Manituana

Romanzo copyleft

Di

Editore: Wu Ming Foundation

3.8
(2389)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Francese

Isbn-10: A000092421 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
1775. In Massachusetts la tensione tra impero britannico e colonie del Nordamerica diventa guerra aperta.
Nella colonia di New York le Sei Nazioni - o "Confederazione della Grande Pace" - devono scegliere se combattere, e con chi.
Nella valle del fiume Mohawk vive un mondo meticcio. E' una grande comunità di indiani, irlandesi e scozzesi, fondata da Sir William Johnson, Sovrintendente agli Affari Indiani nominato da re Giorgio. I rumori della guerra arrivano da Boston e si fanno più vicini, antichi legami si rompono, la terra che Sir William chiamava "Irochirlanda" diviene teatro di odio e rancori.
Il capo di guerra Joseph Brant Thayendanega dovrà scegliere e partire, condurre il suo popolo lontano, spingersi oltre il mondo che ha sempre conosciuto.
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  • 5

    «Dio ti benedica, Molly Brant»

    1775, regione di New York, a sud dei Grandi Laghi. Due barbuti cacciatori di pellicce entrano nell’emporio di Molly Arendiwanen Brant. L’emporio sorge in cima ad una collina dalla quale si domina il f ...continua

    1775, regione di New York, a sud dei Grandi Laghi. Due barbuti cacciatori di pellicce entrano nell’emporio di Molly Arendiwanen Brant. L’emporio sorge in cima ad una collina dalla quale si domina il fiume Mohawk. Stretti tra l’ansa del fiume e la collina, i campi e le abitazioni di legno, costruite sul modello delle Lunghe Case.
    Il territorio delle Sei Nazioni è una Lunga Casa: i Seneca difendono la porta Occidentale, i Mohawk quella orientale; al centro gli Onondaga custodiscono il Fuoco. Cayuga, Oneida e Tuscarora aiutano i loro alleati. Le tredici colonie nordamericane hanno da poco dato il via alla American War of Independence.
    «Appartengo al Popolo della Selce, custode della porta orientale della Lunga Casa. Sono figlio del Clan del Lupo. Prego Dio alla maniera dei papisti francesi e ho combattuto per i re d’Inghilterra. I filosofi non hanno mai messo piede in America né hanno mai incontrato un indiano.»
    La guerra dei sette anni si è da poco conclusa con la sconfitta della Francia. È la fine della dominazione francese in Canada. Ora i coloni non hanno più la necessità di protezione da parte del regno britannico e sono ancora più insofferenti dei privilegi che di cui gode l’Inghilterra, a scapito dell’economia e dell’autonomia delle colonie. Due anni prima, i Figli della Libertà hanno dato vita al Boston Tea Party.
    Le tribù della Lunga Casa si dividono. Oneida e Tuscarora si alleano con gli americani; i Mohawk, i Seneca, gli Onondaga e i Cayuga rimangono fedeli agli inglesi, sperando di mantenere i propri territori.
    Sappiamo come è andata a finire. Inizia così la diaspora delle tribù e la fine della Confederazione della Lunga Casa. Parte dei Mohawk e dei Cayuga si trasferiscono in Canada. Una parte degli Oneida raggiunge il … Wisconsin!
    Ma torniamo ai due cacciatori. Escono dall’emporio carichi di provviste che depositano sul loro carro. Partendo, perdono la lista dei loro acquisti. Scopriamo così i loro nomi e cosa hanno acquistato: una pentola, un barattolo di pece, cinque galloni di rhum, dieci libbre di carne salata, un flacone dell’infuso contro il mal di denti, trenta piedi di corda di canapa, un acciarino, una scatola di chiodi, due pietre focaie, dieci candele, due pale, due giacche di pelle, quattro coperte, quattro paia di stivali, dieci libbre di formaggio affumicato, e poi ancora, due sacchi di pannocchie di mais, cento barattoli di fagioli, quattro grandi zucche …
    «E c’era lei, Degonwadonti, copia viva di Donna del Cielo, che raccontava ai più piccoli la leggenda del Giardino di Dio e dei mille frammenti scampati alla distruzione. Mille gocce di Paradiso dove allevare la speranza. Sull’aia, una giovane donna dai capelli biondi sceglieva i semi da far germogliare a primavera. La discendenza di Pannocchia, Fagiolo e Zucca.»
    Ah, già, i due cacciatori, i loro nomi … Nonno Wu Ming 1 e Nonno Wu Ming 5 …
    Storia e Emozione. Sempre …

    ha scritto il 

  • 4

    Più alti che bassi

    Un lavoro di ricostruzione storica affascinante, privo di facili ipocrisie, capace di affrontare nella sua durezza tematiche spinose come la triste sorte delle popolazioni indiane, senza arretrare d’u ...continua

    Un lavoro di ricostruzione storica affascinante, privo di facili ipocrisie, capace di affrontare nella sua durezza tematiche spinose come la triste sorte delle popolazioni indiane, senza arretrare d’un passo innanzi alla brutalità commesse da ambedue le parti. Recensione completa su scrittorindipendenti com

    ha scritto il 

  • 0

    non avrei mai pensato che "una storia di indiani" mi avrebbe preso così tanto. bellissimo romanzo che ti porta tra i boschi e i fiumi dell'America del Nord. il collettivo dei Wu Ming con questo libro ...continua

    non avrei mai pensato che "una storia di indiani" mi avrebbe preso così tanto. bellissimo romanzo che ti porta tra i boschi e i fiumi dell'America del Nord. il collettivo dei Wu Ming con questo libro mantiene alto il proprio livello.

    ha scritto il 

  • 5

    Libro eccezionale per moti motivi. Primo fra tutta le ricerche alla base sono molto dettagliate da tutti punti di vista, da quello storico a quello antropologico. La narrazione dei popoli nativi (già ...continua

    Libro eccezionale per moti motivi. Primo fra tutta le ricerche alla base sono molto dettagliate da tutti punti di vista, da quello storico a quello antropologico. La narrazione dei popoli nativi (già contaminati dalla cultura europea) è vivida più che mai. Si possono intravedere gli ossimori e le contraddizioni di un popolo che sta scomparendo ma che non vuole rintanarsi nel passato (indiano) né gettarsi verso il nuovo mondo (cultura europea. La narrazione è avvincente e la tecnica con storie intrecciate tra di loro e nella trama stessa è qualcosa che mi ha sempre impressionato perché portata alla perfezione.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Epico

    Tekarihoga lo vide raggiungere il gruppo. I giovani sorrisero. Qualcuno sollevò il fucile e lanciò un grido di entusiasmo. Joseph diede l'ordine e partirono di corsa. Passarono davanti al sachem, rapi ...continua

    Tekarihoga lo vide raggiungere il gruppo. I giovani sorrisero. Qualcuno sollevò il fucile e lanciò un grido di entusiasmo. Joseph diede l'ordine e partirono di corsa. Passarono davanti al sachem, rapidi e leggeri. - Guarda, piccolo, - disse il vecchio rivolto al bambino accucciato ai suoi piedi. - Guardali bene. Un giorno, quando io sarò morto da tempo, potrai dire di avere visto Thayendanega e Ronaterihonte correre insieme.

    Non ho potuto trattenere oltre le mie lacrime per l'inizio della fine di un grande popolo

    ha scritto il 

  • 4

    La fine di un popolo: colpa di scelte sbagliate, di valori non negoziabili, di confronti economici impari. Comunque l'ennesima fine di tradizioni a opera di un uomo bianco che qui sembra più straccion ...continua

    La fine di un popolo: colpa di scelte sbagliate, di valori non negoziabili, di confronti economici impari. Comunque l'ennesima fine di tradizioni a opera di un uomo bianco che qui sembra più straccione che mai. Una storia poco raccontata è molto dolorosa.

    ha scritto il 

  • 2

    Questo libro è stato una cocente delusione. Una lettura partita con tutte le migliori intenzioni si è rivelata poi un viaggio travagliato in cui non è mai scattata la scintilla capace di legarmi alle ...continua

    Questo libro è stato una cocente delusione. Una lettura partita con tutte le migliori intenzioni si è rivelata poi un viaggio travagliato in cui non è mai scattata la scintilla capace di legarmi alle vicende narrate. C'è così tanta carne sul fuoco che basterebbe per due o tre romanzi, ma la cottura, per me, è quasi sempre risultata sbagliata: troppo al sangue o troppo cotta, mai giusta. Roba da farti diventare vegetariano...

    É lo stile narrativo il tallone d'Achille di questo libro: la costruzione logica delle frasi, la scelta dei vocaboli, del ritmo da dare alla narrazione, il modo di presentare le vicende, il modo di mostrare al lettore il mondo dei nativi americani stretti tra sincretismi e battaglie per il potere da cui escono, volenti o nolenti, sempre perdenti.
    La narrazione adotta uno stile cinematografico, ma è quello dei peggiori blockbuster hollywoodiani: troppa enfasi, disperata ricerca della spettacolarizzazione e di piazzare la frasetta ad effetto al posto giusto. É come guardare uno di quei film in cui le scene di violenza vengono mostrare al rallentatore per renderle più spettacolari, ma in cui la violenza finisce per risultare un fine e non un mezzo per comunicare qualcosa.

    Un altro problema che ho riscontrato è la discontinuità di tali scelte stilistiche: alcune parti infatti sono ben scritte e scorrevoli, penso perché il Wu Ming di turno abbia deciso di mordere il freno e ricordarsi di come si scrive senza sembrare un piazzista di emozioni. Queste pagine aiutano ad andare avanti, ma sono come piccoli fari nella nebbia delle altre tante, troppe, pagine mal riuscite.

    Non è un libro semplice, indubbiamente, né da leggere, né tantomeno lo sarà stato da scrivere: ci sono dentro nativi americani, coloni, nuovi e vecchi americani. C'è la nascita di una nazione che si è stancata di essere solo una colonia e le resistenze a questo cambiamento. Insomma, davvero tanti livelli di lettura. Ma alla fine, per me, il gigante narrativo è risultato coi piedi d'argilla.

    ha scritto il 

  • 4

    Un’introduzione ai Wu Ming: è il terzo che ho letto, e ne ho in programma almeno un altro nei prossimi mesi. Già da questo si può capire che mi piacciano assai! Ebbene, sono un collettivo di autori bo ...continua

    Un’introduzione ai Wu Ming: è il terzo che ho letto, e ne ho in programma almeno un altro nei prossimi mesi. Già da questo si può capire che mi piacciano assai! Ebbene, sono un collettivo di autori bolognesi, attivo sulla scena culturale e politica già da una quindicina di anni. Sono diventati famosi soprattutto per “Q”, sotto il nome di Luther Blisset. “Q” è il mio romanzo preferito scritto da loro, e se il blog avrà vita lunga riuscirò, prima o poi, a scriverci un bel post. Ma passiamo a Manituana.
    Come tutti gli altri del gruppo (o almeno come gli altri che ho letto), Manituana è un romanzo storico e basato su fatti realmente avvenuti e personaggi veramente esistiti mescolati con altri inventati. Il fatto: la guerra d'indipendenza americana. Il punto di vista: gli irochesi. Già da qui si mostra una certa originalità, non so voi ma quando a storia si parlò della guerra d'indipendenza gli indiani non furono proprio menzionati, come se non esistessero. Invece sfogliando i primi capitoli torniamo a “ricordarci” di loro, e veniamo catapultati in una terra paradisiaca, quella dei Mohawk, la cui unica speranza è un'alleanza oltreoceano, con la corona inglese. Ci affezioniamo talmente tanto ai personaggi (io sono andata persino su internet a cercarli uno a uno, e a leggere la loro storia “vera” per intero) che quasi speriamo che le cose possano andare diversamente, mentre la guerra, la distruzione e il disinteresse verso questo popolo indigeno imperversa senza pietà. Il più epico? Forse il Grand Diable, ho tifato per lui fino alla fine.
    Qualche pecca: le scene in cui i nostri amici gironzolano per Londra sono stati molto lenti per me, forse ne avrei fatto totalmente a meno. Inoltre, chiamare gli stessi indiani in tre modi diversi (il nome indiano, il nome indiano tradotto e il nome “cristiano”) ha reso la lettura iniziale piuttosto difficile.
    In toto, ve lo consiglio se siete interessati agli eventi della guerra civile e agli indiani d'America, ma non lo consiglierei come primo libro dei Wu Ming; ce ne sono altri di migliori.
    Ps. per un libro davvero commovente sugli indiani consiglio anche Cavallo Pazzo di Mari Sandoz.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con la sensazione di galleggiare in un dolce limbo di perfezione.
    Innanzitutto mi sono innamorata della carta. Riciclata e non sbiancata, ovvero riposante per ...continua

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con la sensazione di galleggiare in un dolce limbo di perfezione.
    Innanzitutto mi sono innamorata della carta. Riciclata e non sbiancata, ovvero riposante per gli occhi, accogliente, familiare. Amore a prima vista, nel vero senso della parola.
    (Che ci vuole, dico io, a fare tutti i libri così? Quando sarò dittatrice assoluta del mondo sarà una delle prime leggi che emanerò!)
    In secondo luogo è una storia di indiani, che fin da piccolina mi intrigano assai. E quindi curiosità immediata per ogni nome, ogni formula, ogni dettaglio storico.
    Infine è un libro di Wu Ming scritto "normale". Che sarò limitata io, ma quando si mettono a inventare linguaggi e storpiare parole e mescolare idiomi mi fa tanto futurismo e mi scatta la repulsione.

    Insomma, inizio a leggerlo con sommo appagamento, sorridente come se avessi fumato roba davvero buona, avvolta da un senso di pace ritrovata nei confronti dello spigoloso mondo della letteratura contemporanea, su cui da qualche decennio sbatto troppo spesso gli stinchi.
    Ero così contenta che mi ci sono messa d'impegno, senza lasciarmi scalfire o preoccupare dai primi capitoli, dove occorre decodificare i rapporti di parentela e di amicizia tra i personaggi in una narrazione non cronologica, nonché a quale individuo corrisponda il nome iperconsonantico che si va leggendo. L'ho preso come un "Cent'anni di solitudine" ambientato un po' più a nord.
    E poi boh. Finito tutto.

    A metà sono arrivati alcuni capitoli scritti in "assurdese" che mi hanno veramente dato fastidio. Io capisco le intenzioni, il lavoro che ci sta dietro, gli studi, la sonorità, capisco tutto, ma mi fa lo stesso fastidio.
    Se uno è bravo a descrivermi una scena può dirmi tranquillamente che "il mariolo occhieggiò la saccoccia del riccastro e buttò giù un cicchetto prima di muoversi", o una roba del genere. Me lo può scrivere in italiano, magari con parole in disuso, ma sempre in italiano. Se mi scrive che questo "locchia" la tasca o che "glua" il bicchierino di rum, o ancora che "snicchia" un rumore o che ha "la ghigna storta e quattro zughi rimasti nel truglio", io sinceramente ho voglia di chiudere il libro e lanciarlo fuori dalla finestra, non fosse che l'ho pagato e mi scoccia.
    Se oltretutto 'sta agonia di linguaggio corrisponde a capitoli che, nell'economia della narrazione, definirei inutili il danno mi pare doppio. Capace che non abbia capito io a cosa servivano, eh, ma quando ho visto che alla fuga dei matti non veniva dato seguito mi sono abbastanza sentita presa in giro.

    Comunque questo fastidio per l'italinglese non è stato una secchiata di acqua gelida in testa, una pagina prima sono nel pieno dell'innamoramento e alla pagina dopo bam, non ti amo più. Quando ci sono arrivata avevo già rallentato parecchio il ritmo di lettura, quindi ha solo peggiorato una situazione che si stava già mettendo male. Ecco, diciamo che se non ci fosse stato l'intermezzo in assurdese forse non sarei arrivata a leggere tre pagine al giorno, una lentezza da bradipo che non ho raggiunto nemmeno con i trattati palloserrimi di Darwin, però ero già sulla buona strada per la noia.
    E qui scatta il gigantesco perché.
    Parla di indiani e la cosa mi intriga, è scritto benissimo a parte sporadici svarioni, segue molti personaggi che alla lunga riconosco anche col nome mohawk, mi insegna la storia in modo dettagliato, preciso e piacevole... perché mi ha annoiato? Perché non mi è piaciuto? Perché non mi ha trasmesso nessuna emozione?
    Mi sconvolge 'sta cosa. Un libro potenzialmente perfetto che mi lascia del tutto indifferente. Perché?

    Casualmente, proprio in questi giorni, ho letto un articolo che parla di narrativa per donne e narrativa per uomini. Pare non sia una leggenda metropolitana: ci sono alcuni libri che toccano corde femminili e non dicono nulla ai maschi, e libri che furoreggiano tra i maschi ma che per le donne sono neutri.
    Vuoi vedere che la spiegazione è questa?
    Vuoi vedere che sono una femmina, con tutte le limitazioni del caso, e nei romanzi ci devo trovare qualcosa che in questo non c'è?
    Cosa? Boh.
    Più sentimenti, forse. Più interazione tra i personaggi, forse. Meno descrizioni di ambienti, meno particolari sugli spostamenti, meno battaglie, decisamente meno battaglie, anche niente battaglie volendo, e più dialoghi, forse.
    Probabilmente un libro in cui la gente si sposta, guerreggia, naviga, prepara, pianifica, scalpa, marcia, sogna, si incazza e si vendica ma non parla, non bacia, non abbraccia, non piange, non urla, non si deprime e non si esalta... per me è un libro che parla di niente.
    Delle decine e decine di personaggi descritti mi sembrava ce ne fosse solo uno "umano": Lacroix.
    Limite mio, senza dubbio.
    Però magari questo limite ce l'ha anche qualcun altro, e se è così masochista da aver letto fino a qua magari può scegliere un altro romanzo. Uno con più "dentro" e meno "fuori", che sia più nelle sue corde. Tutta 'sta pappardella di pseudo-recensione è finalizzata solo a questo, dopotutto.

    ha scritto il 

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