Mientras Agonizo

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Publisher: Anagrama

4.3
(1171)

Language: Español | Number of Pages: | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , French , Italian , German , Portuguese , Turkish

Isbn-10: 8433969072 | Isbn-13: 9788433969071 | Publish date: 

Also available as: Others , Mass Market Paperback , Hardcover

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 3

    Mia madre è un pesce

    Devo ammetterlo. Ho impiegato del tempo prima di capire cosa diavolo stesse succedendo. Dopo un primo momento di smarrimento – durato per alcuni capitoli – sono stata risucchiata nel vortice dello str ...continue

    Devo ammetterlo. Ho impiegato del tempo prima di capire cosa diavolo stesse succedendo. Dopo un primo momento di smarrimento – durato per alcuni capitoli – sono stata risucchiata nel vortice dello stream of consciousness dei personaggi e non sono riuscita a staccarmi dalle pagine fino a che non ho saputo che fine avrebbe fatto lo sfortunato carretto con la salma di Addie Brunden.
    Una famiglia composta da persone estranee le une alle altre si uniscono nel momento del lutto e intraprendono una lunga marcia sopra un carro guidato da muli per trasportare la madre alla città natia, Jefferson. Più che un viaggio, quello affrontato dal marito e dai quattro figli, è una lunga discesa all’inferno raccontata dal punto di vista interiore di ogni personaggio. Una tragica, ma allo stesso tempo ironica, panoramica sulle dinamiche relazionali dei Bundren. Le insidie da affrontare costringono ogni membro della sgangherata famiglia ad affrontare un pericolo, rischiando a la propria pelle per arrivare a “seppellire” la madre. Ecco arrivare fiumi in piena, fienili in fiamme, fratture, tentativi di aborto, follia. Senza contare che il cadavere della donna, scomparsa da giorni, attira gli avvoltoi che volano in ampi cerchi sopra il carretto con il feretro. Un finale aspro, come la vita stessa. Quella vita che altro non è se non un dono non richiesto, indesiderato, scomodo. Una continua “messa alla prova” di se stessi per salvarsi dal baratro che si apre, ad ogni passo, sotto ai nostri piedi.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    "You'll get pie in the sky when you die. (That's a lie)

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui ...continue

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui il racconto è portato avanti dai personaggi che illustrano l'azione secondo la propria prospettiva e contemporaneamente riflettono su ciò che l'azione stessa rappresenta per loro.
    L'azione è molto semplice: la madre muore e, secondo i suoi desideri, la poverissima famiglia Bundren, su un carro scassatissimo, parte per seppellire il corpo a quaranta km di distanza, nella città natale di Jefferson; ma il viaggio, avversato da maltempo e inondazioni, si rivela una vera e propria odissea, con tanto di incendio, incidenti, perdite e vicissitudini varie. Alla fine, giunti al termine del loro viaggio, sepolta la donna e spedito in manicomio il figlio scomodo (l'unico che nella sua lucida follia capisce fin da subito la stupidità del viaggio e l'unico capace di profonde riflessioni sull'esistenza), la famiglia si riunisce, l'inconsolabile padre trova una nuova moglie, ciascuno coglie in qualche modo una sorta di gratificazione e la vita riprende.
    Ma il racconto non è tanto una storia di disastri e di una nobile missione compiuta nonostante le avversità. E non è neppure solo la commedia grottesca del viaggio e delle situazioni paradossali in cui si ritrovano i Bundren, come ad esempio le peripezie per recuperare la bara travolta dalle acque del fiume e i maldestri tentativi di restauro della cassa, gli avvoltoi, come in una macabra barzelletta, che sorvolano la salma in putrefazione, il cemento usato per aggiustare la gamba rotta del figlio maggiore... Insomma, una serie di situazioni tragicomiche sulle quali, a peggiorare le cose, aleggiano il forte egoismo di tutti, un senso della religiosità più vicino al senso delle convenzioni sociali e la superstizione.
    Il romanzo è soprattutto lo studio psicologico di diverse prospettive su una verità, e la verità, a discapito del titolo del libro, non è il "morire" ma "l'essere nato e il dover vivere". Ed è proprio il monologo di Addie, la morta, riportato "mentre moriva", ma piazzato postumo da Faulkner, la chiave di lettura di tutto il romanzo: Scopo della vita è quello di restare morti per molto tempo. Un monologo con tutto il dolore e il rancore per una vita non desiderata e imposta dal padre prima e dal marito poi. Una vita fatta di odio verso tutto e tutti, in primis verso i suoi familiari, segni concreti della sua infelicità. Bellissima e piena di pessimismo la teoria sulla vacuità del linguaggio, espressa da Addie: le parole non servono a nulla, le parole non corrispondono mai a ciò che tentano di dire. le parole servono solo a riempire il vuoto.
    Un giorno stavo parlando con Cora. Si mise a pregare per me perché credeva che fossi cieca al peccato, e voleva che anch'io m'inginocchiassi a pregare, perché la gente per cui il peccato è solo una questione di parole per loro anche la salvezza non è altro che parole.

    E mentre scrivevo pensavo a quanti pensieri, quante riflessioni, quanta ricchezza concentrati in un romanzo così breve.

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  • 5

    Mentre leggevo...

    ...pensavo a Joyce e a tutta la sperimentazione linguistica del postmoderno, pensavo a Verga, ai Malavoglia, ovvero l'invenzione dell'impersonalità, pensavo alla fatica di capire, di sapere dove Faul ...continue

    ...pensavo a Joyce e a tutta la sperimentazione linguistica del postmoderno, pensavo a Verga, ai Malavoglia, ovvero l'invenzione dell'impersonalità, pensavo alla fatica di capire, di sapere dove Faulkner va a parare, alla costruzione corale e monologante...alla lettura stringente, circolare, in ascesa; pensavo alla voce della letteratura ovvero il linguaggio proprio dell'autore, ricercatissimo, elaborato, per nulla voce contadina o elementare ...ma allo stesso tempo, magicamente...sì, la voce stessa, sapiente e strampalata di Darl, ottusa e monocorde di Anse Bundren, dolente e consapevole della morente Addie, ingenua e tenace di Dewey Dell, scontrosa e aggressiva di Jewel, incantata e onirica del piccolo Vandarman, devota e obbediente al destino di Cash.
    E pensavo che la storia stessa, con la sua potenza simbolica e visionaria, la sua trama elementare un po'alla volta mi aveva preso, piegato e vinto. Straordinariamente e per quella magia implicita al linguaggio narrativo.
    E tuttavia "pensavo a come le parole vanno su dritte in una linea sottile, rapida e innocua, e a come sia terribile che il fare proceda lungo la terra, rimanendoci aggrappato..." e a come solo nella letteratura il dire e il fare perfettamente sappiano coincidere in modo che nel bene e nel male l'equilibrio sia sempre e sempre sarà perfetto.

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  • 5

    Don Chisciotte nella Contea di Yoknapatawpha

    La raffica di romanzi di Faulkner pubblicati tra il 1929 (l’Urlo e il furore) e il 1932 (Luce d’Agosto) ha un che di sorprendente: si tratta con assoluta certezza di alcuni tra i più grandi capolavor ...continue

    La raffica di romanzi di Faulkner pubblicati tra il 1929 (l’Urlo e il furore) e il 1932 (Luce d’Agosto) ha un che di sorprendente: si tratta con assoluta certezza di alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura americana. Devo ancora leggere “Santuario” (1931), ma questo “Mentre Morivo” (1930) non è inferiore ai 2 che aprono e chiudono questo fantastico quartetto e che ho letto da poco.
    La scena dello sgangherato carretto funebre trainato da una pariglia di esausti muli, che entra a Jefferson (sulle cui strade già scorrono alcune automobili) trasportando la salma putrefatta e maleodorante di Addie Bundren, sulla cui bara il primogenito Cash (che l’ha costruita al di là della stanza in cui la madre esalava gli ultimi respiri tra continui rumori di sega e martellate) è immobilizzato con una gamba ingessata dal cemento, accompagnato da una famiglia di pazzi, arrivati fin lì trascinati dalla folle ostinazione del padre e neo-vedovo Anse Bundren, e dal volo di avvoltoi attirati da quell’odore di putrefazione, passati attraverso tempeste che hanno fatto crollare ponti, e incendi che hanno distrutto fienili in cui sostavano nel corso di questo ultimo viaggio (una prova di tenacia e di ostinata follia contro i 4 elementi: l’acqua dell’inondazione, l’aria mefitica che si sprigiona dalla bara e quella del cielo da cui piombano gli avvoltoi attratti da quei miasmi, il fuoco dell’incendio, e la terra, quella da percorrere nel viaggio, spesso ridotta a insidiosa fanghiglia, e quella che dovrà ricoprire la bara, come meta finale), hanno un che di epico, di eroico, e di farsesco tali da riportarmi alla mente nientemeno che il Don Chisciotte.
    E’, come gli altri del resto, un romanzo a più voci, quelle dei protagonisti (i più o meno folli componenti della famiglia Bundren) e quelle di comprimari, più o meno occasionali, che narrano in prima persona ognuno con una voce propria, diversa, e un diverso modo di vedere le cose, questo viaggio che sembra quasi un’anabasi o una piccola odissea, quella di un cadavere cui era stato promesso di essere sepolto nella sua città di origine.
    Ma attraverso la scomposizione la ricomposizione (che ne farà il lettore) di questa piccola storia, continuamente in bilico tra la fosca tragedia e la grottesca farsa, Faulkner non perde l’occasione per descriverci l’America degli stati del Sud, le sue contraddizioni, i suoi profondi contrasti, la mentalità superstiziosa, bigotta, contadina dei suoi abitanti bianchi e negri, così vicini e così distanti nella loro netta separazione. Attingendo a piene mani da Twain, da Hawthorne e da Melville, oltre che da Joyce, Faulkner lascia un’impronta indelebile della immaginaria Contea di Yoknapatawpha come immagine universale dell’America rurale degli Stati del Sud nelle nostre menti, nel cinema (al quale collaborerà proprio a partire da quegli anni, in veste di sceneggiatore), e persino nei fumetti.
    Proprio in questi ultimi tempi Repubblica sta ripubblicando ogni sabato i primi storici numeri di Linus. Come non ritrovare nelle storie di Li’l Abner di Al Capp e della sua “Dogpatch” con tutti suoi strambi abitanti, o nelle strisce di “Pogo” di Walt Kelly una traccia di questa impronta?

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  • 5

    Scrittura superba. I personaggi entrano in scena ad uno ad uno come a teatro o come fotogrammi di un film, ruvidi e terribili rappresentano la dura vita dei pionieri, aridi e terribili come la loro te ...continue

    Scrittura superba. I personaggi entrano in scena ad uno ad uno come a teatro o come fotogrammi di un film, ruvidi e terribili rappresentano la dura vita dei pionieri, aridi e terribili come la loro terra. Uomini e donne abbrutiti dalla continua lotta con la natura a cui si adeguano I sentimenti violenti e primordiali

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  • 4

    Le nuvole che incombono, gli avvoltoi che volano in cerchio, l'odore insopportabile di un corpo in disfacimento in viaggio su un carretto, nel ventre caldo del Mississippi. E poi il rumore della sega ...continue

    Le nuvole che incombono, gli avvoltoi che volano in cerchio, l'odore insopportabile di un corpo in disfacimento in viaggio su un carretto, nel ventre caldo del Mississippi. E poi il rumore della sega e del martello che riempie lo spazio mentre la futura ospite assiste dalla finestra del suo letto di morte alla costruzione della propria bara.
    Quello che Faulkner tratteggia è un mondo atemporale, gretto e imbevuto di iper religiosità. Luogo così fuori sincronia rispetto al resto che soltanto nel finale, con l'arrivo in paese, il lettore torna ad essere consapevole del quadro storico.

    E' affascinante la maestria con cui l'autore riesce a ricomporre il contesto narrativo e la storia attraverso la giustapposizione dei flussi di coscienza dei personaggi che si alternano tra i corti capitoli. Scelta destrutturante, che rende il testo a tratti straniante e di difficile comprensione, in grado però di ispessire i personaggi, di preservarli dalla banalità superficiale di ciò che rappresentano.

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  • 3

    Mi sarebbe bastato uno spunto piccolino per allucinare il carro di Elio. O di Elia, volendo. Ma niente: qui Ade, le sue bighe e i suoi linguaggi e lignaggi oscuri t'incubano. E tu zitta, lì, tra bibli ...continue

    Mi sarebbe bastato uno spunto piccolino per allucinare il carro di Elio. O di Elia, volendo. Ma niente: qui Ade, le sue bighe e i suoi linguaggi e lignaggi oscuri t'incubano. E tu zitta, lì, tra biblici cavalli e cavalieri in acque infide; il massimo a cui aspirare è un incendio fatuo. Mi impegno ad ossequiare religiosamente e per sempre WF: io lo Prometeo. Ma non proseguo per Jefferson.

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