Narratori delle pianure

Di

Editore: Feltrinelli

3.8
(271)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 158 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807013096 | Isbn-13: 9788807013096 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Viaggi

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  • 3

    Provenendo dalla lettura del successivo Verso la foce, ho amato l'unico racconto che ne anticipa temi e tono mentre per il resto mi sono un po' perso fra questa miriade di piccoli racconti dal tono su ...continua

    Provenendo dalla lettura del successivo Verso la foce, ho amato l'unico racconto che ne anticipa temi e tono mentre per il resto mi sono un po' perso fra questa miriade di piccoli racconti dal tono surreale e insieme amaro. Forse questi sono i "sillabari" di Celati, ma personalmente resto un po' perplesso.

    ha scritto il 

  • 4

    Riferimento importante della letteratura di viaggio in Italia, questi brevissimi trenta racconti, pubblicati da Feltrinelli nel 1985, raccolgono storie e voci che popolano i paesi e gli argini del Po, ...continua

    Riferimento importante della letteratura di viaggio in Italia, questi brevissimi trenta racconti, pubblicati da Feltrinelli nel 1985, raccolgono storie e voci che popolano i paesi e gli argini del Po, prevalentemente orientale emiliano. Ma è anche un diario di viaggio e di memorie dell'Autore, che sulla strada e nelle fitte nebbie invernali padane cerca il suo passato e se stesso. Celati è infatti cresciuto a Ravenna, nato a Sondrio. Come un antico aedo segue le strade, raccoglie i miti, e li tramanda con un linguaggio sobrio ed essenziale. Espone i fatti senza esibire se stesso, anche se il suo sguardo acuto, ironico o compassionevole, sempre attento, è irriducibile e conferisce alle pagine quello spirito che rende il libro importante.Credo che questi racconti siano in grado di comunicare, anche a chi non conosce quei territori, lo spirito, prevalentemente agricolo, di quelle terre, la gente, l'ambiente in genere, ma soprattutto climatico. Io ne ho avuta una breve esperienza quando ho vissuto a Pavia, tre anni, e per lavoro spesso percorrevo in auto, in ogni stagione, le campagne circostanti verso Vigevano, Voghera, o Mortara. Ma anche l'interland milanese, Cologno Monzese, Vimercate, su fino a Lecco. Chi ha vissuto là per un po', o per tutta la vita, sa che la nebbia, soprattutto d'inverno, quando tutto gela e si cristallizza, non è un mero accadimento metereologico, non è solo vapore, non è una semplice nuvola. È una presenza, un animale che avvolge tutto e lo fa scomparire; qualcosa di vivo, che si sposta continuamente e senza preavviso, insidioso entra nella testa delle persone, attraverso gli occhi e l'udito. La nebbia avvolge anche i suoni, ovattando persino il silenzio. Quello delle campagne padane, che con la nebbia diventa sordo, non semplice assenza di rumore, ma pieno di qualcosa di indefinibile, concretissimo come il muro grigio che lo rende sostanza.E davvero là in mezzo al nulla (che non è il niente) si può credere di essere altrove, in una realtà che non è reale, ma visione. Molti artisti hanno lavorato su questo fenomeno: il fotografo Luigi Ghirri (sempre emiliano), il regista Michelangelo Antonioni (ferrarese, come Celati) o il pittore Mark Rothko, che spesso espresso la sua vicinanza artistica con l'esperienza cinematografica di Antonioni (ispirante è il contributo di Jeffrey Weiss nel catalogo edito Skira della mostra dedicata a Rothko presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma nel 2007, curata da Oliver Wick). Ricordate la scena finale di Deserto rosso, dove una scovolta e disperata Monica Vitti attribuisce alla nebbia la propria confusione?È esattamente il contesto delle storie raccolte da Celati. Il racconto Come un fotografo è sbarcato nel nuovo mondo è certamente ambientato in un luogo non dissimile da Argine Agosta Comacchio (che pure è stata scattata quattro anni dopo la pubblicazione del libro, nel 1989). I ragazzi di Giovani umani in fuga sembrano usciti da Campagna ferrarese. Celati spende moltepagine per descrivere le terre, il ghiaccio, la nebbia, perché l'ambiente non è accidentale; le storie non avrebbero potuto svolgersi ovunque. La campagna e la nebbia sono protagonisti tanto quanto i personaggi, ne definiscono l'agire e il carattere, molto probabilmente anche il destino. Queste storie non sarebbero accadute al di fuori del contesto grigio, nebbioso, ovattato della pianura. Solo capendo questo si può cogliere anche l'orrore e la assoluta veridicità del ragazzino fantasma in Fantasmi a Borgoforte. Ma anche la tenacia disperata di quel signore che, in Idee d'un narrtore sul lieto fine, per tutta la vita ha riscritto tutte le ultime pagine dei propri libri, in eterni lieto fine.

    Il binomio Ghirri-Celati è immediato e inevitabile, come suggerisce la stessa copertina del libro. Ciò che uno fotografa, l'altro lo racconta, con il medesimo stile spoglio, visionario, di viandanti contemplatori, di flâneur. Lo stesso Celati si è occupato spesso dell'arte fotografica di Ghirri (ne parla ne Il profilo delle nuvole, Feltrinelli, 1989, e c'è un suo contributo nel volume Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri, il n. 17 della collana Compagnia Extra di Quodlibet, curata da Ermanno Cavazzoni).

    Questi racconti parlano di un viaggio nella propria terra, un ritorno e una ricerca. Meritano di essere riscoperti, e risfogliati, anche oggi.

    ha scritto il 

  • 2

    Storie quotidiane, niente di straordinario, raccontate in maniera semplice, asciutta, superficiale e senza virtuosismi. Celati è questo qui, sapevo a cosa andavo incontro e ho letto per curiosità, ma ...continua

    Storie quotidiane, niente di straordinario, raccontate in maniera semplice, asciutta, superficiale e senza virtuosismi. Celati è questo qui, sapevo a cosa andavo incontro e ho letto per curiosità, ma io cerco altro in un libro.
    A me piace perdermi nei dettagli

    ha scritto il 

  • 4

    “Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, ...continua

    “Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare a casa dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

    Hanno il passo lungo di pianura queste pagine, quello che poggia il piede quasi senza attenzione e senza apprensione perché non si aspetta né inciampi né sorprese, il passo di chi alza gli occhi all’orizzonte sapendo già che cosa potrebbe capitargli di trovare, ma sapendo anche che comunque non gli sarà dato di raggiungerlo. La pianura dà forma ad un’anima speculativa e bislacca, forzatamente obbligata a cercare dentro di sé quel riposo che le lontananze esterne le negano, a inventarsi curiosità e il modo di soddisfarle. Hanno il passo lungo di pianura queste pagine, di quella pianura che è però ormai quasi un ricordo, quella che è ormai solo residuale, ma che ancora resiste, violata forse ma non arresa, perché il grande fiume è il genio sacro che la rigenera. Queste pagine sollecitano allora anche il ricordo di quel passo lungo di pianura e forse per questo possiedono un fascino strano e restio, difficile da cogliere ad una prima distratta occhiata, perché la verità è che a nulla conducono se non al passo stesso con il quale procedono. E’ una scrittura paesaggio quella di Celati, non solo perché evoca la figura di un camminatore solitario e silenzioso che avanza lungo terre piatte verso l’orizzonte – immagine che, nella varietà delle situazioni proposte dai racconti, sembra comunque comporsi nella mente del lettore – ma anche e soprattutto perché partecipa essa stessa della natura dell’ambiente in cui si colloca e che sembra averla generata: “strade dritte a perdita d’occhio attraverso terreni piatti e sempre identici”. Una terra e una scrittura che poco concedono a chi si aspetta meraviglie, sobbalzi del cuore, strabilianti soluzioni narrative, e che riservano la propria intensità a chi un poco a loro assomiglia, nella ritrosia, nella selvatichezza, nella naturale predisposizione a leggere nella realtà la conferma del proprio inesprimibile bisogno di senso e di appartenenza: “… gli è venuto in mente un mare pieno di nebbia che non si può attraversare: al di là c’è uno che ti parla e tu lo senti, ma non ci arriverai mai a farti capire, perché la tua bocca non riesce a dire le cose come stanno, e sarà sempre tutto un fraintendersi, uno sbaglio a ogni parola, nella nebbia, come vivere in alto mare, mentre gli altri però si capiscono bene e sono contenti”. Questo narrare è così uniforme, sa sfruttare così bene il pregio della sua uniformità, che è in grado di contenere storie che potrebbero continuare all’infinito, storie che sono una sorta di flusso continuo, dove tutto viene nel contempo portato alla luce e subito riassorbito dall’eterno fluire di un paesaggio lento, paziente e all’apparenza imperturbabile; che si tratti di una povera comicità contadina di esseri perennemente e benevolmente ai margini della società, della fantasticheria arguta, dell’impresa folle e destinata al fallimento, della tristezza opaca di chi considera la propria esistenza poca cosa, del dramma a tinte fosche o addirittura della tragedia, tutto è come sospeso ma anche assorbito dallo stesso sfondo, tutto è compreso in un grande teatro naturale. Ci si potrebbe perdere nell’illusionismo diffuso che permea di sé questo paesaggio narrativo e Celati lo sa bene, tanto da aver ritenuto necessario fornire al lettore una mappa per permettergli di orientarsi nel suo tragitto verso la foce del Po, fino al mare, legando ogni racconto ad una tappa di questo percorso, una specie di cartello segnaletico che taglia la nebbia e dà ordine al vuoto, che concretizza e àncora ad una terra vera, geograficamente definita, ciò che sembra sempre sul punto di scomparire. E poi, a salvare dall’illusionismo, ci sono le voci, la concretezza delle voci di cui l’autore si fa portavoce, raccogliendo le storie da loro narrate, da quella gente che il passo lungo di questa pianura ben conosce e che non ha bisogno di sempre nuove seduzioni, perché non soffre la monotonia, ma la abita e quello che non c’è lo trova nell’avventuroso universo della propria testa, nel magazzino inesauribile, un po’ buffo, un po’ inquietante, un po’ incomprensibile della propria testa: “Con queste idee in testa, chiuso in una nuvola di brume, in certi momenti era preso dall’euforia. Perché allora gli sembrava che esser là su quell’argine fosse come essere dovunque; la trama ininterrotta di cui anche lui faceva parte era sempre con lui, semplicemente nel suo corpo e nel suo pensiero”. Ma Celati è un portavoce così partecipe, così vicino al mondo di cui narra le storie, che le riferisce a modo suo, se ne appropria, le prende a modello, amplifica il loro repertorio, e non ha importanza riuscire a riconoscere quali di queste novelle abbia realmente ascoltato nel suo vagare verso la foce e quali siano del tutto opera sua, perché questo fa il vero narratore di storie, raccoglie echi, li arricchisce e permette loro di continuare a risuonare, ancora per un po’. Una rara fortuna, una rara opportunità è poi per il lettore poter leggere questo libro nutrendo lo sguardo con le straordinarie fotografie di Luigi Ghirri, contenute nel suo album “Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano”, commentate da testi dello stesso Celati. Significa seguire il corso del grande fiume e giungere alla sua foce colmati da una insolita pienezza, un gioco di specchi in cui immagini mentali e suggestioni letterarie trovano nella fotografia non solo corrispondenza, ma anche una sorta di esaltazione, e in cui le storie e le trame trovano il loro scenario naturale.

    ha scritto il 

  • 2

    Giugno 2011: studiando per l'esame di Letteratura Italiana trovo citato un racconto di questo libro, Giovani umani in fuga, in cui dei ragazzi devono sbarazzarsi di un cadavere con una Pianura Padana ...continua

    Giugno 2011: studiando per l'esame di Letteratura Italiana trovo citato un racconto di questo libro, Giovani umani in fuga, in cui dei ragazzi devono sbarazzarsi di un cadavere con una Pianura Padana nebbiosa sullo sfondo. Racconti fantastici, misteriosi e italiani: li voglio!
    Tre anni e mezzo dopo, riesco a procurarmi questo libro in biblioteca e... Naa. Si legge in una giornata, ma non fatelo. Non vi perdete niente di speciale.

    Il problema principale di questo libro è che la maggior parte dei racconti sono scritti all'imperfetto, il che gli dà un tono un po' da cronaca e un po' da fiaba che non sarebbe neanche male se solo Celati non si dimenticasse di non usare l'imperfetto a sproposito, cioè tipo sempre. Due esempi plateali:

    «Molti anni dopo sua moglie moriva e la figlia andava ad abitare in una metropoli per studiare all'università. Qui incontrava uno studente con i capelli dritti e si metteva a vivere con lui.»
    (La ragazza di Sermide, pag. 81)

    «I quattro abbandonavano l'auto colpita e con l'altra fuggivano a fari spenti per i campi; decidevano di non tornare a casa per non essere arrestati.»
    (Giovani umani in fuga, pag. 140)

    Anche quando Celati non usa l'imperfetto, l'impressione è di leggere dei riassunti. Che non è esattamente la sostanza di cui sono fatti i racconti indimenticabili che ti fanno alzare gli occhi al cielo quando senti che le raccolte non vendono.

    Non fraintendetemi, alcuni racconti sono carini, ma se dovessi dare un voto a tutti andrebbero da una stellina a tre.
    Il mio preferito è Vivenza d'un barbiere dopo la morte. Da menzionare anche Bambini pendolari che si sono perduti, Meteorite dal cosmo, Come un fotografo è sbarcato nel Nuovo Mondo e il Giovani umani in fuga di cui sopra, e potrei rimpolpare la lista con qualcun altro se solo nel migliore dei casi non fossero prevedibili.
    Perfettamente trascurabile.

    ha scritto il 

  • 4

    Storie carpite oralmente nella bassa padana fino alle foci del grande fiume e riproposti con toni sobri, schietti, propri delle genti di queste parti. Ho apprezzato molto, questione di affinità prob ...continua

    Storie carpite oralmente nella bassa padana fino alle foci del grande fiume e riproposti con toni sobri, schietti, propri delle genti di queste parti. Ho apprezzato molto, questione di affinità probabilmente.

    ha scritto il 

  • 2

    Il mio primo approccio - non proprio felice - con Gianni Celati.

    Devo dire che ho trovato parecchio interessante l'idea alla base, ossia creare delle micro-storie che potrebbero essere dei potenziali ...continua

    Il mio primo approccio - non proprio felice - con Gianni Celati.

    Devo dire che ho trovato parecchio interessante l'idea alla base, ossia creare delle micro-storie che potrebbero essere dei potenziali romanzi.
    Tutte storie abbastanza surreali o rocambolesche, dedicate a personaggi strambi e in qualche modo emarginati.

    Aveva tutte le carte in regola per garbarmi, e invece ho quasi fatto fatica a finirlo.
    Mi è sembrato, appunto, un esperimento ganzo ma un po' fine a se stesso, forse anche un po' auto-celebrativo.

    Spero di potermi ricredere con altri racconti o romanzi del Celati.

    ha scritto il 

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