Mentre morivo

Di

Editore: A. Mondadori (Medusa ; 397)

4.3
(1199)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 242 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Turco

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giulio De Angelis

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

Ti piace Mentre morivo?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 4

    Il ghiotto buco delle ciambelle

    Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualcun altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita dal principio, ricorderò che nacqui (così ...continua

    Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualcun altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita dal principio, ricorderò che nacqui (così mi hanno informato e così credo) un venerdì, a mezzanotte. Si notò che il pendolo prese a battere e io a strillare, simultaneamente.

    L’incipit di David Copperfield è lineare, pulito, si potrebbe dire superficiale e monofonico, dichiara immediatamente l’intenzione di prendere questo tizio fin dal suo primo ingresso nel mondo e raccontarne avventure e disavventure fino al raggiungimento della maturità.
    Dickens ti fa l’occhiolino dall’uscio di casa che tiene sempre spalancato per accogliere qualsiasi visitatore la strada gli conduca, ti invita a sedere, offre tazze di tè fumante e biscottini al burro. Come la stragrande maggioranza dei letterati di ogni tempo, carezza il comprendonio del lettore (talvolta anche con ruffianeria).

    Bussare alla porta di casa Faulkner significa attendere ignorati sullo zerbino fino all'impazienza. Quando finalmente ti prende in considerazione, la porta si apre in stretta fessura, quanto basta a scorgere l’indistinto sguardo dell’autore dietro la catenella di sicurezza tesa, bisbiglia chissà cosa. “Mi scusi, come dice? Potrebbe ripetere?”, allora ti sbatte la porta in faccia e continua a parlarti attraverso di essa, costringendoti ad aderire con l’orecchio alla sua superficie per cavarne qualcosa.
    Quelle di Dickens e della stragrande maggioranza degli scrittori sono opere scritte per appagare l’intelletto. Faulkner utilizza l’intelletto come tramite, scrive con i sensi per appagare i sensi. Nutre le pupille, i timpani e le narici, e fiata sull’epidermide.

    Per molto tempo mi sono tenuto alla larga da Faulkner per via della critica che mosse contro il collega Hemingway, probabilmente sotto l’effetto di una cocente invidia: “Non risulta aver adoperato mai parola che costringesse il lettore a consultare il dizionario”.
    Non che spasimi per Hemingway e per la sua prosa minimalista, tutt’altro, ma l’affermazione in sé è talmente stupida che ho preferito evitarne il proprietario, finché ho reputato altrettanto stupida la pretesa che le persone notoriamente intelligenti dicano esclusivamente cose intelligenti. E poi Faulkner mandò le sue scuse al rivale e continuò ad odiarlo in silenzio.

    In Mentre Morivo c’è tanto, ma davvero tanto su cui filosofeggiare e almanaccare. Dal suo capezzale di tutoli Addie la moribonda contempla il laborioso falegname (nonché figlio, per tutta la lettura del romanzo non l'avevo capito) stagliato contro il crepuscolo rugginoso costruire la bara entro la quale, a breve, verrà adagiata alla rovescia nel suo abito da sposa dalla gonna svasata. Cash, il falegname, è insondabile come l’angelo della morte, l’implacabile martellare e segare scandisce le ultime ore di vita come il ticchettio di un cronometro. Come Addie siamo tutti, fin dal primo vagito, moribondi a cui stanno facendo la cassa. Ben presto la famigliola in male arnese si mette in viaggio per esaudire l’ultima volontà della defunta di ricongiungersi alla terra natia, attraverso una natura in contrappuntistica decomposizione, di una pressante putrescenza corporale che, perso il collante della vita, si disgrega con furore sprigionando gorgheggianti secrezioni ed esalazioni mefitiche. Epopea apocalittica, volontaria e cocciuta discesa negli strati geocentrici degli inferi dove non arriva l’udito di Dio. Passando per l’acqua, poi per il fuoco, la bara infine giunge alla terra. Uno splendido dipinto fatto con feci e vomito.

    Le parole scorrono, si allungano ed ergono come megaliti, file di pietre titaniche dietro cui annidano significati misteriosi, schivi e multipli, aggrappati come muschio alle schiene di pietra, bestie oscure e plastiche come ombre dai dorsi repellenti che scrutano di soppiatto con occhio tondo e bianco.
    Una pioggia ruggente di suggestioni di innegabile fascino. Eppure non so quando, mi son fatto diffidente. Un sospetto ha preso a rosicchiarmi. Anzi, lo so quando:

    In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno. E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei. E quando sei svuotato per il sonno, non sei. E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato. Io non so che cosa sono. Io non se sono o no. Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quello che non è. (…) E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Brunden non sarà. E Jewel è, così come Addie Brunden deve essere. E allora io devo essere, se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta. E allora se ancora non sono svuotato, io sono è. (pag.75)

    Ci sono vari modi di affrontare questo passaggio: a) Accettare i limiti del proprio discernimento e passare oltre a testa bassa. b) Dare per probabile l’ipotesi che durante quella specifica seduta scrittoria Faulkner si fosse fumato pure le suole delle scarpe. c) Rileggerlo una seconda, anche una terza volta finché non si scova il grimaldello.
    Io ho optato per la c e penso di aver capito in parte cosa volesse dire, anche se non saprei spiegarlo.

    Ma da allora questa sensazione di diffidenza mi ha accompagnato per tutta la lettura alternandosi a sprazzi di puro coinvolgimento emotivo.
    Ha preso corpo il dubbio che questa studiata opacità sia l’espediente di chi sa quanta poesia ci sia nel non comprendere o nel comprendere parzialmente, dello spiazzante fascino di scorgere approssimativamente il fondale. E che lo stile neghittoso fatto di frasi monche e parole scordate, l’orgia di collaudati simboli funerei, il fraseggio zoppo e il lirismo rauco e metallico, la biblica magniloquenza e la monocorde drammaticità, la dogmatica pregnanza e il compulsivo patetismo, i rimandi e i rimandi e i rimandi, formino una coreografia di lampi e scintille, esplosioni di orchestra e grida violente, luci fiammanti volte ad impressionare, ad abbindolare i sensi così da distrarre l’attenzione dalla mancanza di contenuti concreti eppure esaltati da un’allusività esasperante. Una spettacolare danza attorno all’assenza. Come le ciambelle che devono la loro fama non al sapore inconfondibile, ma al vuoto che sapientemente incorniciano e addolciscono.

    Qual è il limite oltre la quale lo sperimentalismo degenera in vuoto virtuosismo seppur impegnato, senza mai esserlo davvero, nei così detti temi “alti” ? Può la scrittura d’avanguardia valere il sacrificio della chiarezza, della trasparenza? Può il parlare per enigmi, o meglio può l’incapacità di parlar chiaro e diretto passare per abilità o addirittura genialità?

    In verità non so ancora bene come considerare l’opera. Sono diviso a metà. La prendo per ciò che vi ho letto. Non analisi del dolore, ma sua mirabolante rappresentazione. Un grande spettacolo e un’epifania mancata.

    ha scritto il 

  • 5

    Mentre (la letteratura) moriva

    Una delle ragioni che spingono alla lettura di Faulkner è provare a capire perché Elio Vittorini, per esempio, abbia cominciato a imitarlo: indagare quel gusto libidinoso a eliminare gli articoli, com ...continua

    Una delle ragioni che spingono alla lettura di Faulkner è provare a capire perché Elio Vittorini, per esempio, abbia cominciato a imitarlo: indagare quel gusto libidinoso a eliminare gli articoli, come fanno alcuni quando si rivolgono a uno straniero, o a lasciare sottinteso il soggetto della frase, in modo che non si possa seguire l'azione, ridotta a una scommessa per lettori che se ne intendono, disposti cioè a tornare indietro di continuo. Ci si imbatte in una certa avarizia sintattica che poi, all'improvviso, concede fin troppo, con immagini prolisse, tipo un cavallo che impenna in un labirinto di zoccoli. All'inizio va così, maluccio, fra crescenti perplessità anche in rapporto all'ineluttabile flusso di coscienza (il libro è scritto nel 1930), con singolari costruzioni, ripetitività sclerotiche, verbi che reggono all'inverosimile in una sorta di forzata carpenteria cognitiva, poco verosimile per chiunque, non solo per dei contadini. La ruralità del contesto, questo Sud del cotone, delle baracche, dei fiumi che esondano e dei ponti sommersi nel fango, stride di brutto con i discorsi ontologici di alcuni personaggi, che per un terzo dell'opera si avvicendano senza imporsi nella loro specificità, come una polifonia che non varia mai, che si amalgama - anzi - in un coro monotono pieno di tristezza e fatalismo. Ma il lettore, perfino il più ostile e diffidente, ogni tanto non può che sbalordire per la forza di un'immagine: è quella che si usa definire la potenza icastica di Faulkner - una notte di buio pesto e un vitello impantanato, la cui presenza è ricostruibile attraverso i singoli rumori che emette; o il falegname Cash, quando prepara la bara per la madre al bagliore di una lanterna posata per terra, e ogni suo movimento colpisce la luce in una specie di autosottolineatura involontaria (il gomito, la lama della sega, il dentro e fuori di quel tagliare il legno). Se si era pronti a crollare sulla pagina, ecco, ci si sveglia di soprassalto alla poesia dirompente di questa sintesi assoluta, come una strada che entra "dentro gli alberi". Io ho ricordato il disegno di un bambino: raffigurava un suonatore di fisarmonica e sembrava uno sgorbio con braccia e mani sproporzionate, ma rendeva benissimo l'avanti e indietro del mantice. Faulkner ha fatto scuola, credo, proprio per la sua straordinaria capacità di rottura: ha cioè rotto il giocattolo-letteratura, ma ci ha restituito dei singoli ingranaggi con un nitore rarissimo, perfetto; con la poesia spietata della fanciullezza. Bisogna perciò studiarlo, e non leggerlo. Va prima compreso, e soltanto dopo, con rinnovato stupore, goduto.

    ha scritto il 

  • 4

    E' contorto da matti, non ti ci raccapezzi se non a gran fatica e prendi anche lucciole per lanterne, ma ti lascia un qualcosa dentro che ti fa pensare... E' un grande libro, ma devo rileggerlo, così ...continua

    E' contorto da matti, non ti ci raccapezzi se non a gran fatica e prendi anche lucciole per lanterne, ma ti lascia un qualcosa dentro che ti fa pensare... E' un grande libro, ma devo rileggerlo, così come devo rileggere "Luce d'agosto" e "L'urlo e il furore".

    ha scritto il 

  • 4

    Miserie famigliari di inizio secolo

    Libro impegnativo, evitate se non avete pazienza o volete qualcosa di leggero.
    Faulkner ha una scrittura criptica, con sintassi non lineare, termini impegnativi e una storia intrecciata. Il "flusso di ...continua

    Libro impegnativo, evitate se non avete pazienza o volete qualcosa di leggero.
    Faulkner ha una scrittura criptica, con sintassi non lineare, termini impegnativi e una storia intrecciata. Il "flusso di coscienza" che l'autore usa non aiuta. Eppure e' una lettura stimolante e interessante, uno sguardo sull'avanguardia letteraria di inizio secolo e sui rapporti famigliari nelle famiglie contadine del sud degli stati uniti.
    Faulkner descrive la difficolta' della vita e i rapporti morbosi, egoistici e impari di persone che sembrano provenire da un altro mondo, da un' America che fino a quel momento sembrava non esistere.

    ha scritto il 

  • 4

    Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto del ...continua

    Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell'altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa.
    [...]
    Ma non sono poi tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo e cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore.

    Per me in queste righe non c’è solo Darl: ci sono tutti i Brunden, coi loro comportamenti apparentemente inspiegabili o comunque non consoni alla situazione che stanno vivendo.
    Ed è una misteriosa alchimia quella che fa si che questi personaggi incongrui, con le loro rocambolesche avventure, suscitino una tale pena e una tale compassione.
    Così come è una misteriosa alchimia quella che fa si che una scrittura non immediata, a tratti perfino ostica, dispieghi una simile forza narrativa.

    (Sarà il senno di poi, ma sembra di poter intuire perché e come questo libro abbia influito nella produzione letteraria di Marcello Fois…)

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro con cui è stato difficile, complesso, entrare 'in empatia', l'incipit della storia potrebbe portare ad abbandonare la lettura ma se ciò avvenisse sarebbe un errore gravissimo, perché è un lib ...continua

    Un libro con cui è stato difficile, complesso, entrare 'in empatia', l'incipit della storia potrebbe portare ad abbandonare la lettura ma se ciò avvenisse sarebbe un errore gravissimo, perché è un libro bellissimo, straordinario.
    Scritto con con uno stile 'asciutto', ruvido, a tratti anche spigoloso, senza concedere nulla all'estetica linguistica, senza virtuosismi lessicali, che oltretutto risulterebbero in contrasto con le caratteristiche dei protagonisti, Faulkner descrive un viaggio, per la tumulazione di una salma, intrapreso da una famiglia di uno sperduto centro rurale nella sperduta campagna americana.
    Un viaggio rivelatore delle caratteristiche di ciascuno dei personaggi, un viaggio che diviene odissea verso la disgregazione, l'atomizzazione del nucleo familiare privato del 'cementante naturale' che è la defunta da tumulare, un viaggio su un carro trainato da muli quando esistono già le vetture, un viaggio in cui si usano le candele quando l'elettricità è già presente nelle case.
    Un viaggio a ritroso, un viaggio interiore in cui non c'è spazio per i progressi della tecnologia.
    Fa male e fa bene, fa incavolare e fa rassegnare perché 'quando colpisci una pozzanghera con un piede macchiando scarpe e pantaloni, mica puoi prendertela con la pozzanghera...".
    Un libro straordinario, una lettura intensissima frutto di un 'suggerimento' azzeccatissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Mia madre è un pesce

    Devo ammetterlo. Ho impiegato del tempo prima di capire cosa diavolo stesse succedendo. Dopo un primo momento di smarrimento – durato per alcuni capitoli – sono stata risucchiata nel vortice dello str ...continua

    Devo ammetterlo. Ho impiegato del tempo prima di capire cosa diavolo stesse succedendo. Dopo un primo momento di smarrimento – durato per alcuni capitoli – sono stata risucchiata nel vortice dello stream of consciousness dei personaggi e non sono riuscita a staccarmi dalle pagine fino a che non ho saputo che fine avrebbe fatto lo sfortunato carretto con la salma di Addie Brunden.
    Una famiglia composta da persone estranee le une alle altre si uniscono nel momento del lutto e intraprendono una lunga marcia sopra un carro guidato da muli per trasportare la madre alla città natia, Jefferson. Più che un viaggio, quello affrontato dal marito e dai quattro figli, è una lunga discesa all’inferno raccontata dal punto di vista interiore di ogni personaggio. Una tragica, ma allo stesso tempo ironica, panoramica sulle dinamiche relazionali dei Bundren. Le insidie da affrontare costringono ogni membro della sgangherata famiglia ad affrontare un pericolo, rischiando a la propria pelle per arrivare a “seppellire” la madre. Ecco arrivare fiumi in piena, fienili in fiamme, fratture, tentativi di aborto, follia. Senza contare che il cadavere della donna, scomparsa da giorni, attira gli avvoltoi che volano in ampi cerchi sopra il carretto con il feretro. Un finale aspro, come la vita stessa. Quella vita che altro non è se non un dono non richiesto, indesiderato, scomodo. Una continua “messa alla prova” di se stessi per salvarsi dal baratro che si apre, ad ogni passo, sotto ai nostri piedi.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    "You'll get pie in the sky when you die. (That's a lie)

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui ...continua

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui il racconto è portato avanti dai personaggi che illustrano l'azione secondo la propria prospettiva e contemporaneamente riflettono su ciò che l'azione stessa rappresenta per loro.
    L'azione è molto semplice: la madre muore e, secondo i suoi desideri, la poverissima famiglia Bundren, su un carro scassatissimo, parte per seppellire il corpo a quaranta km di distanza, nella città natale di Jefferson; ma il viaggio, avversato da maltempo e inondazioni, si rivela una vera e propria odissea, con tanto di incendio, incidenti, perdite e vicissitudini varie. Alla fine, giunti al termine del loro viaggio, sepolta la donna e spedito in manicomio il figlio scomodo (l'unico che nella sua lucida follia capisce fin da subito la stupidità del viaggio e l'unico capace di profonde riflessioni sull'esistenza), la famiglia si riunisce, l'inconsolabile padre trova una nuova moglie, ciascuno coglie in qualche modo una sorta di gratificazione e la vita riprende.
    Ma il racconto non è tanto una storia di disastri e di una nobile missione compiuta nonostante le avversità. E non è neppure solo la commedia grottesca del viaggio e delle situazioni paradossali in cui si ritrovano i Bundren, come ad esempio le peripezie per recuperare la bara travolta dalle acque del fiume e i maldestri tentativi di restauro della cassa, gli avvoltoi, come in una macabra barzelletta, che sorvolano la salma in putrefazione, il cemento usato per aggiustare la gamba rotta del figlio maggiore... Insomma, una serie di situazioni tragicomiche sulle quali, a peggiorare le cose, aleggiano il forte egoismo di tutti, un senso della religiosità più vicino al senso delle convenzioni sociali e la superstizione.
    Il romanzo è soprattutto lo studio psicologico di diverse prospettive su una verità, e la verità, a discapito del titolo del libro, non è il "morire" ma "l'essere nato e il dover vivere". Ed è proprio il monologo di Addie, la morta, riportato "mentre moriva", ma piazzato postumo da Faulkner, la chiave di lettura di tutto il romanzo: Scopo della vita è quello di restare morti per molto tempo. Un monologo con tutto il dolore e il rancore per una vita non desiderata e imposta dal padre prima e dal marito poi. Una vita fatta di odio verso tutto e tutti, in primis verso i suoi familiari, segni concreti della sua infelicità. Bellissima e piena di pessimismo la teoria sulla vacuità del linguaggio, espressa da Addie: le parole non servono a nulla, le parole non corrispondono mai a ciò che tentano di dire. le parole servono solo a riempire il vuoto.
    Un giorno stavo parlando con Cora. Si mise a pregare per me perché credeva che fossi cieca al peccato, e voleva che anch'io m'inginocchiassi a pregare, perché la gente per cui il peccato è solo una questione di parole per loro anche la salvezza non è altro che parole.

    E mentre scrivevo pensavo a quanti pensieri, quante riflessioni, quanta ricchezza concentrati in un romanzo così breve.

    ha scritto il 

Ordina per