Most na Drini

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Publisher: Delo

4.2
(927)

Language: Slovenščina | Number of Pages: 316 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) English , Italian , Catalan , German , French , Croatian , Spanish , Portuguese , Galego , Polish

Isbn-10: 9616332163 | Isbn-13: 9789616332163 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , History , Political

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Book Description
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  • 5

    Romanzo scritto con uno stile impeccabile che, unito ad una narrazione a tratti cruda e a tratti poetica, cattura il lettore fin dalle prime pagine.

    said on 

  • 3

    Ammetto, ho fatto parecchia fatica con questo libro. Di solito amo molto tutto quel che è storico, ma questo mi sembra diverso, forse mi aspettavo altro. Nulla da ridire sulla scrittura, bella, a trat ...continue

    Ammetto, ho fatto parecchia fatica con questo libro. Di solito amo molto tutto quel che è storico, ma questo mi sembra diverso, forse mi aspettavo altro. Nulla da ridire sulla scrittura, bella, a tratti anche angosciate per la brutalità di certi episodi. Ribadisco un libro non semplice e nemmeno facile da valutare. Ma probabilmente dovrebbe essere letto da tutti!

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  • 5

    Uno di quei libri che ogni tanto rileggo, dall'inizio alla fine o saltellando tra episodi e personaggi. Cinque secoli di Storia e di storie vissute da un ponte. Ed è affascinante e utile quando il pro ...continue

    Uno di quei libri che ogni tanto rileggo, dall'inizio alla fine o saltellando tra episodi e personaggi. Cinque secoli di Storia e di storie vissute da un ponte. Ed è affascinante e utile quando il protagonista o il narratore è un oggetto, tanto in narrativa quanto nei diversi ambiti scientifici.

    said on 

  • 5

    Un romanzo che somiglia molto a una raccolta di racconti: solo un personaggio, non umano, è presente dall'inizio alla fine della storia: il ponte stesso.
    Si racconta della sua costruzione, quasi della ...continue

    Un romanzo che somiglia molto a una raccolta di racconti: solo un personaggio, non umano, è presente dall'inizio alla fine della storia: il ponte stesso.
    Si racconta della sua costruzione, quasi della sua "nascita", accompagnata dal dolore come accade alle nascite, nel sedicesimo secolo, e poi della storia della cittadina che vi si crea intorno, e dei suoi abitanti, fino allo scoppio della prima guerra mondiale. I personaggio umani del romanzo si agitano, come tutti noi, in varie attività e sono preda di indicibili passioni - osservati con distacco dal narratore, che ci trasmette quasi l'impassibilità del ponte stesso, il quale assiste quasi immutabile alla vita e alla morte dei suoi ospiti (anche il ponte, ci dice l'autore, ha un suo ciclo vitale, ma su tempi talmente lunghi che anche diverse generazioni di umani non percepiscono i suoi cambiamenti).
    Il romanzo si chiude con l'esplosione del ponte, in seguito all'inizio della prima guerra mondiale, simbolo dello scatenamento della follia collettiva, che all'autore sembrava inaudita.
    (Purtroppo quello stesso ponte, ricostruito, fu teatro di altre follie diversi decenni dopo la scrittura del romanzo.)

    said on 

  • 5

    A partire dal 1500 fino al 1913 (alle soglie della Grande Guerra), il romanzo ci accompagna lungo quattrocento anni di storia, e sebbene il teatro delle vicende sia una piccola cittadina della Bosnia ...continue

    A partire dal 1500 fino al 1913 (alle soglie della Grande Guerra), il romanzo ci accompagna lungo quattrocento anni di storia, e sebbene il teatro delle vicende sia una piccola cittadina della Bosnia (Visegrad), il racconto ha una dimensione universale.
    Con il suo stile sobrio, senza fronzoli, ma dal respiro epico, Andric narra l’intrecciarsi di destini, commerci, religioni, culture, ed evoca i racconti e le leggende connessi con l’origine e la costruzione del ponte, nei quali si mescolano e si intrecciano inestricabilmente la fantasia e la realtà, la verità e il sogno.

    http://youtu.be/0NIo0z5q7oU

    A Visegrad c'è un ponte, un ponte sulla Drina; un ponte fra la Serbia e la Bosnia; un ponte fra il mondo cristiano e quello musulmano; un ponte fra l'Oriente e l'Occidente. C'è un ponte (come in ogni altro dove) fra il passato e il futuro.
    Su quel ponte sbocciano i primi sogni d'amore, i primi approcci, i primi incontri. Lì si svolgono anche i primi lavori e gli affari, i litigi e gli accordi; gli appuntamenti e le attese. Lì vengono messe in vendita le prime ciliege, i meloni, il pane caldo e un'antica bevanda turca calda e dolce. Ma quello è anche il luogo in cui si ritrovano i mendicanti, gli storpi, i giovani, i sani e tutti coloro che hanno da mettere in mostra loro stessi o qualsiasi altra cosa: sia essa un abito o un'arma.
    E dunque tutto corre e scorre su quel ponte, e la Drina tutto vede e tutto ricorda e tutto racconta.
    Prima del ponte, invece, c'era stato, nei pressi di Visegrad, un traghetto o meglio un vecchio battello nero con sopra un traghettatore burbero.
    Il fiume Drina veniva attraversato da molti, anche dai turchi. Arrivavano i turchi, prendevano i bambini cristiani, come "tributo di sangue", e li portavano a Istanbul.
    In un giorno di novembre del 1516, fra gli altri, venne rapito un bambino di cui, molte leggende, narrate in lingue diverse, narrano ancora oggi.
    Il bambino rapito, come tutti gli altri, tutto dimenticò: il suo nome, la faccia di sua madre e il passaggio sulla Drina, là sotto Visegrad. Eppure qualcosa in lui rimase.
    Il bambino divenne un ragazzo, il ragazzo un uomo. Mehemed Pascià Sokoli divenne il suo nome; ed egli divenne comandante supremo della flotta e genero dell'imperatore e statista di fama mondiale. Ogni tanto però un dolore gli trafiggeva il petto.
    Con il passare degli anni e con l'avvicinarsi della vecchiaia, sempre più frequente si manifestava in lui quello strano dolore; strano perché ben diverso da tutte le pene e i dolori conosciuti nella vita.
    Poi un giorno capì!
    Capì che l'unico modo per alleviare quel dolore era costruire un ponte; un ponte in grado di legare per sempre il luogo della sua origine e quello della sua vita; di legare per sempre la Bosnia all'Oriente.
    Così per ordine del "visir" Mehemed Pascià Sokoli ebbe inizio la costruzione del grande ponte sulla Drina.
    Ci vollero anni e fatica e sangue.
    Sangue cristiano e sangue turco per costruire un ponte su quella terra ancor oggi tanto tormentata.

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  • 5

    Cos'è un punte? Un filo che unisce o un simbolo di ciò che è separato? Un'arcata che si slancia oltre le acque o uno spazio fermo sull'impeto del fiume? E può essere, un ponte, protagonista di un gran ...continue

    Cos'è un punte? Un filo che unisce o un simbolo di ciò che è separato? Un'arcata che si slancia oltre le acque o uno spazio fermo sull'impeto del fiume? E può essere, un ponte, protagonista di un grande romanzo? Il ponte di Andric è un nodo di incontri: voluto da un visir strappato alle braccia di una madre bosniaca e costruito col sudore delle corveé dei cristiani, è per secoli il luogo attorno al quale scorre la vita della cittadina e sul quale si annunciano e si svolgono i grandi avvenimenti. Ma è la stessa Bosnia ad essere un ponte tra cristiani, musulmani, ebrei; tra oriente e occidente, tra tradizione e modernità, ricchezza e povertà. Molti conflitti si incrociano sulle undici campate, di molte morti è testimone, di parole che non si comprendono e abitudini che contrastano. Ma solo la Grande Guerra è capace di interromperlo, di farlo franare portandosi dietro un tentativo di vita di comunità, una febbre di stare insieme a fumare sul 'sofà', un desiderio di ascoltare prima ancora di parlare, una cornucopia di storie intrecciate. E ci vorrà meno di un secolo per far crollare un altro ponte simbolico, quello di Mostar, nell'immane frana che ha polverizzato la ex Jugoslavia, travolto la Bosnia nel suo progetto di convivenza e dato quei frutti amari che ancora ci inacidiscono il pasto oggi. Il primo 'scontro di civiltà' che ha insanguinato gli ultimi decenni, contrapponendo cristiani e musulmani, è avvenuto qui, nel cuore dell'Europa. E Andric sembra saperlo mentre, con soave ironia e tenerezza, fotografa un mondo che inizia la sua lunga agonia.

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  • 4

    Un affresco fatto di tante storie che attraversano i secoli, la vita quotidiana della comunità di Višegrad, narrata in una polifonia di tanti personaggi, gente comune, semplice che vive attraverso le ...continue

    Un affresco fatto di tante storie che attraversano i secoli, la vita quotidiana della comunità di Višegrad, narrata in una polifonia di tanti personaggi, gente comune, semplice che vive attraverso le vicende e i travagli di una storia più grande di loro, che li sovrasta, li trascina, li sommerge nella sua corrente, nei i suoi gorghi, così come scorre impetuosa la Drina, il fiume sul quale si distende il ponte a undici arcate, l’opera magnifica e pia fatta costruire da Mehmed Pascià Sokolović, protagonista costantemente presente. Diceva Ivo Andrić in un altro racconto che la Bosnia è la terra dell’odio. Forse, alla luce di quanto è successo in Bosnia tra il 1992 ed il 1995, questa frase sembrerebbe profetica. La storia che si scorge quasi di sfuggita leggendo il bellissimo racconto de “Il Ponte sulla Drina” è una storia violenta, una storia di ingiustizie e soprusi ripetuti ai danni dei “vinti”, di “vincitori” che diventano a loro volta vinti, e per la legge del contrappasso si vedono ripagare con la stessa moneta di ingiustizia e di sangue dagli ex vinti. Quattro comunità che sono quattro etnie (bosniaci, serbi, croati, ebrei) che parlano una stessa lingua, hanno le medesime caratteristiche fisiche, ma vestono diversamente , che vivono a contatto tra loro, inevitabilmente, ma non si fondono tra loro e se possono, tranne rari casi, si ignorano, perché hanno quattro fedi (islamica, ortodossa, cattolica, ebraica) che sono esclusive tra loro. Nei momenti critici si sono ripetutamente massacrate, alternativamente, secondo il moto pendolare dei vincitori e dei vinti.
    Su tutto campeggia la violenta dominazione ottomana, a cominciare dal XV secolo, che da l’incipit al movimento pendolare della violenza a corrente alternata, una dominazione brutale, pesante, esercitata con il terrore e con sadismo. Il ponte stesso viene costruito esercitando la violenza e il terrore sulla comunità serbo ortodossa. Un opera pia, un opera che nelle intenzioni degli islamici è come una preghiera, viene fatta però con il sopruso, la violenza cieca, la sopraffazione. Esemplare è l’episodio dell’impalamento di Radisav di Unište, il contadino ribelle. Andrić non ci risparmia nulla dell’orrore, con una descrizione quasi scientifica dell’esecuzione (operata, guarda un po’, per la gioia di Salvini, da boia zingari) con un raccapriccio che la lettura trasmette integralmente e da l’esatta misura di quanto nella memoria popolare si sia depositato attraverso i ricordi, i racconti di quella violenza antica e sadica, che ha caricato come una molla l’odio che si sarebbe espresso alla prima occasione favorevole, ripagando ampiamente gli antichi vincitori. Quanto è rimasto nel ricordo, sedimentando l’odio di generazione in generazione, della terribile pratica del devscirme, il terribile tributo del sangue imposto dagli ottomani alle popolazioni cristiane per cui, periodicamente, i loro figli piccoli venivano strappati via per essere portati a Istambul, dove venivano educati nell’Islam e diventavano i temibili giannizzeri, oppressori futuri del loro popolo? In occasione di un suo viaggio fatto in Serbia nella prima metà del XIX secolo, Lamartine ebbe modo di vedere bambini colpiti da gravi malformazioni: storpi, orbi, senza braccia. Gli fu risposto che quella era la tecnica di difesa dello loro madri per sottrarli al rapimento ottomano: “Meglio storpiarli che farne degli assassini” dicevano le madri. Lo stesso Mehmed Pascià Sokolović, colui che volle il ponte, fu una vittima del devscirme, in quanto era un bambino serbo di dieci anni, rapito dai turchi da un villaggio di nome Sokolovići.
    Solo che i vincitori vinti, ironia della storia, non sono i turchi ottomani, che lentamente si ritireranno dalla Bosnia e dai Balcani, ma i bosniaci musulmani. L’odio degli “altri” si riverserà su di loro, anche se non si sono macchiati di alcun delitto, né hanno mai partecipato alla violenza terroristica dei turchi. Sono solo colpevoli di essere musulmani. La lingua è pressoché la stessa degli “altri”, i lineamenti fisici anche; non sono turchi, sono slavi a tutti gli effetti. Il caso ha fatto sì che fossero capitati su sponde “differenti”: il fratello di Mehmed Pascià Sokolović sarà metropolita ortodosso di Peć, Makarije Sokolović. Molti bosniaci diventeranno musulmani senza violenza, passando all’Islam, magari per conservare le proprietà e non subire le pesanti discriminazioni. Oppure abbracceranno la fede islamica per reazione ai soprusi degli Asburgo o degli Ungheresi cattolici. In Bosnia v’era la Chiesa Bogomila, una particolare confessione cristiana per molti versi simile alla Chiesa Catara. Immaginarsi dunque le pressioni dei potenti vicini cattolici. L’ultima regina della Bosnia, Caterina Katromanić era bogomila. Dopo la catastrofe del 1463, persi i figli prigionieri dei turchi e passati all’Islam, come moltissimi notabili che preferirono l’Islam invece della Chiesa Romana e degli Asburgo, Caterina fuggì e si rifugiò a Roma, dove si convertì al cattolicesimo e affidò simbolicamente la corona di Bosnia al papa. È sepolta all’Ara Coeli e spero di vederne la tomba la prossima volta che vado a Roma.
    Andrić con il racconto ci accompagna fino al 1914, dopo che la Bosnia è stata annessa all’impero Austro-Ungarico nel 1908, e qui ci lascia, mentre inizia la guerra e si scatena la violenza dei Serbi e la ritorsione degli Asburgo, lasciandoci come un oscuro presagio…

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  • 0

    Interessante seguire le vicende che ruotano attorno a questo ponte ricco di storia. Andric scrive indubbiamente bene e sa coniugare con perizia sia i grandi avvenimenti e li piccole vicissitudini pers ...continue

    Interessante seguire le vicende che ruotano attorno a questo ponte ricco di storia. Andric scrive indubbiamente bene e sa coniugare con perizia sia i grandi avvenimenti e li piccole vicissitudini personali di coloro che stanno vicino a questo manufatto.

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  • 4

    Non ricordo come sono arrivato a questo libro, ho la vaga sensazione di aver seguito un consiglio letterario di Paolo Rumiz e ho sempre il vago ricordo che Rumiz scrivesse che questo libro racconta mo ...continue

    Non ricordo come sono arrivato a questo libro, ho la vaga sensazione di aver seguito un consiglio letterario di Paolo Rumiz e ho sempre il vago ricordo che Rumiz scrivesse che questo libro racconta molto meglio di qualunque altro testo attuale le motivazioni che hanno portato, negli anni ’90, alla tragedia della guerra (o meglio delle guerre) in Yugoslavia.
    Non so se mi sono sognato questa citazione, ma è sicuramente vero che questo lungo racconto ha la capacità di seguire la storia di un Paese attraverso la storia del suo ponte, da quando viene costruito fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale. Storie di popoli e di nazioni che si intersecano con le storie minute delle persone e delle famiglie, delle loro cose, dei loro desideri e delle loro aspirazioni. E come sempre, seguendo un racconto scritto con grande compassione come Andric riesce a fare, si scopre che i colori netti non esistono mai in natura, che tutti sono un po’ meschini e un po’ eroi, che nessuna comunità è scevra da colpe, che la convivenza è sempre difficile ma è anche un valore. Una lunga narrazione che mette allo scoperto tutte le contraddizioni con cui ancora oggi non abbiamo imparato a convivere. Chi è lo straniero? Di chi è questa terra? Quale cultura merita di essere difesa, e come, e da cosa la dobbiamo difendere? Questo libro parla di tante cose, parla di un ponte costruito da un Visir turco che in realtà è un bambino cristiano arruolato per forza, parla di tre religioni che convivono - rigorosamente separate - più o meno pacificamente, ma diventano solidali ogni volta che la natura scatena la sua forza e il fiume esonda; parla di equilibri politici che si spostano, parla di migrazioni che seguono confini in movimento. E in mezzo a tutto questo parla delle passioni e dei pensieri di uomini e donne, che hanno desideri e aspirazioni molto simili per non dire identiche qualunque sia l’etnia a cui appartengono e la religione che professano; perché l’umanità – nel bene e nel male – supera l’appartenenza culturale e religiosa.
    Un libro divertente e tragico al tempo stesso, che forse dovrebbe essere una lettura consigliata a molti in questo Paese in cui si affrontano con slogan semplicistici temi tragici come l’immigrazione e il diritto di asilo.

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