La vita breve

Di

Editore: Einaudi (Letture, 28)

3.7
(90)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 366 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8806163957 | Isbn-13: 9788806163952 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Enrico Cicogna ; Prefazione: Mario Vargas Llosa

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Juan María Brausen ha la moglie malata e sta per essere licenziato. La vita reale gli sembra orribile. Inizia a ideare un racconto ambientato nella città immaginaria di Santa María e a poco a poco si identifica con il protagonista. Ma mescolare realtà e fantasia è rischioso: Brausen rimane implicato in questioni di omicidio e spaccio di droga.
La polizia è sulle sue tracce. Nella vita reale o in quella immaginaria? Alla fine, come vedrà ogni lettore, questa domanda non avrà più alcun senso.
Uno dei più grandi capolavori della letteratura ispano-americana.
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  • 5

    “Possiamo parlare? Sì, naturalmente: possiamo parlare. La fiducia e la comprensione, eccetera. Ma se possiamo parlare, non m’interessa più. Se io posso dire ogni cosa, ogni cosa non ha altra meta che ...continua

    “Possiamo parlare? Sì, naturalmente: possiamo parlare. La fiducia e la comprensione, eccetera. Ma se possiamo parlare, non m’interessa più. Se io posso dire ogni cosa, ogni cosa non ha altra meta che la tua intelligenza. Se io parlo e tu capisci ogni cosa, non capirai ciò che io potrei volere che tu capissi. Per capirmi, veramente, bisognerebbe che tu fossi così infuriato, che ti sarebbe impossibile capirmi. E neanche a me importa. Mi pare di star parlando a un cadavere; ma a un cadavere che può ragionare senza sbagliarsi. Il fatto è che l’amore è finito, Juanicho. Lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto tante volte, che l’amore è comprensione. E tuttavia, dura soltanto finché non possiamo capire completamente, finché possiamo prevedere con timore la sorpresa, lo sconcerto, la necessità di cominciare a capire, di nuovo, dal principio. Juanicho, comincio a sentire, come si sente il trascorrere degli anni, che i piedi si stanno intirizzendo. E così, la sorgente della mia gioia non è qui e non sei tu?”
    (Juan Carlos Onetti, “La vita breve”, ed. Einaudi)

    Nello scrivere le mie impressioni su “La vita breve” di Juan Carlos Onetti, affermo subito che è uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni, una lettura appagante, coinvolgente, affascinante che consiglio a tutti, un viaggio alla scoperta del potere rigenerante della fantasia, ma anche del pericolo di confondere mondi immaginati con quello “reale” che viviamo.
    Il protagonista nonché narratore è Juan Maria Brausen, che sta per essere licenziato dall’agenzia pubblicitaria per la quale lavora e alla cui moglie Gertrudis è stato appena asportato un seno. Il rapporto con la donna, con il passar dei giorni, diventa sempre più difficile, essendo l’uomo incapace di nascondere il senso di pietà che lo pervade verso la compagna, ormai più potente di ogni desiderio. Impossibilitato o senza la volontà necessaria per risolvere le sue beghe coniugali e lavorative, Brausen, dovendo scrivere una sceneggiatura, si lascia trasportare dall’impeto creativo, lo dirige verso tutt’altre direzioni e letteralmente inventa, vive un’altra vita. Anzi, due. Sin dall’inizio del romanzo, infatti, lo scorgiamo intento a spiare l’esistenza di Queca, una prostituta che vive nell’appartamento adiacente il suo. Brausen ascolta le voci proveniente dalla stanza attigua, origlia, fantastica su come possa essere la donna, i suoi clienti, infine decide di volerla conoscere sotto il nome, inventato, di Arce. A questo secondo livello di esistenza, comunque inventato ma reale, se ne aggiunge un terzo, che rappresenta invece la vera fuga dalla realtà.
    Brausen usa la fantasia per sfuggire all’intollerabile mondo dal quale si sente avvinghiato, affrancandosi così, nella finzione, dalle paure che lo bloccano nella quotidianità. Onetti è abilissimo nel mostrarci la gestazione della creazione, nonché il vero e proprio godimento che Brausen prova nel poter decidere le sorti dei personaggi che egli crea. Al tempo stesso, però, la sua vita reale continua a scorrere labile, precaria e insoddisfacente, dunque egli sconta lo scarto tra fantasia e realtà. Il mondo inventato da Brausen è ambientato in una cittadina immaginaria, Santa Maria, situata a metà tra Montevideo, da dove lui proviene, e Buenos Aires, dove invece vive attualmente. L’alter ego letterario di Brausen è il dottor Díaz Grey, il quale conosce una donna che lo coinvolgerà in ricerche, spostamenti, avventure pericolose nelle quali, evidentemente, Brausen sfoga mancanze della vita reale. A cavallo tra questi due mondi apparentemente disgiunti ma in verità sempre più commisti tra loro, c’è la terza identità di Brausen, quella che lo vede frequentare sempre più spesso Queca.
    Abbiamo, dunque, tra versioni della stesso protagonista: a) Brausen con moglie malata e sul punto di essere licenziato; b) Brausen - Arce, che frequenta la puttana Queca e si comporta come un malavitoso; c) Brausen - Diaz Grey, che vive in un mondo di fantasia, con protagonisti che però ricalcano quelli del Brausen versione “a”. La grandezza del romanzo sta nel fatto che Onetti riesce a gestire con maestria i passaggi dall’uno all’altro “mondo”, con una prosa attraente che ci avvince, ci fa sentire il bisogno di salvezza che la creazione può tentare di risolvere, ma al tempo stesso la consapevolezze che il senso di fallimento della realtà non è eludibile in modo definitivo, se non dissolvendo la realtà stessa in maniera totale, abbandonandosi, novelli Don Chisciotte, alla più sfrenata e incontrollabile fantasia.
    Un romanzo bellissimo, un atto d’amore verso il potere dell’immaginazione e della letteratura.

    “Mi convinsi che disponevo soltanto, per salvarmi, di quella notte che stava cominciando al di là del balcone, eccitante, con le sue raffiche intermittenti di vento caldo. Tenevo la testa curva sulla luce della tavola; di tanto in tanto la sollevavo e guardavo sul soffitto il riflesso del paralume della lampada, un disegno incomprensibile che prometteva una rosa quadrata. Avevo sotto mano i fogli necessari per salvarmi, una carta assorbente e la penna stilografica; da una parte, sul tavolo, il piatto con l’osso dove il grassi si stava solidificando; davanti, il balcone, la notte vasta, quasi senza rumori; dall’altra parte, il silenzio inflessibile, tenebroso, dell’appartamento vicino.”

    ha scritto il 

  • 4

    E' il primo Onetti che leggo, sono rimasto sbalordito dalla sintesi di lirismo e asciuttezza, dalla visionarietà concreta di certi passaggi al limite del virtuosismo ma sempre funzionali a scavare nuo ...continua

    E' il primo Onetti che leggo, sono rimasto sbalordito dalla sintesi di lirismo e asciuttezza, dalla visionarietà concreta di certi passaggi al limite del virtuosismo ma sempre funzionali a scavare nuovi livelli di decifrazione delle emozioni. Quasi una sorta di espressionismo magico che confonde il piano dell'invenzione narrativa pura alla costrizione della realtà, metanarrativa che ti lascia in bilico sul crinale a chiederti da quale parte stia il reale narrato e dove invece l'invenzione della narrazione. Una casa di specchi che rimanda a Borges in maniera che all'inizio ho trovato esaltante, poi però è andata appesantendosi in un cupio dissolvi scolastico, illuminato da passaggi che non puoi fare a meno di evidenziare, ma ho finito per non concedere più troppo credito ai personaggi, alle vicende, limitandomi ad ammirare il procedimento. Bello quindi ma a mio avviso non riesce a mantenere l'equilibrio prodigioso e ipnotico della prima parte.

    ha scritto il 

  • 5

    Una porta tra vita immaginaria e reale

    Devo ammetterlo. La mia lettura di Onetti è stata quanto mai disordinata e, pur tuttavia, mi vado sempre più convincendo che questa maniera un po’ confusionaria – soprattutto, non cronologica – di acc ...continua

    Devo ammetterlo. La mia lettura di Onetti è stata quanto mai disordinata e, pur tuttavia, mi vado sempre più convincendo che questa maniera un po’ confusionaria – soprattutto, non cronologica – di accostarsi al grande scrittore uruguayano sia quella che più si confaccia al suo mondo, al suo immaginario.
    Dopo aver letto Raccattacadaveri e, soprattutto, Per una tomba senza nome, sono finalmente approdato a La vita breve, forse il suo capolavoro, e mi si sono disvelati tanti meccanismi narrativi che, in precedenza, avevo solo intuito. In particolare, ho finalmente potuto assistere alla genesi della città di Santa Maria e comprendere come sia accaduto che un luogo immaginato sia poi diventato un luogo più che reale, anche se una sorta di “reale fantastico”, una commistione tra Buenos Aires e Montevideo, ma con un che di selvatico e di primitivo.
    Ma procediamo con ordine. C’è questo protagonista, Brausen, impiegato in una agenzia pubblicitaria, con un matrimonio in crisi – ancor più dopo che alla moglie è stato asportato un seno – sull’orlo del licenziamento e incapace di scrivere la sceneggiatura che potrebbe risollevare le sorti della sua vita. Ma, in realtà, Brausen una sceneggiatura la realizza: non la scrive, ma la vive in concreto, assumendo il ruolo di Arce, piccolo malavitoso, ed entrando nella vita della sua vicina di pianerottolo, la Queca, prostituta di mezza tacca, con la quale assume atteggiamenti violenti e provocatori, fino a fantasticare di ucciderla.
    E’ questo il primo passo di Onetti verso l’immaginario, la finzione. Ma si può fare di più. E Onetti lo fa: inventando di sana pianta un luogo – ecco finalmente Santa Maria – ed una serie di personaggi, soprattutto il dottor Diaz Grey, che quel luogo abitano e se ne lasciano impregnare. Risulterà subito evidente che, anche in questo caso, i personaggi che abitano questo luogo della finzione non sono che proiezioni dello stesso Brausen e delle persone che lo circondano (l'amico Stein, la moglie Gertrudis, il datore di lavoro McLeod) , filtrate dal desiderio, dal timore, dalla solitudine, dall’angoscia.
    E quando, alla fine, dopo la morte della Queca, Brausen riparerà, insieme all’assassino della donna, proprio a Santa Maria, si avrà la certezza che il cerchio si è chiuso e che il corto circuito realtà-finzione ha prodotto come una nuova dimensione dell’esistenza che, tuttavia – in questo Onetti è coerente e non consolatorio – non si sottrae a quella angoscia cosmica che è la cifra caratteristica della sua scrittura e della sua concezione del mondo e della vita.
    Insomma, un libro complesso, dallo stile ridondante, spesso di difficile decifrazione ma – come si comprenderà ben presto, già dopo poche pagine – non a scapito della godibilità della lettura che, al contrario, si arricchisce proprio per mezzo di questi salti logici, di queste diversità tra possibili interpretazioni, di vere e proprie contraddizioni. Non esiterei a definire La vita breve come uno dei capolavori del ‘900 e Onetti uno dei massimi scrittori del periodo, senza volerlo circoscrivere (limitare) nell’area latinoamericana.
    Le impressioni che lascia sono forti e quanto mai vivide. Ma resta anche un che di sfuggevole, di indeterminato e, insieme, la sensazione che una seconda lettura sia necessaria, quasi obbligatoria. Insieme agli altri titoli del "ciclo di Santa Maria". E' fatta: siamo entrati nel gorgo Onetti.
    13/05/16

    ha scritto il 

  • 3

    è un romanzo estremamente impegnativo, ma se riuscite a lasciarvi alle spalle la necessità di comprendere ogni singolo passaggio di una scrittura labirintica, riuscirete senz'altro a farvi incantare d ...continua

    è un romanzo estremamente impegnativo, ma se riuscite a lasciarvi alle spalle la necessità di comprendere ogni singolo passaggio di una scrittura labirintica, riuscirete senz'altro a farvi incantare dalla prosa di Onetti, un equilibrista dell'onirico. Ma attenzione non pensate di poter leggere questo romanzo in metropolitana, non affrontatelo con leggerezza o vi ritroverete nella necessità di ricominciare più volte un capitolo per poter comprendere in quale delle tre storie state viaggiando

    ha scritto il 

  • 2

    "[...] e la sicurezza indimenticabile che non c'è in nessun luogo una donna, un amico, una casa, un libro, nemmeno un vizio, che possano farmi felice"

    Il numero può dirsi riuscito quando l'acrobata, dopo aver disegnato nell'aria figure incredibili, riesce a cadere in piedi.

    ha scritto il 

  • 2

    La quarta di copertina lo presenta molto più figo di quello che sia: sembra l'intrigante storia di qualcuno che finisce per confondere la realtà, dalla quale fugge, con le proprie fantasticherie di sc ...continua

    La quarta di copertina lo presenta molto più figo di quello che sia: sembra l'intrigante storia di qualcuno che finisce per confondere la realtà, dalla quale fugge, con le proprie fantasticherie di scrittore... ma poi leggendolo viene da chiedersi se sia così il protagonista o piuttosto non l'autore del libro, che non riannoda i fili alla fine, disperdendo un buon inizio in discorsi intellettualoidi e trame inconcludenti. Non è il protagonista a fuggire dalla realtà, è la realtà a fuggire da lui, ma non si capisce bene il perché. Molto sudamericano (lento, descrittivo) nello stile, con una sottile, strisciante vena di maschilismo che all'inizio si nota appena, ma che resta, insistente, mano a mano che l'azione si perde dietro a discorsi filosofici buttati lì a caso dai personaggi.

    ha scritto il 

  • 4

    Juan Maria Brausen è un modesto impiegato dell'agenzia pubblicitaria diretta da Macleod a Buenos Aires. A causa di una malattia sua moglie Gertrudis ha appena subito l'amputatazione di un seno. Nell'a ...continua

    Juan Maria Brausen è un modesto impiegato dell'agenzia pubblicitaria diretta da Macleod a Buenos Aires. A causa di una malattia sua moglie Gertrudis ha appena subito l'amputatazione di un seno. Nell'appartamento attiguo a quello della coppia la prostituta La Queca vive ed esercita la sua professione. Brausen, coricato nel letto di spalle alla moglie convalescente e inquieta, ne ascolta i movimenti, le conversazioni telefoniche. Riceve l'incarico di scrivere un romanzo, qualcosa "che interessi agli idioti e agli intelligenti, ma non ai troppo intelligenti". E' l'ultimo incarico. "Un uomo non riuscirà a fare mai nulla se non si dimentica di se stesso", gli dice il vecchio Macleod a sua discolpa e giustificazione al momento di licenziarlo. Non è lui a farlo, ma l'uomo che ha avuto successo, l'uomo che quelli dell'ufficio di New York decidono che Macleod deve essere. Così stanno le cose. Bisogna dimenticarsi di sè e dedicarsi a un affare è anche l'ultimo consiglio del capo. Ma Brausen è troppo mediocre e poco coraggioso. Il suo collega e amico Stein lo chiama ironicamente "l'asceta" per quanto è timido, imbranato con le donne. Gertrudis poco a poco si riprende e decide di lasciarlo. L'unico espediente a cui Brausen è in grado di ricorrere per dimenticarsi di sè e delle proprie frustazioni è quello della finzione. Così si sdoppia e diventa Arce, malavitoso violento che frequenta e picchia La Queca fino al punto di volerla uccidere. Così si triplica e diventa Diaz Grey, medico protagonista del romanzo su commissione che ha iniziato a scrivere, ambientato a Santa Maria, città immaginaria ricorrente nelle opere di Onetti, popolata dagli alter ego della sua vita reale, come Gertrudis e Stein. Così si moltiplica, fino a diventare tutti gli uomini, veri o immaginari con cui si relaziona, nei quali si proietta per appropriarsi della loro intraprendenza, del loro fascino, di quello che Brausen, nella realtà, non è in grado di fare o di raggiungere.
    Onetti compone un racconto in cui gli elementi della narrazione scivolano da un piano all'altro, si confondono come passando per le scale di Escher, si perdono, mutano, diventano inafferrabili e incomprensibili. Finzioni e metamorfosi costituiscono l'unico ambiente adatto allo sviluppo di Brausen, altrimenti incapace. Solo così, solo nella finzione, la natura misteriosa e sommersa di Brausen affiora. Agli occhi di chi non può assistervi di continuo la sua vera essenza può sembrare follia a cui il linguaggio poetico e malinconico, le atmosfere decadenti e noir, si incollano conferendo una resa in bianco e nero.
    Nella prefazione al romanzo Mario Vargas Llosa scrive: "La finzione aggiunge all'esistenza delle persone ciò che manca per essere felici, e vi sottrae ciò che le rende infelici. Consente loro di essere e fare in questo mondo di fantasia ciò che non sono e non oserebbero fare nella vita reale".
    Così andiamo oltre le difficoltà di lettura de "La vita breve". Per superarle seguiamo Juan Maria Brausen in un altro mondo fino a quando siamo di nuovo raggiunti. Allora non ci resta altro che inventarne uno nuovo dove poter vivere l'illusione di funzionare meglio. E così via.

    "Mi venne in mente che non potevo agire perchè mi mancavano i sentimenti, l'ansietà e la speranza, i timori corrispondenti all'aspettativa di ciò che stavo per fare".

    ha scritto il 

  • 5

    Vita singolare e plurale di Juan María Brausen

    Di tutti i topoi della letteratura latino-americana quello della finzione è probabilmente il più rappresentativo e anche quello che si potrebbe utilizzare come paradigma per misurare differenze (molte ...continua

    Di tutti i topoi della letteratura latino-americana quello della finzione è probabilmente il più rappresentativo e anche quello che si potrebbe utilizzare come paradigma per misurare differenze (molte)e analogie (?) tra Borges e Onetti.
    La finzione è il motore della storia, il centro intorno al quale ruota La vita breve, romanzo intenso e bellissimo, animato da personaggi che vivono contemporaneamente nel mondo e nel loro mondo, un loro mondo che può essere di volta in volta quello del ricordo, quello di un futuro sognato, quello della fantasia senza freni, quello della finzione consapevole (almeno fino ad un certo punto), quello dell'ebbrezza alcoolica... tanti mondi “altri”, una serie infinita, lunga almeno quanto la serie dei personaggi che Onetti porta in scena.
    La vita breve inizia con l'attesa, un altro topos decisamente importante. Nel giorno di Santa Rosa, mentre tutti attendono l'arrivo del temporale che darà inizio alla primavera portando un po' di sollievo dal caldo, Brausen attende l'arrivo di Gertrudis appoggiato alla parete che divide il suo appartamento da quello della Queca, intento ad ascoltare i rumori che vengono da lì, a cercare di decifrarli per ricostruire cosa sta succedendo in quelle stanze. L'attesa, dunque: attesa di qualcosa che deve iniziare, qualcosa di diverso da quello che c'è ora, attesa di un cambiamento. L'attesa, il carburante migliore di cui si nutre l'immaginazione: fino a quando le cose devono ancora succedere tutto è possibile e nulla precluso, quando le cose sono successe si può solo prenderne atto e di tutte le possibilità che prima erano in gioco ne sopravvive solo una.
    Sognare è bello, ma un sogno per sopravvivere ha bisogno di alimentarsi anche di possibilità, ha bisogno che si creda nella sua realizzazione, magari in un futuro lontano, magari come un'eventualità difficile, difficilissima se non remota, ma un sogno irrealizzabile è un sogno che nasce con le ali mozzate.
    Si può vivere senza sogni? Può darsi, ma a questa domanda io non saprei rispondere, quello che posso dire è che io non ne sono capace. E neanche i personaggi de La vita breve, mossi da necessità, da una tensione che non sempre è chiara e che non si sa a che cosa può portare. Personaggi dalla psicologia decisamente complessa; Brausen, ad esempio, sembra avere qualcosa appiccicato addosso dal quale vuole liberarsi, qualcosa che non vede ma del quale sente il fastidio pur senza riuscire a definirlo e contemporaneamente si sente spinto verso qualcuno (la Queca, ha bisogno di desiderarla) senza comprenderne le ragioni. Personalità divise,quindi: in fuga da e in cerca di... già, il problema è che sanno quello che stanno facendo (fuggire e cercare) ma ne ignorano i motivi, agendo a livello più emotivo che razionale.
    Stando così le cose il rischio è dietro l'angolo: un'atomizzazione del personaggio, una sua frammentazione orientata verso una deriva schizofrenica oppure una situazione di stallo, un'impossibilità di movimento perché tutto quello che gli ruota intorno sta franando. Morire di esplosione o implosione, non è che faccia poi tanta differenza... Onetti però scavalca l'ostacolo, sostituendo al sogno la finzione: Brausen non immagina mondi fantastici, non sogna per sognare, ma costruisce una finzione, decidendo di spostarsi e vivere in uno spazio diverso. C'è il mondo reale, quello dove vive tutti i giorni e il mondo di finzione, quello di Santa María, dove fa vivere i suoi personaggi e poi c'è anche una specie di “camera di compensazione”, la stanza della Queca, il luogo dove vita reale e vita immaginata si incontrano e si mescolano.
    Funziona? Per un po', perché lasciare la realtà per spostarsi in un'altra dimensione non è solo un bisogno o un piacere della mente, ma anche un rischio. Si abbandonano le certezze e ci si avventura in territori inesplorati, nei quali non esistono regole e le cose che sembrano gestibili possono di colpo andare in direzioni inaspettate. Il gioco rischia di sfuggirci di mano e allora non si capisce più chi conduce le danze, chi è il creatore e chi il creato. Come succederà a Brausen, quando da demiurgo diventerà personaggio tra i personaggi, partecipe (e non più artefice) di un finale pirandelliano da Sei personaggi in cerca d'autore, e condannato come gli altri a vivere in maschera, travestito, a interpretare un ruolo senza sapere chi è veramente, se un essere reale che immagina una vita diversa o un essere immaginato da qualcun altro.

    ha scritto il 

  • 3

    Come in una collezione di matrioska, i personaggi si incastrano uno dentro l'altro; e se all'inizio questo gioco di incastri segue un ritmo regolare, più avanti gli incastri sempre più irregolari fino ...continua

    Come in una collezione di matrioska, i personaggi si incastrano uno dentro l'altro; e se all'inizio questo gioco di incastri segue un ritmo regolare, più avanti gli incastri sempre più irregolari fino ad assumere situazioni paradossali, e il più piccolo incastra il grande.
    Un linguaggio rotondo, una scrittura elegante che si lascia avvolgere, ma a volte ricorda i preziosismi di quei grandissimi talenti calcistici che con una giocata riescono a mettere la palla là dove nessuno se lo aspetta; e infatti nessuno la raccoglie perchè gli altri non sono al suo livello.
    Per intenditori e buongustai

    ha scritto il 

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