La sesta ora

Di

Editore: Il Maestrale (Tascabili narrativa)

3.7
(114)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 237 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8886109709 | Isbn-13: 9788886109703 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Narrativa & Letteratura , Rosa

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    Storia di un figlio e di un padre: due mondi da sempre lontani in terra sarda di pecore e pastori, non di santi: storia di origini strappate e radici trapiantate come si trapianta il cuore.
    Le sei di ...continua

    Storia di un figlio e di un padre: due mondi da sempre lontani in terra sarda di pecore e pastori, non di santi: storia di origini strappate e radici trapiantate come si trapianta il cuore.
    Le sei di sera, l’ora maledetta in cui tutte le nostalgie si condensano e pesano: chi tra noi è emigrato lo sa bene. Le ‘sei di sera’ dura un attimo pericoloso. Quell’attimo si dilata all’infinito se non ci si scuote in tempo e non si ammira la bellezza che ci circonda. Altrimenti è la mente che si ferma e i fantasmi arrivano, ‘diventando randagi che non stanno bene da nessuna parte’.
    E da estraneo questo nostro figlio reincontra il padre, per sapere il perché della sua vita, ma il padre si rifiuta al figlio, il padre tace. Il figlio si ritrova nudo, in una caverna da esplorare ed un baratro dinanzi. Il baratro di una storia inventata da un vecchio e raccontata ad un giovane, dove l’inizio e la fine sono sempre uguali, dove la fine della storia coincide con i sei rintocchi della sesta ora anche per il vecchio ed una frase ‘noi barbaricini abbiamo radici di carne al posto dei piedi’. Intensa, questa frase apre e chiude il libro, per quel vezzo del pensiero che l’inizio e la fine debbano essere sempre uguali, ma è quello che c’è in mezzo che cambia: il nascere, il morire, il vivere…tutta roba che si può inventare.
    Il libro mi è piaciuto molto, anche se c’è meno ‘limba’ per cui si può fare a meno del vocabolario sardo- italiano, ma la scrittura ne è intrisa e anche il suo senso.

    ha scritto il 

  • 3

    l'essenza di una
    > vita goduta nell'agio ma sprecata per l' insoddisfazione, il non capire il vero
    > senso, quello delle radici profonde verso la propria terra vivendo così
    > profondamente l'inquietu ...continua

    l'essenza di una
    > vita goduta nell'agio ma sprecata per l' insoddisfazione, il non capire il vero
    > senso, quello delle radici profonde verso la propria terra vivendo così
    > profondamente l'inquietudine fra la bella e falsa vita e la povera ma sincera
    > e pulita vita...

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    LA SESTA ORA

    LA SESTA ORA
    Salvatore Niffoi
    “Non c’è uomo più grande di quello che sa di essere piccolo”

    Mannoi Iscusorgiu raccontava spesso al nipote Jacchè, Giacomino, la storia di Bachis Vuettone, il sarto barba ...continua

    LA SESTA ORA
    Salvatore Niffoi
    “Non c’è uomo più grande di quello che sa di essere piccolo”

    Mannoi Iscusorgiu raccontava spesso al nipote Jacchè, Giacomino, la storia di Bachis Vuettone, il sarto barbaricino che divenne famoso in tutto il mondo ed il cui nome veniva pronunciato alla francese: Bachìs Vuettòn. E nel farlo cambiava sempre qualche particolare del suo racconto ma l’inizio e la fine della storia li raccontava sempre uguali, forse perché l’inizio e la fine della vita di un uomo sono sempre identici, nel destino comune della nascita e della morte.
    Fin da quando venne alla luce a Ularzai un 6 agosto, Festa della Trasfigurazione di Nostro Signore, Bachis era diverso da tutti gli altri bambini. Aveva i capelli rossi come i semi della melagrana, gli occhi verdi trasparenti come tormaline
    e un viso angelico “impastato di tenerezza, gioia, malinconia”.
    Era sensibile e da subito aveva mostrato un considerevole talento sartoriale tanto che sembrava essere stato “partorito da uno scampolo di stoffa, con l’ago in mano, le forbici nell’altra e una bobina al posto del cuore”.
    Ma ecco che il padre Tidoru, non contento che il figlio intraprenda un mestiere da “femmina” decide di spedirlo da compare Bore, nella solitudine della campagna, a fare il servo pastore.
    Tra padre e figlio si aprirà così una frattura talmente profonda che avrà la capacità di riempirsi di odio ma anche di amore, di allontanarli e di legarli per sempre, nel corso della loro vita.
    Al seguito di un regista venuto a girare un film in Sardegna e che apprezzerà il suo lavoro facendogli fare il costumista, Bachis approderà nella Capitale e dopo la frequentazione dell’atelier del rinomato Maranzino, spiccherà il volo nel campo della moda.
    Subito arriverà, travolgente, il successo accompagnato dalla fama, dalle copertine dei giornali, dalle interviste, dalle feste mondane, ma soprattutto accompagnato da tanti soldi, soldi a palate, che gli permetteranno di soddisfare ogni suo desiderio e di acquistare ville, macchine e donne.
    Ma le sue vere ispirazioni, i colori dei suoi abiti così costosi e altamente valutati, erano semplicemente il ricordo dei colori della sua terra, quelli che accompagnavano i suoi giorni solitari tra i monti: i colori delle foglie galleggianti sul fiume Cauleddu, i riflessi delle pietre pelose di su Carru Mannu, le sfumature dell’autunno nelle campagne e quelle delle rocce slavate dalla pioggia, il colore della paura suscitata da una natura che può colpirti come e quando vuole.
    Il dolore, quello che percuote chi ha cercato di strapparsi dalla propria condizione, un dolore ritmato dal tocco dell’orologio della Torre Pisana, che suona dentro l’anima lo scandire del tempo che passa e che nei rintocchi della sesta ora segna l’ineluttabilità dei destini umani, squarcia la sua nuova vita. La fatalità e la dimensione di piccolo essere umano non può essere dimenticata e l’angoscia si ferma come una pietra tra il cuore e la gola.
    La tragedia si abbatte sulla famiglia Vuettone con la morte precoce dei fratelli di Bachis: chi annegato, chi ucciso, chi trascinato in un matrimonio che termina col sangue, chi sfatto dalla droga, in corsa verso una pazzia che toglie la vita. Anche mamma Masedda muore sfinendosi di dispiaceri e a babbo Tidoru, che scampò alla morte solo per andare incontro a un destino di sofferenza non resterà che sputare bestemmie e tabacco, ridotto a un “tronco secco e slinfato”, a un viso di granito scheggiato dalle paure dell’esistenza, ragnatelato di rughe indelebili e profonde come cicatrici.
    La sesta ora suonerà anche per Bachis, per colui che ha osato andar via dal suo mondo, per colui che ha cercato di essere, altrove, qualcun altro. Per colui che ha provato a strappare le radici di carne dai suoi piede barbaricini, dirigendo la sua vita lontano, senza accorgersi di essere legato “come un cane al cippo di granito della sua terra”.
    Così finisce il racconto di Mannai Iscosorgiu e Jacchè, il nipote, sentendo gli ultimi sei battiti andare e tornare “dal suo cuore alla torre campanaria”, capirà che ci sarà ancora chi tenterà di strapparsi di dosso un destino prestabilito ma, per ogni sogno che sembra essersi realizzato, la vita presenterà un conto salato da pagare.

    ha scritto il 

  • 0

    Senza entrare nel merito del libro che è sicuramente bello!!!!

    Ma esiste un libro scritto da un sardo o ambientato in Sardegna che non parli di:rassegnazione/dolore/sporcizia/solitudine/abbrutimento/malasorte/ignoranza? Se sì per favore consigliatemelo, perchè mi ...continua

    Ma esiste un libro scritto da un sardo o ambientato in Sardegna che non parli di:rassegnazione/dolore/sporcizia/solitudine/abbrutimento/malasorte/ignoranza? Se sì per favore consigliatemelo, perchè mi fa specie che il bellissimo popolo sardo (barbaricino ok!!)sia descritto SEMPRE così!!

    ps ma son le lucciole ad "illuminarsi",che c'entrano le falene...

    ha scritto il 

  • 4

    "A volte i semplici sono meno semplici di quanto sembrano, e si fermano a guardare il mondo che rotola come una palla per tornare sempre al punto di partenza. I semplici lo sanno che si torna sempre l ...continua

    "A volte i semplici sono meno semplici di quanto sembrano, e si fermano a guardare il mondo che rotola come una palla per tornare sempre al punto di partenza. I semplici lo sanno che si torna sempre lì, e risparmiano il carburante dell’esistenza per vivere più a lungo e soffrire di meno." (p. 117)

    ha scritto il 

  • 4

    Niffoi ha un modo di scrivere splendidamente evocativo, impastato della sua terra, carnale, umorale, fantasmatico. Credo che sia lo stile il pregio di questo libro, che forse per trama avvincente e or ...continua

    Niffoi ha un modo di scrivere splendidamente evocativo, impastato della sua terra, carnale, umorale, fantasmatico. Credo che sia lo stile il pregio di questo libro, che forse per trama avvincente e originalità si lascia superare da altri (la vedova scalza e il pane di abele, tra gli altri).
    Una frase meravigliosa di babbu Tidoru che condivido pienamente: "Provava allora una sensaione di piacere per aver capito a modo suo cose che molti non capivano. "Non c'è uomo più grande di quello che sa essere piccolo!"

    Un plauso all'edizione Il maestrale, che è molto maneggevole e che consente di leggere Niffoi ad un prezzo sostenibile rispetto a quella dell'elegantissima Adehi

    ha scritto il 

  • 4

    Crudo e diretto come solo Niffoi sa essere. Un legame stretto alla terra, alla lingua, alla tradizione. Ho apprezzato meno rispetto a "La vedova scalza", perchè la storia è guidata da un fatalismo leg ...continua

    Crudo e diretto come solo Niffoi sa essere. Un legame stretto alla terra, alla lingua, alla tradizione. Ho apprezzato meno rispetto a "La vedova scalza", perchè la storia è guidata da un fatalismo legato alla terra matrigna e schiaccia i suoi figli, punendoli per aver cercato fortuna altrove. Io la mia Sardegna non la vivo così. In molte parti mi ci sono ritrovata. La nostalgia delle piccole cose, la consapevolezza di appartenere ad una terra tanto diversa dal resto del mondo, un popolo dalle mille sfaccettature. Ma il dramma dei Voettone è quello di chi si lascia andare alla disperazione e al fatalismo, alla superstizione della civetta che insozza le ore appollaiata sulla torre dell'orologio. Non condivido. Ma forse io l'ho presa troppo sul personale...

    ha scritto il 

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    Vorrei prima di tutto complimentarmi per il formato del libro: 234 pagg. racchiuse in una dimensione 11,5x16 cm, con copertina morbida. Ideale da tenere in una sola mano e perciò da leggere anche a le ...continua

    Vorrei prima di tutto complimentarmi per il formato del libro: 234 pagg. racchiuse in una dimensione 11,5x16 cm, con copertina morbida. Ideale da tenere in una sola mano e perciò da leggere anche a letto sdraiati (cosa che io adoro fare). Riguardo al contenuto, anche se la storia non è proprio straordinaria(tratta dell'inquietudine di un giovane trascinato dal suo talento lontano dalla sua famiglia, dalla sua terra incontaminata dalla "civiltà")è raccontata con un linguaggio spesso crudo ma allo stesso tempo poetico. Certe frasi le ho rilette più volte tanto le ho trovate belle e significative. Lo stile è in effetti molto particolare. Credo che leggerò altre opere dello stesso autore.

    ha scritto il 

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