La testa perduta di Damasceno Monteiro

Di

Editore: Feltrinelli

3.7
(1600)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 240 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Portoghese

Isbn-10: 8807015188 | Isbn-13: 9788807015182 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Audiocassetta , Copertina rigida , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Politica

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Descrizione del libro
Un truce fatto di sangue. L'inviato di un giornale popolare di nome Firmino.Un avvocato anarchico e metafisico, ossessionato dalla Norma Base, cheassomiglia a Charles Laughton. L'antica e affascinante città di Oporto. Unromanzo che sotto le apparenze di un'inchiesta costituisce una riflessionesull'abuso e sulla giustizia.
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    La storia è ambientata a Oporto negli anni ’90 (anche se a tratti sembrano gli anni ’50), ma potrebbe benissimo essere ambientata a Roma o al Cairo, visto che racconta di un giovane entrato vivo in un ...continua

    La storia è ambientata a Oporto negli anni ’90 (anche se a tratti sembrano gli anni ’50), ma potrebbe benissimo essere ambientata a Roma o al Cairo, visto che racconta di un giovane entrato vivo in una caserma di polizia e uscitone morto. Peggio, decollato. C’è un cadavere, c’è un’indagine, c’è un processo (c’è anche l’idea che la stampa possa sensibilizzare e non solo solleticare l’opinione pubblica, da cui si capisce che il libro è apparso prima dei noti plastici). Come nei gialli di Nero Wolfe, anche qui abbiamo un braccio operativo, il giovane giornalista Firmino, e una mente pensante, che non ha il volto di Tino Buazzelli, bensì quello di Charles Laughton, tant’é che in città viene affettuosamente chiamato Loton, benché all’anagrafe risponda al nome di Fernando de Mello Sequeira. E come Nero Wolfe, Loton è un uomo corpulento, anzi obeso. Non è però solo per la sua mole che finisce per occupare prepotentemente la scena da quando compare per la prima volta, verso metà libro, nel suo ufficio strabordante di libri. Si capisce subito che la sa lunga: non lo ossessionano, per dire, le orchidee, ma la Norma fondamentale (è stato allievo di Kelsen), il principio metafisico che sorregge tutti i codici umani, il punto archimedeo che trasforma la violenza in diritto e deresponsabilizza tutti i carnefici in nome di un’istanza superiore, “giusta”. É grazie alle sue apparenti divagazioni sul tema che questo libro leggibile come un noir (condito di fado, trippe e altre malinconerie tipicamente portoghesi) assume poco per volta il tono dell’apologo etico, attraverso una fittissima rete di rimandi che ci portano nella colonia penale con Kafka e ai confini dello spirito con Jean Améry. Loton, che è di famiglia aristocratica, ha imparato il tedesco come lingua madre e ha studiato in America e in Svizzera ai tempi di Salazar, avrebbe la competenza per scriverci sopra interi volumi. Ma ha deciso di fare l’avvocato delle cause perse, quello che difende gli scartati, i fragili, i marginali, perché in loro vede anzitutto delle persone e, pur se con maggior understatement, ne condivide lo smarrimento dinanzi alla sfacciataggine del potere. “Non saprei dirle se sia più utile scrivere un trattato sull’agricoltura o rompere una zolla con la zappa, ma io scelsi di rompere le zolle con la zappa, come un contadino”. E in questo impegno non cerca tanto il senso complessivo delle cose, quanto la speranza, un giorno, di ricevere come una lettera dal passato che gli mostri “con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale”, quel frammento di luce che giustifica la sua resistenza. P.s. L’aguzzino di turno è un essere spregevole che si è fatto le ossa in Angola e avrebbe voluto continuare a farsele anziché essere costretto ad abbandonarla con la coda fra le gambe. Non si inventa cose come l’epilessia, ma nega che il defunto possa avere subito torture con mozziconi di sigarette, perché nel suo ufficio – nossignore – non si fuma, in quanto fumare fa male alla salute. Siamo lì.

    ha scritto il 

  • 4

    Il romanzo è bello, forse preferisco Sostiene Pereira e Per Isabel dal punto di vista della scrittura, ma questo è uno di quei romanzi che oltre a essere belli sono anche buoni e si ripropongono una m ...continua

    Il romanzo è bello, forse preferisco Sostiene Pereira e Per Isabel dal punto di vista della scrittura, ma questo è uno di quei romanzi che oltre a essere belli sono anche buoni e si ripropongono una missione importante che nel caso è la denuncia delle torture e delle sopraffazioni e degli illeciti traffici della Garda National portoghese che ha torturato e ucciso un ragazzo, Damasceno Monteiro, per essersi appropriato (o averci provato) di una partita di droga. Non è che la situazione è come si suol dire sfuggita di mano in un impeto di difesa della legge (cosa che comunque...) ma perchè la Garda aveva i suoi interessi nell'affare.
    Perciò immaginate un romanzo con lo spirito di Marlowe e un po' del Buio oltre la siepe ma scritto da un intellettuale. Bello il personaggio dell'avvocato filosofo che conosce a memoria gli orari e bellissimo il finale e le parole dette sul testimone Wanda: transessuale, prostituta, qualche problema psichico ma soprattutto una persona. Tabucchi oltre che uno scrittore da Nobel era certamente una bravissima persona, anti perfezionista per eccellenza. La perfezione genera ideologie e dittature, diceva. Sicuramente nei suoi libri si vede che c'è una grande testa pensante e ben attaccata al collo e collegata al cuore.

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  • 3

    3,5 estrllad. Temática interesante de los abusos policiales abordada desde el punto de vista de un periodista de investigación. Quizá para mi gusto se queda un poco corta sin un desarrollo suficiente ...continua

    3,5 estrllad. Temática interesante de los abusos policiales abordada desde el punto de vista de un periodista de investigación. Quizá para mi gusto se queda un poco corta sin un desarrollo suficiente y a veces peca un poco de demasiada filosofía pero se lee con agrado y tiene una resolución plausible

    ha scritto il 

  • 4

    Un giovane Pereira

    Un giovane cronista che sogna di scrivere di letteratura, un avvocato filosofo e anarchico, un cadavere senza testa. Intorno a queste tre figure, Antonio Tabucchi costruisce un romanzo di grande impeg ...continua

    Un giovane cronista che sogna di scrivere di letteratura, un avvocato filosofo e anarchico, un cadavere senza testa. Intorno a queste tre figure, Antonio Tabucchi costruisce un romanzo di grande impegno civile, che affronta il tema degli abusi della polizia, del ruolo della legge e della responsabilità della stampa nelle società democratiche. Firmino è quasi un figlio di Pereira: più giovane, più appassionato, ma dotato della stessa profonda umanità.

    ha scritto il 

  • 4

    "La socialdemocrazia è un mostro senza testa..."

    “IL MARZIANO MI HA INCONTRATO PER STRADA
    E HA AVUTO PAURA DELLA MIA IMPOSSIBILITA' UMANA.
    COME PUO' ESISTERE, HA PENSATO TRA SE,
    UN ESSERE CHE NELL'ESISTERE METTE UN COSì GRANDE
    ANNULLAMENTO ...continua

    “IL MARZIANO MI HA INCONTRATO PER STRADA
    E HA AVUTO PAURA DELLA MIA IMPOSSIBILITA' UMANA.
    COME PUO' ESISTERE, HA PENSATO TRA SE,
    UN ESSERE CHE NELL'ESISTERE METTE UN COSì GRANDE
    ANNULLAMENTO DELL'ESISTENZA?”
    Questa la poesia di Carlos Drummond De Andrade che Tabucchi ha scelto come “prefazione” alla sua breve opera, mentre nelle note finali sempre l'autore ci dice che oltre alle molte citazioni, di reale c'è un episodio ben concreto che ha poi mosso la fantasia romanzesca: “la notte del 7 maggio 1996, Carlos Rosa, cittadino portoghese di anni 25, è stato ucciso in un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, alla periferia di Lisbona, e il suo corpo è stato ritrovato in un parco pubblico. Decapitato, e con segni di sevizie”. Un romanzo breve, ma come ci ha abituato lo scrittore italiano “adottato” portoghese, ricchissimo di contenuti, trattenuti con uno stile difficilmente imitabile. Miscela di diversi generi, in una struttura semplice e quasi deludente nelle prime cento pagine, dove vengono spiegati i fatti e si comincia ad entrare nell'atmosfera di un paese, il Portogallo. Sono i pensieri di un vecchio gitano, Manolo, emarginato dagli avvenimenti della storia, in cui tra un imprecazione e un ricordo, ripensa a quando il suo popolo era in quel paese rispettato, aveva i cavalli più belli che si potessero trovare, e da buoni artigiani-maghi, circensi-cartomanti, trasformavano il rame in opere d'arte, quasi un alchimia di un passato ricco di storia e che si scontra inevitabilmente con il campo-nomadi del presente, ancora avvolto nel sonno, in una squallida periferia di Oporto. E' lui quindi il primo personaggio della trama, è lui che trova questo corpo decapitato tra gli arbusti, ed è sempre data a lui l'introduzione, l'occhio o il punto di osservazione con cui ci si rende conto di quanto profonda e veritiera sia la sua coscienza, di cui Tabucchi si serve, per dar subito un impressione non stereotipata della civilissima Europa, in mano ai nuovi arricchiti, corrotta e che mai ha dato l'impressione di voler cambiare non solo in meglio, ma concretamente. Poi c'è Firmino, giornalista che scrive per un quotidiano scadente della capitale e che parte a sua volta per indagare sul fatto. E' lui il personaggio minore e allo stesso tempo protagonista di un evento più grande, che lo segnerà come non avrebbe mai immaginato. Aspirante scrittore, tira a campare scrivendo di cronaca nera, per finire la tesi di laurea sul neorealismo portoghese, quello degli anni '50 e, da neofita qual'è, sulle influenze delle teorie critiche di George Lukàcs. Sembrano dettagli questi, invece man mano che si apre l'orizzonte narrativo, ogni cosa riesce in qualche modo ad interferire con l'altra, che sia l'indagine, la riflessione letteraria, il cibo o le città. E' infatti a metà romanzo, dove l'indagine sembra già chiara, che Tabucchi ci presenta l'avvocato Mello Sequeira o Don Fernando per chi lo conosce e ammira la sua riservata umanità; un uomo ricco da dinastie ma difensore di puttane e poveri diavoli, corpulento e sornione, quanto malinconico e pozzo senza fondo di sapienza e ingegno. Soprannominato Lotòn per la somiglianza con Charles Laughton, attore inglese che recitava nei panni del giudice in una fortunata serie degli anni'50, è con la sua comparsa che la scrittura prende un'altra piega, ed è nella reciproca conoscenza dei due personaggi che il romanzo si avvale di piani diversi di lettura. Incontratisi per risolvere un abuso intollerabile della polizia, si ritrovano come allievo e maestro dinnanzi sia alla soluzione di un caso di tortura che a una avvincente quanto disincantata analisi della società portoghese. E' qui la prima immersione verso una lettura sempre più avvolgente, narrando di questa forma di violenza insita nell'uomo da millenni che evidentemente preferisce punire con le peggiori intenzioni possibili un suo simile, averlo nelle sue mani e sotto il suo controllo tutto il tempo necessario, e far di lui ciò che vuole. Questo sempre in nome di qualcun altro, che sia Dio nell'inquisizione, gli alti comandi nelle dittature, la manovalanza nella malavita, o altri mezzi più sottili nelle consolidate democrazie coperte dall'ipocrisia di regole e parole, spesso smentite dai fatti di sangue di singoli o di molti, a seconda delle situazioni... E' da qui che lo scrittore si avvale del trucco di lasciar discorrere l'avvocato, arrivando a punti davvero intensi e avallando allo stesso tempo il suo costrutto narrativo semplice, parallelo al pensiero dell'erudito e inarrivabile oratore, che apre mille finestre e continui file apparentemente casuali, ma che invece sembrano connessi ed unirsi l'uno all'altro da trame tessute come l'invisibile tela di un ragno. Il libro merita la lettura proprio per questa dimensione creata ad arte, dove Holderlin viene raccontato come il poeta che attendeva lettere dal passato, corrispondenze mai arrivate e forse attese, per sapere quello che non si può sapere, e magari “che ci spieghino un tempo della nostra vita che non abbiamo mai capito”. Creando uno dei momenti più suggestivi di tutto il romanzo, Lotòn cita un verso di Louise Colette, mediocre poeta secondo l'avvocato ma fautrice nei suoi versi di un messaggio cifrato rivolto a Flaubert: “che ne facciamo degli amori passati?”. Riferendosi a Firmino con malcelata malinconia, il vecchio saggio si chiede anche a se stesso se questi passati sentimenti andranno nei cassetti mai aperti di calzini bucati e cianfrusaglie, e se lo scrittore francese capì davvero il messaggio della sua amica aspirante poeta, o se tutto viene invece dimenticato nei cassettoni o nel buio di un interruttore spento. E' da qui che si rivela la “lezione finale” di questa filosofia vissuta più che pensata: “Ebbene pensi a tutte quelle trame complicate tessute dal ragno, sono tutte vie che conducono al centro, a guardarle alla loro periferia non sembrerebbe, ma tutte conducono al centro...” e così Tabucchi si svela, e continua con lla voce del maestro-avvocato: “...da un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze”. Sembrano quindi tornare sotto forma di lontane impressioni, le influenze di Kafka, Pessoa, Rimbaud, e tutto un arcipelago di concetti che vien voglia di approfondirli tutti, notando, per ritornare all'ispirato Sequeira, questo “sistema binario su cui si sostiene il mondo”. E difatti anche il romanzo sembra seguire un continuo dualismo: maestro e allievo, Lisbona e Oporto, il materialismo dialettico e la Scuola di Vienna, la verità e la menzogna, la società e i paria, e così via...questo espediente permette di fare i confronti, ma la voce narrante di Lotòn permette di più, ed esprime in un modo quasi poetico e desolato, il disgusto non per un fatto in sé, ma per ogni fatto di sopruso e violenza; è la pietas verso coloro considerati invisibili, privi di diritti, di norme talmente sofistiche da allontanarsi dal bisogno reale di qualcuno, diventando formule di un diritto astratto a dispetto di morti atroci e concrete, come la testa sparita di un giovane, in un paese che nonostante abbia vinto una dittatura, ritrova gli stessi metodi, le stesse protezioni, gli stessi insabbiamenti...viene inoltre spiegato un curioso parallelismo tra il Milligan, un gioco di carte, e il vertice delle Nazioni Unite di Ginevra, dove in entrambi i casi la tattica è una finta collaborazione tra i partecipanti, ma nella realtà ognuno cerca di ostacolare l'avversario per fare il proprio gioco e vincere. Tabucchi così va molto più in là, quel che sarebbe risultato più ostico e intricato, diventa un fiume in piena di pensieri, quelli dell'avvocato Mello Sequeira che senza contraddittori si spinge ad una riflessione che va al di là delle parti; come quell'urlo espressionista di Munch, regala ad un giovane giornalista un assordante monologo per la sua coscienza, un grido muto sull'inutilità, sulle occasioni mancate, sull'insensatezza di fatti evitabili ma invece accaduti. Un confronto sulla bellezza e la vita, sull'immensità del cosmo e sul confronto con gesti infami di violenza estrema. Questo dice Lotòn, in Portogallo come in Italia. Anche nella sua arringa finale registrata da Firmino, per problemi tecnici poco si capisce, ma da quel poco che ne esce, il silenzio sembra la giusta pausa d'amarezza e coraggio, l'impressione di un'arringa tanto al potere, che si assolverà, quanto a un sistema atroce e così voluto e deciso. Un silenzio sull'inutilità di questa giustizia, la cui bilancia non è mai stata tarata nel modo giusto. Firmino di ritorno a Lisbona ascolta e sa, che sebbene niente cambierà, per lui nulla sarà come prima. Tabucchi quindi, si avvale di cento pagine, per permettere a se stesso uno sfogo composto da mille sfumature, ma anche capibile a livello sensoriale. E tra la disinformazione di ognuno e il menefreghismo di tutti, si riparte con la riapertura del caso, il primo fu Manolo il gitano a denunciare. L'ultimo un travestito malmenato e dimenticato in cella, ad aver visto con i suoi occhi la fine di Damasceno Monteiro. Nessuno crederà a un travestito, ma Don Fernando, alias avvocato Mello Sequeira, alias Lotòn, riprende il suo lavoro, ricordando che quel travestito ha un nome e un cognome, “Una persona” dice, "si tratta di una persona". Una Persona.

    ha scritto il 

  • 4

    Poliziesco? Forse...

    La testa perduta di Damasceno Monteiro – Antonio Tabucchi
    Questo piacevolissimo romanzo parla di molte cose, pur essendo un “semplice” poliziesco. In realtà di poliziesco ha ben poco, visto che a occu ...continua

    La testa perduta di Damasceno Monteiro – Antonio Tabucchi
    Questo piacevolissimo romanzo parla di molte cose, pur essendo un “semplice” poliziesco. In realtà di poliziesco ha ben poco, visto che a occuparsi di un delicato caso di torture, omicidio e decapitazione è un giovane giornalista lusitano con la passione per la letteratura e la saggistica. Il tutto si svolge in una città che amo: Oporto.
    Una storia che, oltre al classico e forse scontato insegnamento su ciò che è buono e ciò che è cattivo, fa riflettere in generale sull’animo umano. Tante volte, leggendo di paesi e stati che nel corso dei decenni hanno sofferto di cadute, riprese e terribili dittature, mi pongo spesso la solita domanda: basterà instaurare un regime democratico per sconfiggere la cattiveria?
    No. Credo di no.
    Quattro palle per questo bel romanzo, graditissimo pensiero dell’amica Mara.

    ha scritto il 

  • 3

    Siamo ad Oporto, presumibilmente nel 1996. Un anziano gitano, Manolo detto El Rey, ha rinvenuto nella squallida boscaglia alla periferia della città un cadavere decapitato. Firmino, giovane giornalist ...continua

    Siamo ad Oporto, presumibilmente nel 1996. Un anziano gitano, Manolo detto El Rey, ha rinvenuto nella squallida boscaglia alla periferia della città un cadavere decapitato. Firmino, giovane giornalista trentenne, corrispondete del periodico “Acontecimento”, ma che nutre l’aspirazione di dedicarsi a studi di critica letteraria, viene inviato da Lisbona per documentare l’inchiesta nata intorno a questo ritrovamento. Grazie a contatti quasi fortuiti e ad una testimonianza oculare anonima Firmino scopre presto che dietro l’assassinio barbaro di Damasceno Monteiro –questo il nome della vittima- si cela un traffico di droga con a capo nientemeno che un membro della locale Guardia Nacional, il sergente Titanio Silva, che tutte le circostanze e gli elementi raccolti sembrano indicare con certezza come il reale assassino del giovane Monteiro. È a questo punto che Firmino, alla ricerca di un legale che aiuti la famiglia del ragazzo a costituirsi parte civile nel tentativo di ricevere giustizia per la perdita subita, viene invitato a rivolgersi all’avvocato Fernando de Mello Sequeira, a tutti noto come avvocato “Loton” per la sua innegabile somiglianza con il Charles Laughton del film Testimone d’Accusa di Billy Wilder. L’avvocato “Loton” è l’ultimo discendente di una nobile famiglia portoghese che, in mancanza di eredi, si estinguerà con lui. Egli incarna la figura di intellettuale disincantato, che alla luce di tutti gli ideali inevitabilmente infrantisi nel corso della sua vita, diviene portatore di una visione dell'esistenza e della società pragmatica e cruda, una società dove, se si decide comunque di ricoprire romanticamente il ruolo di difensore della giustizia sui torti, il massimo che si può sperare è solo quello di alleviare i danni dovendo comunque imparare a convivere con un mondo corrotto, formato da pregiudizi, da preconcetti finalizzati a mantenere in piedi una facciata di perbenismo dietro alla quale nascondere tutto il marcio e il degrado sociale. Sulla stregua di tale consapevolezza, l’avvocato Loton, seguendo quella che lui, da signorotto nobile decaduto quale è, definisce una sorta di compensazione sociale, è nei suoi ultimi anni impegnato a prendere la parti dei disgraziati e degli indesiderati della società, che non avrebbero altrimenti altro mezzo non solo per difendersi ma anche solo per interfacciarsi con un sistema che non intende tutelarli in alcun modo. Loton ci appare armato di una buona dose di disincantata e sagace pedanteria e le sue conversazioni sono pervase dalla nostalgia delle passioni e degli “ingenui” entusiasmi giovanili e dai rimpianti. Questi ultimi si condensano in una immagine molto delicata e toccante che ci viene proposta da lui stesso, quella, cioè, della vana attesa di “lettere dal passato”, missive che lui fantastica e per assurdo quasi spera siano inviate a lui, ormai vecchio cadente, fornendogli quella velata e sottile chiave di lettura, la soluzione per così dire, a suo tempo mai svelata, che possa aiutarlo a comprendere nel mondo giusto gli eventi e le esperienze che hanno popolato la sua gioventù e istruirlo su tutte le tante prospettive che da solo non avrebbe modo di intuire. Il romanzo, inizialmente caratterizzato dai soli toni incalzanti del thriller, pur conservandoli si trasforma però nella narrazione di quello che pare essere un fatto di cronaca realmente accaduto –e che l’autore, in una nota, ci informa essere stato ispirato da un omicidio effettivamente commesso e con le medesime modalità- e cioè l’assassinio di un giovane cittadino incensurato per mano della polizia e del tentativo operato dal giornalista Firmino e dall’ avvocato Loton di dargli giustizia, di fare luce sulla vera e propria tortura perpetrata dalla polizia in quello che ci è mostrato come un territorio oscuro di impunibilità e di intoccabilità, all’interno del quale assai sottile è limite attraverso cui l’autorità che compone il ruolo di protettore e difensore dell’ordine pubblico evade in quello di vero e proprio carnefice, che snaturando i poteri di cui è investito si culla nell’arrogante convinzione –che, nei fini del romanzo, è dipinta come tutt’altro che soggettiva- di essere in qualche modo tutelato, di non potere essere rimosso dalla propria posizione, di poter manipolare a suo piacere la realtà dei fatti. Alla luce di tutto ciò non possiamo non considerare questo romanzo tremendamente attuale e il collegamento con fatti di cronaca recente è automatico. Nel complesso si tratta senz’altro di un buon libro, dalla scrittura scorrevole e lineare, tuttavia mi ha parzialmente deluso. Innanzitutto trovo che alcuni elementi o tematiche del romanzo siano state solo superficialmente accennate e non approfondite più di tanto, mi riferisco in particolare alla vicenda di Manolo il Gitano e alla condizione di miseria in cui versa, sembra quasi che in tali casi sia sotteso un intento di denuncia che però, non avendo seguito, perde ragione d’essere nell’architettura della storia. In secondo luogo le dissertazioni dell’avvocato Loton, per quanto tutto sommato piacevoli da ascoltare, sono in alcuni punti un po’ forzate e fuori contesto. Nel complesso il romanzo, che, ribadisco, è sicuramente un buon libro, non solo una piacevole lettura, ma anche un notevole punto di partenza per riflessioni più ampie, mi ha, però, dato l’idea di voler tendere ad uno spessore e ad una forza che non ha. Sembra scimmiottare, in questo senso, il ben più intenso Sostiene Pereira. Quest'ultimo, se confrontato con esso, fa apparire "La testa perduta di Damasceno Monteiro" un prodotto letterario decisamente più scialbo e di minor valore, in cui il messaggio di natura etica e sociale di cui si fa portatore, seppure evidente e palese e trasmesso in modo fluido e privo di forzature o fastidiosi apologhi, si riflette negli occhi del lettore in modo meno prepotente, violento e immediato di quanto è invece in grado di fare, nella sua semplicità (e con un'integrità che, paradossalmente, ricorda quella dell'avvocato Loton, ma che è decisamente lontana e superiore allo spessore di Firmino), il signor Pereira quando, al termine del romanzo, induce una impulsiva e decisiva svolta nella sua esistenza.

    ha scritto il 

  • 4

    Tenero, ma serio

    Una storia dei tempi del telefono a disco -altro che email o Skype - quando per fare una semplice ricerca locale non c'era Google, ma si consultavano le pagine gialle, o si chiedeva per strada, con di ...continua

    Una storia dei tempi del telefono a disco -altro che email o Skype - quando per fare una semplice ricerca locale non c'era Google, ma si consultavano le pagine gialle, o si chiedeva per strada, con discrezione. Ma esistevano già il razzismo e le disparità di classe, con tanto di miserabili e immacolati. Un romanzo che letto oggi ha un sapore naif, e che eppure rimane più che mai attuale.

    ha scritto il 

  • 5

    Viene ritrovata per caso la testa di un uomo che poi scoprirà essere Damasceno Monteirio. Il giornalista Firmino si occupa del caso,gli viene affidata l'inchiesta giornalistica.
    Un romanzo molto appas ...continua

    Viene ritrovata per caso la testa di un uomo che poi scoprirà essere Damasceno Monteirio. Il giornalista Firmino si occupa del caso,gli viene affidata l'inchiesta giornalistica.
    Un romanzo molto appassionante, come quasi quelli di Tabucchi.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    ambientazione portoghese
    un po' di filosofia del diritto
    un delitto che coinvolge la polizia corrotta
    un nulla di fatto della giustizia

    finale sospeso

    ha scritto il 

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