Le libere donne di Magliano

Di

Editore: Mondadori ( Oscar classici moderni 35)

3.8
(642)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 130 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804340894 | Isbn-13: 9788804340898 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Salute, Mente e Corpo , Medicina

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Descrizione del libro
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  • 5

    “E questa malattia, che non si sa se è una malattia, la nostra superbia ha denominato pazzia.”

    Non un romanzo, ma una sorta di diario, di cronaca, attenta e profondamente umana, della vita tra le mura di un ospedale psichiatrico nelle vicinanze di Lucca, quello di Maggiano alias Magliano, press ...continua

    Non un romanzo, ma una sorta di diario, di cronaca, attenta e profondamente umana, della vita tra le mura di un ospedale psichiatrico nelle vicinanze di Lucca, quello di Maggiano alias Magliano, presso il quale l’autore lavorò a lungo come medico.
    Mario Tobino, di cui non avevo letto ancora niente e che ho scoperto letterariamente prolifico, mi si è svelato come un grande scrittore, capace di raccontare un mondo per buona parte nascosto e sconosciuto ai più. Tante le vicende che rivivono tra queste pagine, piccole storie non soltanto di pazienti (e non esclusivamente donne), ma anche del personale in servizio presso quella struttura. Il manicomio stesso, sospeso in una dimensione temporale perennemente al presente, emerge come un microcosmo dove, in definitiva, il confine tra follia e sanità mentale non sempre è così netto. Ma la pazzia esiste davvero? E qual è il senso del suo esistere? Non ho potuto fare a meno di soffermarmi su alcune riflessioni dell’autore, compresa quella che ho riportato come titolo:

    “Cosa significa essere matti? Perché si è matti? Una malattia della quale non si sa l’origine né il meccanismo, né perché finisce o perché continua.”

    “[…] i matti non hanno né passato né futuro, ignorano la storia, sono soltanto momentanei attori del loro delirio che ogni secondo detta, ogni secondo muore, appunto perché fuori del mondo, vivi solo per la pazzia, quasi avessero quel compito: di dimostrare che la pazzia esiste. Incomprensibili piante senza radici, ombre che blaterano parole senza senso e senza memoria.”

    A parte un paio di rapidi accenni all’elettroshock e vari riferimenti alla nuda cella dove venivano rinchiuse per giorni le malate più esagitate, il libro non parla delle cure psichiatriche cui si ricorreva all’epoca, come se certe cose, forse per deontologia professionale, non dovessero fuoriuscire; del resto, non si dimentichi che correva l’anno 1953 quando l’opera fu pubblicata: si era ancora lontani dalla presentazione della Legge Basaglia e all’interno dei manicomi non era certo un gran bel vivere. Forse Tobino ha fatto bene a non essersi addentrato nello specifico delle terapie; c’è già abbastanza dolore in ciò che ha scritto, non c’era bisogno di aggiungerne dell’altro, rischiando, per di più, di cancellare la poesia che si respira nella sua prosa pacata e malinconica, come quando si sofferma sul canto delle cicale e sullo scorrere imperturbabile delle stagioni intorno al colle del manicomio.
    “Le libere donne di Magliano” è uno di quei capolavori silenziosi e discreti da leggere con profondo rispetto per la vita e la morte che vi scorrono dentro, ricordandoci sempre dell’estrema fragilità della nostra esistenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Erano anni in cui non serviva essere affetti da malattie mentali per finire in manicomio. Mario Tobino, psichiatra e scrittore, prendendo spunto dalla sua esperienza di medico, scrisse “Le libere donn ...continua

    Erano anni in cui non serviva essere affetti da malattie mentali per finire in manicomio. Mario Tobino, psichiatra e scrittore, prendendo spunto dalla sua esperienza di medico, scrisse “Le libere donne di Magliano” per “richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia”

    “La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, son ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare”.

    Il manicomio era il suo mondo, il suo rifugio, il luogo da dove partiva e dove tornava. Il manicomio era la casa che non aveva. Le creature che lo abitavano erano la famiglia che gli mancava. Il manicomio era la cura alle sue solitudini. Studiava la follia, amava le sue matte. E le sue matte lo amavano.

    Poche righe e la finzione narrativa si trasforma in realtà palpabile, densa, spesso disturbante. Una miscela sacrale e perversa, brutale e misericordiosa. Ci sono orrore e pietas per quelle povere anime condannate e abbandonate dalla società. Anime disperate che si stringono alla vita con la stessa forza con cui si attaccano alla morte.
    È un girone spaventoso dove urla e silenzi appartengono allo stesso dolore. Nel regno della follia le “libere donne” vivono in condizioni atroci. Attorno a loro si muovono, ombre sempre presenti, suore e infermiere.
    Sotto la penna di Tobino si srotolano drammi indicibili. Feriscono e scuotono nel profondo. Impossibile rimanere indifferenti. Impossibile dimenticare dopo che l’ultima pagina ha segnato la parola “fine”.

    “Ogni creatura umana ha la sua legge; se non la sappiamo distinguere chiniamo il capo invece di alzarlo nella superbia; è stolto crederci superiori perché una persona si muove percossa da leggi a noi ignote”.

    Tobino, che riteneva i matti creature degne d’amore, cercò di attirare l’attenzione di chi era oltre le mura, oltre i cancelli, perché i malati fossero considerati esseri umani, ricevessero trattamenti migliori, miglior nutrimento e vestiti decenti, si avesse cura della loro vita spirituale e della loro libertà.
    Era il 1953. Basaglia era ancora lontano.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi è piaciuto molto il lato poetico del libro, il modo cauto e secondo me molto umano di accostarsi al mondo della follia (non dimentichiamoci che è il 1953 appunto). Anche le descrizioni del mondo i ...continua

    Mi è piaciuto molto il lato poetico del libro, il modo cauto e secondo me molto umano di accostarsi al mondo della follia (non dimentichiamoci che è il 1953 appunto). Anche le descrizioni del mondo intorno al manicomio mi è piaciuto, i colleghi, le suore.
    Capisco che può dare fastidio il modo in cui parla delle donne, ma secondo me parlare di misogenia è esagerato perchè non ne parla mai con disprezzo o cattiveria. Sembra anzi che Tobino ne fosse affascinato in un modo misterioso che anche lui faticava a comprendere.

    Per quanto riguarda le tecniche di segregazione e di cura, beh, non mi esprimo. Sicuramente Tobino non è Basaglia. Una documentazione interessante, per quanto mi riguarda non condivisibile, forse dettata anche dal senno di poi.

    ha scritto il 

  • 4

    Milletrentanove matti, 200 infermieri, 19 suore ed alcuni medici. E' questo il mondo crudo e celato in cui ci accompagna un Tobino medico e scrittore-poeta. Un mondo di santi e di doppiamente reclusi. ...continua

    Milletrentanove matti, 200 infermieri, 19 suore ed alcuni medici. E' questo il mondo crudo e celato in cui ci accompagna un Tobino medico e scrittore-poeta. Un mondo di santi e di doppiamente reclusi. Santi i matti, perchè innocenti ma reclusi a vita in una prigione di mattoni costruita dagli "altri", e reclusi nell'altra prigione creata dalla loro stessa mente. Sante le suore, recluse più o meno volontariamente a vita nel manicomio, e recluse anche nella cella della loro fede, forse unico baluardo per tirare avanti con pazienza e dedizione in un ambiente ostile e di sofferenza. Santi i medici, e santissimo Tobino, che non solo esercita nei manicomi la sua attività di psichiatra, ma vi vive stabilmente per quaranta anni, in affollata solitudine fra matti (solo come un cane da pagliaio), senza amici né parenti. Anch'egli doppiamente recluso nella prigione di muri e nella prigione della sua labile scienza, la psichiatria, fatta allora, ed ancor oggi, di malattie largamente ignote di un organo dal funzionamento altrettanto ignoto. E talvolta egli ci confessa senza pudore la sua sofferenza e la sua fragilità: Oggi è Natale, ero solo, non sapevo dove andare e non mi riusciva scacciare, mentre si avvicinava mezzogiorno, una sconsolazione che sempre piú mi pungeva come volesse farmi arrivare al pianto. Probabilmente gli fu d'aiuto la sua grande religiosità (chiedo e desidero di essere benedetto).
    Dall'oceano tempestoso di santità restano fuori molti inservienti ed infermieri, nati contadini e protetti dalla saggia scorza scaturita dal duro lavoro dei campi, approdati a quel mestiere attratti dalla certezza dello stipendio.
    I matti, come li chiama Tobino senza ipocriti giri di parole, o meglio le matte, poiché si parla quasi sempre di pazienti femmine, sono talvolta incomprensibili piante senza radici, ombre che blaterano parole senza senso e senza memoria. Ma in altri casi la pazzia è evanescente, anche perchè questa malattia, che non si sa se è una malattia, la nostra superbia ha denominato pazzia. Le Libere donne sono imprigionate da un titolo che è un ossimoro, dato che a quel tempo era molto difficile essere davvero "libere", e non solo per le matte ma anche per le donne normali.
    Il libro non ha una trama né un filo logico. Si tratta di una successione di tanti durissimi e lirici ritratti fra loro intrecciati e con un solo comune denominatore: il grande manicomio di Magliano. Sono quadri fittizi, come spiega l'autore nella postfazione, ma che descrivono una realtà vissuta. Alcuni lasciano nel lettore una cicatrice indelebile, come ad esempio le malate agitate, messe "nude all'alga" in piccole celle assolutamente vuote, quattro pareti, un pavimento, un soffitto, senza giaciglio né, si intuisce, servizi igienici. O la "Faina", aggressiva e dedita orribilmente a cavare gli occhi dei malcapitati Allora, per pochi secondi ancora rimaneva immobile, come a bearsi di quel che era per succedere, poi si lanciava con nel volto la stessa espressione, teneva le due dita, indice e medio, acute, a forcella, e cavava. Gioiva poi se aveva compiuto. E, nei cameroni, "puzzo di bestia e grida". E poi una miriade di altri ritratti di miserie umane, alcuni vividi e dettagliati, altri appena abbozzati. E descrizioni della vita dell'istituto, dove il confine fra malate e sane si fa talvolta così labile da non poter distinguere le prime dalle seconde, perchè la pazzia non è una autentica malattia, ma solo una delle misteriose e divine manifestazione dell’uomo. E se si adotta questa chiave mistica di lettura, le storie del libro perdono il loro carattere di disumanità per diventare pacatamente e semplicemente "ciò che Lui ha voluto".
    Oggi le condizioni descritte da Tobino appaiono orribili e inaccettabili ma, a quel tempo, erano forse le sole attuabili. La legge Basaglia, che decreta che il matto non è soltanto un malato, ma una persona che necessita sì di cure mediche, ma anche di rapporti umani e di tutto quel che serve ai "normali" per condurre una vita normale, verrà 25 anni dopo. Una legge il cui contenuto ci appare, oggi, ovvio ma che risultò attuabile soltanto con l'avvento di psicofarmaci efficaci che consentono di rinchiudere i pazienti in una ovattata gabbia farmacologica. Farmaci che ai tempi delle Libere donne non esistevano. Probabilmente questo argomento viene affrontato ne Gli ultimi giorni di Magliano, opera del 1982, che mi propongo di leggere.
    Resta il dubbio sulla reale pazzia di alcune delle internate (ad es. l'enigmatica Lella e le due sorelle cucitrici). Sorge il sospetto che fossero state rinchiuse soltanto per egoistico volere o capriccio di parenti desiderosi di disfarsi di familiari non omologati agli schemi di comportamento precostituiti . Su questa possibilità Tobino resta muto. Inoltre, si ha l'impressione che l'attività nell'istituto si riducesse ad una semplice assistenza, o alla reclusione delle pazienti più pericolose. Ma questo era lo stato dell'arte della psichiatria, e l'inefficacia delle cure avrà sicuramente ingenerato in Tobino quel senso di impotenza e frustrazione che ho percepito in alcuni passi.
    Tobino scrive con un linguaggio semplice e diretto, mai banale, ricco di immagini e ancor oggi fresco. E' bello leggerlo, ma occorre leggerlo lentamente, con calma e riflessione, poichè spesso rasenta la poesia.
    E' un libro duro, che può forse urtare le persone più sensibili. Ed è un libro che, piaciuto o no, non si dimentica.

    L'uomo è come un buco dentro la terra, ogni volta che si scava piú profondo vien fuori altra sostanza e terra piú nera o piú scialba o ghiaia o roccia o squama e ogni volta è un mistero che genera meraviglia.

    ha scritto il 

  • 3

    Quello del medico- psichiatra Tobino non è – a dispetto di ciò che si potrebbe pensare- un libro che prospetta casi clinici al fine di catalogare diagnosi. Si tratta invece di una sorta di diario che ...continua

    Quello del medico- psichiatra Tobino non è – a dispetto di ciò che si potrebbe pensare- un libro che prospetta casi clinici al fine di catalogare diagnosi. Si tratta invece di una sorta di diario che procede per fotogrammi dove in primo piano c’è l’uomo-poeta che coglie attimi e brandelli della vita nel manicomio di Maggiano (Lucca) rinominata Magliano.
    La ristampa Mondadori della prima edizione è preceduta da una prefazione dell’autore intitolata «Dieci anni dopo» dove dichiara che lo scopo di allora ” ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà” . Dopo dieci anni il cambiamento fondamentale nel mondo della psichiatria è sicuramente rappresentato dall’uso degli psicofarmaci che rendono certamente i malati più docili e collaborativi ma verso i quali Tobino si dimostra dubbioso arrivando ad interrogarsi sulla definizione stessa di «pazzia». Così scrive:
    ”La pazzia è davvero una malattia? non è una delle misteriose e divine manifestazioni dell’uomo? Non esiste per caso una sublime felicità che noi chiamiamo patologica e superbamente rifiutiamo? “.
    Questa prefazione fa la differenza. Dieci anni non sono pochi e Tobino medico e poeta aveva palesemente rivisto alcune posizioni.
    Il 1953 è ancora epoca che considerava naturale detenere qualsiasi persona dimostrasse di non essere in linea con una condotta di vita che si esprimesse nel lavoro-casa-chiesa senza che esternazioni plateali né di emozioni né di desideri.
    Quelle che intravediamo sono esistenze macchiate che necessitano di essere allontanate dagli occhi della piazza e nascoste perché sono solo motivo di vergogna.
    Tobino riconosce l’umanità e l’individualità, ne è rispettoso. Purtroppo, però, io ho cercato tra le righe quella libertà che mi era stata annunciata dal titolo ma non l’ho trovata.
    Le donne di cui si parla sono, al contrario, doppiamente recluse perché oltre alle mura e alle sbarre del manicomio soffrono la detenzione del pensiero maschile. L’autore ce ne parla come di creature per lo più lascive, impudiche, depravate. Tratteggia scene orgiastiche nei limiti che impone quella scrittura anni ’50 limitata dal pubblico senso del pudore.
    Riporto qui a titolo esemplare un passaggio:
    ”Qui rinchiuse, orbate di uomini, impedite nella loro massima legge, almeno la ma-nifestano con le parole che si fanno aperte e non potendo che coi succedanei pratica-re, si consumano in questi.
    Alle “agitate-donne” è dove in ispecie ha spesso furore il tribadismo-lesbismo, e, subito dopo, alle semitranquille, ma questo fiore dalle radici robuste è sparso per tut-to il manicomio. È solo stupefacente che una bruttezza ne ami un’altra con tale spudo-rato abbandono, sembra che siano sol le mucose che si cercano gemendo; donne anzia-ne sdentate, gli occhi cisposi e strabici, che tenacemente circondano col braccio ra-gazze dementi, imbecilli che scolano saliva dalle labbra pendenti; bruttissime, goffe, zoppe, i capelli degli spillaccheri, la voce una emissione gutturale; ed è da ricordare che in manicomio non esiste alcuna cura e civetteria, scarso il pettine, sconosciuta la cipria e il belletto, e tutte vestono il ruvido vestito.”

    Dunque merito a Tobino per aver aperto le porte di un manicomio quando tutti volta-vano la testa per non guardare; merito suo aver aperto gli occhi e averne parlato sebbene leggerlo oggi dimostra ne tutte le ristrettezze di pensiero.
    Vero è che la mia lettura è stata dissociata: leggevo ma pensavo a “L’altra verità” di Alda Merini. Pubblicato nel 1986 ci parla della follia a distanza di 33 anni da “Le libere donne di Magliano”. Ce ne parla dalla parte di chi nella follia ci è entrato e dopo che quella grande rivoluzione chiamata legge Basaglia aveva già fatto la differenza.
    *****************************************************
    Da “L’altra verità” pag. 117:
    ”Di fatto non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente co-mune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di un’inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”

    ha scritto il 

  • 2

    Prima di Basaglia

    Son quasi certa che ho già incontrato, sulla mia strada di lettrice, un altro libro di Tobino; ma il ricordo affonda nella notte dei tempi, dalla quale non traspare alcun elemento che possa essere uti ...continua

    Son quasi certa che ho già incontrato, sulla mia strada di lettrice, un altro libro di Tobino; ma il ricordo affonda nella notte dei tempi, dalla quale non traspare alcun elemento che possa essere utilizzato per parlare del romanzo in oggetto attraverso paragoni, riferimenti.
    Che poi non sono affatto convinta che sia un romanzo "Le libere donne di Magliano", mentre sono del tutto convinta che quell'aggettivo "libere" sia una sorta di malvagia ironia nei confronti delle protagoniste, meglio dovrei dire vittime di cui si parla nel libro.
    "Qualunque riferimento a persone o fatti realmente accaduti è del tutto casuale" recita la nota alla fine. Ma certo quanto narrato da Tobino appartiene a materia che lui ha visto e ben conosce. Non uso a caso la parola materia, che in riferimento ad esseri umani suona cruda: è che lo sguardo dello scrittore mi è apparso freddo e distante rispetto alle donne di cui racconta. Per contrappunto, è invece contagiato dallo squallore della vita nell'ospedale psichiatrico, tanto da apparire rinchiuso lui pure, incapace di una vita vera al di fuori di quelle mura che risuonano di urla e voci senza speranza.
    Queste donne, vittime di situazioni familiari raccapriccianti - un esempio vale per tutti: quello di una donna, lei rinchiusa, ma che prima di entrare in manicomio, subiva quotidianamente le violenze, fisiche e sessuali del marito che di notte la svegliava per farla scendere in cucina, dove la picchiava selvaggiamente e poi abusava di lei, e la faceva andare in cucina, perché così non avrebbe svegliato sua madre, che diversamente si sarebbe lamentata per questo; ma Tobino si limita a riferire, senza prendere posizione, dice solo che il marito, che si recava in visita dalla moglie, aveva un che di lucida violenza sadica dipinta in volto; e la donna rimaneva rinchiusa, mentre libero se ne andava dopo le visite il marito - appaiono invece, per lo più, in preda a frenesie sessuali, quasi a voler rimarcare che il malessere psichico delle donne è tutt'uno con insane voglie. "Insane" è termine che attribuisco a Tobino, non certo mio. Insomma, sembra si affermi la teoria della pazzia uterina, come l'etimologia della parola isteria, associata alle donne illo tempore, dimostra.
    Tobino psichiatra osserva, riporta con piglio cronachistico, si piange addosso, consapevole di essere lui stesso segregato, alieno dalla vita che si spende ogni giorno nella gioia e nel dolore, "morto" dentro. E non perché sente su di sé il dolore degli altri, non perché empaticamente si angoscia per le sofferenze delle donne di Magliano, ma perché è la sua stessa indole a renderlo incapace di godere.
    Infine due parole sullo stile: a tratti apprezzabile nelle descrizioni paesaggistiche, molto datato, ma questo è un dato di fatto e non una pecca da imputare a lui, talvolta artificiosa la lingua.
    Due stelle solo per quegli scorci di paesaggio che mi ha fatto intravedere; ma per tutta la lettura non ho mai smesso di pensare a Basaglia, coevo di Tobino, e al fossato che li divideva.

    ha scritto il 

  • 5

    Tobino ci lascia un bellissimo e toccante diario dove lui, medico, oltre che grande scrittore, raffigura ritratti spesso dolci ed indimenticabili di donne malate, sue pazienti, rinchiuse per la magg ...continua

    Tobino ci lascia un bellissimo e toccante diario dove lui, medico, oltre che grande scrittore, raffigura ritratti spesso dolci ed indimenticabili di donne malate, sue pazienti, rinchiuse per la maggior parte nel manicomio di Maggiano, qui Magliano. Allora non esistevano psicofarmaci e le terapie erano piuttosto spartane. In questi suoi appunti Tobino mette in evidenza non solo i loro lati più cupi e nascosti , le loro reazioni spesso smodate ma tratteggia soprattutto il loro animo libero, senza le pastoie della società e del conformismo e ci induce a riflettere su che cosa vuol dire normalità e libertà.

    ha scritto il 

  • 4

    Il medico Tobino descrive le sue pazienti, le loro patologie e qualche aneddoto che le riguarda.Lo scrittore Tobino le eleva, le coccola, ci fa conoscere l'animo oscuro di queste donne, ma anche quell ...continua

    Il medico Tobino descrive le sue pazienti, le loro patologie e qualche aneddoto che le riguarda.Lo scrittore Tobino le eleva, le coccola, ci fa conoscere l'animo oscuro di queste donne, ma anche quello simpatico, ironico, e soprattutto ci fa riflettere sul concetto di libertà (in fondo quella che tutti cerchiamo); solo loro la possiedono veramente...libere da ogni orpello, strato, censura e autocensura, possono urlare a squarciagola, ballare, cantare, spogliarsi davanti a tutti...tanto sono matte!;).

    ha scritto il 

  • 4

    “Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti ...continua

    “Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e insuperbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti.”
    Mario Tobino ha lavorato come psichiatra in manicomio e vissuto per 35 anni dentro il manicomio di Maggiano (divenuto Magliano nel romanzo), ne ha respirato l’aria e ha raccolto le voci, le urla, i sospiri e i deliri dell’umanità femminile che vi trascorreva l’esistenza, a volte mesi, più spesso anni, qualcuna fino alla vecchiaia e la morte. Con questo romanzo ha lasciato brevi ed intensi ritratti di Baccanti in preda alla frenesia, espressione di una femminilità esplosiva, prede di una “follia” che per ognuna di loro non è altro che la “libertà” di ribellarsi alle costrizioni del mondo esterno “sano”, conformista ed ipocrita: alcuni personaggi sono raccontati in modo commovente e bellissimo, come la Lella, “vergine della verginità”, rimasta sconvolta da bambina da una visione della madre, da lei ritenuta la più santa delle donne, mentre faceva sesso col padre e da ciò segnata per sempre, la Lella generosa e dolce, che riempie il reparto dei medici di fiori, di gatti e di gesti di gentilezza; o la signora Gabi, costretta al manicomio dopo che l’amore della sua vita si uccise e lei fu destinata ad una casa d’appuntamenti. Accanto a queste donne “malate di mente” ci sono altre donne, espressione di una femminilità completamente diversa, le infermiere, che fino all’epoca fascista erano costrette a rimanere zitelle per poter lavorare nel manicomio, e le suore, femmine incomplete. Accanto a loro e tra loro, con uno sguardo ricco di comprensione e di pietas, con occhi quasi incantati di fronte ad “una delle divine e misteriose manifestazioni dell’uomo” c’è il dottore Tobino, che con tono pacato ed incredibilmente dolce, senza mai condannare, ci pone di fronte e ammonisce a riconsiderare la nostra “normalità”.

    ha scritto il 

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