Le vite di Dubin

Di

Editore: Minimum Fax (Minimum classics, 31)

3.9
(161)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 553 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8875212333 | Isbn-13: 9788875212339 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Bruno Oddera , Giovanni Garbellini ; Collaboratore: Andreina Lombardi Bom ; Prefazione: Cynthia Ozick

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Riproposto finalmente oggi, a trent'anni dalla sua prima pubblicazione nel 1979, questo romanzo è considerato uno dei migliori usciti dalla penna fabulista e visionaria di Bernard Malamud.
È la storia di William Dubin, biografo di mezza età, che vive una vita tranquilla insieme alla moglie in un piccolo centro di campagna dello stato di New York, studiando e raccontando le vite altrui nel tentativo, forse, di capire meglio la propria. Durante una stesura della monografia sullo «scandaloso» D.H. Lawrence, però, il suo mondo viene scosso dall'incontro con Fanny, una sua ammiratrice di trent'anni più giovane, vivace e disinibita. I due cominciano un'improbabile relazione adulterina che si snoderà, fra alti e bassi e in maniera spesso surreale, quasi sotto gli occhi della legittima moglie di Dubin, una donna al tempo stesso fragile e incrollabile. Dal corto circuito fra queste tre personalità, Malamud, maestro dell'ironia e dell'affabulazione, crea una gustosissima commedia psicologica sulla natura enigmatica e contraddittoria delle nostre esistenze.
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  • 4

    La luna nel pozzo

    William Dubin è un cordiale, spigoloso, disciplinatissimo (anche nella pancia, “sporgente ma non troppo”) uomo di mezza età. Di professione biografo, “improbabile” come tende a definirsi lui stesso ri ...continua

    William Dubin è un cordiale, spigoloso, disciplinatissimo (anche nella pancia, “sporgente ma non troppo”) uomo di mezza età. Di professione biografo, “improbabile” come tende a definirsi lui stesso ricordando il suo più celebre lavoro, quello su Henry David Thoreau, di cui l’aveva affascinato quell’esistenza a pieno contatto con la natura. “Scrivi le vite che non puoi vivere” è uno dei suoi motti, ovviamente rubato al pensatore di turno, e dietro l’aforisma si cela tutta la sua amarezza di eterno incompiuto. Dubin non è propriamente un entusiasta. Non della sua vita almeno, che rimane un sostanziale omissis, una stanza vuota in cui il Nostro parla da solo, si interroga, rimugina, si preoccupa per i figli lontani e si trova a commentare eventi o situazioni personali con le parole dei grandi personaggi da lui vivisezionati negli anni: Mark Twain, Hemingway, Montaigne, Samuel Johnson e via andando, con una certa predilezione per i tapini famosi – e morti anzitempo – del primo testo da lui pubblicato. Quando si mette all’opera, William “foggia e illumina vite”, si sente come “una formica che si accingesse a divorare una quercia”, bramoso di assimilare l’altrui esperienza per disporla in una “meditata centralità”. Già, l’esperienza. E’ proprio lei il suo tallone d’Achille, il centro nevralgico dei suoi crucci. Ne avverte il bisogno come una liberazione, per trovare davvero un senso alla quiete e all’appagamento tipici di un uomo che è arrivato alla sua età come senza aver vissuto, al centro di un matrimonio raffazzonato con una premurosa casalinga in via di appassimento, Kitty, cui sa di non aver dato abbastanza.

    La sua nuova sfida ha il nome del poeta e romanziere David Herbert Lawrence, di cui possiede numerosi documenti inediti e per il quale ritiene di poter delineare un ritratto più sottile dei tanti già apparsi. Nell’affrontarla gliene si spalanca però innanzi una di gran lunga più accattivante, rappresentata da una giovane donna in carne ed ossa, la studentessa ventiduenne Fanny Bick, che sua moglie ha da poco assunto come donna delle pulizie. Imprevista, la passione travolge entrambi, ma non viene consumata a letto per lunghi tratti. Prima perché il biografo rifiuta la profferta carnale della ragazza, poi perché quest’ultima lo ripaga facendosi offrire una vacanza fedifraga a Venezia, in cui si concederà non a lui ma a due aitanti giovanotti del posto. L’esperienza, che tenderà a rivelarsi un “cercare la luna nel pozzo”, ha strascichi importanti sul suo metodico lavoro, distratto a più riprese dall’impertinente fantasma della fanciulla, e ancor più sulla sua coscienza via via più logorata dai sensi di colpa nei confronti della consorte. Dubin conquisterà la sua Fanny, a tempo debito e a maturazione (di lei) avvenuta. La perderà e la ritroverà ancora, affinandosi in nuove prodigiose forme di equilibrismo e menzogna. Nel mezzo, almeno un paio di annate all’insegna di tourbillon sentimentali, lacerazioni emotive e contraddizioni umorali: la gelosia nei confronti della giovane, la constatazione del proprio decadimento fisico nelle lunghe parentesi senza di lei, l’arida convivenza con Kitty (un vivere “fianco a fianco, ma non più assieme”), l’ossessionante follia per il proprio lavoro e insieme l’incomunicabilità verso quei figli, Gerald e Maud, cresciuti troppo in fretta e ormai irrimediabilmente altrove.

    In “Le Vite di Dubin”, Bernard Malamud si è per certi versi superato. E’ stato a tal punto convincente nel tratteggiare la figura noiosamente stantia del suo protagonista da aver reso in buona parte tediosa, per esigenze di veridicità, anche la propria narrazione. A cinquantasette anni, come nei (notevolissimi) flashback giovanili, Dubin riflette infatti l’aspetto e il temperamento di un individuo anziano, sterilmente erudito e passivo a oltranza, un “romantico soddisfatto” cui è sempre piaciuto “desiderare”, uno che “gradiva la presenza delle donne” per un appagamento meramente estetico, contemplativo, uno che confessava candidamente di “sapersi dominare”, salvo poi ritrovarsi schiantato all’improvviso in un’avventura in prima persona del tutto travolgente. L’autore fa spesso riferimento alla “tetraggine” del suo antieroe, macerato dal tormento e da una routine che per chiunque sarebbe insostenibile. Ma i patimenti autoinflitti di Dubin li rivolge poi contro il lettore, straziato dall’interminabile pancia di un libro in cui nulla parrebbe accadere. C’è un momento in cui il protagonista si ritrova nell’angoscioso inverno del suo scontento, sperduto nel raggelante biancore di una tormenta di neve, disorientato nei boschi e impossibilitato a trovare una via di uscita. Bene, per chi legge le suggestioni sono le medesime, anche se a imprigionarlo non sono gli eventi atmosferici (pure resi con fisicità magistrale, così come le stagioni che si avvicendano sullo sfondo) ma proprio il romanzo, pungente e impassibile come i rovesci e l’isolamento. Un grande libro insomma, scritto in maniera superba e forte di una verità psicologica non comune, che richiede tuttavia una pazienza non meno proverbiale al suo fruitore.

    (7.6/10)

    ha scritto il 

  • 0

    La mia personalissima opinione è che Malamud è stato uno scrittore di medio valore che ha scritto un buon romanzo (Il commesso) e due romanzi discreti (L'uomo di Kiev e Una nuova vita) e una serie di ...continua

    La mia personalissima opinione è che Malamud è stato uno scrittore di medio valore che ha scritto un buon romanzo (Il commesso) e due romanzi discreti (L'uomo di Kiev e Una nuova vita) e una serie di buoni racconti. Dal 1957 al 1969 Malamud ha dato il meglio di se, qualsiasi cosa scritta prima o dopo queste date è di livello mediocre se non addirittura di basso livello.

    In questo romanzo del 1979, si nota tutta la fatica di uno scrittore ormai vecchio e stanco che scrive senza verve con poche idee, i personaggi sono sterili e riflettono l'aridità dello scrittore ormai lontano dai suoi anni migliori. Se volete leggere tra i romanzi di Malamud uno con una simile ambientazione e argomento, ma molto meglio riuscito, leggete Una nuova vita.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    LUUUNGO!

    Si poteva tranquillamente ridurre, non dico alla metà, ma almeno a 1/3, nonostante ciò, questo libro mi è piaciuto.
    Un po' ripetitivo, spesso in contraddizione, ad es. il rapporto con Fanny: "La a ...continua

    Si poteva tranquillamente ridurre, non dico alla metà, ma almeno a 1/3, nonostante ciò, questo libro mi è piaciuto.
    Un po' ripetitivo, spesso in contraddizione, ad es. il rapporto con Fanny: "La amo? Sì tanto!- No, mi fa quasi schifo""Kitty, la voglio? "Oh la mia Kitty! -Che palla sta Kitty!"...Insomma il nostro interprete pasticcione è spesso confuso, alla fine, proprio alla fine, credete che abbia deciso?
    Neanche per sogno! come molti uomini continuerà a tenere i piedi in due scarpe! Forse in tre!
    Non è un bugiardo, ogni volta è sincero, nel bene e nel male, ma cambia spesso la prospettiva e questo, credo, anche nelle intenzione dell'autore, dipende , non poco dalla sua professione di : biografo.
    "Scavo nelle vite degli altri, divento altro da me, ma io chi sono"?
    Comunque libro interessante.

    ha scritto il 

  • 4

    Anatomia di un matrimonio

    Il mio primo Malamud è stata un'esperienza di quelle che non si dimentica. Dico io, strano per un romanzo che in fondo è banalmente normale, come leggerete in altri commenti la storia in se non ha nie ...continua

    Il mio primo Malamud è stata un'esperienza di quelle che non si dimentica. Dico io, strano per un romanzo che in fondo è banalmente normale, come leggerete in altri commenti la storia in se non ha niente di nuovo. E invece si. Di nuovo c'è il modo di raccontarla, anzi, di viverla. Malamud mi ha "costretta" a sentire sulla pelle e nel cuore le sofferenze di questo terzetto, le banalità hanno poca importanza, è lo scrittore che riesce a renderle "uniche". Insomma non succede mica tutti i giorni che una banale storia di corna e di solitudini ti tolga il sonno. Be, a me è successo con questo signore, ho sofferto con loro e sono stata in pena e ho preso le parti e ho detestato e ho sentito tutto il gelo delle loro esistenze e poi l'ho chiuso con un sorriso sulle labbra. Splendido finale, magnifica scrittura. Malamud non finisce qui (segue)

    ha scritto il 

  • 5

    Si era rotta una tubatura e la psiche si era allagata

    Letto in occasione del salotto delle letture - grazie a Patrizia!

    Ironia disarmante sulle nevrosi, sulla crisi di mezza eta`, sui triangoli amorosi e la funzionalita` dell'adulterio.
    In una natura gen ...continua

    Letto in occasione del salotto delle letture - grazie a Patrizia!

    Ironia disarmante sulle nevrosi, sulla crisi di mezza eta`, sui triangoli amorosi e la funzionalita` dell'adulterio.
    In una natura generatrice di incontri, smarrimenti, incidenti, che scandisce il tempo nelle sue diverse misure, giorni o stagioni, si dipanano le vite di personaggi talmente estremizzati da risultare improbabili e caricaturali,
    eppure incredibilmente umani, anche se a tratti disturbanti.
    Scritto benissimo, finale assolutamente fantastico!

    ha scritto il 

  • 1

    Non sono riuscita ad avere un minimo di empatia per nessun personaggio di questo lunghissimo libro. Sicuramente non per quell'egocentrico e pusillanime maschio americano. Tutte queste pagine per racco ...continua

    Non sono riuscita ad avere un minimo di empatia per nessun personaggio di questo lunghissimo libro. Sicuramente non per quell'egocentrico e pusillanime maschio americano. Tutte queste pagine per raccontate una noiosa trita e ritrita storia di corna sono davvero troppe, tanto che ho saltato molti pezzi di una lunghezza estenuante. per un po' Malamud lo metto nel dimenticatoio

    ha scritto il 

  • 4

    Non so se dargli 4 o se dargli 5, forse 4 perchè in alcuni punti si dilunga un pò troppo, ma quello che vorrei che passasse è che questo è un grandissimo e bellissimo libro. La storia sarebbe di quell ...continua

    Non so se dargli 4 o se dargli 5, forse 4 perchè in alcuni punti si dilunga un pò troppo, ma quello che vorrei che passasse è che questo è un grandissimo e bellissimo libro. La storia sarebbe di quelle che di più banali non si può, quasi da luogo comune, il solito uomo in piena crisi di mezza età (un intellettuale che di mestiere fa il biografo) che perde la testa per Fanny, una ragazza giovanissima e decisamente disinibita (all'inizio sembra una povera sciocca ma poi, man mano che si prosegue nella lettura, si vedrà che tanto sciocca non è). Poi c'è Kitty, la moglie. Se difficilmente si può provare simpatia per un uomo che tradisce così la propria moglie, il bello di certa letteratura sta invece nella possibilità anzi nel privilegio che ci viene dato di calarci, come lettori, in una posizione finalmente non giudicante. Se leggete questo romanzo per un pò sarete amici intimi di Dubin, non potrete fare a meno di comprenderlo al 100% e soffrire con lui per il tempo che passa.

    ha scritto il 

  • 3

    Nel complesso, molto francamente, non mi ha convinto.
    Scritto come fosse Malamud, per carità. Impossibile lasciarlo. Quando il romanzo non regge, ma fa piacere lo stesso leggerlo vuol dire che chi lo ...continua

    Nel complesso, molto francamente, non mi ha convinto.
    Scritto come fosse Malamud, per carità. Impossibile lasciarlo. Quando il romanzo non regge, ma fa piacere lo stesso leggerlo vuol dire che chi lo ha scritto è proprio bravo. Nello stile è misurato, pulito, eppure denso di suggestioni. Con i tempi sempre giusti (nel senso del ritmo, dico). Gran classe nel costruire atmosfere. Non si discute: la bocca te la fa sempre buona.

    L'idea del biografo di professione che non riesce a scegliere la vita giusta per se e si avvelena con le vite altrui è proprio bella, piena di spunti di riflessione e di fantasticherie (anche letterarie) stimolant'assai. Per chi è interessato poi alla grande epopea della seconda adolescenza (50-60enni che s/offrono con e senza apostrofo) testo dolorosissimamente ricco di tutto quel che può capitare di brutto e di bello (non si fa mancare proprio niente Dubin).

    Però, dai, un'architettura della trama che traballa e fa acqua da tutte le parti. E personaggi e situazioni ad altissimo tasso di improbabilità. Poi, in fatto di temi e scenari narrativi, tanta roba: troppa, troppa. Con spunti e fili di racconto che inevitabilmente vengono solo abbozzati, lasciati a metà o proprio abortiti (ad un certo punto Dubin non stava in odore di Alzheimer?, per esempio. Com'è che poi.....).

    Passa per essere uno dei suoi migliori. A me francamente (again) non è sembrato.

    ha scritto il 

  • 5

    un viaggio interno

    Del protagonista cinquantasettenne veniamo a sapere tutto, meglio di come lui stesso si conosca (il narratore è onnisciente). Il finale è un po' deludente, nel senso che mi sembra frutto di un riaggiu ...continua

    Del protagonista cinquantasettenne veniamo a sapere tutto, meglio di come lui stesso si conosca (il narratore è onnisciente). Il finale è un po' deludente, nel senso che mi sembra frutto di un riaggiustamento. Trovo sproporzionato l'affastellarsi di eventi delle ultime 70 pagine rispetto all'immmobilità delle 300 precedenti. Ma questo non toglie che sia un capolavoro per la capacità descrittiva della psiche dei personaggi. Dopo la lettura li conosciamo e, se li incontriamo per strada, li salutiamo come vecchi amici

    ha scritto il 

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