La torre

Storia di una moderna Atlantide

Di

Editore: Bompiani (Narratori stranieri Bompiani)

3.7
(91)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1303 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Spagnolo , Svedese

Isbn-10: 8845264556 | Isbn-13: 9788845264559 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Francesca Gabelli

Disponibile anche come: eBook , Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
Nella Dresda degli anni '80, gli abitanti della Torre, un quartiere residenziale sulle pendici dell'Elba, sembrano vivere fuori dal tempo. Nelle loro ville ormai fatiscenti, cercano di sfuggire al grigiore e alla decadenza del sistema socialista dedicandosi alla musica, alla poesia e alla pittura. Anne e Richard Hoffmann vivono nella Torre insieme ai due figli, Christian e Robert. Richard, amante della musica e delle arti figurative, è un chirurgo dell'Accademia costretto a confrontarsi ogni giorno con il dissesto del sistema sanitario. Ha una relazione extraconiugale e per questo è ricattato dalla Stasi e costretto a spiare i suoi colleghi. Christian, il figlio maggiore, vuole studiare medicina, ma per avere un posto di studi all'università deve prima prestare servizio "volontario" nell'Esercito Nazionale Popolare, pur essendo lui uno spirito votato alla libertà. Lo zio di Christian, Meno Rohde, è redattore presso un'importante casa editrice, frequenta gli autori più influenti e rappresentativi della cultura socialista ed è costretto a lottare contro gli ingranaggi della censura. Poiché è nato a Mosca ed è figlio di rivoluzionari, Meno ha accesso al quartiere di "Bisanzio", dove vive la nomenclatura e ha sede l'apparato istituzionale che controlla le vite dei cittadini. Silenzioso e grande osservatore, Meno fa da tramite fra il mondo del regime e quello nostalgicamente borghese della Torre, raccontando nelle pagine del suo diario le contraddizioni di entrambi.
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  • 0

    Abbandonato dopo una trentina di pagine. Non nego eventuali qualità presenti nel libro. Ma per me (e sottolineo: PER ME) è scritto in modo tale che la lettura è talmente faticosa da risultare un torme ...continua

    Abbandonato dopo una trentina di pagine. Non nego eventuali qualità presenti nel libro. Ma per me (e sottolineo: PER ME) è scritto in modo tale che la lettura è talmente faticosa da risultare un tormento anzichè un piacere..

    ha scritto il 

  • 4

    La "titánica" obra sobre la RDA.

    Los que nos quedamos con ganas de saber más sobre la RDA después de ver "La vida de los otros" y "Goodby Lenin", podemos ver nuestras expectativas cumplidas con "La torre" de Uwe Tellkamp.

    Leyendo crí ...continua

    Los que nos quedamos con ganas de saber más sobre la RDA después de ver "La vida de los otros" y "Goodby Lenin", podemos ver nuestras expectativas cumplidas con "La torre" de Uwe Tellkamp.

    Leyendo críticas del libro muchos lo califican de auténtico "tostón", otros de obra maestra a lo Thomas Mann (Aún tengo pendiente "La montaña mágica), yo coincido con las dos calificaciones "tostón vs. Obra maestra". La prosa del autor en ocasiones es enrevesada y yo creo que a veces incomprensible para los que no hemos vivido la RDA, sin embargo las historias de los personajes de la familia Hoffman te hacen continuar con la lectura.

    El libro es capaz de transmitir ese ambiente arruinado,viejo y abandonado, plomizo de un estado muerto en el que hay gente viva y carente de libertad.

    Una lectura densa pero instructiva.

    ha scritto il 

  • 3

    La qualità della scrittura è alta, raffinata, meditatissima. Le descrizioni sanno rendere l'anima del tempo, gli odori delle cose, l'oppressione, la paura e la rassegnazione.
    E' un libro tedesco, che ...continua

    La qualità della scrittura è alta, raffinata, meditatissima. Le descrizioni sanno rendere l'anima del tempo, gli odori delle cose, l'oppressione, la paura e la rassegnazione.
    E' un libro tedesco, che alla inesorabile lentezza dei libri tedeschi aggiunge la plumbea pesantezza della Germania dell'Est. Come risultato, sono proprio contenta di averlo finito e di levarmelo di torno.

    ha scritto il 

  • 2

    Delusione

    Premesso che apprezzo molto più la saggistica della narrativa, personalmente intraprendere un libro che non sia un saggio è molto raro e quindi probabilmente non apprezzo troppo i voli pindarici della ...continua

    Premesso che apprezzo molto più la saggistica della narrativa, personalmente intraprendere un libro che non sia un saggio è molto raro e quindi probabilmente non apprezzo troppo i voli pindarici della narrativa.

    Però ho intrapreso la lettura di questo poderoso volume, sulla scorta delle ottime recensioni e nella speranza della full-immersion nella Repubblica Democratica Tedesca. L'ambientazione infatti è meravigliosa, sembra di poter quasi percepire gli odori o i rumori di quello che era la Dresda antecedente al 1989.

    Però lo stile letterario è molto pedante, noioso. Storia tediosa che non prende, vicende familiari molto banali che non appassionano. Descrizioni infinite sia di oggetti materiali che di stati d'animo. Ho fatto una gran fatica a seguire il filo della narrazione e degli avvenimenti, probabilmente per incompetenza o scarsa capacità mia. Ma ad un terzo lo ho abbandonato non ce la facevo più, anzi è stata una liberazione.
    Odio non terminare un libro, ma non ce l'ho fatta.
    Scusi signor Tellkamp....

    ha scritto il 

  • 5

    un libro enorme che ho letto in tantissimo tempo. è stato il mio libro da comodino per quasi un anno, troppo. In compenso la scrittura è di una qualità altissima, sicuramente anche grazie alla tradu ...continua

    un libro enorme che ho letto in tantissimo tempo. è stato il mio libro da comodino per quasi un anno, troppo. In compenso la scrittura è di una qualità altissima, sicuramente anche grazie alla traduzione. Veramente mi ha meravigliato, lungo tutte le sue più di 1.300 pagine, l'altissimo livello della scrittura, le invenzioni continue, il rendere con naturalezza lo svolgersi del tempo in quella parte di Germania che viveva dietro al cortina di ferro. La storia di un gruppo di famiglie, nella parte alta di Dresda, quella abitata dalla borghesia, quella del regime. Dottori, scrittori, scienziati, persone che credevano nell'esperimento socialista, altri che lo tolleravano, altri, opportunisti. Il germe della contestazione nasce a poco a poco, col deteriorarsi delle condizioni economiche, col sorgere delle difficoltà, col restringersi di quella libertà di cui, seppure circoscritta, godevano i cittadini. Tellkamp non descrive un inferno di costrizione, narra la vita quotidiana, con i suoi compromessi, le sue storture. Un affresco grandioso, un incipit che mi ha ricordato l'urlo di Ginsberg. Insomma, ne sentirò la mancanza.

    ha scritto il 

  • 5

    Di quando il celerino alzò il manganello contro mia madre.

    Ne ho pensati alcuni. Uno era: Hanno detto è “I Buddenbrook” del Novecento; sbagliato, è molto meglio, e i lietmotiv sono utilizzati con molta più varietà!”; però così mi sarebbe parso di fare un tort ...continua

    Ne ho pensati alcuni. Uno era: Hanno detto è “I Buddenbrook” del Novecento; sbagliato, è molto meglio, e i lietmotiv sono utilizzati con molta più varietà!”; però così mi sarebbe parso di fare un torto gratuito a Mann, e comunque si sarebbe potuto travisare: un pregio di questo romanzo pregiatissimo è di poter sembrare ottocentesco mentre secondo me è ventunesimo secolo spinto.

    Un altro sarebbe consistito nel riportare brani di citazione, perché la qualità (e la traduzione!) della scrittura di Tellkamp fa inumidire gli occhi, però non mi piace il gioco delle citazioni, è sempre un gioco sporco perché fazioso, e una citazione non vale niente, quando a valere tantissimo è il romanzo intero e non qualche sua parte in particolare. Dall’ultimo libro che ho letto della Santacroce non mi farei un problema a metterci qualche citazione. Farlo con Tellkamp sarebbe una vigliaccata.

    Infine ho deciso di pensare così e di dirlo in questa maniera: Il romanzo di Tellkamp è lungo milletrecento pagine. Per me commentare un libro equivale a far sapere a quel qualcuno a cui dovrebbe capitare di leggere il commento quanto personalmente gli auguro di leggere il libro commentato. Quale che possa essere il mio augurio, però, per affrontare un romanzo di milletrecento pagine uno devo avere una forte motivazione di partenza. Io, beh, io questa motivazione non ce l’avevo, neanche mi ricordo perché ho letto Tellkamp. Forse, di sfuggita in una rivista, lessi del paragone tra Tellkamp e Mann e pensai “Certo che sono dei bastardi, questi critici, a dire di un Tellkamp che è un nuovo Mann. Che te ne fai di un nuovo-Mann se tanto c’è sempre l’originale?” e insomma comprai il romanzo di Tellkamp per chiedergli scusa della stupidata che avevano scritto su di li dei critici per valorizzarlo, affossandolo di fatto. Io non leggerei mai qualcuno perché è un neo-Qualcuno. Ho letto Tellkamp con la speranza di scagionarlo, di poter dire che Tellkamp è Tellkamp e nessun altro; bene, lo è.

    Lo comprai, lo dimenticai, d’un tratto qualche settimana fa mi è venuta voglia di leggere uno scrittore tedesco (coi libri, vado così: “Uhm, sono un po’ stufo degli americani, e ora come ora non ho voglia di giapponesi o portoghesi. Mi va un francese, o uno spagnolo, o un italiano. Dopo la lunga abbuffata che me ne feci, sono almeno tre anni che evito gli israeliani. Coi sudamericani ci devo andare piano, altrimenti mi scatta anche lì il rigetto. E se mi leggessi un tedesco?”, e il tedesco che avevo in libreria era Tellkamp. Dopo una serie di libri di piccolo taglio, un romanzo con il coraggio di milletrecento pagine mi ha affascinato subito. O lui, o sarebbe stato Musil, che è austriaco ma vale un tedesco. Ho scommesso sulla contemporaneità. E dopo Tellkamp ho letto un paio di libri minori di Bernhard, per non fare troppo torto all’Austria, che quello che le fa Bernhard già basta).

    Le prima trenta pagine de “La torre” le ho trovate lentucce, per quanto scritte benissimo. Addirittura m’è parso di averci trovato una oscurità dovuta alla traduzione: si parlava di giardini di ghiaccio come metafora di un cortile di casa, non mi ci trovavo. Mi ero pure detto “E se le prime trenta sono così, ommioddio chissà le altre…” Le altre sono un capolavoro di letteratura perché al proprio interno parlano di tutto, ma proprio di tutto, parlano persino di letteratura, senza essere letterarie, cioè stucchevoli, mai. Eppoi ci sono le storie, la Storia, Dresda, la Germania, l’Europa, l’umanità, i vecchi e giovani, gli uomini e le donne, i ricchi borghesi e i borghesi poveri, e le farse tragiche e le tragedie farsesche, e quando ho concluso le milletrecento pagine ci sono rimasto male, perché “La torre” è un romanzo che di pagine ne avrebbe potute reclamare benissimo tredicimila: è uno spaccato, lascia i destini aperti, è un’opera straordinaria, e ancora adesso voglio sapere di Christian, di suo zio Meno, di suo padre, di sua madre, di suo fratello, dei suoi amici, degli scrittori censurati, degli scienziati, dei chirurghi, delle infermiere, dei patiti di musica classica, dei gerarchi, dei figli dei prepotenti, degli figli illegittimi, e di tutti gli altri.

    Grazie a Tellkamp non potrò mai dimenticare il giorno in cui, vestito da celerino tra i celerini, ho visto un celerino sollevare il manganello contro mia madre e continuare a picchiarla mentre era a terra. E mai potrò dimenticare che ogni vita che non si rivoluziona è una vita reazionaria e nessuna vita è più reazionaria di quella che si sottomette a una rivoluzione istituzionalizzata.

    =
    Appunto iniziale: “La torre” è un romanzo epocale. Per questo devo pensarci un po’ su, prima di inventarmi qualche parola che ne faccia intendere la necessità."

    ha scritto il 

  • 4

    Sono stata piacevolmente sorpresa nell'accorgermi che questo libro sia stato tradotto in italiano. Questo dopo averlo letto, con fatica, in lingua originale. Non rimpiango la fatica che mi avrebbe ris ...continua

    Sono stata piacevolmente sorpresa nell'accorgermi che questo libro sia stato tradotto in italiano. Questo dopo averlo letto, con fatica, in lingua originale. Non rimpiango la fatica che mi avrebbe risparmiato leggerlo in italiano, ma ora posso consigliarlo ad amici e conoscenti.

    Si tratta di un libro con aspirazioni epiche ed intellettuali che potrebbero scoraggiare buona parte dei lettori. Un certo senso fastidioso di presunta superiorità intellettuale ne caratterizza tutta la prima parte. D'altro canto la società che descrive è terribilmente reale, almeno lo era fino a qualche decina di anni fa. Si tratta di un mondo in affascinante sfacelo di cui poco si è parlato in Italia in questi termini.

    Lo consiglio vivamente, a tutti coloro che hanno il coraggio di affrontarlo. Se avete dubbi, le recensioni precedenti sono più che esaustive.

    ha scritto il 

  • 4

    (In)consapevoli a cosa si va incontro

    Breve premessa al lungo commento su questo testo tosto.
    La Torre ha richiesto una faticosa marcia di avvicinamento. Ha rifiutato di essere acquistata in cartaceo. L’ho assalita il dodicesimo anniversa ...continua

    Breve premessa al lungo commento su questo testo tosto.
    La Torre ha richiesto una faticosa marcia di avvicinamento. Ha rifiutato di essere acquistata in cartaceo. L’ho assalita il dodicesimo anniversario delle torri gemelle. Si è manifestata da subito come una lettura intrigante, ma lenta e collosa: ha 72 capitoli. L’ho chiusa e riaperta alla lettura più volte, smattonata da altri testi. Lo strazio è durato più di due mesi. Poi, dal Libro II in poi ha aderito al periodo umorale e non si è più scollata. Nel frattempo, si è presentata una broncopolmonite e l’ultimo, arrogante tentativo di smettere di fumare. Lettura conclusa il giorno della laurea (con trent’anni di ritardo) di mia moglie: è possibile che il testo, molto ispirato, possegga simbolismi. Almeno per me.

    La collocazione geografica è Dresda. Nella torre, facente parte di un complesso di fabbricati dai nomi curiosi, vivono gli esponenti residui di un ceto borghese e colto - “hanno grandi sentimenti, ma li minimizzano e preferiscono rendersi ridicoli piuttosto che confessarli; mostrarli troppo apertamente parrebbe loro un affronto, un’indiscrezione, la violazione di un invalicabile cerchio interiore” - che rilascia a lento ritmo le proprie energie all’interno del regime della DDR, che di quelle energie non può fare a meno. Il futuro di questa singolare èlite, che coltiva il gusto per la musica, i libri, l’arte, “andava verso il passato, il presente era solo una pallida ombra, una variante inadeguata e deforme”. “La nebbia gialla attraversava le loro stanze, lisciviava le case, rendeva porosa la pietra arenaria di Dresda, incrostava i tetti, corrodeva i comignoli, faceva diventare friabili gli stucchi delle finestre, ma gli abitanti della Torre ascoltavano Tannhauser in sette registrazioni, le confrontavano l’una con l’altra per poi litigare su quale fosse la migliore, la più alta, la più eccelsa, quella standard”.

    La collocazione temporale si sviluppa lungo gli ultimi sette anni di vita del regime socialista. All’inizio il Paese “soffriva di una strana malattia, la gioventù era vecchia, la gioventù non voleva diventare adulta, i cittadini vivevano in nicchie”. Più avanti, invece, “nel Paese sembrava accadere qualcosa: la rigidità e l’inerzia formavano ancora uno strato sottile sotto il quale si muoveva qualcosa, un embrione dai contorni ancora indistinti che maturava nell’utero dell’abitudine, della rassegnazione, dell’irresolutezza. Qualche volta gli uomini sembravano avvertire i movimenti del feto, la gravidanza delle strade, nei giorni coperti di fumo”. Così, lontano da raduni di “uomini tristi e impotenti”, crescono e si fortificano le coscienze, comprese quelle ecclesiastiche: “la parola ‘eroe’ non compare nel Nuovo Testamento, signor Hähnchen. Non posso più prendermi la responsabilità di tacere davanti alla mia comunità di fedeli, davanti alla mia coscienza – disse il pastore Magenstock”. Fino alla caduta del muro di Berlino.

    A ciascun personaggio della moltitudine di cui è composta la narrazione, Tellkamp consegna carta d’identità – “io sono illuminista, vale a dire: critico, ironico, scettico forse. Perché forse non credo nemmeno di non credere a niente. Lei è un romantico e questo vuol dire che lei contribuisce al capitalismo. Perché il desiderio e la nostalgia fanno girare il mondo, ma in questo girare consiste, appunto, il capitalismo” -, e un percorso narrativo, anche se il soggetto in questione riveste un ruolo minore. Difficile, comunque, individuare ‘ruoli minori’. La ruota la fa girare la famiglia Hoffmann: il giovane Christian che sarà occupato per cinque anni sotto il militare; il padre Richard, di professione chirurgo della mano, e Meno, lo zio di Christian editor e biologo. Zio e nipote sono accumunati da una tendenza a collocarsi ai margini della realtà e contrappongono distanza e disincanto all’arroganza della nomenklatura dogmatica e intollerante. E grottesca, come quel segretario che, sotto natale, esortava moglie e figli a “celebrare la festa criticamente. Questa la chiamava dialettica”. Accanto a loro, di diverse stature e sfumature, convivono agiscono stanziano i membri delle rispettive famiglie. E, declinate al maschile e al femminile, le figure dei vicini di casa, dei colleghi, amanti, scrittori, editori, musicisti, pittori, camerati, degli oppositori velleitari e impotenti, degli ingenui idealisti e dei vari burocrati dell’apparato e dei borghesi opportunisti con cui sono costretti a interagire. Tutti pagano una personale forma di tributo a un potere privo di prerogative per farsi amare “Cosa avresti detto di me? Che pensi troppo per essere convinto. Che quindi sei pericoloso. Un furbastro che sa tenere la bocca chiusa come te, che osserva in silenzio e che non ha stretti contatti con nessuno, non è uno che si accontenta di una soluzione provvisoria qualsiasi. Vuole di più. Libertà o giustizia, per esempio.”

    Da un tomo simile sarebbe lecito aspettarsi anche una trama ben sviluppata. Non è così.
    Essa è sostituita da una solida capacità di mediazione personale in una scrittura che procede attraverso continui cambi di registro linguistici. A volte bruschi, piazzati per spiazzare, ma sempre perfettamente adeguati al personaggio, alla scena, all’episodio, al dialogo esposti. Tellkamp, infatti, ammanta il testo di un derma stilistico che si trasforma in un karma gestito con grande naturalezza “diede un calcio a un arbusto che sognava lo zenit delle sue possibilità”: la stesura passa dal lirico all’epico, dal simbolico al realistico al diaristico. La ricercatezza lessicale s’insinua in ogni dettaglio della realtà, sconfinando nella musica e nella scienza, fra simulacri artistici, allegorie politiche, disciplina militare e utopie in dismissione. La narrazione procede per periodi complessi, dalle molte coordinate e subordinate, spesso aderente a un senso del tempo cupo, rallentato e in dilatata attesa: sono fatti salvi gli ultimi capitoli contenenti il precipitare degli eventi. In vetrine spolverate da una mano di autoreferenzialità non invasiva, l’Autore espone una grande capacità descrittiva, sforando talora nel manieristico; le rappresentazioni di luoghi ambienti riunioni quotidiano sono insistite e potenti, tali da annichilire ogni tentativo di fuga veloce della lettura. Poche altre volte - la narrazione - procede più incalzante, comunque stoppata presto da improvvisi arresti e ritorni. Raramente si fa essenziale, senza smarrire i propri attributi qualitativi.

    “L’anatomia dell’occhio è semplice, caro Rohde. Funziona come quando si scrive qualcosa, per esempio una lettera, in una lingua chiara e comprensibile, il più semplice possibile, e l’altro legge però soltanto quel che un’ottica estranea, un’illusione ottica mette sul foglio; una cosa è scritta, ma l’altra viene capita”. Relazioni e sentimenti sono indagati e protocollati dall’Autore con lucidità impressionante. “Divertirsi di fronte a determinate cose della vita, gli aveva detto il Vecchio della Montagna, presuppone anche una certa forma di disumanità, di superficiale leggerezza che attraversa i giorni seducente, sradicata e priva di peso come un pallone aerostatico e che pertanto non ha a che fare con essi più profondamente”. Emergono principalmente dai dialoghi, a due o in consessi fra più persone, in cui Tellkamp, elegante, disinvolto e arrogante, sembra che doni la parola agli attributi, e non alle persone. Ad un servo del regime: “Appresso a costoro tu bevi e mangi; fra costoro siederai di compagnia; a costoro compiacerai dei quali è sì grande il potere.” Nei vari confronti tra le più disparate figure caratteriali, il lettore ha molte probabilità di scorgerne una che ammicca alla propria. La lettrice ha meno scelta.

    Assente la passione travolgente, sempre presente la sofferenza. E’ un abito impalpabile permeato da un odore acre e indossato da ogni soggetto, umano e non: che siano i decadenti edifici di Dresda, o l’inquinato fiume Elba, o i fumi giallastri dell’aria, o un letto d’ospedale, o le file al magazzino per accaparrarsi i pezzi di ricambio per l’auto, o una stanza fredda a causa del carbone razionalizzato, o l’intelligente e introverso giovinotto Christian, incapace di relazionarsi con gli altri, adulti e coetanei. L’indole gli causerà tremendi rigori militari.

    E, niente affatto sullo sfondo, ma sempre in primo piano, la città di Dresda e i suoi abitanti. E’ questa la magia di Tellkamp: la capacità di portare tutto in primo piano; l’insignificante non è rappresentato. Il suo freddo invernale “mordeva, sgualciva la nebbia bianca che usciva dalle torri di raffreddamento” e la sua afa estiva, i suoi vuoti, i generi razionati, i generi mancanti: “non ci sono mutandine né a Berlino né nell’insignificante resto del Paese”, l’ospedale senza garze e senza elettricità, i bagni pubblici, il tram,l'11. Fuori Dresda, Christian nell’esercizio della leva militare e militante: le esercitazioni, il nonnismo, il carro armato, la morte di un commilitone, il carcere, il lavoro forzato nella fabbrica di carburo; e, intabarrato in tenuta antisommossa, la visione della madre manganellata dai camerati nell’ultimo capitolo del libro e del regime.

    Insomma, La Torre possiede la forma fisica, le forme letterarie, lo charme e l’illuminante messaggio di denuncia, tutti attributi di un grande classico della letteratura. E come tale lo riconosco, in accordo con autorevoli recensioni.
    Fin qui, chapeau a questo capolavoro di scarso successo commerciale in Italia.
    Da qui, motivazioni rompicoglioni sull’assenza della quinta stellina, frivolo simbolo sul pianeta anobiano del massimo gradimento ottenuto dalla lettura.

    Una, di stizza. Questo romanzo non è adatto a tutti. L’élite di intellettuali di un quarto di secolo fa, in esso rappresentata, sembra colloquiare su una corsia preferenziale con la corrispondente élite di oggigiorno. E’ opera colta, con innumerevoli riferimenti ad arti tedesche e scienze, destinata a pubblico colto. Non che sia un male, per carità. Mi ci sono infilato a forza sulla corsia preferenziale, rischiando più di uno stop per aver superato i limiti delle attrezzature culturali a disposizione (nota personale: dopo quattro mesi di corso di lettura sono felice di aver vinto la sfida ed aver partorito il presente commento, il primo dopo un lungo periodo senza pubblicarne alcuno). Ritengo limitante che il messaggio di denuncia sia indirizzato a una cerchia ristretta: dovrebbe essere universalmente riconosciuto. Il paradosso di quest’opera risiede proprio in questo: la sua grandezza è barriera all’accessibilità di un pubblico più ampio. Troppo lunga, troppo ricca, troppo maestosa. Un’abbondanza cui sono avvezzi in pochi e che fagocita la totalità delle energie attentive del lettore (medio?), impegnato ad esaminare il corpo massiccio della narrazione e a studiarne gli organi interni sezionati, costantemente in bilico tra l’attrazione per le forme e la rinuncia per sfinimento.

    Due, trasversale. Ubriaco dei profumi della lingua rigogliosa, stordito dagli effetti dei vapori sinestetici, costretto dai sottintesi e dai sottesi a tornare su qualche passo, inchiodato a confrontarsi con un materiale letterario così vasto e sostanzioso: il lettore coinvolto in maniera così totalizzante noterà peraltro tre assenze, due in se stesso e una nel libro. La prima è costituita dalla mancata attrazione suscitata da una trama, qui schiacciata dalla poderosa struttura del periodo in adozione; struttura peraltro che non sorregge amore (seconda assenza) ma un manto di significati severi, che esaltano il contrasto tra la ricca esposizione e la stitica emotività del regime della Germania Est. Terza assenza, viene sottratta al lettore la facoltà di interrogarsi su come vada a finire la storia: il finale infatti è gigantesco, già prodotto dalla Storia.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Ballo, difficile ed affascinante.
    Peccato che finisca con il crollo del muro, mi sarebbe molto interessato saper come i vari personaggi hanno reagito al cambiamento.

    ha scritto il 

  • 4

    Verità o Paura?

    Questo monumentale libro affronta in forma romanzata la vita nella ex DDR. i nostri protagonisti, vivono rinchiusi in torri crogiolandosi delle piccole cose ed esasperandone il valore e le sensazioni ...continua

    Questo monumentale libro affronta in forma romanzata la vita nella ex DDR. i nostri protagonisti, vivono rinchiusi in torri crogiolandosi delle piccole cose ed esasperandone il valore e le sensazioni pur di non affrontare il nodo che regge l'intera architettura della società socialista: più lo Stato chiede verità a gran voce e più la teme e la reprime nel modo più feroce. il racconto confonde con suoni, rumori, colori, sensazioni, odori che riusciamo a percepire e che a tratti ci distraggono ma spesso ci portano più vicini alla visione.

    ha scritto il 

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