoli ed espliciti piani di lettura sovrapposti. Questa scelta postmoderna non rende illeggibile o faticoso il ramanzo, ma fornisce una "analitica" della narrazione in cui l'io narrante si spiega, si commenta, si censura, inventa incessantemente più ruoli senza però appesantire la struttura del racconto. In definitiva l'atteggiamento postmoderno ha un esito molto "europeo". Paradossalmente, benché lo stile sia ovviamente molto differente, inella minuziosa ermeneutica di JB trovo più Proust di Pinchon o di Wallace.

    ha scritto il 

  • 3

    scrittura divertente e affascinante come al solito, ma da questo seguito ideale (solo temporalmente e per tono non per trama) de L'opera galleggiante, mi aspettavo molto di più. Si incarta velocemente ...continua

    scrittura divertente e affascinante come al solito, ma da questo seguito ideale (solo temporalmente e per tono non per trama) de L'opera galleggiante, mi aspettavo molto di più. Si incarta velocemente sul rapporto a tre tutto emotività taciuta e urlata (contemporaneamente) e lunghe elucubrazioni mentali.

    ha scritto il