Marcovaldo

Di

Editore: Mondadori

4.0
(8035)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 134 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Tedesco , Spagnolo , Francese , Danese , Portoghese

Isbn-10: A000031611 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Altri , CD audio , eBook

Genere: Educazione & Insegnamento , Narrativa & Letteratura , Umorismo

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Descrizione del libro
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  • 5

    Mi è piaciuta questa lettura. E' un libro per grandi e per piccoli. Mi piace la figura di Marcovaldo, un padre di famiglia, un lavoratore. 20 storie . Una storia che mi è piaciuta molto è quella dell ...continua

    Mi è piaciuta questa lettura. E' un libro per grandi e per piccoli. Mi piace la figura di Marcovaldo, un padre di famiglia, un lavoratore. 20 storie . Una storia che mi è piaciuta molto è quella delle api e quella del supermercato. Si nota in questi racconti lo stato di povertà di Marcovaldo e della sua famiglia. Racconti che parlano di vita vera, si cerca di mettere in luce la vita in città e alla ricerca di un po' di natura anche in città..Libro che ha anche uno stile scherzoso.

    ha scritto il 

  • 4

    Micro racconti che compongono un universo, quello di Marcovaldo e della città (immaginaria ma non troppo) in cui abita. Calvino è un poeta della semplicità: lo dimostrano i dialoghi che animano le sto ...continua

    Micro racconti che compongono un universo, quello di Marcovaldo e della città (immaginaria ma non troppo) in cui abita. Calvino è un poeta della semplicità: lo dimostrano i dialoghi che animano le storie, il linguaggio scorrevole e lineare, le immagini che dipinge, le morali e i messaggi dietro i racconti. Un piacere senza precedenti.

    ha scritto il 

  • 5

    Marcovaldo

    Questo libro è una simpaticissima quanto profonda raccolta di novelle e prende il nome dal protagonista, Marcovaldo.
    La struttura del libro fa riferimento alle quattro stagioni, a ciascuna delle qua ...continua

    Questo libro è una simpaticissima quanto profonda raccolta di novelle e prende il nome dal protagonista, Marcovaldo.
    La struttura del libro fa riferimento alle quattro stagioni, a ciascuna delle quali sono collegate cinque novelle.
    Il libro parla delle avventure/disavventure di Marcovaldo, un manovale sempre al verde, che lavora per la Sbav. Egli è un uomo, come molti altri nel suo periodo, che si vede costretto a dover emigrare in una cittá per trovare lavoro, probabilmente Torino, che, però, lo opprime.
    Ha una famiglia molto numerosa: la moglie Domitilla e i cinque figli, che vivono in una minuscola casa e conducono una vita monotona e piena di stenti.
    È alla continua ricerca di segni della "natura dentro la cittá", ma quasi sempre si rivelerá una battaglia persa.
    L'opera di Calvino ha quindi lo scopo di far sorridere il lettore, ma allo stesso tempo fare una critica feroce alla società industriale e al consumismo.
    In conclusione posso affermare che Marcovaldo è un libro scorrevole e di facile lettura, adatta a lettori di qualsiasi gusto ed etá

    ha scritto il 

  • 4

    Quando la città e la natura s'incontrano nasce la tenerezza.

    Calvino a me piace perchè è un autore capace di suscitare nel lettore un sentimento che al giorno d'oggi si è un po' perso: la tenerezza.
    Non avevo mai letto "Marcovaldo", nè alle elementari, nè alle ...continua

    Calvino a me piace perchè è un autore capace di suscitare nel lettore un sentimento che al giorno d'oggi si è un po' perso: la tenerezza.
    Non avevo mai letto "Marcovaldo", nè alle elementari, nè alle medie, e so che molti l'hanno conosciuto così. Io invece lo incontro a ventiquattro anni, ma penso sia stato il momento giusto, perchè sono riuscita a vederlo con degli occhi quasi adulti: ho provato tenerezza per quel pover'uomo, sempre intento a trovare qualcosa di meraviglioso nella vita monotona che conduceva, pronto ad abbandonare la città ed i suoi rumori industriali per seguire un treno invisibile che porta altrove, pieno di gioia nel far crescere una pianta, o nel far stupire i propri bambini. Io adoro le città -e penso, sotto sotto, piacessero anche a Calvino, altrimenti non ci avrebbe scritto un intero libro a riguardo!- ma quello che l'autore ha cercato di fare in questo breve romanzo è stato far fondere un affollato centro abitato con la natura allo stato brado. Penso l'abbia fatto meravigliosamente. Devo ammettere che non è il libro più bello che ha scritto, ma senz'altro lascia un segno, un lieve sorriso, una lacrima incastonata tra le palpebre.

    ha scritto il 

  • 4

    tutti insieme vogliam vedere marcovaldo show

    non fosse stato per il gruppo di lettura, non l'avrei mai ripreso in mano. per quanto mi riguardava marcovaldo poteva restare, colpito e affondato da eccessivo carico pedagogico, nella palude stigia d ...continua

    non fosse stato per il gruppo di lettura, non l'avrei mai ripreso in mano. per quanto mi riguardava marcovaldo poteva restare, colpito e affondato da eccessivo carico pedagogico, nella palude stigia dove avevo relegato altri sicuramente validi romanzi. più o meno tutti quelli per i quali, in un qualche punto della scuola dell'obbligo, mi era stato chiesto di mettere per iscritto cosa l'autore avesse voluto dirmi. il carico pedagogico appunto. e dieci a uno che un cp era qualcosa di tedioso, posto che i messaggi politicamente scorretti non hanno mai goduto di particolare credito presso gli insegnanti italiani (per lo meno presi come categoria: da bambina degli anni '70 coltivo l'illusione che una maggiore libertà dei singoli avrebbe avuto esiti salvifici sulle nostre frequentazioni letterarie).
    quel marcovaldo che per anni ho sbeffeggiato come braccobaldo, insomma, nei miei ricordi era come la foto singola che ci facevano seduti al banco. con il dito puntato sul mappamondo e il sorriso da emiparesi. qualcosa di noioso per cui non esistevano scappatoie, equiparato dalla memoria ad altri dettagli di quelle foto: i codini con gli elastici che mi tiravano i capelli, o il dolcevita che pizzicava e aveva colori improponibili tipo verde tendenza muschio.
    in realtà rileggendo questo unico caso di calvino da me negletto, mi sono accorta che il cp era più un cpp, un carico pedagogico percepito. non che le avventure del manovale mi abbiano fatto sdilinquire. ma imprevedibilmente l'attenzione ha registrato più i dettagli positivi che non un ipotetico messaggio tutto sommato non così invasivo. tanto per cominciare c'è la scrittura: le scelte lessicali di calvino, come sempre estremamente raffinate, qui nobilitano per contrasto una quotidianità di piccole piccolissime cose, genere lampadina-fioca-quella-da-trenta-candele. con quel nome più da cavaliere che da bistrattato travet, quindi, marcovaldo ha in uggia la casa inospitale, abita i mondi che vede al cinema, o caracolla sul sellino della sua bicicletta a motore. e poi c'è quella sua ricerca di una gestalt perduta, di un'armonia con l'ambiente e con i suoi ritmi, che ho visto con molta più tenerezza che in passato. anche quando (leggi: quasi sempre, e forse proprio perché) si rivela puntualmente fallimentare.
    m. si muove in una metropoli parallela rispetto a tutti gli altri. cittadini, comprimari o comparse che siano. è un po', in fondo, come i gatti in una delle ultime novelle. anche per lui sembra valere la frase sulle due città dei felini e degli uomini, che «stanno una dentro l'altra, ma non sono la medesima». a sorpresa mi sono ritrovata ad abbracciare col pensiero marcovaldo, prigioniero di una città inabitabile che se ieri per calvino era torino o milano, città di emigranti dal resto d'italia, oggi potrebbe essere qualunque quartiere periferico o cosiddetto difficile. uno di quelli in cui l'emigrazione mescola lingue e odori di cucine, e che sui giornali sono citati solo per le statistiche sulla criminalità e i fattacci da tutti-i-dettagli-in-cronaca. senza dovergli assegnare per forza un messaggio simbolico, ho semplicemente sorriso o scosso la testa con lui. un personaggio fuori-tempo-massimo che mi piace pensare come uno di quei gatti che si mette a seguire. sempre intento a cercare l'appiglio dalla balaustra al cornicione, per arrampicarsi sulle tegole. dovrebbe solo essere più incazzato, e avrei quasi un debole per lui.

    ha scritto il 

  • 3

    Tu, sanguinosa infanzia.

    Da piccola piangevo spesso per cose che gli altri consideravano poetiche o divertenti, tipo il circo, i film di Charlot o i fumetti di Paperino. Con Marcovaldo andò allo stesso modo: troppo forte l'au ...continua

    Da piccola piangevo spesso per cose che gli altri consideravano poetiche o divertenti, tipo il circo, i film di Charlot o i fumetti di Paperino. Con Marcovaldo andò allo stesso modo: troppo forte l'aura di povertà, le minime vicende da umiliati e offesi, quel sentore di cavolo bollito e stanzette stipate di figli con il bagno in fondo al ballatoio che trasudavano da ogni pagina. Mi disperavo per le sue disavventure, sentivo il peso di quell'ingiustizia esistenziale, avrei voluto salvarlo da quella città orribile e grigia piena di rumore, picchiare il vigile, la padrona di casa, il caporeparto, il commendatore e gli altri prepotenti che lo vessavano quotidianamente. Insomma, io questo libro l'ho odiato a pugni stretti, come solo sanno fare i bambini. Maledissi la maestra che ce l'aveva appioppato e tutti quei piccoli bugiardi leccaculo che scrivevano chebellomarcovaldo! nei temi, mentivano e lo sapevo.
    Speravo di rileggerlo con gli occhi della saggezza, del disincanto e della maturità ma purtroppo le reazioni sono state identiche ad allora, con l'aggravante che nel frattempo i commendatori sono ormai praticamente estinti (un po' anche i capireparto, a pensarci bene). Adesso esco e vedo se riesco a picchiare almeno un vigile.

    ha scritto il 

  • 5

    Ogni tanto è bello ritornare su letture fatte durante l'infanzia o poco dopo: soprattutto se si tratta di libri come il Marcovaldo di Calvino la rilettura può arrecare sorprese non da poco. Quando si ...continua

    Ogni tanto è bello ritornare su letture fatte durante l'infanzia o poco dopo: soprattutto se si tratta di libri come il Marcovaldo di Calvino la rilettura può arrecare sorprese non da poco. Quando si è alle medie (ma un paio di brani io li incontrai già in un libro di lettura delle elementari), di questi piccoli racconti si apprezza soprattutto l'aspetto di comicità lieve, paradossale e a tratti surreale: lo stesso autore d'altronde ne accostò lo spirito alle storie a fumetti; e certe iniziative assurde o maldestre di Marcovaldo ricordano moltissimo analoghe trovate di Paperino, i cui creatori, ovviamente, l'opera di Calvino la conoscevano benissimo. Lette in età matura, però, queste novellette mettono anche parecchia mestizia, perché, assai più di quanto non vi cogliessimo da bimbi, vi avvertiamo una lettura lucida, ironica e niente affatto irenistica della società industriale moderna, venata oltretutto da un forte pessimismo, perché le nostalgie naturistiche o villerecce del protagonista vanno incontro a un regolare scacco: egli si sente fuori posto nella grande città, vorrebbe vivere fra l'erba, i campi, gli animali, l'aria pura; ma codeste rimangono mere malinconie da proletario inurbato, ché il povero Marcovaldo di animali e piante non capisce un'acca, e quando se ne occupa finisce per combinare pasticci. L'uomo dell'odierna metropoli, sembra dire Calvino, se non vive in essa simbioticamente ma è attraversato dalla nostalgia d'un mondo e d'un vivere diverso rimane destinato a restare un soggetto desiderante dalle velleità sempre frustrate. La città (anonima, perché le descrive e include tutte) possiede tratti gustosamente (per noi) rétro e italianissimi, ed altri che sono proprî della metropoli ove Calvino intravedeva già i germi della globalizzazione: italianissima è ad esempio l'onnipresenza di vigili, stradini, guardie, metronotte, tutti in uniforme e tutti assai calati nel proprio ruolo e tutti, ovviamente, pronti sempre per dovere d'ufficio a rompere le uova nel paniere all'innocente Marcovaldo, che dal canto suo, arrabattandosi fra le iniziative più strambe, cerca di farli fessi: e a volte ci riesce; già fuori dallo stretto paradigma nazionale, invece, le burocrazie aziendali: fin dal nome la ditta di Marcovaldo, la Sbav, è ridicola, come sono ridicoli i suoi uffici direzionali popolati di manichini tronfi ma con lo stesso poco sale in zucca di Marcovaldo, che per loro fa il manovale e l’uomo di fatica – e non si sa che cosa produca questa Sbav, ché le aziende, qualunque cosa facciano, si rassomigliano tutte, proprio come le città moderne. A un occhio adulto perciò le storielle di quest’omino buffo e semplice rivelano un’iridescenza che fa continuamente sfumare i contorni: l’estro ghiribizzoso e faceto si vela sempre di tristezza disillusa; però l’umorismo sa sempre screziare di colori garbati e leggeri anche le ventate della cupezza più ferrigna: non ne fa dimenticare il gelo e il grigiore, ma permette che non ci sommergano: come nella vita.

    ha scritto il 

  • 3

    Splendidamente scritto, ma almeno una stella è andata bruciata sull'altare della mia cascetta (che traduco, molto approssimativamente, con: stizza) a dover fare i conti, alla fine di quasi ogni racco ...continua

    Splendidamente scritto, ma almeno una stella è andata bruciata sull'altare della mia cascetta (che traduco, molto approssimativamente, con: stizza) a dover fare i conti, alla fine di quasi ogni racconto, con un'insopportabile sensazione di incompiutezza. Come tante melodie monche della nota tonica finale.

    ha scritto il 

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