La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1822)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Politica

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Descrizione del libro
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  • 5

    Su questo libro ci sono in giro commenti da Pulitzer, robe da incorniciare alla parete bella di casa, coi cerini sotto; infatti non so a che serve che io scriva le solite tre cose che non aggiungono n ...continua

    Su questo libro ci sono in giro commenti da Pulitzer, robe da incorniciare alla parete bella di casa, coi cerini sotto; infatti non so a che serve che io scriva le solite tre cose che non aggiungono nulla e non convincono neanche i parenti stretti. Però Bianciardi mi ha conquistato, me ne sono innamorato e aggiungo la sua foto alla mia bacheca degli uomini e delle donne da ricordare, da rileggere e da approfondire.
    Mi piace questa mezza autobiografia, che descrive luoghi che non sono i miei, con eventi atmosferici che qui neanche esistono e al massimo li vedo nei film o quando viaggio, ma son sempre più belli nei libri. Che poi mi fa sorridere l’astio per la metropoli longobarda: tutti ci vanno, la vivono e matematicamente la odiano. A me invece è piaciuta, l’ho trovata simpatica, bella e stranamente luminosa nonostante fosse febbraio e facesse un freddo boia. Ho camminato talmente tanto, sino alle periferie, che se camminassi così dalle mie parti mi ritroverei in mezzo al mare; c’è da dire che per me è stata anche un’esperienza etnografica (ma forse i viaggi lo sono sempre) e mi son sentito un filo Malinowski, perché vedere i longobardi nel loro habitat rimette tutte le cose in prospettiva, abituato come sono a vederli solo in infradito, vagamente avvelenati, malamente ustionati a chiazze e urlanti tanto che mia madre quando ero bambino in spiaggia mi diceva vai avanti dritto supera i milanesi. Sì, certo, dopo un po’ di permanenza nella grande città magari ti manca anche quel contatto umano del piccolo paese e ti trovi con un pizzico di nostalgia per i ciao ciao per strada, come sta mamma – bene – e babbo – babbo pure, invecchia – ti ricordi di mio nipote eravate a scuola assieme – come no. Poi se muore qualcuno è tutto un abbassarsi di saracinesche e ci si lamenta dell’orario della messa che non permette a tutti di andarci e poi dritti in cimitero e quando dopo qualche settimana montano la lapide di nuovo tutti in cimitero a vedere che foto si è scelta e ma quanto è brutta, certo che potevano metterci più impegno. Ma i paesini sono sopravvalutati, dietro i ciao ciao e mamma come sta, c’è spesso il dente avvelenato e l’occhio a fessurina per scrutarti l’anima e trovare il pelo. Al funerale del caro estinto il mormorìo non è prodotto dai Pater Noster, ma dal basso continuo del pettegolezzo inarrestabile. L’anonimato che si sperimenta nelle metropoli è una boccata d’ossigeno – inquinato e letale – ma sempre rinfrescante. Il grande centro urbano è sincero, indifferente alle moltitudini che si accalcano. Nelle metropoli si organizzano le rivoluzioni, per accorgersi solo in un secondo momento che dopotutto non ce n’è il tempo, c’è il lavoro da consegnare, il cartellino da timbrare, la serranda da sollevare ogni santa mattina, bisogna pur godersi la vita e andare a teatro, al concerto, invitare gli amici a cena e dunque finisce a tarallucci e vino, il torracchione neocapitalista rimane in piedi e sotto sotto ci fa pure piacere, questo guilty pleasure di averci provato ma di aver elegantemente fallito.
    Che c’entra tutto questo con Bianciardi? Potere della narrativa intelligente, senza tempo anche se oggettivamente legata a un’epoca, che si applica a tutte le vite ed esperienze. Chi non ha mia provato a far la rivoluzione, almeno da ragazzi? Chi non si è mai sentito soffocare dalle aspettative della società, dall’arrivismo e da tutto quel polverone – come lo chiama lui – di chi si arrabatta tutti i giorni per salire più su, più su, per far le scarpe al tizio dell’ufficio accanto o mostrare al vicino di casa che ci si può permettere la macchina nuova. Luoghi comuni? Nel 1961 questi comportamenti erano nuovi di pacca, almeno su determinate scale di grandezza, e limitate alle grandi città che accoglievano vagoni di derelitti in cerca di un salario. Ai giorni nostri il cannibalismo del capitalismo (ismo-ismo, penna rossa) si è allargato a tutti i centri e il salto-del-barbone non si pratica solo nella capitale longobarda, ma pure nei piccoli centri, dove tra un ciao ciao e quando ti sposi, si guarda in cagnesco l’immigrato che ruba il lavoro al buon padre di famiglia italiano. Ma poi arrivano sempre, puntuali come solo il canone radiotelevisivo, gli attivisti… ma questo è un discorso a parte.

    ha scritto il 

  • 0

    A me la lettura di questa vita agra ha fatto venire il mal di stomaco...
    Non so dare un giudizio, perchè appunto è stato fortissimo il fastidio provato durante la lettura. E forse, poi, sta in questo ...continua

    A me la lettura di questa vita agra ha fatto venire il mal di stomaco...
    Non so dare un giudizio, perchè appunto è stato fortissimo il fastidio provato durante la lettura. E forse, poi, sta in questo la bravura dell'autore? Non saprei.

    ha scritto il 

  • 4

    Una stella in meno perché in certi punti gli esercizi di stile sono un po' forzati. A parte questo La vita agra è un romanzo stupendo, ancora attuale (nonostante siano passati più di 50 anni) per cert ...continua

    Una stella in meno perché in certi punti gli esercizi di stile sono un po' forzati. A parte questo La vita agra è un romanzo stupendo, ancora attuale (nonostante siano passati più di 50 anni) per certe critiche alla frenesia e al consumismo nonostante sia ambientato nella Milano dei racconti giovanili dei nostri genitori

    ha scritto il 

  • 4

    Piove, governo ladro!

    La sempiterna attualità dei temi, l'Italietta, che si stava meglio quando si stava peggio, la mistificazione degli anni Sessanta, del miracolo economico, gli operai, i partiti, i tecnicismi, i toscani ...continua

    La sempiterna attualità dei temi, l'Italietta, che si stava meglio quando si stava peggio, la mistificazione degli anni Sessanta, del miracolo economico, gli operai, i partiti, i tecnicismi, i toscanismi, Milano, Anna, che fare all'amore, prima di dormire, è indispensabile come "il pino, il faggio, la codeina e il bicchierino".

    Ma anche: "Rispetto le idee e il ricordo di mio padre, alto e magro, con il suo pigiama rosa-grigio, quando entrava ciabattando al gabinetto, e ad andarci dopo di lui sentivi un odore forte e virile, commisto di tabacco, un odore di babbo, che ti accoglieva come un'ombra, una nuvola protettrice. Io invidiavo a mio padre quest'odore, perché capivo che soltanto un'uomo fatto, con moglie e figlioli, può odorare così."

    Bello.

    ha scritto il 

  • 5

    Cinque stelle per: la scrittura, molto ficcante e viva, la vena ironica, la critica sociale politica ed economica, la storia di amore vissuto e condivo quotidianamente, la vita degli outsider, poeti s ...continua

    Cinque stelle per: la scrittura, molto ficcante e viva, la vena ironica, la critica sociale politica ed economica, la storia di amore vissuto e condivo quotidianamente, la vita degli outsider, poeti scrittori pittori giocatori di pelota.

    ha scritto il 

  • 5

    “La concorrenza? Che t’importa della concorrenza? L’importante è fare le scarpe al capufficio, al collega, a chi ti lavora accanto.”

    Libro dalle grandi aspettative mantenute in pieno!
    La vita agra propone un affresco devastante di quello che in termini umani costò il tanto decantato miracolo economico, il tutto reso ancora più dram ...continua

    Libro dalle grandi aspettative mantenute in pieno!
    La vita agra propone un affresco devastante di quello che in termini umani costò il tanto decantato miracolo economico, il tutto reso ancora più drammatico dalla commistione tra narratore e protagonista della storia che sono la stessa persona.
    Bianciardi traccia uno scenario di Milano in pieno miracolo economico, dove l’umanità non esiste più, non ci sono più rapporti interpersonali, l’unico scopo del lavoro è il più bieco arrivismo e tutti sono pronti a sacrificare tutto pur di non rimanere indietro, solidarietà e altruismo sono ormai parole svuotate di ogni significato, i sindacati si agitano quanto basta per ricevere contributi e i padroni sono lasciati a spadroneggiare su lavoratori che in verità, pur di continuare a lavorare, sono disposti a tollerare ben altro… Bianciardi, salito a Milano per porre in essere un’ipotetica vendetta contro i padroni della miniera dove per mancanza di sicurezza, dovuta ad una attività estrattiva ormai non più remunerativa, venne provocato un incidente che costò la vita di 43 minatori, si trova a fronteggiare un ambiente ostile persino nei mezzi d’informazione, ed è costretto a constatare che pur di non rompere il fragile equilibrio di questo assurdo “miracolo economico” molti sono disposti a dimenticare e scoraggiare, operai compresi, qualsiasi tipo di iniziativa che possa turbare la routine quotidiana.
    L’inserimento nel tessuto produttivo, tentato più volte, non riesce mai completamente, il disagio per questo mondo nuovo, frenetico, incolore e completamente disumanizzato è opprimente e lo porterà verso una depressione che lo segnerà per il resto della sua vita, fino alle estreme conseguenze.
    È uno di quei libri che fanno male; nel racconto di Bianciardi non si fa fatica a trovare le tracce della costruzione di una società industriale, con tutti i suoi guasti, arrivata fino a noi in tutte le sue contraddizioni intatte, contraddizioni che cominciano forse adesso a far pesare il conto di quello che è stato definito “il miracolo italiano”
    Mentre leggevo facevo una considerazione: Bianciardi ha fatto in tempo a raccontarla bene, prima di mollare del tutto e cedere, mi chiedevo insieme a lui quanti comprimari di quell’epoca abbiano ceduto, preda dell’alcool, della depressione e della frenesia lavorativa, e siano rimasti assolutamente anonimi, magari caduti su un marciapiede e scansati da altri che non volevano il giocattolo si rompesse…

    ha scritto il 

  • 4

    e mezza

    Pirotecnico come il García Marquez de "L'autunno del patriarca" ma con più punteggiatura, caleidoscopico come Eco ne "Il pendolo di Foucault" ma con più ironia. Dietro un tono scanzonato e una parvenz ...continua

    Pirotecnico come il García Marquez de "L'autunno del patriarca" ma con più punteggiatura, caleidoscopico come Eco ne "Il pendolo di Foucault" ma con più ironia. Dietro un tono scanzonato e una parvenza che hanno tutta l'aria di un divertissement, una cosa che lui stesso definisce "fare il verso a Querouaques", Bianciardi ha la stessa densità di un muro di mattoni pieni e mi ha fatto un po' l'effetto di essere andata a sbatterci contro a 60 km/h: denso di temi, di lungimiranza, di vita reale, di ironia, di storia, di cultura e citazioni, di economia e società, di vita bohémienne… e ancora: la mercificazione della vita e dei desideri dell'uomo; l'alienazione come diretta conseguenza del capitalismo; la rassegnazione di una vita all'interno di questi ingranaggi; l'ipocondria; il settore terziario o "quartario" che somiglia sempre di più alla politica; la vita negli uffici italiani con capi, capetti e segretarie, dove "il metodo di successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere"; l'inquinamento; i supermercati e gli acquisti a rate; i venditori porta a porta; i medici che "sono sempre stregoni, stregoni cattolici per giunta"; ed ovviamente il celeberrimo boom economico, questo presunto miracolo italiano che in effetti del miracolo non ha proprio nulla… il tutto senza una trama vera e propria: "direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla".
    Ecco chiaramente un altro libro in cui penso di aver capito meno della metà di tutto quello che c'era da capire, ma va bene anche così. Anzi, credo che il libro sia fatto apposta per questo: per ogni singolo lettore c'è una citazione che solo lui o al massimo pochi altri possono acciuffare. Ad esempio, quanti di quelli che lo hanno letto sanno dov'è Piantonia senza andare a guardare Google maps?

    Di cosa parla questo libro? Per una volta il retro di copertina ha colto nel segno: la contraddizione tra il desiderio di opporsi al sistema (politico, sociale, economico) per spaccare tutto, e il desiderio/bisogno di essere accettati dagli altri e dal sistema stesso: fare vita di sezione (del partito), fare vita di quartiere, entrare "in un certo giro" per migliorare la posizione lavorativa. E' uno stretto legame tra due situazioni opposte: per spaccare il sistema devi farne parte, e per farne parte devi accettare le sue regole e meccanismi, adeguarti sempre un po' fino a diventare una delle tante formichine che lo compongono e lo sostengono. Questa dicotomia è attualissima, forse ancor più oggi che negli anni '60 quando il libro è stato scritto. Ulteriore conferma, nel caso ce ne fosse bisogno, che non abbiamo fatto nessun passo avanti.

    Non vado oltre le quattro stelle perché, al di là della feroce ironia, mi è sembrato di leggere un certo autocompiacimento. O forse, per esser del tutto sincera, non arrivo a cinque stelle perché ci sono tantissime, troppe somiglianze tra i pensieri qui esposti dall'autore e le cose che io sempre dico o a volte penso senza permettermi di dirle ad alta voce. A partire dalle sciocchezze e le manie ( l'odio per gli inutili cantieri nelle strade, il fastidio di avere gente per casa) per finire con gli argomenti di sostanza (il ritrovarsi a decantare i meriti di una decrescita felice, salvo poi dover ammettere che prima di questo odiato progresso eravamo un branco di cavernicoli pidocchiosi). E insomma, si sa che vedersi messi davanti a uno specchio non è mai bellissimo. Ma profondamente costruttivo.

    ha scritto il 

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