La lezione di anatomia

Di

Editore: Einaudi

3.7
(477)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 239 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco

Isbn-10: 8806190733 | Isbn-13: 9788806190736 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Salute, Mente e Corpo

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Descrizione del libro
Lo scrittore Nathan Zuckerman è prostrato da una misteriosa malattia, che inizia dal collo e dalle spalle e invade tutto il corpo. La sua principale occupazione è vagare da un medico all'altro, ma nessuno riesce a scoprire la causa del suo tormento. Per evitare che tutti i tormenti si trasformino in incubo, cerca di trovare le cause al suo dolore in qualcosa di reale e concreto: suo fratello, ad esempio, lo accusa di aver provocato la morte dei loro genitori con la pubblicazione del suo astioso bestseller. Decide infine di fuggire da New York e di iscriversi alla facoltà di medicina per colmare i vuoti della sua professione di scrittore, ma i guai che incontra sono peggiori di quelli che fugge.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Be', che dire, Roth è Roth e per me quasi una garanzia, il suo stile, paragrafi complessi ma al tempo scorrevoli, non delude mai, riesce sempre a trascinarmi.
    La pecca di questo libro è stata forse un ...continua

    Be', che dire, Roth è Roth e per me quasi una garanzia, il suo stile, paragrafi complessi ma al tempo scorrevoli, non delude mai, riesce sempre a trascinarmi.
    La pecca di questo libro è stata forse una apparente inconsistenza della trama, che si può sintetizzre in poche righe: Nathan Zuckerman, scrittore famoso autore di "Carnovsky", libro ricco di spunti autobiografici nel conflitto del protagonista ebreo con la famiglia e le tradizioni semite, soffre di dolori cronici di cui non riesce a liberarsi né a identificarne la causa. In un tentativo di fuga dal dolore e dalla sua vecchia vita decide di mollare il mestiere di scrittore per iscriversi a medicina a Chicago, nella stessa università in cui si è laureato in lettere. Punto. E dentro questa trama inconcludente (perché ovviamente il libro è a finale aperto) c'è un mondo: l'enumerazione delle varie diagnosi e cure che innumerevoli specialisti propinano al protagonista, i flashback sulla sua famiglia, in particolare il funerale della madre, l'harem di donne, ognuna particolare a suo modo, che circondano Zuckerman nella sua agonia, il conflitto interiore per i dissidi che il successo di "Carnovsky" gli ha portato nei legami familiari, il conflitto con il mestiere di scrittore che ormai è diventato un ruolo a cui tutti quelli che lo circondano si aspettano che si conformi, i personaggi comprimari di Chicago e le loro storie. Il libro termina con Zuckerman ricoverato in ospedale dopo aver abusato di analgesici e alcool per non sentire il dolore, senza ancora essere riuscito a iscriversi, impegnato ad accompagnare i vari tirocinanti nei loro tour tra i reparti, a raccogliere le storie dei pazienti, ancora convinto di poter cambiare il suo ruolo in quello di medico, ma alla fin fine incatenato a quello che è sempre stato.
    Un bel libro complessivamente, quando si tirano le somme ci si accorge della struttura ben studiata e del significato di una trama apparentemente scarna. Mi dispiace solo di non aver letto i libri precedenti che mi avrebbero dato un background di cui forse avrei avuto bisogno, ma dopo l'esperienza di Pastorale Americana (in cui Zuckerman compare ma solo come voce narrante), avevo sperato - erroneamente - che non fosse necessario. Peccato.

    ha scritto il 

  • 3

    pag 33

    quattro mesi dopo, quando tornarono a ricoverarla, fu in grado di riconoscere il neurologo quando entrò nella stanza, ma quando lui le chiese di scrivere il proprio nome su un pezzo di carta, l ...continua

    pag 33

    quattro mesi dopo, quando tornarono a ricoverarla, fu in grado di riconoscere il neurologo quando entrò nella stanza, ma quando lui le chiese di scrivere il proprio nome su un pezzo di carta, lei gli tolse la penna di mano e invece di scrivere «Selma» scrisse la parola «Olocausto», senza errori di ortografia.

    Ma va', ebrei del cazzo.

    ha scritto il 

  • 5

    La lezione di anatomia è una grande domanda sul dolore. Su un dolore fisico che non dipende per forza, freudianamente, da cause psicologiche, ma che obbliga Nathan Zuckerman a fare i conti con la sua ...continua

    La lezione di anatomia è una grande domanda sul dolore. Su un dolore fisico che non dipende per forza, freudianamente, da cause psicologiche, ma che obbliga Nathan Zuckerman a fare i conti con la sua vita, con quella che è stata e con quella che sarà. La sua vita di scrittore, infatti, l'ha portato a ripiegarsi su se stesso (fino a farsi venire mal di schiena), l'ha spinto a spremere tutta la sua interiorità. Non scrive più da quattro anni, non ha più niente da scrivere su di sé, non riesce a scrivere degli altri, e il suo dolore fisico continua a rimpicciolire le sue vedute, riconduce costantemente tutto il suo essere a quel punto tra collo, spalle e schiena che lo fa tanto penare.

    «Se esci da te stesso non puoi fare lo scrittore, perché quello che ti mette in movimento è l'ingrediente personale, e se resti attaccato al tuo ingrediente personale finirai per sparire nel tuo buco del culo.»

    Per quanto non riesca a concludere un romanzo, però, Zuckerman è sempre Zuckerman, e non può fare a meno di inventare storie esilaranti (lo avevamo già visto nello Scrittore fantasma alle prese con un “futuro possibile” di Anne Frank). Non riuscendo a inventare niente di nuovo, allora, tutto quello che può fare è moltiplicare se stesso, reinventarsi in versioni diverse, che pescano, è vero, in profondità nella sua esperienza, ma non coincidono con la sua vera identità. Lo Zuckerman/Milton Appel (lontano mille miglia dal Milton Appel “reale”) di questo romanzo è per certi versi la ripresa di uno dei temi di Zuckerman scatenato: che rapporto c'è tra scrittore e personaggi? Tra Zuckerman e Carnovsky? E tra Zuckerman e Appel? E tra Appel e Carnovsky? E, ovviamente, tra tutti loro e Roth stesso?
    La gabbia dello scrittore lo ha escluso dal mondo, può rapportarsi solo con altri , il mondo è uno specchio che continua a mandargli immagini, ora fedeli ora distorte, della sua persona (fino alla catarsi ospedaliera finale). Come già spiegava Flannery O'Connor in Nel territorio del diavolo, «L'eroe moderno è l'escluso. […] I confini del suo paese sono le pareti del suo cranio.»

    Come sempre, non si sa mai dove finisca l'ironia e cominci la tragedia, quanto Roth, Zuckerman e i loro personaggi siano seri e quanto prendano in giro il lettore e gli altri personaggi. Fa parte di questo grande gioco narrativo che Roth conduce con enorme maestria. A fare da sfondo, poi, i soliti (ma intramontabili) temi: l'ebraismo, il rimando “kafkiano” alla figura paterna, le donne, una Newark da cui ci si è allontanati, ma da cui non ci i libera mai veramente.
    Un romanzo-labirinto in cui più si va avanti, più ci si perde e più le strade si moltiplicano. Roth indica tutti i cunicoli, tutte le strade possibili, ma non accompagna il lettore all'uscita, né gli fa percorrere fino in fondo un determinato percorso; lo mette lì, in mezzo al labirinto, tra lo smarrimento e il piacere del gioco.

    ha scritto il 

  • 4

    Roth non ci racconta praticamente niente: ci dice che ha mal di schiena. Ma è lo spunto (o il sintomo) di un viaggio tutto interiore in un ego paranoico, sgradevole, lucido, bisognoso. Un essere umano ...continua

    Roth non ci racconta praticamente niente: ci dice che ha mal di schiena. Ma è lo spunto (o il sintomo) di un viaggio tutto interiore in un ego paranoico, sgradevole, lucido, bisognoso. Un essere umano insomma.

    Si va dal senso di colpa per non essere stato un buon figlio, all'incapacità di avere rapporti costruttivi con gli altri ma soprattutto con sè stesso (forse siamo proprio noi gli artefici del nostro dolore e ci abbarbichiamo ad esso e poi ci dimentichiamo come poter guarire), la rabbia del giudizio degli altri, la mediocrità, la sofferenza che alla fine abbraccia tutti.

    Che fare? Questo libro è la domanda, non la risposta.

    ha scritto il 

  • 3

    L'ultimo della trilogia di Zucherman

    Con questo concludo la trilogia di Zucherman, per me un po' l'aterego di Roth. Il declino se vogliamo di questo scrittore che dopo aver raggiunto la fama e il successo viene ridotto alla disabilità da ...continua

    Con questo concludo la trilogia di Zucherman, per me un po' l'aterego di Roth. Il declino se vogliamo di questo scrittore che dopo aver raggiunto la fama e il successo viene ridotto alla disabilità dal malessere fisico tanto da smettere di essere uno scrittore e tornare a essere solo un uomo.
    Roth, alterna sorrisi e riflessioni come sempre.
    Più fiacco degli altri due ma sempre molto bello.

    ha scritto il 

  • 3

    LA LEZIONE DI ANATOMIA

    «Aveva sgobbato per farsi un nome come scrittore – avido di riconoscimenti prima dei trent’anni, quando doveva lottare; bisognoso di serenità dopo i trenta, quando era diventato famoso – solo per esse ...continua

    «Aveva sgobbato per farsi un nome come scrittore – avido di riconoscimenti prima dei trent’anni, quando doveva lottare; bisognoso di serenità dopo i trenta, quando era diventato famoso – solo per essere vinto, a quarant’anni, dal fantasma di una malattia incurabile senza causa e senza nome.»
    La misteriosa malattia che tormenta Nathan, in questo terzo romanzo del ciclo Zuckerman, è un dolore cervicale che s’irradia alla schiena, lo costringe all’immobilità, ne defeda lo spirito. Non ci sono diagnosi attendibili. Neppure l’affidarsi alle cure di quattro amanti servirà ad alleviagli le pene; e nemmeno un’autoterapia a base di spinelli, vodka e pasticche. Di conseguenza a soffrirne sarà la sua creatività, fino a quando non deciderà di iscriversi a medicina per diventare dottore di se stesso. Riuscirà rifarsi un’identità, rinunciando al proprio sfrenato egocentrismo? La risposta è nelle ultime pagine, in un finale affrettato, un po’ troppo semplice e banale. Ma lo stile di Roth rimane quello a cui ci ha abituati: sopraffino, limpido, tagliente.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi sono spaccato in due quando Zuckerman finge d'essere Milton Appeal il pornografo!

    Roth dimostra il suo genio descrivendo in modo assolutamente perfetto la natura dell'uomo ebreo:
    "...l'ebreo scaten ...continua

    Mi sono spaccato in due quando Zuckerman finge d'essere Milton Appeal il pornografo!

    Roth dimostra il suo genio descrivendo in modo assolutamente perfetto la natura dell'uomo ebreo:
    "...l'ebreo scatenato, un animale tanto divorato dalla propria nuova fame insaziabile da azzannarsi la coda da sé e godersi l'inquietante sapore di se stesso pur seguitando a lagnarsi, con alte grida, del tormento che le proprie zanne gli infliggono".

    ha scritto il 

  • 5

    "Riusciranno a capire i nostri posteri che, verso la metà del ventesimo secolo, in questa enorme, fiacca, smidollata democrazia, un padre - e neanche un padre illustre, di grande cultura o di dimostra ...continua

    "Riusciranno a capire i nostri posteri che, verso la metà del ventesimo secolo, in questa enorme, fiacca, smidollata democrazia, un padre - e neanche un padre illustre, di grande cultura o di dimostrabile potere - poteva ancora assumere la statura di un padre in un racconto di Kafka?"

    ha scritto il 

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