Mientras agonizo

By

Publisher: Anagrama

4.3
(1159)

Language: Español | Number of Pages: 244 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , French , Italian , German , Portuguese , Turkish

Isbn-10: 8433973207 | Isbn-13: 9788433973207 | Publish date:  | Edition 1

Also available as: Paperback , Others , Hardcover

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

Do you like Mientras agonizo ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free
Book Description
Sorting by
  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    "You'll get pie in the sky when you die. (That's a lie)

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui ...continue

    Mentre morivo assomiglia a L'urlo e il furore: è un esperimento narrativo fatto di monologhi interiori a più voci ed è la storia di una famiglia i cui componenti sono l'uno contro l'altro. Anche qui il racconto è portato avanti dai personaggi che illustrano l'azione secondo la propria prospettiva e contemporaneamente riflettono su ciò che l'azione stessa rappresenta per loro.
    L'azione è molto semplice: la madre muore e, secondo i suoi desideri, la poverissima famiglia Bundren, su un carro scassatissimo, parte per seppellire il corpo a quaranta km di distanza, nella città natale di Jefferson; ma il viaggio, avversato da maltempo e inondazioni, si rivela una vera e propria odissea, con tanto di incendio, incidenti, perdite e vicissitudini varie. Alla fine, giunti al termine del loro viaggio, sepolta la donna e spedito in manicomio il figlio scomodo (l'unico che nella sua lucida follia capisce fin da subito la stupidità del viaggio e l'unico capace di profonde riflessioni sull'esistenza), la famiglia si riunisce, l'inconsolabile padre vedovo trova una nuova moglie, ciascuno trova una sorta di gratificazione e la vita riprende.
    Ma il racconto non è tanto una storia di disastri e di una nobile missione compiuta nonostante le avversità. E non è neppure solo la commedia grottesca del viaggio e delle situazioni paradossali in cui si ritrovano i Bundren, come ad esempio le peripezie per recuperare la bara travolta dalle acque del fiume e i maldestri tentativi di restauro della cassa, gli avvoltoi che sorvolano la salma in putrefazione, il cemento usato per aggiustare la gamba rotta del figlio maggiore... Insomma, una serie di situazioni tragicomiche sulle quali, a peggiorare le cose, aleggiano un forte egoismo di tutti, un senso della religiosità più vicino al senso delle convenzioni sociali e la superstizione.
    Il romanzo è soprattutto lo studio psicologico di diverse prospettive su una verità, e la verità, a discapito del titolo del libro, non è il "morire" ma "l'essere nato e il dover vivere". Ed è proprio il monologo "mentre moriva" (ma piazzato postumo da Faulkner) della morta, Addie, la chiave di lettura di tutto il romanzo: Scopo della vita è quello di restare morti per molto tempo. Un monologo con tutto il dolore e il rancore per una vita non desiderata e imposta dal padre prima e dal marito poi. Una vita fatta di odio verso tutto e tutti, in primis verso i suoi familiari, segni concreti della sua infelicità. Bellissima e piena di pessimismo la teoria sulla vacuità del linguaggio, espressa da Addie: le parole non servono a nulla, le parole non corrispondono mai a ciò he tentano di dire. le parole servono solo a riempire il vuoto.
    Un giorno stavo parlando con Cora. Si mise a pregare per me perché credeva che fossi cieca al peccato, e voleva che anch'io m'inginocchiassi a pregare, perché la gente per cui il peccato è solo una questione di parole per loro anche la salvezza non è altro che parole.

    E mentre scrivevo pensavo a quanti pensieri, quante riflessioni, quanta ricchezza concentrati in un romanzo così breve.

    said on 

  • 5

    Mentre leggevo...

    ...pensavo a Joyce e a tutta la sperimentazione linguistica del postmoderno, pensavo a Verga, ai Malavoglia, ovvero l'invenzione dell'impersonalità, pensavo alla fatica di capire, di sapere dove Faul ...continue

    ...pensavo a Joyce e a tutta la sperimentazione linguistica del postmoderno, pensavo a Verga, ai Malavoglia, ovvero l'invenzione dell'impersonalità, pensavo alla fatica di capire, di sapere dove Faulkner va a parare, alla costruzione corale e monologante...alla lettura stringente, circolare, in ascesa; pensavo alla voce della letteratura ovvero il linguaggio proprio dell'autore, ricercatissimo, elaborato, per nulla voce contadina o elementare ...ma allo stesso tempo, magicamente...sì, la voce stessa, sapiente e strampalata di Darl, ottusa e monocorde di Anse Bundren, dolente e consapevole della morente Addie, ingenua e tenace di Dewey Dell, scontrosa e aggressiva di Jewel, incantata e onirica del piccolo Vandarman, devota e obbediente al destino di Cash.
    E pensavo che la storia stessa, con la sua potenza simbolica e visionaria, la sua trama elementare un po'alla volta mi aveva preso, piegato e vinto. Straordinariamente e per quella magia implicita al linguaggio narrativo.
    E tuttavia "pensavo a come le parole vanno su dritte in una linea sottile, rapida e innocua, e a come sia terribile che il fare proceda lungo la terra, rimanendoci aggrappato..." e a come solo nella letteratura il dire e il fare perfettamente sappiano coincidere in modo che nel bene e nel male l'equilibrio sia sempre e sempre sarà perfetto.

    said on 

  • 5

    Don Chisciotte nella Contea di Yoknapatawpha

    La raffica di romanzi di Faulkner pubblicati tra il 1929 (l’Urlo e il furore) e il 1932 (Luce d’Agosto) ha un che di sorprendente: si tratta con assoluta certezza di alcuni tra i più grandi capolavor ...continue

    La raffica di romanzi di Faulkner pubblicati tra il 1929 (l’Urlo e il furore) e il 1932 (Luce d’Agosto) ha un che di sorprendente: si tratta con assoluta certezza di alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura americana. Devo ancora leggere “Santuario” (1931), ma questo “Mentre Morivo” (1930) non è inferiore ai 2 che aprono e chiudono questo fantastico quartetto e che ho letto da poco.
    La scena dello sgangherato carretto funebre trainato da una pariglia di esausti muli, che entra a Jefferson (sulle cui strade già scorrono alcune automobili) trasportando la salma putrefatta e maleodorante di Addie Bundren, sulla cui bara il primogenito Cash (che l’ha costruita al di là della stanza in cui la madre esalava gli ultimi respiri tra continui rumori di sega e martellate) è immobilizzato con una gamba ingessata dal cemento, accompagnato da una famiglia di pazzi, arrivati fin lì trascinati dalla folle ostinazione del padre e neo-vedovo Anse Bundren, e dal volo di avvoltoi attirati da quell’odore di putrefazione, passati attraverso tempeste che hanno fatto crollare ponti, e incendi che hanno distrutto fienili in cui sostavano nel corso di questo ultimo viaggio (una prova di tenacia e di ostinata follia contro i 4 elementi: l’acqua dell’inondazione, l’aria mefitica che si sprigiona dalla bara e quella del cielo da cui piombano gli avvoltoi attratti da quei miasmi, il fuoco dell’incendio, e la terra, quella da percorrere nel viaggio, spesso ridotta a insidiosa fanghiglia, e quella che dovrà ricoprire la bara, come meta finale), hanno un che di epico, di eroico, e di farsesco tali da riportarmi alla mente nientemeno che il Don Chisciotte.
    E’, come gli altri del resto, un romanzo a più voci, quelle dei protagonisti (i più o meno folli componenti della famiglia Bundren) e quelle di comprimari, più o meno occasionali, che narrano in prima persona ognuno con una voce propria, diversa, e un diverso modo di vedere le cose, questo viaggio che sembra quasi un’anabasi o una piccola odissea, quella di un cadavere cui era stato promesso di essere sepolto nella sua città di origine.
    Ma attraverso la scomposizione la ricomposizione (che ne farà il lettore) di questa piccola storia, continuamente in bilico tra la fosca tragedia e la grottesca farsa, Faulkner non perde l’occasione per descriverci l’America degli stati del Sud, le sue contraddizioni, i suoi profondi contrasti, la mentalità superstiziosa, bigotta, contadina dei suoi abitanti bianchi e negri, così vicini e così distanti nella loro netta separazione. Attingendo a piene mani da Twain, da Hawthorne e da Melville, oltre che da Joyce, Faulkner lascia un’impronta indelebile della immaginaria Contea di Yoknapatawpha come immagine universale dell’America rurale degli Stati del Sud nelle nostre menti, nel cinema (al quale collaborerà proprio a partire da quegli anni, in veste di sceneggiatore), e persino nei fumetti.
    Proprio in questi ultimi tempi Repubblica sta ripubblicando ogni sabato i primi storici numeri di Linus. Come non ritrovare nelle storie di Li’l Abner di Al Capp e della sua “Dogpatch” con tutti suoi strambi abitanti, o nelle strisce di “Pogo” di Walt Kelly una traccia di questa impronta?

    said on 

  • 5

    Scrittura superba. I personaggi entrano in scena ad uno ad uno come a teatro o come fotogrammi di un film, ruvidi e terribili rappresentano la dura vita dei pionieri, aridi e terribili come la loro te ...continue

    Scrittura superba. I personaggi entrano in scena ad uno ad uno come a teatro o come fotogrammi di un film, ruvidi e terribili rappresentano la dura vita dei pionieri, aridi e terribili come la loro terra. Uomini e donne abbrutiti dalla continua lotta con la natura a cui si adeguano I sentimenti violenti e primordiali

    said on 

  • 4

    Le nuvole che incombono, gli avvoltoi che volano in cerchio, l'odore insopportabile di un corpo in disfacimento in viaggio su un carretto, nel ventre caldo del Mississippi. E poi il rumore della sega ...continue

    Le nuvole che incombono, gli avvoltoi che volano in cerchio, l'odore insopportabile di un corpo in disfacimento in viaggio su un carretto, nel ventre caldo del Mississippi. E poi il rumore della sega e del martello che riempie lo spazio mentre la futura ospite assiste dalla finestra del suo letto di morte alla costruzione della propria bara.
    Quello che Faulkner tratteggia è un mondo atemporale, gretto e imbevuto di iper religiosità. Luogo così fuori sincronia rispetto al resto che soltanto nel finale, con l'arrivo in paese, il lettore torna ad essere consapevole del quadro storico.

    E' affascinante la maestria con cui l'autore riesce a ricomporre il contesto narrativo e la storia attraverso la giustapposizione dei flussi di coscienza dei personaggi che si alternano tra i corti capitoli. Scelta destrutturante, che rende il testo a tratti straniante e di difficile comprensione, in grado però di ispessire i personaggi, di preservarli dalla banalità superficiale di ciò che rappresentano.

    said on 

  • 3

    Mi sarebbe bastato uno spunto piccolino per allucinare il carro di Elio. O di Elia, volendo. Ma niente: qui Ade, le sue bighe e i suoi linguaggi e lignaggi oscuri t'incubano. E tu zitta, lì, tra bibli ...continue

    Mi sarebbe bastato uno spunto piccolino per allucinare il carro di Elio. O di Elia, volendo. Ma niente: qui Ade, le sue bighe e i suoi linguaggi e lignaggi oscuri t'incubano. E tu zitta, lì, tra biblici cavalli e cavalieri in acque infide; il massimo a cui aspirare è un incendio fatuo. Mi impegno ad ossequiare religiosamente e per sempre WF: io lo Prometeo. Ma non proseguo per Jefferson.

    said on 

  • 5

    Non c'era altro da fare

    “Ecco che cosa intendo con il grembo del tempo: il tormento e la sofferenza delle ossa che si aprono, la dura cintura entro cui giacciono le viscere degli eventi”.

    Mentre Morivo è un romanzo polifonic ...continue

    “Ecco che cosa intendo con il grembo del tempo: il tormento e la sofferenza delle ossa che si aprono, la dura cintura entro cui giacciono le viscere degli eventi”.

    Mentre Morivo è un romanzo polifonico che tratta il tema del passaggio dalla vita alla morte in modo intenso e coinvolgente, emozionante fino al metafisico, spingendo il lettore a fare esperienza interiore di un viaggio, un addio, un passaggio: un attraversamento che muove ideali sublimi e angosce silenziose, esprimendo un cammino all'interno di una tradizione metaforica biblica e omerica, con simbolismo epico e corale, tonalità tragica e ossessiva, stile inconcluso e controverso, solenne e umile: un Faulkner che raddoppia il respiro e svuota l'animo di tenebre. Faulkner scrisse As i lay dying quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell'Università di Oxford, nel Mississippi, e vi si dedicava "nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta". Di cosa è fatto questo testo: forme diverse di contenere il lutto, di elaborare la sostanza del dolore e la voce della mancanza, l'assenza di quella natura singolare che accoglieva così umanamente il sentimento vitale, la solitudine che conquista ogni spazio emotivo. C'è una famiglia alla quale appartiene il genere umano, intorno alla donna e madre che se ne va dopo essersi preparata per una vita: il padre autentico e autorevole, semplice e pieno di pathos, il primogenito fedele dalla fisicità morale, il figlio prediletto nato fuori del matrimonio, portatore del sacro e della salvezza, di sacrificio e oltraggio, il diverso disadattato, reduce dalla guerra, indesiderato, il sangue estraneo, folle e veggente e internato, il bambino puro e innocente, ma già contaminato, la figlia curiosa, ribelle e selvaggia. Una composizione psicologica e affettiva, dove la passione e i legami e le azioni portano il racconto a trascendere l'uomo usando strumenti concreti e terreni, corporei e essenziali, in un circolo rituale di orrore e purificazione, maledizione e religione; invece di disgregarsi nell'avversione, rinnovano un'incontrastata volontà di credere e condividere. Mentre lei va nell'Ade, nella sepoltura i loro atti d'amore le chiudono gli occhi. Promesse e desiderio guidano le anime notturne e smarrite dei personaggi, orgoglio e paura ne decidono il destino, amore e follia disegnano la loro avventura, avanti e indietro nel tempo, fuori e dietro la coscienza. Così il flusso della narrazione risveglia da un sogno sospingendo in un incubo, e poi di nuovo l'inconscio apre le porte di una fiaba, penetra alle soglie estreme del pensiero, in un altro sogno, e non sai nemmeno dove siano i confini, e se il libro sia davvero finito, se abbia senso in questo caso la parola fine. In questa storia c'è un dono segreto fatto di eternità e perdono, una redenzione interpretata dalla terra oscura che parla una lingua senza voce, e così è un necessario merito riceverne il beneficio e la grazia, tra acqua e fuoco, dimenticando di chi sei figlio o figlia.

    “Così mi presi Anse. E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c'era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto. Mi resi conto che così era stato, non che avessero il naso sporco, ma che avevamo dovuto usarci l'un l'altro con parole, appesi per la bocca come ragni a una trave, che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai, e che solo attraverso le spinte del maschio il mio sangue e il loro potevano scorrere come un solo flusso. Mi resi conto che così era stato, non che il mio essere sola andava violato in continuazione tutti i giorni, ma che non era mai stato violato finché non era arrivato Cash. Neppure da Anse la notte”.

    said on 

Sorting by