Los Buddenbrook

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4.3
(3860)

Language: Español | Number of Pages: 711 | Format: Others | In other languages: (other languages) English , German , Italian , French , Dutch , Swedish , Catalan , Romanian

Isbn-10: 8401100011 | Isbn-13: 9788401100017 | Publish date: 

Also available as: Mass Market Paperback , Hardcover , Paperback

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 5

    Capolavoro! Dopo aver visitato Lubecca (compresa la casa della famiglia Mann) ed essermene innamorata, avevo deciso di leggere I Buddenbrook non senza però un certo timore...Lessi già due opere di Tho ...continue

    Capolavoro! Dopo aver visitato Lubecca (compresa la casa della famiglia Mann) ed essermene innamorata, avevo deciso di leggere I Buddenbrook non senza però un certo timore...Lessi già due opere di Thomas Mann trovandole pesanti e difficili e qui invece ho scoperto una scrittura bellissima, scorrevole e un piglio ironico nel descrivere i tanti membri della famiglia Buddenbrook con le loro alterne fortune e sfortune che mi ci son proprio affezionata! I Buddenbrook non se la passeranno bene nel corso della storia visto che il titolo completo specifica che si tratta della decadenza di una famiglia, eppure ho provato sempre simpatia e solidarietà per le loro vicende e la vita sociale ed economica nella piccola e antica città anseatica. La decandenza del titolo è resa benissimo, oltre che dal racconto delle varie sfortunate vicissitudini, dal lento ma inesorabile tono che nella scrittura, all’inizio più briosa e vivace, diventa via via più triste, malinconico, quasi spento senza perdere tuttavia in bellezza e profondità. Lubecca, che nel testo non viene mai nominata esplicitamente, con le sue guglie gotiche, le case dai tetti aguzzi, le sue porte d’accesso, le vie che scendono al fiume Trave, centro pulsante delle attività commerciali, fa da bellissima scenografia a tutta la vicenda. Ci sono poi tutte le implicazioni più intime che riguardano il mantenimento delle tradizioni, il tramandarsi l’attività di famiglia, lo sperare nell’imperitura durata di tutto ciò cercando di rifiutare il pensiero che quello che abbiamo creato con forza e passione possa un giorno scomparire dalla faccia della terra. Ma il tempo passa, ci dice Mann, i nostri discendenti, per quanto li vorremmo a nostra immagine e somiglianza, sono individui unici e completamente diversi dai quali non si può pretendere che siano come noi e che si facciano per forza carico dei fardelli passati, ed è con questa realtà che si deve fare i conti nonostante risulti molto amara.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Dominus providebit

    Mi sono accostato a questo romanzo perché, da lettore assiduo di Schopenhauer e di ciò che ne concerne, avevo trovato in un altro romanzo un avvicinamento tra Thomas Mann (in particolare di questa ope ...continue

    Mi sono accostato a questo romanzo perché, da lettore assiduo di Schopenhauer e di ciò che ne concerne, avevo trovato in un altro romanzo un avvicinamento tra Thomas Mann (in particolare di questa opera) e la sana filosofia simpaticamente pessimista del grande di Danzica. Totalmente centro.
    Il romanzo si apre con una bellissima panoramica familiare, in cui ci vengono presentati i personaggi, ed in primis la protagonista, Antoine Buddenbrook, nell'ambiente parentale. Antoine fungerà da cerniera dell'intero romanzo, che affronta le gioie e i dolori di una ricca famiglia borghese. Si seguono le vicende della vita dei Buddenbrook attraverso spaccati, di più o meno ampio respiro, concernenti disparati momenti familiari, dalla morte di alcuni membri fino ad un giorno di scuola, dando a tutti lo stesso peso.
    Emerge l'orgoglio, in Antoine innanzitutto, di appartenere ad un nome, ad un ceto che grazie al duro lavoro - e alla grazia di Dio, avrebbero detto i vecchi Buddenbrook - ha ottenuto prestigio, fama, e rispetto da parte di tutti. Antoine e Thomas sono due personaggi che sacrificano le aspettative personali e affettive (entrambi per posizione sociale preferiscono un matrimonio conveniente rispetto ad un altro prospettato meno vantaggioso) e la propria salute (Thomas è sempre più in preda alla crisi isterica e all'esaurimento nervoso) per il buon nome borghese della dinastia. Eppure ciò non basta a preservare la buona sorte, contrariamente alle credenze tradizionali affidate al duro lavoro e alla grazia divina. La vita nasce, cresce e muore, così la famiglia Buddenbrook, e lo fa senza rispetto alcuno delle credenze umane, o dell'impegno profuso da parte dei membri della specie. Una Volontà cieca permea il tutto, e porta alla decadenza la famiglia borghese, alla fine poco sicura dei valori che l'avevano accompagnata (l'ultimo dialogo di Antoine anche in questo è esemplare).
    Eppure non è così facile abbandonare i propri convincimenti, per una borghesia ancora puramente intrisa di positivismo ottocentesco. E' ciò che accade a Thomas Buddenbrook, allorché si accosta alla filosofia di Schopenhauer: un pensiero di cui sente il fascino, di cui si dichiara per un attimo seguace, ma per cui non è pronto ad abbandonare i convincimenti che l'hanno influenzato per tutta la vita. La borghesia rifiuta, in questo atto, di prendere coscienza dei suoi limiti; non accetta un orizzonte al di là degli affari.
    Egualmente schopenhaueriana è la divisione fra Arte e Vita (Volontà): tutti i personaggi che si accostano all'arte, compreso Christian, risultano inetti agli affari, e viceversa.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Confronto tra famiglie

    Bel classico.
    Coinvolgente la prima parte, quasi deludente l'ultima. Mi ha colpito l'evidente risalto della rigidità tedesca riguardo l'obbidienza alle regole, alla famiglia, alle convenzioni. Libro s ...continue

    Bel classico.
    Coinvolgente la prima parte, quasi deludente l'ultima. Mi ha colpito l'evidente risalto della rigidità tedesca riguardo l'obbidienza alle regole, alla famiglia, alle convenzioni. Libro scritto da un tedesco che parla di tedeschi . Spontaneo mi è venuto confrontarlo con un altro libro: "La famiglia Karnowski", scritto da un ebreo e che parla di ebrei di Berlino. Ovviamente c'è un lasso di tempo di quasi 80 anni tra i due libri ma è curioso il raffronto. Gli ebrei emergono e si evolvono grazie anche ai minori scrupoli rispetto ai tedeschi, ma i finali, ovviamente tolto il contesto storico probabilmente causato anche da queste disuguaglianze, si assomigliano.

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  • 3

    Fin dalle prime pagine questo libro mi ha coinvolta moltissimo, amo le storie che parlano di una famiglia e danno uno spaccato del periodo storico in cui é ambientato, ma piú o meno a metà subisce una ...continue

    Fin dalle prime pagine questo libro mi ha coinvolta moltissimo, amo le storie che parlano di una famiglia e danno uno spaccato del periodo storico in cui é ambientato, ma piú o meno a metà subisce una battuta d'arresto: perde ritmo e diventa piú monotono e purtroppo non si riprende mai del tutto. Mi é dispiaciuto molto perché sarebbe veramente potuto diventare uno dei miei libri preferiti.

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  • 2

    Questo libro non mi è piaciuto per la trama. La storia è cupa e pesante a causa delle atmosfere descritte e della rigidità della vita familiare indissolubilmente legata alla cultura del tempo.

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  • 1

    Decadenza di un romanzo

    Questo libro è un orrore apocalittico, l'opera magna dell'obbrobrio, un'esperienza dolorosa. A differenza del "Gattopardo", nella cui nebbia i neuroni si limitano a girare a vuoto, "I Buddenbrook" non ...continue

    Questo libro è un orrore apocalittico, l'opera magna dell'obbrobrio, un'esperienza dolorosa. A differenza del "Gattopardo", nella cui nebbia i neuroni si limitano a girare a vuoto, "I Buddenbrook" non solo trasudano fuffa, ma il lettore è intrappolato in una sintassi così intricata da essere soffocante: ho dovuto, in sostanza, ritornare continuamente all'inizio del paragrafo per essere sicuro di aver letto bene, infilando sempre più a fondo una mannaia invisibile nella mia scatola cranica. Sì, leggendolo mi è venuto il mal di testa e la frustrazione di leggere (e aver pagato) un libro così brutto mi ha quasi indotto a scaraventarlo dalla finestra. Non ne potevo più e, dando uno strappo ai miei principi, ho finito la lettura dopo un centinaio di pagine. Nessuno mi obbligava a subire una tale tortura gratuita, per cui decisi di avere pietà dei miei neuroni sofferenti. Può darsi che dalla terza parte in poi, il libro sia una pietra miliare della letteratura mondiale e spero che sia così.
    Lo stile è la cosa peggiore di questo romanzo: intricato, caratterizzato da un susseguirsi di subordinate, immerso nella nebbia più densa; ho fatto un'enorme fatica a stare dietro all'autore, che mi imboccava minestra riscaldata con tanto di boccacce. Esempio magistrale: "La giovinezza di Tom e Christian...non c'è niente di notevole da segnalare". Ora prendiamo pure in giro? Della serie: Vuoi la caramella? Ops, dimenticavo che hai il diabete.
    Già nella prima parte, dinanzi agli scivoloni stilistici, come l'insistenza su particolari insignificanti e sulla mancanza di vera concretezza delle scene, le descrizioni statiche e personaggi con una troppa affinità psicologica da risultare tutti uguali, la mia coscienza mi avvertiva di non andare oltre, ma, da masochista ingenuo quale sono, avevo sperato nella buona volontà di Herr Mann...ritrovandomi quaranta (40!) pagine di riassunto. Pagine in cui si vomitano informazioni sulle cose più svariate e inutili sui personaggi del romanzo, senza descriverle veramente nel concreto; era una cosa così oscena da lasciarmi basito. Sul serio si deve arrivare a scrivere così? No, non mettete in campo l'espressionismo in letteratura, perché nessun paracadute filosofico-intellettuale può giustificare uno schifo del genere.
    La stessa modalità, con cui mi sono stati comunicati i primi elementi della trama, mi è parsa tale da confondere: non ho notato chiarezza da nessuna parte.

    Sono senza parole. Mai prima di allora avevo letto una cosa del genere. Le pagine di fuffa erano tali da essere dimenticate subito e perdere così il filo della storia. Dov'è la potenza della buona narrativa? Sarà sperduta da qualche parte, in Lubecca, forse, in un mare di nebbia.

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  • 4

    Un uomo non educato dal dolore riman sempre bambino

    I personaggi abbondano ma sono presentati in modo spartano, delineati con i tratti necessari. Non c'è quell'esasperazione tipicamente e insopportabilmente russa, infarcita di politica, patronimici e d ...continue

    I personaggi abbondano ma sono presentati in modo spartano, delineati con i tratti necessari. Non c'è quell'esasperazione tipicamente e insopportabilmente russa, infarcita di politica, patronimici e dovozione alla Grande Madre. Non ci sono quei capitoli infiniti, satolli di tirate filosofiche. I capitoli dei Bundenbrook sono brevi, per essi riesumo un paragone che si presta bene data l'ambientazione tedesca: un litro di birra si beve più velocemente in cinque bicchieri da 0,2 che in un boccalone da Oktoberfest (Per gustarlo al meglio consiglio due pinte da 0,5).
    Mann racconta della famiglia Buddenbrook partendo dal 1835 e lo fa per istantanee. In esse il particolare di una giornata a scuola ha la stessa rilevanza della morte di uno dei membri della famiglia. La sua è solo apparentemente una democrazia narrativa, i dettagli sparsi e mischiati sono lì perchè ciò che sta raccontando assomiglia molto a qualcosa di reale, perchè di una vita non rimangono che dei dettagli a volte inutili, a volte così sconvolgenti che solo riducendoli allo stato d'inutilità si può continuare a sopravvivere.
    Il mio entusiasmo nel primo quarto di lettura era assoluto. Dal secondo quarto in avanti però, da Sparta ci si trasferisce ad Atene e le descrizioni si fanno più particolareggiate. Il fulcro della narrazione è sorretto da due fratelli (Thomas e Christian) e dalla sorella (Antonie). La decadenza inizia quando il padre (Johann) muore ed essi ereditano la ditta di famiglia. Due sono i dati che mi hanno colpito: il primo è che il romanzo sia autobiografico al punto che Mann, proprio come i suoi personaggi, apparteneva ad una famiglia di commercianti di Lubecca, il secondo che lo pubblicò a soli venticinque anni. C'è una consapevolezza in queste pagine che non ti aspetteresti da un giovane, che credevi possibile solo in età adulta. Che cosa è una vita in fondo, riducendola all'osso? Nascita, matrimonio, figli, nipoti, morte. Quando Mann arriva alla voce morte, quando consegna il testimone familiare al personaggio successivo dell'albero genealogico, è da non credere la sicurezza con cui lo fa. I personaggi di Mann muoiono come se fossero veri, come se l'autore avesse assistito alla loro dipartita e un giorno avesse deciso di scriverne. Insieme ai personaggi ottocenteschi periscono le loro idee, la loro solidità, il mondo come Mann doveva averlo conosciuto da piccolo.
    Non metterò la quinta stella perchè l'undicesima ed ultima parte del romanzo avrebbe potuto essere quasi completamente omessa, non la metterò perchè dopo aver letto “I Miserabili” tutta la letteratura ottocentesca dai Pirenei agli Urali (Karamazov inclusi, se devo esser lapidato che avvenga pure) non regge il confronto. Mann ha scritto un gran romanzo, ma con “I Miserabili” mi sono corsi i brividi, inumiditi gli occhi, mi sono esaltato, sono stato orgoglioso di far parte della stessa razza di colui che l'aveva scritto: quella umana.

    Suggestioni
    "Un brav'uomo, una volta, mi ha detto che la vita vola via più in fretta di una vacanza estiva, aveva ragione. E un giorno avrai l'età per capirlo perciò goditela, goditi la tua vita, goditela tutta...!"
    Jimmy "The Saint"
    http://www.mymovies.it/trailer/?id=6484

    Vacanze estive al mare! chi poteva mai capire che felicità era questa? Dopo la lenta e angosciosa monotonia di innumerevoli giorni di scuola, per quattro settimane una quieta spensierata solitudine tra l’odore delle alghe e il dolce sciacquio della risacca... Quattro settimane, un periodo che all’inizio non si poteva concepire né misurare, che era impossibile credere che finisse e della cui fine era comunque infame crudeltà parlare.
    Il piccolo Johann non capì mai, come questo o quell’insegnante potesse avere il coraggio di pronunciare, alla chiusura delle lezioni, frasi come: «Da qui proseguiremo dopo le vacanze, per passare a questo e quest’altro...»

    Poi incominciava la giornata, la prima di quei miseri ventotto giorni, che da principio sembravano una felicità eterna e che, appena trascorsi i primi, svanivano con disperata velocità...

    Ed erano trascorsi quattordici giorni, e Hanno diceva a se stesso e assicurava chiunque volesse ascoltarlo, che c’era ancora un periodo di tempo lungo come le vacanze di San Michele. Ma questa era una consolazione illusoria, perché giunti al culmine delle vacanze, ora si scendeva verso la fine, velocemente, così velocemente che egli avrebbe voluto aggrapparsi ad ogni ora perché non passasse via, e rallentare ogni suo respiro di aria di mare, per non sprecare con incuranza quella felicità. Ma il tempo trascorreva inarrestabile nell’alternanza di pioggia e di sole, di brezza di mare e di terra, di caldo immobile e soffocante e di fragorosi temporali, che non riuscivano a oltrepassare il mare: e sembrava non volessero più finire..

    E quando rimanevano ancora tre giorni, allora Hanno diceva a se stesso e spiegava agli altri, che c’era ancora un periodo lungo come le vacanze di Pentecoste. Ma, per quanto questo calcolo fosse incontestabile, non ci credeva nemmeno lui, e da lungo tempo si era impadronita del suo cuore la sensazione che l’uomo dalla giacca lustra di lana pettinata avesse proprio ragione, che le quattro settimane avevano pur una fine e che ora si doveva pur proseguire, dal punto al quale ci si era fermati, per passare a questo e a quest’altro...

    said on 

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