Le menzogne della notte

I Capolavori del Premio Strega - Vol. 26

Di

Editore: Il Sole 24 Ore su licenza Bompiani

4.2
(768)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 188 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Data di pubblicazione: 

Prefazione: Michele Mari

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
" Mangiarono pochissimo o niente. Le portate, sebbene più ricche dell'ordinario, per come s'era ingegnato di condirle un secondino volenteroso, avevano un sapore nemico, né v'era un boccone che in gola non diventasse una cenere. L'inappetenza , si sa, è d'obbligo nelle serate d'addio. Per cui, essendo l'esecuzione fissata ai primi barlumi dell'indomani, il barone non finiva di accalorarsi per questa ipocrisia di concedere ai condannati inutili ghiottonerie, mentre non s'aveva scrupolo di attossicargliele col pensiero della scadenza imminente. "
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  • 5

    Ottimo per ampliare il proprio vocabolario. È un libro che si apprezza non tanto per la storia, che è comunque avvincente e si risolve in una notte, quanto per il lessico usato che è ricco di termini ...continua

    Ottimo per ampliare il proprio vocabolario. È un libro che si apprezza non tanto per la storia, che è comunque avvincente e si risolve in una notte, quanto per il lessico usato che è ricco di termini mai visti e sentiti. Da rileggere quando si vuole alzare il proprio livello intellettuale anche solo per pochi giorni.

    ha scritto il 

  • 3

    Chi mente premettendo che sta per mentire non per questo mente meno di chi la premessa non la fa.

    Di libri parlo soltanto con gli sconosciuti. Le persone che conosco leggono poco, quando non per niente, dunque finirei col parlarne solo io, povere loro. Se a una persona parli di un libro letto le d ...continua

    Di libri parlo soltanto con gli sconosciuti. Le persone che conosco leggono poco, quando non per niente, dunque finirei col parlarne solo io, povere loro. Se a una persona parli di un libro letto le dai l’impressione di non avere nient’altro da dirle di te – come ci fosse qualcosa di più intimo delle impressioni personali sorte dalla lettura di un libro, ma il comandamento è sempre lo stesso: se proprio non vuoi vivere, preoccupati almeno di darti l’aria di uno che ha vissuto a più non posso, e chi vive tempo per leggere, animo, davvero non ce lo può avere.

    Ammettere di leggere equivale confessare di avere il tempo liberato per farlo, e oggi il tempo liberato non lo vuole nessuno, lo farebbe sentire fuori dal giro sociale, che poi è sempre più un’appendice del giro social e non il salutare contrario, quindi una insopportabile noia compulsiva, una ulteriore forma di schiavitù consolatoria: perché la propria schiavitù, me l’ha insegnato Dostoievskij, è infinitamente più addomesticabile e rilassante della propria libertà.

    Eppoi è a me per primo che scoccia parlare di libri, quindi resto sempre tra il meravigliato e il sospettoso quando sento di gruppi di letture condivise: esperienze bellissime, per chi le fa, ma io sono tarmato dalle incongruenze che mi capita di criticare, perciò di libri parlo solo con gli sconosciuti: con loro non mi peserebbe non parlare e non chiedere d’altro – e è parlando d’altro che si può avere qualche possibilità di dire qualcosa su sé stessi, intanto.

    “Le menzogne della notte” me l’ha consigliato uno sconosciuto di origini siciliane – costantinopoliane dice lui; gli piace immaginarsi un profondo passato, siccome al futuro ha già dato un taglio – al quale io ho consigliato “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño.

    Ormai cito Bolaño un commento sì e l’altro pure, e anche gli ultimi libri che vado razzolando e chiedendo in prestito, di scrittori francesi o tedeschi o uruguaiani, provengono da qualche suo accenno o riferimento. Alle imbeccate di lettura di Aldo Busi devo l’approccio con i capolavori dell’Ottocento o di prima ancora, del tutto fuori orbita per me che agli esordi ero un fissato novecentista, e a quelle di Bolaño le letture più contemporanee. I libri più deludenti fin qui sono quelli promossi da Antonio Moresco, ma Moresco ha la passione per gli ossessi, i sotterranei, gli sperimentatori, perciò quando mi procuro un libro su imbeccata di Moresco sono comunque contento, fosse anche solo per l’atto di solidarietà per i giovani autori a cui il generoso Moresco offre una occasione di visibilità.

    Lo sconosciuto inglese è un lettore entusiasta di Gesualdo Bufalino. Io di Bufalino lessi “La diceria dell’untore” nella mia prima decade da lettore. Oggi, a trentatré anni, il mio tempo da lettore ha quasi doppiato il mio tempo da nonlettore: fino ai dodici anni non leggevo affatto, a ventiquattro ero un lettore amorfo e verace, entro i trentasei mi aspetto di essere diventato del tutto un lettore con un suo gusto e un suo canone, perciò entro i quarantotto mi auguro di recuperare l’ignoranza dei dodici, altrimenti dal trentaseiesimo anno in avanti leggere sarà soltanto una abitudine collaudata e non l’impegno alla conoscenza e alla riconoscenza e alla dimenticanza di me stesso per far spazio a qualcos’altro che è sempre stato. Il verdetto in me su Bufalino fu: bellissima scrittura, estetizzante però; strepitoso esercizio di stile, ma per l’appunto: un esercizio. Quindi una bufala no, proprio no; una bufalinata, e punto.

    “Le menzogne della notte” è un idem: c’è il valetudinario, le lampe d’olio perpetue che pendono dai cavicchi, i calepini, le facce manse, le fate morgane di suoni, i cerniechi, le basole, una suntuosità narrativa compiutamente postmoderna, purtroppo. Da condannare alla ghigliottina, per me, più che i quattro deliziosi farabutti alla Dumas il Padre sono i redattori della mia edizione, che torturano il testo di note e notarelle, guastando il gioco di Bufalino, svelandolo prima ancora che si inizi a capire qual è il gioco a cui invita Bufalino, un gioco pienamente letterario: pynchoniano e echiano assieme, con un umorismo mooolto più vecchiotto di quello escogitato da questi due, però. Rimando un po’ azzardato, forse. Non me lo figuro Bufalino che mette giù un libellista ottocentesco per leggersi “Gravity's Rainbow”, e meno male: se avesse scoperto che c’era già chi faceva in grande quello che lui fa in piccolo, avrebbe finito col restarsene impubblicato, invece di convincersi a perdere la verginità a sessantuno anni: età in cui ormai l’hai persa in ogni caso. Cosa vuoi più sbigottire per un cambiamento di stato a sessantuno anni? Dopo una attesa così lunga non si trema più per l’emozione ma per l’inevitabile decadimento neurovegetativo.

    Ecco cosa non mi appassiona di Bufalino, lo leggo e giocoforza devo pensare alle altre letture che lo precedono e stimolano, che affluiscono in lui che ne fa sintesi e paradosso, riepilogo e variazione, e alle solite: certo che la letteratura è fatta di altra letteratura ulteriormente trasformata, ma la grande letteratura è quella che riesce nel trucco più difficile di tutti: quella di ingannarti anche quando la tua predisposizione è la peggiore in assoluto perché l’inganno abbia successo: ovvero il grande desiderio di essere ingannato.

    Come in amore: chiunque pretende di poterlo trovare grazie alla sua-volontà non potrà che trovarne uno posticcio, caricaturale, una imitazione forzata, alla meglio una sua versione mentale, che è la più angosciante di tutte. L’amore voluto, come la letteratura di Bufalino, con i suoi pregi iperrealistici e iperletterari, tutt’al più potrà essere un amore postmoderno, cioè un amore con niente di inedito e dunque di autentico e inaspettato. Sarà un amore straordinariamente costruito che però non sarà mai vero amore, vera letteratura; sarà l’esercizio di stile di chi uno stile veramente e totalmente suo ancora non ce l’ha.

    È un amore minore e dunque, al pari di qualsiasi altro male altrettanto minore, la causa delle infelicità, cioè delle insoddisfazioni, più irrisolvibili.

    ha scritto il 

  • 4

    Innumerevoli lampi come lividi gigli fiorivano

    Questo breve libro ha molte qualità. Ha una struttura classica: cinque storie sono incastonate in una cornice che è a sua volta una storia emozionante. La narrazione ha il ritmo scandito dalle ore che ...continua

    Questo breve libro ha molte qualità. Ha una struttura classica: cinque storie sono incastonate in una cornice che è a sua volta una storia emozionante. La narrazione ha il ritmo scandito dalle ore che passano: si tratta di un'ultima notte, o forse no: la scelta è in mano ai cinque personaggi che raccontano la loro storia. La fine è nota ma il mistero rimane aperto: una grande vittoria ottenuta con l'astuzia potrebbe essere stata una beffa travolgente.
    La vicenda si svolge in un Regno delle due Sicilie già attraversato da idee risorgimentali, eppure quantomai rurale e remoto, tanto da avermi ricordato le atmosfere di Il racconto dei racconti, non dell'opera di Basile che non ho letto, ma del film di Matteo Garrone (l'orco però non c'è :). Ho trovato quest'ambientazione affascinante, perché l'Italia meridionale ha una storia molto complessa e poco conosciuta anche alla gente del luogo e che varrebbe invece la pena di conoscere.
    Gesualdo Bufalino (nome bellissimo) scrive in un Italiano sontuoso, intonato con quello dell'epoca ma anche misurato; non suona mai pedante o arcaico. I suoi personaggi sono molto romantici: tutti, dal primo all'ultimo, si sono fatti trascinare da passioni e sentimenti come foglie in balia del vento (di una bufera infernal che mai non resta: sono vite abbastanza sciagurate).
    Anche i personaggi minori sono raccontati in modo interessante, se ne coglie tratti di bonomia e umanità che mi hanno fatto piacere, dato che accompagnavano i personaggi principali al compimento del loro destino. Fuori dalla stanza dove i protagonisti sono riuniti infuria la tempesta: si sente vibrare l'elettricità nell'aria, si sentono gli schianti dei fulmini, il frangersi delle onde sulle scogliere, il sollevarsi di nubi di acqua salsa nebulizzata, con l'intensità con la quale si percepisce il mondo quando il tempo volge al termine.
    Questo fascio di suggestioni e immagini è contenuto in 176 pagine e questa è l'ultima meraviglia di Le menzogne della notte: altro che Grande Romanzo Americano (o no) da 1200 pagine e 3,5 chilogrammi.

    ha scritto il 

  • 5

    Una lingua meravigliosa e lussureggiante, estremamente evocativa, ricca di termini arcaizzanti senza mai essere fuori posto e di un periodare abbondante, che esplora, valorizzandole al massimo, tutte ...continua

    Una lingua meravigliosa e lussureggiante, estremamente evocativa, ricca di termini arcaizzanti senza mai essere fuori posto e di un periodare abbondante, che esplora, valorizzandole al massimo, tutte le potenzialità della sintassi (molte subordinate, inversione della normale successione delle parole nella frase, costruzioni inedite eppure assolutamente corrette sul piano grammaticale). Un autentico gioiello, soprattutto per lettori che sono anche cultori della lingua.

    ha scritto il 

  • 1

    sara' colpa mia, ma ho faticato ad arrivare in fondo, ogni volta dovevo tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo.
    Viste le recensioni entusiaste evidentemente non saro' all'altezza.. ...continua

    sara' colpa mia, ma ho faticato ad arrivare in fondo, ogni volta dovevo tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo.
    Viste le recensioni entusiaste evidentemente non saro' all'altezza.. pazienza..

    ha scritto il 

  • 0

    Invano spenderete il tempo e la fatica se amalgamar vorrete il culo con l’ortica…

    Un capolavoro, un libro perfetto, un romanzo che può cambiare la vita di una persona, splendido, colto, intelligente, scritto in modo incredibile, ogni parola al suo posto, straordinario, affascinante ...continua

    Un capolavoro, un libro perfetto, un romanzo che può cambiare la vita di una persona, splendido, colto, intelligente, scritto in modo incredibile, ogni parola al suo posto, straordinario, affascinante, geniale, inimitabile, avvincente.

    Ecco un estratto dei vari commenti che si trovano in rete su questo libro di Gesualdo Bufalino, vincitore del premio Strega nel 1988. Come resistere alla tentazione di leggerlo?

    Il libro, che può ricordare il Decamerone o le Mille e una notte, è scritto con uno stile ricercatissimo, ottocentesco e raffinato per introdurre il lettore nell’atmosfera dell’epoca. Le recensioni che ho letto parlano di gioco, di divertimento, di ironia, di profondità, di fascino, di finale a sorpresa entusiasmante e illuminante. Io però la folgorazione non l'ho avuta, purtroppo, l'entusiasmo non l'ho provato e l'illuminazione era evidentemente diretta altrove. Ho percepito invece la lentezza della narrazione, la scrittura monotona, le situazioni troppo costruite, l'attesa di un decollo del libro che purtroppo non ho visto.

    Mi ha ricordato una costruzione architettonica meravigliosa (l'Expo?) ma senza scopo. Merletti e fregi di pregio su una scatola vuota. Uno sfoggio culturale fine a sé stesso.

    Bufalino scrive benissimo, ma purtroppo il mio pragmatismo mi impedisce di apprezzare un testo che privilegia l'estetica della parola al contenuto.

    M’impaura dunque sentirmi zimbello nel vento d'una storia mirabile che non ho ben compreso. Ne traggo dunque coscienza che un cosiffatto genere non fa proprio per me.

    Non oso dunque, in cotal guisa, avventurarmi a valutar codesto libro.

    ha scritto il 

  • 5

    Quattro prigionieri in attesa della decapitazione si raccontano l'episodio più importante della loro vita , quello che in qualche modo li lega alla loro situazione attuale: la condanna imminente.
    La n ...continua

    Quattro prigionieri in attesa della decapitazione si raccontano l'episodio più importante della loro vita , quello che in qualche modo li lega alla loro situazione attuale: la condanna imminente.
    La narrazione nella narrazione raggiunge un lirismo sublime finendo per toccare elevati spunti filosofici:
    A che serva vivere se si perde la dignità?
    E a che serve morire se l'ideale per il quale si muore rappresenta l'ennesima beffa della storia umana?
    Tra vita e morte Frate Cirillo, il quinto ospite del 'Confortorio' la stanza che li ospita in attesa della pena capitale, giocherà col destino di questi uomini, non sapendo che il destino e probabilmente l'astuzia degli uomini è altrettanto in agguato con lui.
    Interessante la trama storica infarcita di anacronismi e anatopismi che rendono il racconto storico a volte surreale, e comunque estremamente potente.

    ha scritto il 

  • 0

    Quando una lettura non fa proprio per te...

    Mi sono accostata a questo romanzo grazie alle entusiastiche e mirabolanti recensioni trovate su Anobii.

    Curiosa son curiosa, e mi piace mettere il naso un po' dappertutto per farmi sempre un'opinione ...continua

    Mi sono accostata a questo romanzo grazie alle entusiastiche e mirabolanti recensioni trovate su Anobii.

    Curiosa son curiosa, e mi piace mettere il naso un po' dappertutto per farmi sempre un'opinione personale.

    Ora. Questo è un breve romanzo da affrontare sapendo bene (ma bene!) ciò cui si va incontro. Un dotto, dottissimo divertissmant dell'erudito Bufalino, un gioco di specchi denso di rimandi e citazioni che io NON son stata in grado di cogliere.

    Ma per rendere ancora maggiore 'la burla', anche la scrittura del romanzo viene fatta simulando la scrittura ottocentesca, una scrittura barocca, coi riccioletti. ... di più con la permanente proprio!

    Ergo. Probabilmente un esercizio di pregio. Probabilmente una bella cosa. Che io mi astengo dal valutare.
    Son arrivata in fondo solo perché veniva più volte citato in tutte le recensioni un finale epocale gran trovata d'ingegno.
    Sarà. ...

    Sicuramente rimarrà l'unico Bufalino della mia libreria!

    ha scritto il 

  • 5

    Dubito che Bufalino possa essere riuscito a superare sé stesso dopo l' '88, dopo l'uscita de "Le menzogne della notte". La perfezione regna in questo romanzo, lo pervade: dalla lingua, abilissimamente ...continua

    Dubito che Bufalino possa essere riuscito a superare sé stesso dopo l' '88, dopo l'uscita de "Le menzogne della notte". La perfezione regna in questo romanzo, lo pervade: dalla lingua, abilissimamente camuffata ed orpellata in modo ottocentesco, alla struttura ed alla trama, che sfrutta un'occasione tragica à la "Il muro" sartriano per costruire quattro racconti perfetti, chiaramente superiori al Decameron stesso a cui in nome si rifà. L'intera narrazione costruisce perfettamente ed in modo accurato l'atmosfera carbonara, ma questo è dovuto non solo alla capacità dell'Autore, ma anche alla sua perizia, al suo nozionismo: l'editore Bompiani ha giustamente apposto una serie di note che rimandano ad opere di Settembrini ed altri del periodo, il che in dimostrazione dell'interesse di Bufalino nel conoscere, tramite fonti primarie, come costruire il palcoscenico del proprio intreccio.
    A mio parere un'opera di primaria importanza nella letteratura novecentesca, probabilmente l'ultimo grande romanzo italiano.
    Da notare anche il finale, costruito perfettamente, psicologicamente avvincente (mi ha ricordato il primo film della serie "Saw") e che permane in un'alone di insicurezza e di apertura per il lettore.

    ha scritto il 

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