Noi marziani

Di

Editore: Fanucci

3.9
(604)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Finlandese , Francese , Olandese

Isbn-10: 8834712617 | Isbn-13: 9788834712610 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
La Terra pare aver dimenticato i grandiosi progetti interplanetari e concede soltanto le briciole alle piccole colonie marziane. Il quarto pianeta è ancora pressoché disabitato e i lunghi anni di disinteresse delle autorità hanno favorito lo sviluppo di ogni sorta di traffici, dal contrabbando alla speculazione. Per questo motivo i profittatori su Marte sono più agguerriti che mai. Il loro massimo esponente è l'abile e tirannico Arnie Kott, il quale, pur sapendo che la Terra, un giorno o l'altro, verrà a minacciare la sua supremazia, si augura che quel giorno sia ancora lontano e non ha affatto l'intenzione di rinunciare a ciò che considera un suo buon diritto: volgere a proprio uso e consumo le migliori risorse del pianeta.
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  • 4

    PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

    Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli aut ...continua

    Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.
    Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.
    La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.
    Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.
    Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.
    Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).
    Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.
    Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.
    La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.
    Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.
    Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.
    Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.
    Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.
    Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

    ha scritto il 

  • 5

    Putrìo, putrìo, putrìo!

    Dick è incredibile e non è un autore di genere, è semplicemente un genio e come tale dovrebbe essere studiato a scuola insieme a Manzoni o Tolstoj, anche se è stravagante (e stravagante è dire poco). ...continua

    Dick è incredibile e non è un autore di genere, è semplicemente un genio e come tale dovrebbe essere studiato a scuola insieme a Manzoni o Tolstoj, anche se è stravagante (e stravagante è dire poco). La fantascienza è un pretesto per indagare la realtà, per stanarla e rappresentarle nelle sue molteplici e oscure pieghe. Dick scava, sbattendoci il muso e non si da pace e si affida alla fantasia, a una fantasia immensa che va oltre i limiti dell’immaginazione, giocando con l’idea stessa di vita, di morte, o con la pazzia e le droghe, in una percezione deviata che osserva da punti di vista diversi, trasformando l’estraniamento in saggezza se non in trascendenza divina. Dick non è perfetto, stilisticamente ha dei difetti (è punk), ma la forza delle sue idee è così grande da oscurarli. Ha scritto molto, troppo, in modo compulsivo, per liberarsi dai fantasmi che lo opprimevano e la sua produzione alterna capolavori come questo o come Ubik, a romanzi più confusi. Qui oltre alle sue solite trovate, tipo quella dove si scopre che Manfred il bambino autistico e schizofrenico che predice il futuro, ma dice solo “Putrìo”, in realtà non predice il futuro ma lo genera, ho apprezzato l’ironia. C’è un protagonista che è Jack Bohlen, ma il suo punto di vista non influenza gli altri personaggi che interagiscono in modo grottesco e hanno pensieri o dicono cose strane, ma per questo risultano più verosimili. Tipo Arnie Kott il boss del sindacato riparatori, il vero padrone di Marte e il suo servitore Eliogabalo, che è marziano sì, ma è un uomo di colore.

    ha scritto il 

  • 4

    Forse non fra i migliori, ma uno dei più ricchi di tematiche. Le mie 4 stelle derivano da questo.
    La mia recensione sul blog http://capitolonero.blogspot.it/2016/02/noi-marziani-philip-k-dick.html ...continua

    Forse non fra i migliori, ma uno dei più ricchi di tematiche. Le mie 4 stelle derivano da questo.
    La mia recensione sul blog http://capitolonero.blogspot.it/2016/02/noi-marziani-philip-k-dick.html

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Non il libro che preferisco di Dick

    Un credibilissimo scenario, la colonizzazione di Marte a seguito della rovina del pianeta terra, ormai troppo inquinato e sovraffollato; la narrazione si snoda dando voce al pensiero dei vari personag ...continua

    Un credibilissimo scenario, la colonizzazione di Marte a seguito della rovina del pianeta terra, ormai troppo inquinato e sovraffollato; la narrazione si snoda dando voce al pensiero dei vari personaggi, in particolare quello di Arnie Kott, un personaggio molto importante nella colonia, e Jack Bolhen, un riparatore affetto da schizofrenia. Tra gli elementi che mi hanno colpito c'è la visione che Dick dà dei Bleekman: i veri marziani vengono descritti (in particolare da Arnie) come un popolo primitivo, poco evoluto e in via di estinzione. Vengono definiti "Bleekman addomesticati", "Bleekman selvaggi", "negri", e si parla più volte di contesti in cui vengono sfruttati e bistrattati dagli uomini. Tutto questo non può che far venire in mente la condizione degli indiani d'America, scacciati, sfruttati e decimati dai coloni europei, nonché lo schiavismo nero. L'idea che Dick mi sembra trasmettere è che l'uomo non può imparare dai suoi errori e non vuole astenersi dallo sfruttare popoli/razze in situazione di svantaggio.
    Nonostante abbia apprezzato alcuni stralci, questo libro non mi ha entusiasmato com'è accaduto per altre opere dell'autore.

    ha scritto il 

  • 3

    Non spicca!

    A parer mio non spicca per la brillantezza dei contenuti, il fulcro del romanzo riguarda il protagonista Jack con un passato da schizofrenico, il quale viene 'convinto' da un losco figuro ad intrapren ...continua

    A parer mio non spicca per la brillantezza dei contenuti, il fulcro del romanzo riguarda il protagonista Jack con un passato da schizofrenico, il quale viene 'convinto' da un losco figuro ad intraprendere in una sorta di viaggio, ossia il relazionarsi con un bambino austico, Manfred, in grado con la sola forza della mente di viaggiare nello spazio tempo, cosa che renderebbe il losco personaggio ricco e potente, e a cui aspira naturalmente.

    La trama da questo punto in poi favorisce emozioni altalenanti, e devo dire che verso la fine ci sono anche guizzi di spessore, tuttava a mio parere non può che essere archiviato come un buon romanzo di pseudo fantascienza, direi più incentrato sulle relazioni umane e sulla psicologia dell'essere umano stesso piuttosto che sulla fantascienza, ma nulla più.

    In definitiva, interessante sotto certi aspetti - quelli tipici di Dick -, carente su altri - di fantascienza c'è poco e niente.

    ha scritto il 

  • 3

    Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva t ...continua

    Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva troppo – nel 1964 assieme a ‘Noi marziani’ uscirono altri tre suoi lavori – non riuscendo a volte a dare il giusto equilibrio alle sue storie: in queste pagine assistiamo a una lunga presentazione dei personaggi, con un paio di sterzate improvvise, lungo i primi due terzi di una vicenda che poi subisce una brusca accelerazione nei restanti capitoli. In compenso, i temi cari allo scrittore sono ben chiari, visto che tutta la vicenda è caratterizzata da una parte dal desiderio di mostrare che l’uomo continua a essere guidato da grettezza e avidità in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo e dall’altra dall’interesse per la mente, per il suo funzionamento e per le connesse patolgie. Questo interesse diventerà un’ossessione nel corso degli anni, ma già qui domina la narrazione con la schizofrenia vista anche come un modo per proteggersi o una via di fuga da un presente mediocre e claustrofobico a cui, volenti o nolenti, si finisce per adattarsi, come fanno Jack Bohlen e la moglie in un finale che si potrebbe vedere come un banale happy-end se non fosse per le considerazioni di ben altro segno che lo accompagnano. Il predetto Jack è uno dei protagonisti di un romanzo a molte voci: esperto riparatore ma con un passato da schizofrenico, viene di punto inbianco incaricato dal potente Arnie Kott di cercare di relazionarsi con un bambino autistico, Manfred, la cui mente potrebbe aver la capacità di viaggiare nel tempo favorendo gli affari di Kott medesimo. Il quale non si ferma davnti a nulla per accrescere potere e conto in banca, non facendosi di certo scrupolo nel manipolare regole e persone, si tratti di Jack, Manfred, la sua amante o l’intero sindacato di cui è a capo: in lui c’è parecchio del vecchio barone di frontiera e del resto Marte colonizzato parzialmente e con un popolo indigeno destinato all’estinzione ma depositario di una strana saggezza, lascia intravedere in filigrana una visione disillusa dell’Ovest americano. Insomma, come spesso accade in Dick, la patina futuristica è davvero sottile con pochi accenni a eventuali invenzioni (fanta)scientifiche – l’umanità colonizza il terzo pianeta e usa ancora i telefoni, magari col filo? – perché l’interesse dell’autore sta più all’interno dei personaggi che nell’ambiente che li circonda: una prospettiva interessante, anche se è comprensibile che non susciti entusiasmi, però non sviluppata come sarebbe stato necessario perché il romanzo risulti del tutto efficace. Visto pure il consueto periodare disadorno, è assai probabile che il libro sia apprezzato soprattutto dai vecchi tifosi: tutti gli altri potrebbero non trovarvi grandi soddisfazioni.

    ha scritto il 

  • 0

    Noi. Marziani.

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati ...continua

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati da tantissima “altra” fantascienza, siamo abituati ad intendere noi.
    I Marziani ci sono, nessun imbroglio. Ma assomigliano piuttosto ad Aborigeni australiani, che vagano per il deserto del pianeta colonizzato fumando sigarette e affidandosi ai loro idoli semplici.
    Anche la prospettiva ucronica può deludere il lettore esigente: sulla terra ci sono ancora i due blocchi della Guerra fredda ma l’ONU riesce ad avviare un programma di colonie sul pianeta rosso, con l’intento non dichiarato di sgravare la Terra dal peso della sovrappopolazione.

    Chi è il protagonista del romanzo, un testo che nello stile classico di Dick segue molti personaggi in un intarsio di cambiamenti di prospettiva?
    Manfred, un bambino autistico. O, meglio, schizofrenico. Ma il disagio psichico viene definito poco per volta, e sono i lettori testimoni di una sorta di diagnosi graduale. Nulla viene concesso immediatamente. È necessario arrivarci.
    Confinato in un kibbutz della Nuova Israele, di fatto la colonia marziana più efficiente, Manfred sa pronunciare una sola parola: gubble, che viene reso in italiano con putrìo e che, nella versione originale richiama il “gabba gabba” del cinema degli anni trenta che ispirò anche i Ramones.

    La vita scorre attorno a lui: l’assillante problema dell’acqua che provoca liti di vicinato – e ci vuole uno sforzo immane per non considerare Dick profetico su quello che sarà la causa di tante guerre del terzo millennio; affaristi che cercano di speculare, niente di stupefacente; poca cultura, salvo i dischi di Arnie: su Marte sopravvivono i tecnici, i riparatori, gli artigiani. E quelli che si arrangiano trafficando cibi di lusso.
    C’è poi il solito refrain dickiano dell’adulterio, che coinvolge i personaggi più positivi – non c’è nessun buono o cattivo assoluto nella visione mai manichea di Dick.

    O forse, i buoni per una volta ci sono: Manfred e i Marziani, che saranno coloro grazie ai quali il bambino raggiungerà la sua giusta dimensione e troverà l’equilibrio.
    A costo di sofferenza.
    Perché “Noi Marziani” è un romanzo sull’alienazione mentale, e descrive il dolore psichico con una finezza che ho trovato solo nei testi del professor Eugenio Borgna.
    Manfred lo schizofrenico, colui che vive di un tempo proprio, in cui i concetti di passato presente e futuro si mescolano, infrangendo le barriere.
    A suo modo è un viaggio nel tempo, altro topos della fantascienza, ma non è prodotto da macchine con l’intento di cambiare la storia, è invece una condanna per chi lo porta, per chi strutturato secondo criteri “diversi dai nostri” – qualunque cosa voglia significare – non ha accesso alle relazioni.
    Eppure non è fuori dal nostro mondo. La presenza di Manfred riesce a modificare il mondo circostante. Anche per chi gli sta vicino le barriere del tempo e i criteri normali di interpretazione della realtà cadono.
    Una letteratura che in fondo traduce la psichiatria esistenzialista, quella che scorge l’affinità tra la malattia mentale e il disagio a cui i sani comunque non riescono a scampare – la condizione umana.
    E che non si arrende anche quando la cura sembra impossibile. E forse lo è. Ma quello che conta è almeno il tentativo di squarciare il muro dell’incomunicabilità, la sola salvezza è nelle relazioni. Quelle che Manfred riesce a stabilire con i Marziani, con cui potrà essere finalmente se stesso affrancato dalla peggiore delle schiavitù: la paura.

    Se vi aspettavate omini verdi con le antenne sarete rimasti delusi. Ma se avete accettato un viaggio anche più arduo, negli abissi e nelle vette della psiche, lottando non contro mostri rettiliformi ma contro l’alienazione e il muro che si pone nelle relazioni umane disgregando quanto ci definisce come uomini, allora avrete compreso anche il titolo.
    “Noi Marziani”. O meglio: noi.
    Marziani.

    ha scritto il 

  • 4

    La colonizzazione fantascientifica più realistica

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta div ...continua

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta diventa l'ennesimo fallimento della razza umana. Il tutto fa da sfondo, come scusa fantascientifica, alla solita indagine sulle vite di un gruppo di personaggi in viaggio senza meta come spesso accade nei romanzi di Dick.
    Nel mio caso è quello che cercavo quindi il libro mi è piaciuto molto e lo consiglierei a chiunque volesse assaporare l'atmosfera a metà tra beatnick e rassegnazione nichilista che spesso Dick regala.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che ve ...continua

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che vengono chiamati blackman), ma sono sempre gli stessi esseri umani assetati di potere e irrispettosi della vita.
    La storia gira intorno ad un bambino autistico e la sua visione dissociata del mondo circostante. Uno dei potenti di Marte cercherà di usarlo per prevedere il futuro e aumentare i suoi affari.
    Vita e morte, passato e presente si alternano e la sensazione che rimane alla fine della lettura è un po’ di amarezza per quelle vite emarginate.

    ha scritto il 

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