Nel museo di Reims

Di

Editore: Einaudi (L'Arcipelago Einaudi)

3.7
(69)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 56 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806203525 | Isbn-13: 9788806203528 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Si dice che quando si perde la vista si amplino gli altri sensi. Dev'essere per questo che a Barnaba, che sta per diventare cieco, la voce di Anne sembra di un «colore caldo e brillante, lucido di tenerezza».Ma di Anne forse non ci si può fidare. È elusiva, inventa dettagli, e se deve dire che un vestito è giallo, non dice che è come un limone o un girasole, ma «giallo come l'amore legittimo, o l'adulterio che lo rompe».Eppure Barnaba decide di farsi guidare dalla sua voce per le sale del museo di Reims, e di condividere con lei il suo segreto, l'ossessione per un celebre dipinto che lo ha spinto fin lì.Il racconto di due solitudini che si incontrano e si riconoscono.Una parabola cristallina sul potere evocativo della parola, sul sottile crinale tra capacità immaginifica e menzogna, ma soprattutto sull'esperienza vertiginosa della letteratura.

«È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura ». Inizia così il racconto di Barnaba, un giovane ex ufficiale di Marina che a causa di una malattia «malcurata» sta perdendo progressivamente la vista. Ormai le immagini per lui si confondono in «un'opacità indistinta e chiara», una sensazione quasi tattile, tanto deve avvicinarsi alle cose, sfiorarle con gli occhi.Barnaba ha deciso di sfruttare il tempo che gli rimane per fissare nella memoria alcuni capolavori dell'arte. È per questo che lo troviamo nel museo di Reims, tra le tele di Corot, Géricault e Delacroix. Ma Barnaba è lì per un quadro in particolare: il Marat assassiné di David. Quella tela, da quando l'ha vista in una riproduzione, è diventata un piccolo rovello: ha subito sentito che in qualche modo lo riguardava.Mentre Barnaba si aggira per le sale del museo, aggrappandosi ai dettagli per dare una forma ai dipinti - come del resto si fa con le nuvole -, la voce accesa e leggera di una donna gli si affianca. È Anne, di cui Barnaba non riesce ad afferrare nemmeno il colore esatto degli occhi.Anne ha indovinato il suo segreto e inizia a descrivergli i quadri che lui quasi non vede. Tra i due nasce come un gioco fatto di pudica sensualità, di intima tenerezza. Perché Anne in alcuni casi mente, racconta quello che non c'è, inventa particolari. E Barnaba lo sa.Ma il raccontare in sé non è in fondo un po' mentire? O forse è la possibilità di vedere oltre il dato sensibile, attraverso la capacità immaginativa? La voce di Anne, allora, diventa il filo da seguire nel labirinto che è il museo, che è la letteratura, alla scoperta di passaggi segreti, di percorsi di senso.E Barnaba si lascia condurre, prendendo a sua volta la parola per raccontare il «suo» Marat, in un continuo scambio di ruoli, quasi un codice amoroso.La scrittura fluida e precisa di Daniele Del Giudice ci guida in questo racconto in cui i luoghi ancora una volta sono geografie dello spirito, e il dolore una porta da attraversare per attingere alla conoscenza.Un testo breve in cui c'è tutta la potenza di un grande scrittore. L'atteso ritorno in libreria di un piccolo gioiello letterario uscito nel 1988 per Mondadori.

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  • 4

    "È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura."

    Ma soprattutto da un quadro è ossessionato Barnaba, il protagonista di questo squisito racconto: il Marat assassiné, quello che si trova appunto a Reims, quello in cui David scrisse sulla cassetta di ...continua

    Ma soprattutto da un quadro è ossessionato Barnaba, il protagonista di questo squisito racconto: il Marat assassiné, quello che si trova appunto a Reims, quello in cui David scrisse sulla cassetta di legno in primo piano una frase più complessa rispetto alla semplice dedica di quello conservato a Bruxelles, cioè "N’ayant pu me corrompre ils m’ont assassiné".
    Marat, come è noto, era un medico, e anche un fisico.
    «E sa che malattia curava? – riprese Barnaba scuotendo la testa. – Curava la cecità, curava i ciechi. Li curava con l’elettroterapia. Con una certa dieta, delle pomate e delle piccole scariche elettriche».
    È ad Anne che Barnaba si sta rivolgendo, una ragazza incontrata per caso al museo che subito capisce perché quel giovane uomo sta fermo a lungo davanti o ogni quadro, quasi lo volesse toccare con gli occhi, e che diventa la sua guida, la sua Beatrice, gli occhi che aiutano a "vedere", forse…
    (chissà se potrà ancora "vedere", e se sì cosa, Daniele Del Giudice oggi che si è smarrito in un mondo "altrove")
    E se lei gli parla di giallo, lui cerca subito un paragone per ricordarne uno, e chiede: «Come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?»
    Ma Anne risponde usando altri paragoni, apparentemente privi di senso: «Giallo come il tradimento e l'incostanza. Giallo come l'amore legittimo, o l'adulterio che lo rompe».
    Anne inventa, Anne descrive ciò che l'immaginazione le suggerisce (e l'immaginazione, ça va sans dire, in certi casi supera in bellezza la realtà). Anne non sempre risponde.
    Anne è la riprova che si può mentire non dicendo, ma anche che si può mentire non mentendo. A volte per amore, spesso per pietà…
    È una allegoria questo testo, come altri che hanno per tema la cecità, ma qual è il suo significato? io un'idea me la sono fatta, però…
    Però a me piacciono molto i racconti che mi lasciano col dubbio che la prima sensazione, cioè quella di aver capito, sia in realtà assai probabilmente errata. Perché sono quelli che mi rimangono appiccicati addosso.

    ha scritto il 

  • 3

    Barnaba sta diventando cieco, ma per quanto ancora gli è possibile vuole ammirare il “Marat assassiné” di David, un quadro le cui riproduzioni lo hanno sempre colpito. La sua visita al museo di Reims ...continua

    Barnaba sta diventando cieco, ma per quanto ancora gli è possibile vuole ammirare il “Marat assassiné” di David, un quadro le cui riproduzioni lo hanno sempre colpito. La sua visita al museo di Reims è potenzialmente ricca di suggestioni, ma nel racconto di Del Giudice - pubblicato da Mondadori nel 1988 e rilanciato da Einaudi nel 2010 - queste sono appena abbozzate e scivolano via in fretta.

    ha scritto il 

  • 5

    Commuovente

    Ho preso per caso in biblioteca questo libretto di Del Giudice e l’ho trovato davvero molto bello. Un uomo che sta diventando cieco decide di visitare i musei prima di perdere la vista. In uno di ques ...continua

    Ho preso per caso in biblioteca questo libretto di Del Giudice e l’ho trovato davvero molto bello. Un uomo che sta diventando cieco decide di visitare i musei prima di perdere la vista. In uno di questi incontra una ragazza che si accorge del suo limite e comincia a raccontargli i quadri, finchè arrivano davanti a “La morte di Marat” di David e allora quadro, vita e storia si uniscono.

    ha scritto il 

  • 3

    11

    Devo difendermi da quell'immaginazione che collega le stelle tra di loro, come i puntini di una vignetta enigmistica, e fa dire l'Orsa! o il Carro!, mentre tutto nella realtà è staccato, disunito, non ...continua

    Devo difendermi da quell'immaginazione che collega le stelle tra di loro, come i puntini di una vignetta enigmistica, e fa dire l'Orsa! o il Carro!, mentre tutto nella realtà è staccato, disunito, non messo lì per assomigliare a qualche cosa.

    ha scritto il 

  • 4

    “L’addizione è un’operazione aritmetica che a due numeri detti addendi associa un terzo numero detto somma.”
    Si può iniziare la recensione di un libro con una spiegazione presa direttamente da Wikiped ...continua

    “L’addizione è un’operazione aritmetica che a due numeri detti addendi associa un terzo numero detto somma.”
    Si può iniziare la recensione di un libro con una spiegazione presa direttamente da Wikipedia? Si, si può, l’ho appena fatto…

    Si, può, soprattutto, se la si applica alla letteratura e si cerca di uscire vivi da questa metafora che, per motivi assolutamente imperscrutabili, mi ha assalito al termine della lettura di “Nel museo di Reims” e sta cominciando ad abbandonarmi soltanto adesso che la traduco in parole e punteggiatura.

    E allora iniziamo con il primo addendo: la trama. Un elemento che nel romanzo che stiamo analizzando non può che colpire: Barnaba (ammettiamolo, il nome del personaggio non è felicissimo…) è un giovane ex ufficiale di Marina che, a causa di una malattia, sta perdendo la vista. Mentre echeggiano ricordi legati a quel capolavoro che risponde al titolo di “Cecità” di Saramago – che, val la pena sottolinearlo, fu pubblicato sette anni dopo – Barnaba decide che le ultime immagini che dovranno restargli impressionate sulle retine dovranno essere dei capolavori della pittura, ed un quadro in particolare. Ed eccolo partire dunque in direzione Reims, ed eccolo passeggiare, in dolcissima compagnia di una donna conosciuta all’esposizione, fra le tele di Corot, Géricault e Delacroix. Il resto è pura, purissima poesia, come è lecito aspettarsi da un autore di talento cristallino come Daniele Del Giudice.

    Già, l’autore: ecco il secondo addendo della nostra semplice operazione aritmetica. E Del Giudice, della cui prosa mi innamorai perdutamente in “Lo stadio di Wimbledon”, è autore capace di regalare sensazioni con i dettagli, emozioni con la pura narrazione, in uno stile che è insieme fluido e bellissimo. Se avete una minima – ma anche solo minima! – passione per il volo o per l’aviazione, o se semplicemente sollevate il naso a guardare ogni aereo che vola lassù, non potete mancare “Staccando l’ombra da terra”, altra sua fatica letteraria. E “Nel museo di reims” non delude affatto le aspettative che aveva generato.

    E’ giunto quindi il momento di chiudere la nostra addizione. Che a questo punto non potrà che suonare più o meno così: bella trama + grande autore = ottimo romanzo.

    ha scritto il 

  • 2

    Povero Del Giudice, o meglio, povera Einaudi, che nella sua deliziosa collana Arcipelago deve vantare questo loffio tentativo di scrivere buona letteratura.
    Ma soprattutto, povero David, che è il fulc ...continua

    Povero Del Giudice, o meglio, povera Einaudi, che nella sua deliziosa collana Arcipelago deve vantare questo loffio tentativo di scrivere buona letteratura.
    Ma soprattutto, povero David, che è il fulcro e forse l'unico elemento dignitoso di Nel museo di Reims: un capolavoro al servizio di un romanzo neanche troppo degno di chiamarsi tale, in cui un giovane affascinante sta perdendo improvvisamente la vista e decide di andare a scovare le tre versioni del dipinto nei tre musei che lo ospitano. In uno di questi, ovviamente a Reims, incontra una donna che - senza motivo alcuno - decide di diventare la sua guida, raccontandogli a voce tutto ciò che i suoi occhi non possono vedere. L'idea non è male, ma manca di sviluppo soddisfacente: prima di tutto, la cecità è una malattia che [Saramago ne sapeva qualcosa] merita di più di una superficiale narrazioncina di poche pagine; in secondo luogo, invece, anche il filone sentimentale stenta a diventare credibile, se si tiene conto che i due diventano improvvisamente quasi simili ad amanti dopo un incontro breve e privo di dialoghi significativi. In conclusione, inoltre, lascia abbastanza perplessi la convinzione che forse ha Del Giudice rispetto al fatto che un quadro come quello di David, ma anche qualsiasi altro, possa essere raccontato a voce; non solo: il suo esperimento tradisce uno dei principi cardine dell'arte, e cioè che questa è fortemente soggettiva e che le è umanamente impedito di risultare uguale da individuo ad individuo.

    ha scritto il 

  • 3

    brevissimo romanzo basato sull'esperienza del protagonista che visita il museo di Reims per vedere un quadro particolare, legato al suo particolare momento di vita

    ha scritto il 

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