La signora Berta Garlan

Di

Editore: Rizzoli BUR 1615-1616

3.8
(66)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 165 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000151293 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Lydia Magliano

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Rosa

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Descrizione del libro
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  • 4

    La piccola tessera di un grande mosaico narrativo

    Ci sono quadri che ci affascinano per la potenza del loro segno, per l’unitarietà e la perfezione della composizione, per la sapienza con cui la luce diviene elemento di comunicazione o per altri elem ...continua

    Ci sono quadri che ci affascinano per la potenza del loro segno, per l’unitarietà e la perfezione della composizione, per la sapienza con cui la luce diviene elemento di comunicazione o per altri elementi che riusciamo a percepire immediatamente, non appena li osserviamo. Pensiamo alla grande pittura italiana del rinascimento, a Caravaggio o alla Cappella Sistina. In genere questi quadri si offrono a noi per essere guardati da una certa distanza, in quanto è l’insieme dell’immagine che ci colpisce in particolar modo. Viceversa, ci sono quadri che per essere apprezzati necessitano di uno sguardo attento e ravvicinato, perché sono composti di tanti minuti particolari ciascuno dei quali potrebbe anche essere isolato dal contesto per raccontarci una storia, ma che acquistano un significato maggiore in relazione agli altri piccoli particolari che compongono l’opera complessiva. Appartengono a questa categoria ad esempio le opere di alcuni maestri di scuola nordica, come i Brueghel o Bosch.
    Ritengo che questa grossolana classificazione possa valere anche per le grandi opere letterarie ed i loro autori: alcuni ci offrono grandi romanzi epici, singole opere nelle quali riversano tutto il loro pensiero, affreschi onnicomprensivi di epoche e personaggi nei quali ritroviamo sentimenti e visioni del mondo che possiamo riconoscere come espressione compiuta del nostro patrimonio culturale. Altri autori, per costruire e proporci la loro narrazione del mondo, accumulano piccoli tasselli, episodi che possiamo gustare singolarmente ma che tuttavia messi insieme costruiscono un affresco non meno affascinante ed esaustivo di quello rappresentato dai grandi romanzi.
    A questa categoria di scrittori appartiene sicuramente Arthur Schnitzler, perlomeno lo Schnitzler narratore (egli fu anche, soprattutto nella prima fase della sua attività letteraria, scrittore di teatro). La sua produzione è fatta soprattutto di novelle, racconti più o meno lunghi, spesso incentrati su un singolo personaggio, in ciascuna delle quali ci offre una piccola tessera del suo mosaico letterario, che solo ricomposto complessivamente ci permette di comprendere la sua capacità di descrivere un’epoca, quella del passaggio dall’800 al ‘900, della prima guerra mondiale, della fine delle illusioni positivistiche e nello specifico della fine della società austro-ungarica, dello sviluppo e dell’affermazione della psicanalisi, un’epoca cruciale nella storia della letteratura moderna.
    La produzione letteraria di Schnitzler si protrasse per oltre un trentennio, ed in questo arco di tempo egli attraversa naturalmente varie fasi esistenziali ed espressive, che portano ad una evoluzione della sua opera, ma credo che comunque prevalga, in essa, un senso di unitarietà complessiva, per le tematiche trattate, che va al di là delle pur evidenti differenze stilistiche e di accento che si possono trovare tra le prime novelle e quelle della maturità, il che consente a mio avviso di poter affermare che Schnitzler lungo tutta la sua produzione letteraria ha perseguito coerentemente la finalità di descriverci il mondo in cui viveva, la perdita delle sicurezze sociali ed esistenziali, l’irrompere delle pulsioni contrapposte alle convenzioni sociali soprattutto attraverso le piccole storie, spesso tragiche, di personaggi a loro modo emblematici di quel mondo.
    La signora Berta Garlan fa parte a pieno titolo delle piccole tessere del grande mosaico schnitzleriano. La novella fu scritta nel 1901, quasi contemporaneamente ad uno dei grandi capolavori dell’autore viennese, Il sottotenente Gustl. A differenza di questo, però, La signora Berta Garlan non fa ricorso al monologo interiore, come forse pure avrebbe potuto vista la focalizzazione del racconto attorno ad alcune settimane della vita di un singolo personaggio, ma si avvale di uno stile di scrittura più convenzionale, il che fa dire ad Italo A. Chiusano, nella prefazione a questa edizione della BUR, che la novella è uno degli ultimi prodotti di una narrativa che rientra ancora nella grande tradizione dell’Ottocento. A mio avviso questo non è vero; in tal caso infatti si dovrebbe supporre in Schnitlzer una sorta di schizofrenia narrativa, che lo vedrebbe da un lato inventare di fatto la più tipicamente novecentesca delle tecniche narrative e pressoché contemporaneamente rifugiarsi in una prosa ottocentesca. La spiegazione di questo indubbiamente diverso accento stilistico in due opere così vicine nel tempo può a mio avviso essere ricercata quasi paradossalmente proprio nel carattere unitario dell’opera narrativa di Schnitzler: ogni novella, come detto, può essere vista come il capitolo di un unico grande romanzo, ed allora (esattamente come farà Joyce nell’Ulisse) ciascun capitolo può assumere una sua precisa connotazione stilistica, in relazione al tono generale della storia. Così, due delle novelle più drammatiche quanto a destino dei protagonisti (il citato sottotenente Gustl e La signorina Else, scritte a più di vent’anni di distanza) non possono che rendere il tumulto interiore dei protagonisti attraverso il monologo interiore, mentre in altre novelle, più piane e tranquille, il tono narrativo deve giocoforza cambiare per essere aderente a quanto narrato. Del resto che La signora Berta Garlan sia opera pienamente novecentesca è attestato, anche a livello stilistico, da segni inequivocabili, seppur meno radicali che in altre novelle: le bellissime pagine nelle quali Berta riflette con sé stessa attraversando Vienna, come pure il repentino passaggio, nei momenti di maggiore attività emotiva della protagonista, dall’impiego del passato remoto a quello del presente indicativo appartengono appieno a canoni narrativi tipicamente novecenteschi.
    La storia narrata in questa novella è quella di una giovane vedova, con un figlio cinquenne, che vive apparentemente serena nella piccola città della Wachau nella quale si era trasferita, da Vienna, dopo il matrimonio con un impiegato più anziano di lei, morto improvvisamente un paio d’anni prima. Veniamo a sapere che in gioventù ha studiato pianoforte, ma che ha dovuto abbandonare il conservatorio dopo un rovescio finanziario della famiglia, e che ha accettato di sposarsi per non rimanere sola dopo la morte quasi contemporanea dei genitori. La sua ristretta ma tranquilla esistenza nell’ambiente piccolo-borghese di provincia è interrotta dal rapporto riallacciato a Vienna con Emil, un fidanzato dell’epoca del conservatorio, nel frattempo divenuto famoso violinista. Berta sogna di diventare sua moglie e gli si concede al primo incontro nonostante sia rimasta sino ad allora del tutto fedele alla memoria del marito. Emil invece vede in Berta solo l’avventura di una notte e respinge le sue successive offerte d’amore. A Berta non rimane che tornare nella sua piccola città, dove la sua amica Anna Rupius, moglie di un funzionario rimasto paralizzato (e impotente) a seguito di un incidente, muore in seguito al procurato aborto del figlio concepito con un amante viennese.
    Detta così la trama sembra quella di una banale storia d’amore tra una donna ingenua e sincera e un uomo cinico e profittatore. In realtà, come sempre in Schnitzler, il contesto in cui la storia si svolge assume un ruolo centrale, ed in questo caso il contesto, oltre che dall’ambiente fisico, nel quale emerge il forte contrasto tra la cittadina di provincia e la grande capitale, è dato anche e soprattutto dal contesto umano che ruota attorno a Berta e che disvela tutta la sua ipocrisia rispetto alla grande rimozione sociale: quella del sesso come una delle forze che condiziona le relazioni umane.
    Berta per prima ha rimosso il sesso dal suo orizzonte vitale, anzi ci dice esplicitamente che questo non era mai apparso, se non come dovere coniugale, neppure durante il matrimonio con l’anziano marito. Questa rimozione però è innaturale: Berta sente oscuramente che le relazioni tra le persone che la circondano sono basate sul sesso, sulla sua ingombrante presenza o sulla sua assenza. Emil è quindi in qualche modo lo strumento di questa scoperta, l’oggetto che Berta utilizza per scoprire la gioia e la soddisfazione sessuale. Ella però è conscia del ruolo sociale che le convenzioni attribuiscono al sesso ed alla sua pubblica rimozione, non può concepirlo solo in funzione utilitaristica, per quanto cerchi a tratti di convincersi di ciò, in alcune che sono tra le più belle pagine del racconto, e quindi non può che rifiutare sdegnata la proposta di Emil di essere la sua amante occasionale, una donnaccia.
    Parallelamente alla sua storia scorre quella, più drammatica, dei coniugi Rupius, i cui contorni reali conosceremo solo alla fine del racconto. Tra i due la funzione utilitaristica del sesso è accettata, nel senso che il paralitico e impotente Rupius accetta – sia pure con un profondo dolore interiore - che la moglie lo tradisca, considerando la soddisfazione sessuale un diritto in una donna ancora giovane ed attraente. Anche questa strada si rivelerà tuttavia impercorribile, ed alla fine, nello splendido finale sospeso, i due reduci siederanno sconfitti l’uno accanto all’altro.
    Nel racconto compaiono altri personaggi e vengono accennate altre storie, tutte caratterizzate da meschinità e ipocrisia, quando non da squallore, rispetto al tema delle relazioni sessuali.
    Schnitzler ci offre in questa novella uno spaccato di come la società piccolo-borghese del suo tempo fondasse le relazioni interpersonali sull’uso di maschere (che non a caso diverranno reali in Doppio sogno) volte a nascondere e sterilizzare l’istintualità e le pulsioni profonde dello stare insieme, ma ci dice come la caduta di queste maschere sia inevitabile. Come in altre sue opere egli tuttavia si ferma nel momento in cui le maschere cadono, e noi non riusciamo a vedere cosa c’è davvero sotto di esse, perché in quel momento l’autore cala il sipario e lascia a noi immaginare cosa accadrà. Come detto da Reinhard Urbach, grande studioso di Schnitzler citato da Chiusano nella prefazione, ”La maschera – la finzione sociale – era il suo tema preferito, non lo smascheramento.” E’ anche questo rifiuto di ogni didattica a mio avviso il segno che ci troviamo di fronte ad un grande autore.

    ha scritto il 

  • 5

    Schnitzler è una garanzia! L'inizio fa temere che si tratti di un romanzo di stile ottocentesco, lento e appesantito dalle descrizioni; dopo un paio di pagine si rivela tutto il talento psicologico e ...continua

    Schnitzler è una garanzia! L'inizio fa temere che si tratti di un romanzo di stile ottocentesco, lento e appesantito dalle descrizioni; dopo un paio di pagine si rivela tutto il talento psicologico e poetico dell'autore e ci si lascia prendere da un viaggio quanto mai realistico nella mente della protagonista e nell'atmosfera viennese. Magistrale il racconto di un sogno in cui Berta scivola inavvertitamente, che sembra anticipare alcuni momenti della Signorina Else.

    ha scritto il 

  • 4

    Più classico di altri romanzi di Schnitzler, ma avercene. Analisi a ritmo veloce dei moti interiori di una donna che pensa di tornare "femmina", ma per la quale le cose non andranno come sperava. Ben ...continua

    Più classico di altri romanzi di Schnitzler, ma avercene. Analisi a ritmo veloce dei moti interiori di una donna che pensa di tornare "femmina", ma per la quale le cose non andranno come sperava. Ben costruito e intelligente.

    ha scritto il 

  • 4

    La rassegnata rinuncia ad una vita che può esporre a turbamenti e sofferenze è il tema iniziale e finale di questa deliziosa opera.
    Una rinuncia che ben si addice ad una creatura mite ed un po’ infant ...continua

    La rassegnata rinuncia ad una vita che può esporre a turbamenti e sofferenze è il tema iniziale e finale di questa deliziosa opera.
    Una rinuncia che ben si addice ad una creatura mite ed un po’ infantile come Bertha che, dopo anni di ottundimento emotivo, decide di dare ascolto alla propria femminilità lungamente assopita, non pienamente consapevole delle ripercussioni che tale decisione avrà sulla percezione che ella ha di se stessa.
    Non è certo una donna frivola Bertha e reagisce con dolorosa dignità, comprendendo che quanto successo offende la sua natura fondamentalmente onesta, natura che altro non le permette che vivere come ha sempre fatto, forse nel grigiore, ma senza dubbio in maniera più consona al suo essere .
    Ancora una rassegnata rinuncia dunque, ma sicuramente siamo presenti ad una rassegnazione più serena e consapevole, volta al rispetto di se stessa.
    Schnitzler scrive magistralmente e la sua capacità di tradurre in parole, in maniera semplice ma efficace, il sentire umano continua a sorprendermi.

    ha scritto il 

  • 5

    L'interludio.

    C'è una pendola ferma da anni. Un bel giorno il proprietario della pendola decide, per capriccio, di rimetterla in movimento. Essa inizia a scandire diligentemente l'avvicendarsi di speranza e dispera ...continua

    C'è una pendola ferma da anni. Un bel giorno il proprietario della pendola decide, per capriccio, di rimetterla in movimento. Essa inizia a scandire diligentemente l'avvicendarsi di speranza e disperazione. Esaurita la carica la pendola si ferma e il proprietario si scorda di lei. Ben difficilmente la rimetterà in moto. Alla pendola sta bene così.

    ha scritto il 

  • 3

    E' il racconto introspettivo e spicologico di una giovane donna rimasta vedova con un bambino a carico da sfamare e da crescere da sola senza un lavoro fisso su cui poter contare. Si inventa istruttri ...continua

    E' il racconto introspettivo e spicologico di una giovane donna rimasta vedova con un bambino a carico da sfamare e da crescere da sola senza un lavoro fisso su cui poter contare. Si inventa istruttrice privata di pianoforte nel piccolo paese dove vive per poter così sbarcare il lunario ma tuttavia non è soddisfatta della propria vita. Si reputa una donna ancora giovanile e non adatta alla vita di paese ma piuttosto alla vita mondana di Vienna dove ha trascorso la sua infanzia e dove spera di poter riconquistare l'amore di un ragazzo che all'epoca frequentava con lei il conservatorio e che adesso è diventato un uomo di fama e di successo. Speranza vana che fa comprendere alla donna come il passato sia realmente passato. Carino, contando che non amo molto il genere spicologico che a mio parere si dilunga in continue ed estenuanti riflessioni del protagonista. Il bello sta anche nel fatto che la narrazione non ha una vera e propria conclusione. Una volta che Berta ritorna in paese, sostenendo un suo compaesano nel suo travagliato momento di crisi dovuto all'improvvisa morte della moglie, non sappiamo come proseguirà la vita di Berta e ciò lascia libero spazio alla fantasia.

    ha scritto il 

  • 2

    Un breve romanzo psicologico, che racconta l'ingenuità di una giovane donna, la tristezza di una vita provinciale, dove ogni giorno è uguale al precedente, l'angoscia e il dolore di chi s'illude...
    Am ...continua

    Un breve romanzo psicologico, che racconta l'ingenuità di una giovane donna, la tristezza di una vita provinciale, dove ogni giorno è uguale al precedente, l'angoscia e il dolore di chi s'illude...
    Ambientato all'inizio del Novecento, in Austria, lo stile narrativo tende ad essere altisonante ed un po' antico, senza però risultare mai difficile da comprendere.
    Il ritmo, soprattutto all'inizio, essendo abbastanza lento, rende il romanzo noioso in alcune parti.

    ha scritto il