Lavorare stanca

Di

Editore: Einaudi (Opere di Cesare Pavese, 1)

4.3
(528)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 169 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Portoghese , Olandese

Isbn-10: A000037237 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Cucina, Cibo & Vini , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Pubblicate per la prima volta negli anni trenta (e poi ristampate, con aggiunte, nel 1943 nella collana einaudiana dei "Poeti"), le poesie di Lavorare stanca parvero subito cosa nuova e diversa dalla contemporanea poesia ermetica. In un tono epico-narrativo, aperto alle suggestioni della letteratura nordamericana, ma anche memore di una autoctona tradizione, rivive "l'avventura dell'adolescente che, orgoglioso della sua campagna" immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città".
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  • 4

    Ero curioso di capire meglio in cosa consistesse la metrica "istintiva" di Pavese , i versi costruiti a voce, "rimormorati, mugolati" (termini suoi, cfr. "Il mestiere di poeta" in appendice) certo su ...continua

    Ero curioso di capire meglio in cosa consistesse la metrica "istintiva" di Pavese , i versi costruiti a voce, "rimormorati, mugolati" (termini suoi, cfr. "Il mestiere di poeta" in appendice) certo su ispirazione degli esempi di lingua nordamericana, molto più contaminata con il parlato rispetto all'Italiano degli anni '30.

    Con questi scritti Pavese cerca di superare il lirismo delle sue prime prove poetiche (che significa anche sacrificare le parole dell'Io per dare spazio al racconto in terza persona) e in generale l'abitudine della poesia italiana alla retorica, intesa come condiscendenza verso le forzature metriche e gli abbellimenti musicali a discapito della testimonianza della realtà.
    Pavese si attiene a una logica narrativa, con la quale espone in maniera sobria le vicende minime di personaggi precisi (come la prostituta Deola, l'indimenticabile cugino de I mari del sud, l'amico Mario Sturani che "parla poco ... e quel poco è diverso" p111) e più spesso di tipi (il ragazzo, la donna, l'ubriaco, il pezzente), oppure dà voce all'intera comunità nel suo difficile passaggio dalla civiltà contadina alla vita cittadina. Le poesie rivelano una spiccata vocazione iconica, e concentrate come sono sulla resa immediata di scorci di paesaggio e di vita potrebbero forse essere tradotte in rapide sequenze cinematografiche.

    I temi che mi sono sembrati ricorerre con più insistenza sono certo il piacere innato per l'indolenza ("Si fuma / e si vede che il cielo è sereno, e lontano / le colline son viola. Varrebbe la pena / di restarsene lunghi per terra nel sole. / ... / L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente" Esterno) talvolta ispirato dal luminoso ristagnare del pomeriggio assolato ("é venuto un momento che tutto si ferma / e matura" Grappa a settembre) e, ancor più forte, la sotterranea paura di scadere nel vuoto, nella solitudine immedicabile di un'esistenza che è stata sottratta alla vita di paese ("Val la pena esser solo, per essere sempre più solo? / Solamente girarle, le piazze e le strade / sono vuote" Lavorare stanca): sono i momenti in cui è più sensibile l'inquietante presenza di un "silenzio che dura" (I mari del sud).
    Si avverte inoltre quello che rimane della cultura atavica, nel tabù della nudità, della scoperta della sessualità (il segreto che non si può scoprire, ma solo penetrare "Il ragazzo comincia a esser giovane e scopre / ogni giorno qualcosa e non parla a nessuno" Ulisse), la forza dell'istinto (Il dio caprone); e il paesaggio del nord Italia, bagnato dal mare e tormentato dalle colline, vero correlativo oggettivo del ventre femminile ("La collina è distesa e la pioggia l'impregna in silenzio / ... / ha una vita remota nel corpo più cupo" Dopo).

    La città rappresenta il luogo ambiguo tanto dello sradicamento quanto della possibilità di maggiore indipendenza, dei viali pieni di una vita varia anche se distratta, della nascita - con la coscienza di classe - di un nuovo progetto di ribellione e solidarietà tra gli uomini ("Se li fece compagni. Ogni casa ne aveva famiglie. / La città ne era tutta accerchiata. E la faccia del mondo / ne era tutta coperta. Sentivano in sé tanta disperazione da vincere il mondo" Fumatori di carta), forse anche della possibilità di tornare alla terra svincolati dalla fatica del lavoro contadino, solo per goderne come non si era mai stati capaci di fare, liberi e in una dimensione davvero comunitaria ("Ma l'odore di terra che giunge in città / non sa più di villani. E' una lunga carezza / che fa chiudere gli occhi e pensare ai compagni / in prigione" Legna verde).

    ha scritto il 

  • 3

    Queste dure colline che han fatto il mio corpo
    e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
    di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

    L'ho incontrata, una sera: una m ...continua

    Queste dure colline che han fatto il mio corpo
    e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
    di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

    L'ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
    sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate.
    Era intorno il sentore di queste colline
    più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò
    come uscisse da queste colline, una voce più netta
    e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

    Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
    definita, immutabile, come un ricordo.
    Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
    ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
    Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
    mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
    dell'infanzia vissuta tra queste colline,
    tanto è giovane. È come il mattino, mi accenna negli occhi
    tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
    E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
    che abbia avuto mai l'alba su queste colline.

    L'ho creata dal fondo di tutte le cose
    che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

    ha scritto il 

  • 0

    Un ricordo

    Non c'è uomo che giunga a lasciare una traccia
    su costei. Quant'è stato dilegua in un sogno
    come via in un mattino, e non resta che lei.
    Se non fosse la fronte sfiorata da un attimo,
    sembre ...continua

    Un ricordo

    Non c'è uomo che giunga a lasciare una traccia
    su costei. Quant'è stato dilegua in un sogno
    come via in un mattino, e non resta che lei.
    Se non fosse la fronte sfiorata da un attimo,
    sembrerebbe stupita. Sorridon le guance
    ogni volta.

    Nemmeno s'ammassano i giorni
    sul suo viso, a mutare il sorriso leggero
    che s'irradia alle cose. Con dura fermezza
    fa ogni cosa, ma sembra ogni volta la prima;
    pure vive fin l'ultimo istante. Si schiude
    il suo solido corpo, il suo sguardo raccolto,
    a una voce sommessa e un pò rauca: una voce
    d'uomo stanco. E nessuna stanchezza la tocca.

    A fissarle la bocca, socchiude lo sguardo
    in attesa: nessuno può osare uno scatto.
    Molti uomini sanno il suo ambiguo sorriso
    o la ruga improvvisa. Se quell'uomo c'è stato
    che la sa mugolante, umiliata d'amore,
    paga giorno per giorno, ignorando di lei
    per chi viva quest'oggi.

    Sorride da sola
    il sorriso più ambiguo camminando per strada.

    ha scritto il 

  • 4

    Ho un debole per Pavese

    Come si recensisce una raccolta di poesie?

    A leggerlo, spiace che Pavese di poesia ne abbia fatta così poca. Sembra svilupparsi una poetica del paesaggio (diversi componimenti portano questo titolo), ...continua

    Come si recensisce una raccolta di poesie?

    A leggerlo, spiace che Pavese di poesia ne abbia fatta così poca. Sembra svilupparsi una poetica del paesaggio (diversi componimenti portano questo titolo), in cui il poeta fotografa un istante ritraendone i tratti più simbolici, e, in mezzo, figure umane spesso disastrate; non per questo infelici. Tramite l'immagine fissa nel tempo sta poi al lettore intuire le storie, gli sviluppi temporali, nascosti dietro.
    A volte sembra di trovare figure simili al Suonatore Jones di De André (felice? infelice? di sicuro alticcio), spesso ci si intristisce - sono poesie pregne di ricordi infantili, scritte da un quasi adulto le cui circostanze della morte ormai conosciamo.
    Povero, povero Pavese.

    ha scritto il 

  • 5

    Torneremo per strada a fissare i passanti
    e saremo passanti anche noi. Studieremo
    come alzarci al mattino deponendo il disgusto
    della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
    Piegheremo la testa al ...continua

    Torneremo per strada a fissare i passanti
    e saremo passanti anche noi. Studieremo
    come alzarci al mattino deponendo il disgusto
    della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
    Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
    Torneremo laggiù, contro il vetro, a fumare
    intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
    e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
    che c'indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
    morirà lentamente nel ritmo del sangue
    dove tutto scompare.
    Usciremo un mattino,
    non avremo più casa, usciremo per via;
    il disgusto notturno ci avrà abbandonati;
    tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
    Fisseremo i passanti col morto sorriso
    di chi è stato battuto, ma non odia e non grida
    perché sa che da tempo remoto la sorte
    - tutto quanto è già stato o sarà - è dentro il sangue,
    nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
    soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un'eco
    dentro il sangue. E quest'eco non vibrerà più.
    Leveremo lo sguardo, fissando la strada.

    ha scritto il 

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