Los detectives salvajes

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4.4
(1020)

Language: Español | Number of Pages: 583 | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Italian , Portuguese , French , Dutch

Isbn-10: 9800111018 | Isbn-13: 9789800111017 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover

Category: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Travel

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Book Description
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    La letteratura non è innocente, questo lo so da quando avevo quindici anni.
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    Tutti i poeti, perfino i più avanguardisti, hanno bisogno di un padre. Ma questi erano orfani per vocazione.
    ***
    La vit ...continue

    La letteratura non è innocente, questo lo so da quando avevo quindici anni.
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    Tutti i poeti, perfino i più avanguardisti, hanno bisogno di un padre. Ma questi erano orfani per vocazione.
    ***
    La vita bisogna viverla, in questo consiste tutto, semplicemente. La letteratura non conta niente.
    **
    Ah quello, disse don Pancracio come se si stesse svegliando, a dire il vero ora non me lo ricordo, ma non si preoccupi, il poeta non muore, sprofonda, ma non muore.
    *
    E i ragazzi mi guardarono e dissero no, Amadeo, una poesia non significa necessariamente qualcosa, tranne che è una poesia.

    Bizzarro. Un romanzo di oltre ottocento pagine che parla di poeti e di poesia e di lettori di poesia e di poesie. Poesie che, in questo testo fiume, compaiono due o tre volte, e mai quelle dei protagonisti. Guardando da lontano, con poca attenzione, si potrebbe ipotizzare che il corpo centrale, il più voluminoso, riprenda l’idea di Faulkner della storia raccontata da molti personaggi; ben cinquantaquattro. Non è così. Leggendo si scopre era solo il tentativo di una gestalt a tutti i costi. Bisogna scordarsi di poter mettere insieme una biografia organica di Arturo Belano e Ulises Lima: i cinquantaquattro personaggi parlano di se stessi, successi e miserie, ambizioni e sogni, opinioni e follie; tante volte Belano e Lima non li nominano nemmeno. Certo, dall’intimità di un rapporto sessuale a un incontro casuale per strada, la vicenda di ogni narratore si è incrociata, in qualche modo, con quella dei due poeti realvisceralisti. A volte manco direttamente: con il principio dei gradi di separazione Belano e Lima sono solo evocati, o altri personaggi diventano importanti solo per avere avuto a che fare con loro o con qualcuno che li ha conosciuti. La commedia umana risultante è fatta di monadi, storie di umanità venute a contatto ma poi allontanatesi, ognuna per i fatti suoi. C’è un basso continuo di solitudine che risuona lungo le pagine. Storie ordinarie e meno ordinarie che vengono alla luce perché, in un dato momento, è passato di lì un poeta. Niente di romantico, niente di mistico o metafisico, nessun nettare degli dèi da bere; tutto molto terreno, scintille su vite più o meno ordinarie di gente sola. Un bisogno di raccontare, quasi un’ammissione di fallimento della poesia; i protagonisti, anche quelli minori, raramente leggono romanzi, sempre poesia, poesia e poesia. Eppure per dirli occorre un romanzo lunghissimo, un’enorme fabula in cui tutto vale la pena di essere raccontato. È così che un libro malinconico merita di essere letto, anzi, prima ancora: di essere narrato. La poesia è solo evocata ma la narrazione, il gusto ostinato per il racconto, è messa in atto. Un insieme di fabulae che diventano saga. Forse, più del fallimento della poesia c’è il fallimento di una generazione, quella che più di ogni altra nel Novecento si è convinta di poter cambiare le cose, ma ha finito per incanalare maldestramente le energie, ha scelto strumenti sbagliati, si è ritrovata dispersa in tante solitudini che ricordano un passato glorioso, perché la gioventù è sempre gloriosa, ma imbottigliate in vite piuttosto misere. E c’era pure il precedente, se vogliamo essere onesti. I realvisceralisti non erano una novità, avevano precursori cinquant’anni prima, che pure avevano lottato, politicamente e con l’arte, creando una macchina da guerra chiamata avanguardia che ammirava indistintamente Ardengo Soffici e T.S. Eliot, Diego Rivera e Julius Evola; non sto inventando, l’elenco delle avanguardie è uno dei passaggi più sorprendenti e sconcertanti del romanzo, un folle progetto di dare forma organica a istanze diverse, perfino a quelle in lotta fra loro, anche a quelle più sulfuree, purché avessero fatto qualcosa “contro” nella loro espressione artistica, letteraria, di pensiero. E che oggi non ci sogneremmo di accomunare. Anche di quei giovani, che i realvisceralisti degli anni settanta cercano ostinatamente, non resta nulla, anche loro avevano dovuto dichiarare fallimento. Perfino l’inafferrabile Cesárea Tinajero, la madre del realvisceralismo, era lì, nemmeno troppo nascosta al mondo, personificazione di un mito che non era riuscito a incarnarsi come storia. Ha importanza il capitolo finale che ritorna al passato e dovrebbe spiegare il senso di quanto letto per pagine e pagine, la tristezza e l’odio per se stesso di Ulises Lima e l’inquietudine il nomadismo di Arturo Belano? Probabilmente no, perché non conferma che quanto si era già capito: Lima e Belano sapevano fare una cosa e una soltanto. E anche quando hanno fallito, e contro il disincanto ci hanno sbattuto il muso, non sono riusciti a smettere. Hanno dovuto continuare a fare quella cosa e quella sola che erano capaci di fare. Cercare. È da lì che, romanzo o poesia, lirica o fabula, d’avanguardia o mainstream, nasce la letteratura; no?

    ---

    A memoria, in tutta la letteratura che ho letto fino ad oggi, quello che segue è l’unico passaggio che racconta di avvenimenti occorsi nel mio giorno di nascita. Facendo un rapido calcolo sui fusi orari, quando accadevano questi fatti ero già nato.

    Belano è sempre più nervoso e Lima sempre più chiuso. Oggi abbiamo visto Alberto e il suo amico poliziotto. Belano non l’ha visto o non ha voluto vederlo. Lima sì che l’ha visto, ma se ne frega. Solo Lupe ed io ci preoccupiamo (e molto) del prevedibile scontro con il suo ex magnaccia. Niente di grave, disse Belano per chiudere la discussione, in fin dei conti noi siamo in quattro e loro sono in due. Io mi misi a ridere tanto ero nervoso. Non sono vigliacco, ma nemmeno suicida. Loro sono armati, disse Lupe. Anch’io, disse Belano. Nel pomeriggio mandarono me agli Archivi del Provveditorato. Dissi che stavo scrivendo un articolo per una rivista del DF sulle scuole rurali di Sonora negli anni trenta. Ma è giovanissimo per fare il giornalista, dissero le segretarie che si dipingevano le unghie. Trovai la seguente traccia: Cesárea Tinajero era stata maestra negli anni 1930-1936. Il suo primo posto d’insegnamento fu a El Cubo. Poi fece la maestra a Hermosillo, a Pitiquito, a Bábaco e a Santa Teresa. Dopodiché aveva cessato di appartenere al corpo insegnante dello stato di Sonora.

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  • 4

    Forse ho sbagliato ad iniziare a leggere Bolano da 2666... quel libro mi è sembrato praticamente perfetto. Ritrovare le stesse dinamiche in I Detective Selvaggi ha un po' ridimensionato l'impatto dell ...continue

    Forse ho sbagliato ad iniziare a leggere Bolano da 2666... quel libro mi è sembrato praticamente perfetto. Ritrovare le stesse dinamiche in I Detective Selvaggi ha un po' ridimensionato l'impatto della iper-polimorfica scrittura dello scrittore cileno. E, questa volta, mi sono arenato di fronte alle ultime 100/150 pagine della lunghissima parte centrale che dà il titolo all'opera, quando i personaggi in gioco cominciano davvero a essere troppi e soprattutto irritanti e/o inutili. Il tentativo di esaurire le storie possibili mostra un po' la corda e, almeno per i miei gusti, Bolano avrebbe dovuto fermarsi prima e magari lasciare intatta la "magia" e il fascino della prima parte di I Detective Selvaggi, quando seguiamo le alterne vicende dei realvisceralisti Ulises Lima e Arturo Belano, in primis, e di tutta la pletora di personaggi accessori. Per fortuna il romanzo si rialza con le ultime gustosissime pagine della parte intitolata I deserti del Sonora, quando Belano tira fuori nuovamente dal cappello il riuscitissimo personaggio di Garcia Madero, protagonista anche della prima parte, e il "mito" della poetessa scomparsa Cesarea Tinajero inizia a dipanarsi; il che vuol dire che, trattandosi di Bolano, che non va da nessuna parte ma che, allo stesso tempo, vive di un fascino irresistibile. Comunque I Detective Selvaggi resta un romanzo squisito, un'opera davvero notevole di cui mi piace pensare che, salvo essere pronto a ricredermi, rappresenti un preludio, una preparazione al capolavoro assoluto 2666.

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  • 3

    Confuso, ripetitivo e spesso noioso. Nevertheless rappresenta uno dei pochi seri esperimenti di cubismo letterario. Nel romanzo si alternano i punti di vista di 54 personaggi diversi, attraverso framm ...continue

    Confuso, ripetitivo e spesso noioso. Nevertheless rappresenta uno dei pochi seri esperimenti di cubismo letterario. Nel romanzo si alternano i punti di vista di 54 personaggi diversi, attraverso frammenti di narrazione simili a interviste o flussi di ricordi.

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  • 5

    Un libro caleidoscopico: un po’ romanzo beat, un po’ insieme di racconti che diventano quasi un flusso di coscienza, un po’ storia di una ricerca all’inseguimento di un ideale. Bolaño riesce a trascin ...continue

    Un libro caleidoscopico: un po’ romanzo beat, un po’ insieme di racconti che diventano quasi un flusso di coscienza, un po’ storia di una ricerca all’inseguimento di un ideale. Bolaño riesce a trascinarci in un viaggio che sovverte ogni criterio cronologico, sulle tracce dei due protagonisti principali: Belano e Lima, poeti avanguardisti, spacciatori, girovaghi inquieti e malinconici, sempre in fuga da qualcosa o da se stessi. Imperdibile.

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  • 4

    Cercando Cesárea

    La letteratura latinoamericana è stata per me il biglietto d'ingresso nel mondo della lettura seriale: Màrquez, Mutis, Amado, Sepulveda, tutti autori che ho amato quando ancora i brufoli spuntavano fi ...continue

    La letteratura latinoamericana è stata per me il biglietto d'ingresso nel mondo della lettura seriale: Màrquez, Mutis, Amado, Sepulveda, tutti autori che ho amato quando ancora i brufoli spuntavano fieri nella rada peluria delle mie prime barbe, libri pieni di colore e di passione che mi hanno spalancato le porte sul mondo delle lettere. Poi, come accade quasi inevitabilmente, si accantona l'imprinting e si prendono altre strade; molto raramente sono tornato a immergermi nelle atmosfere tropicali di quei meridiani, certamente mai con romanzi di ampio tonnellaggio.
    Quindi Bolaño e i suoi dectives salvajes sono per me un ritorno di fiamma, impegnativo e felice. Molto impegnativo e abbastanza felice; sicuramente, al di là del solito "mi piace" è la prova che il Grande Romanzo contemporaneo - con le sue moderne inquietudini, from Joyce on - non ha di certo trascurato il panorama latino.
    54 punti di vista per 84 narrazioni più o meno brevi raccontano dalle più disparate angolazioni le vicissitudini di Arturo Belano (alias l'autore) e Ulises Lima (alias un altro tizio di nome Papasquiaro), poeti avanguardisti, easy-rider, voyeur, spacciatori, fuggiaschi, malinconici e sfortunati assi del cazzeggio da un continente all'altro.
    Alla ricerca della misteriosa Cesárea Tinajero, fondatrice del loro insignificante movimento poetico, che poi è la solita scusa per un viaggio interiore alla ricerca di sè, alla ricerca del mondo, alla ricerca e basta. Ma quello che affascina di più è la capacità di Bolaño di mettere assieme queste 54 voci e renderle credibili, in un ordito complesso ma plausibile dove le connessioni tornano, seguendo le tracce ectoplasmiche di questi due cavalieri erranti, ereditari della poesia più dimenticata al mondo. Cenni, ricordi sbiaditi, mozziconi di resoconti da bancone del bar, chiacchiere tra una tequila e l'altra, sfoghi e divagazioni si accavallano, rendendo tutto fumoso, incerto, come un grande puzzle in cui i pezzi poi alla fine in qualche modo combaciano.
    I detective di Bolaño sono una lunga lunga perdita di tempo, un balzare dalle carceri israeliane ai villaggi angolani, dai localacci di Ciudad de Mexico ai monolocali di Parigi e di Barcelona, un interminabile zigzagare nei deserti del Sonora a bordo di una vecchia Impala; il tempo perduto dietro all'inutile, quell'incerto vagare di chi legge romanzi, romanzi e ancora romanzi. Datemi storie, datemene ancora.

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  • 4

    Tutto quel che inizia in commedia finisce...

    Iñaki Echavarne, bar Giardinetto, calle Granada del Penedés, Barcellona, luglio 1994

    "Per qualche tempo la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnare l’Opera. ...continue

    Iñaki Echavarne, bar Giardinetto, calle Granada del Penedés, Barcellona, luglio 1994

    "Per qualche tempo la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnare l’Opera. Il viaggio può essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono a uno a uno e l’Opera prosegue da sola, anche se un’altra Critica e altri Lettori si aggiungono pian piano lungo il percorso. Poi la Critica muore di nuovo e di nuovo i Lettori muoiono e su questa traccia di ossa l’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a lei, navigare nella sua scia, è un segno inequivocabile di morte certa, ma una nuova Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’Immensità. E un giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estingueranno il Sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e il più remoto ricordo degli uomini. Tutto quel che inizia in commedia finisce in tragedia." (p.543)

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  • 5

    Quello di Bolano è un fascinoso gioco selvaggio, solo alla fine senti che era necessario slegarsi, dilatarsi, perdersi, rimbalzare da un continente all’altro.
    Il gioco selvaggio può ricominciare in q ...continue

    Quello di Bolano è un fascinoso gioco selvaggio, solo alla fine senti che era necessario slegarsi, dilatarsi, perdersi, rimbalzare da un continente all’altro.
    Il gioco selvaggio può ricominciare in qualsiasi momento.
    Come per Stella distante c’è Carlos Wieder e per 2666 Benno von Arcimboldi, nei Detective Selvaggi baricentro del gioco è Cesàrea Tinajero.
    Nell’orbita della Grande Madre, un vorticare di meteoriti che viaggiano a grappoli o in solitaria, che si scontrano, s’incontrano e si frammentano, rimbalzando ancora.
    “Cosa si vede dalla finestra?”.
    Si vede quello che vuoi tu oppure quello che ti vuol far vedere.
    Sei parte di cieli cobalto scheggiati di stelle, ascolti sussurri nella notte africana, viaggi insieme a Lupe sulla vecchia Impala di Quim e dal finestrino scorrono rapidi paesi, cactus, cimiteri, fazendas, confini, colline, albe e tramonti che rotolano nella luce.
    “ Oggi mi rendo conto che quel che ho scritto ieri in realtà l’ho scritto oggi: tutta la storia del trentun dicembre l’ho scritta il primo gennaio, vale a dire oggi e quel che ho scritto il trenta dicembre l’ho scritto il trentuno, vale a dire ieri. Quel che scrivo oggi in realtà lo scrivo domani, che per me sarà oggi e ieri, e anche in qualche modo domani: un giorno invisibile. Ma senza esagerare.”
    I Detective annusano la pista, sono sulle tracce del mito incapsulato che si svela e si rivela alle anime transumanti di tre poeti e una puttana.

    “ Sotto il celeste tremore/ delira per l’unica stella/ il cantico dell’usignolo.”

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