La tregua

Di

Editore: Einaudi

4.2
(3477)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 272 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Giapponese , Francese , Spagnolo , Finlandese , Tedesco , Svedese , Olandese , Portoghese

Isbn-10: 8806173855 | Isbn-13: 9788806173852 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
"La tregua", seguito di "Se questo è un uomo", è considerato da molti ilcapolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l'internamentonel Lager nazista, questo libro, più che una semplice rievocazione biografica,è uno straordinario romanzo picaresco. L'avventura movimentata e struggentetra le rovine dell'Europa liberata - da Auschwitz attraverso la Russia, laRomania, l'Ungheria, l'Austria fino a Torino - si snoda in un itinerariotortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltàsconosciute, e vittime della stessa guerra. L'epopea di un'umanità ritrovatadopo il limite estremo dell'orrore e della miseria.
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  • 4

    Ritorno in Italia

    E' il seguito di "Se questo è un uomo". Anche se non è significativo e pregnante come il primo, è naturale e piacevole leggerlo dopo l'altro. Racconta, a guerra finita, il tribolato viaggio di ritor ...continua

    E' il seguito di "Se questo è un uomo". Anche se non è significativo e pregnante come il primo, è naturale e piacevole leggerlo dopo l'altro. Racconta, a guerra finita, il tribolato viaggio di ritorno, dei reduci, verso l'italia.

    ha scritto il 

  • 5

    "Guerra è sempre"

    “Avevamo sperato in un viaggio breve e sicuro, verso un campo attrezzato per accoglierci, verso un surrogato accettabile delle nostre case; e questa speranza faceva parte di una ben più grande speranz ...continua

    “Avevamo sperato in un viaggio breve e sicuro, verso un campo attrezzato per accoglierci, verso un surrogato accettabile delle nostre case; e questa speranza faceva parte di una ben più grande speranza, quella in un mondo dritto e giusto, miracolosamente ristabilito sulle sue naturali fondamenta dopo una eternità di stravolgimenti, di errori e di stragi, dopo il tempo della nostra lunga pazienza. Era una speranza ingenua, come tutte quelle che riposano su tagli troppo netti fra il male e il bene, fra il passato e il futuro: ma noi ne vivevamo. [...] non si sogna per anni, per decenni, un mondo migliore, senza raffigurarselo perfetto”.

    Si tratta, come è noto, del resoconto del lungo viaggio di ritorno dell’autore dopo la liberazione, da parte dei russi, dal campo di concentramento nei pressi di Auschwitz. Viaggio lungo, estenuante, insensato.
    Quasi a voler dire che non si può uscire dall’orrore di Auschwitz e dalla devastazione della seconda guerra mondiale come se niente fosse. La rielaborazione del lutto sarà lunga, penosa, faticosa, e forse non si compirà mai del tutto.

    Ci attenderemmo infatti da questo racconto speranza e fremiti di impazienza, ritrovato senso di libertà e gioia di vivere (e forse c’è anche questo), ma si tratta anche e soprattutto, a mio avviso, di uno scritto permeato da dolore, amarezza, profonda malinconia, disillusione, perché “non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate”. Perché “guerra è sempre”, come sentenzia uno della lunga galleria di personaggi che incontreremo durante la lettura, così veri nelle loro peculiarità, nella loro disperata pazzia, che è come se li avessimo conosciuti davvero anche noi.

    Un ritorno a casa, a una precaria pace, che riguarda tutti noi.

    “Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova,e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno a ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto?”

    ha scritto il 

  • 4

    Pagina 282 (di un'altra edizione)

    Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pe ...continua

    Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. «Ma la guerra è finita», obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. «Guerra è sempre», rispose memorabilmente Mordo Nahum.

    [Da Se questo è un uomo, Pagina 35.

    Né si creda che le scarpe, nella vita del Lager, costituiscano un fattore di importanza secondaria. La morte incomincia dalle scarpe: esse si sono rivelate, per la maggior parte di noi, veri arnesi di tortura, che dopo poche ore di marcia davano luogo a piaghe dolorose che fatalmente si infettavano. Chi ne è colpito, è costretto a camminare come se avesse una palla al piede (ecco il perché della strana andatura dell'esercito di larve che ogni sera rientra in parata); arriva ultimo dappertutto, e dappertutto riceve botte; non può scappare se lo inseguono; i suoi piedi si gonfiano, e più si gonfiano, più l'attrito con il legno e la tela delle scarpe diventa insopportabile. Allora non resta che l'ospedale: ma entrare in ospedale con la diagnosi di "dicke Füsse" (piedi gonfi) è estremamente pericoloso, perché è ben noto a tutti, e alle SS in ispecie, che di questo male, qui, non si può guarire.]

    ha scritto il 

  • 0

    Non è finita finché non è finita, certi dolori un uomo se li porta nell’anima a vita, a volte il tempo non li cancella ma li consolida. Dopo la prigionia Primo Levi racconta l’agonia del ritorno a cas ...continua

    Non è finita finché non è finita, certi dolori un uomo se li porta nell’anima a vita, a volte il tempo non li cancella ma li consolida. Dopo la prigionia Primo Levi racconta l’agonia del ritorno a casa, dopo 20 mesi da quando fu deportato. Un viaggio lento, quasi infinito persi nel “chissà dove” e senza avere certezze, e a volte anche senza cibo con i soli pensieri e racconti della prigionia a riempire la mente, ma con il sostegno degli altri ex prigionieri in attesa di una semplice normalità che sarà restituita solo a pochi.

    ha scritto il 

  • 4

    maturo

    Pur non avendo ovviamente la forza dirompente di Se questo è un uomo, La tregua è a livello letterario migliore della prima parte dell'esperienza di Levi. Scritto in un periodo più lungo, ad anni di d ...continua

    Pur non avendo ovviamente la forza dirompente di Se questo è un uomo, La tregua è a livello letterario migliore della prima parte dell'esperienza di Levi. Scritto in un periodo più lungo, ad anni di distanza dagli avvenimenti, è molto ben strutturato e l'edizione che ho io contiene anche una cartina dove seguire le disavventure del rientro in patria. Mi ha fatto venire voglia di tentare di ripercorrere quello stesso viaggio, possibilmente su ferrovia, partenzo da Auschwitz e tornando a Torino.

    ha scritto il 

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