Padre padrone

L'educazione di un pastore

Di

Editore: Mondadori, Deagostini

3.9
(905)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 236 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Olandese , Francese , Spagnolo , Polacco

Isbn-10: A000013985 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Tascabile economico

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 4

    Ogni tanto capita per le mani un libro di quelli forti, libri necessari che testimoniano storie importanti. Quello di Gavino Ledda è il racconto della vita di milioni altri pastori, sardi e non solo, ...continua

    Ogni tanto capita per le mani un libro di quelli forti, libri necessari che testimoniano storie importanti. Quello di Gavino Ledda è il racconto della vita di milioni altri pastori, sardi e non solo, e non solo pastori. Quanti ragazzi sono strappati dalle proprie aspirazioni per seguire le orme del padre, anche se magari non necessariamente a sei anni e non necessariamente per andare nei campi? Magari non tutti violenti e dispotici come il padre-padrone che dà il titolo a questo libro ma ugualmente possessivi e intrusivi nella vita dei figli.

    Perché la riflessione che sollecita Ledda va aldilà della storia raccontata nella sua autobiografia: fino a dove un padre ha il diritto di interferire nelle scelte di vita di un figlio? Fino a che punto ha il diritto di imporgli di seguire le proprie orme? Dove comincia la violenza? Qui, nel suo caso, la violenza comincia addirittura a pagina uno, quando il piccolo Gavino di anni 6 viene strappato dall'aula scolastica e lasciato da solo ad occuparsi del gregge di pecore della famiglia, lontano da casa, in una natura a volte mamma a volte matrigna. Il suo percorso poi ci porta fino a un riscatto nei confronti della vita e del proprio genitore che rappresenta un arco di trasformazione straordinario, dando al romanzo un soffio di epicità, ma è un caso isolato su un miliardo, un'eccezione alla regola.

    Per il resto la scrittura secca e priva di fronzoli funziona molto bene, anche se nella prima le espressioni dialettali riportate tra parentesi ogni tre frasi rendono la lettura un po' singhiozzante. Un libro dove ci sono praticamente due soli personaggi, un'autentica dicotomia in cui non c'è spazio per nessun altro. Per dirne una, credo che Ledda dedichi più pagine al proprio asino che a sua madre ed è questo contrasto che crea il motore che manda avanti magari non velocemente ma con grande potenza la vicenda. Seconda parte un po' più retorica che è veramente figlia dell'ideologia degli anni '60/70 ma lo stesso interessante.

    Per me è un sì!

    ha scritto il 

  • 5

    Che cosa si può provare leggendo di un bambino di sei anni strappato dal padre alla scuola e sbattuto in campagna a fare il pastore? Orrore, rabbia e tanta pena. Bisogna togliersi dalla testa Peter, i ...continua

    Che cosa si può provare leggendo di un bambino di sei anni strappato dal padre alla scuola e sbattuto in campagna a fare il pastore? Orrore, rabbia e tanta pena. Bisogna togliersi dalla testa Peter, il pastorello felice di Heidi, e sopravvivere con Gavino cresciuto a mazzate e cinghiate al caldo, divorato dalle pulci e al gelo dell'inverno con un padre padrone che conosce solo le leggi del lavoro e del guadagno. Un padre spietato con la famiglia ma che piange come un bambino quando una gelata distrugge l'uliveto. Ma si prova anche gioia e tanto orgoglio per Gavino, che ormai ventenne, si chiede se un'altra vita è possibile e se la creerà studiando, partendo da analfabeta fino a diventare studioso affermato.
    Un capolavoro

    ha scritto il 

  • 3

    un'occasione persa per parlare veramente di dominio

    Storia di un bambino sardo sfruttato dal padre fino alla sua ribellione. E' un interessante spaccato su una società del passato, e l'autore riflette sul dominio di tutti su tutti, tra cui quello di su ...continua

    Storia di un bambino sardo sfruttato dal padre fino alla sua ribellione. E' un interessante spaccato su una società del passato, e l'autore riflette sul dominio di tutti su tutti, tra cui quello di suo padre su di lui.
    Interessante che l'intero libro, essendo pastori, è pieno di dominio dell'uomo su animali, ma l'autore non sembra nemmeno accorgersene, o domandarsi come mai sia giusto affrancarsi dal suo personale dominio continuando a dominare gli animali, non comportandosi quindi molto diversamente dal padre. E' proprio vero che ci interessiamo solo a quello che ci fa comodo.

    ha scritto il 

  • 4

    Le tre vite di Gavino

    Le tre vite di Gavino Ledda. Dapprima figlio costretto a diventare troppo presto uomo, piccolo pastore costretto a lasciare la madre, i fratelli, gli amici, la scuola in un tempo ed in un luogo ove "i ...continua

    Le tre vite di Gavino Ledda. Dapprima figlio costretto a diventare troppo presto uomo, piccolo pastore costretto a lasciare la madre, i fratelli, gli amici, la scuola in un tempo ed in un luogo ove "i patriarchi erano severi ed esigevano che i loro bambini divenissero uomini contro il tempo"; poi giovane uomo bramoso di fuggire dal suo destino segnato, ossessionato dalla partenza degli emigranti e dalla voglia di lasciare la sua terra; infine, soldato che si vuole emancipare attraverso lo studio.
    Incipit il dialogo tra il padre, che vuole riprendere con se il figlio, e la maestra che, alla fine, glielo riconsegna: il primogenito dovrà lavorare, per combattere la povertà e la fame della numerosa famiglia.
    Sui campi, il bambino cresce e si confronta con un padre iracondo, descritto magistralmente attraverso gli elementi violenti della natura (colpi e schiaffi colpiscono come grandine, l'ira dilaga come un temporale), e con la comunità dei pastori, che si avvita sull'istinto e sulla brama di possesso inseguendo la chimera dell'egoismo "granitico e rapace". La sua passione diviene la musica, coltivata con sacrificio malgrado l'ostilità paterna.
    Lirica la descrizione quando la natura annienta, in un attimo, anni di fatiche, rendendo vano il lungo isolamento civile: il padre urla "agli ululati del vento la sua disperazione", la famiglia rimane come "uno sciame di api cui è franato l'alveare", a tutti non resta che rassegnarsi e riprendere la rincorsa.
    Poi, fa breccia nella mente di Gavino la grande emigrazione, e non importa che la comunità sia mutilata delle giovani e sane forze, in cui rimangono solo vecchi e bambini; che sia il momento del distacco, visto come il funerale dei figli che partono; che sia il momento in cui "i patriarchi diventano padri" che si sentono "incapaci di sistemare i propri figli" e in cui le madri implorano i figli di "accettare di rimanere negli ovili e a lavorare la terra".
    Fallita l'opportunità dell'emigrazione, escluso a priori il banditismo, Gavino ripiega e "parte soldato". Ha inizio la "socializzazione del mio io cavernicolo", lo studio forsennato per non tornare nei campi, la scintilla del sua rivoluzione personale, il desiderio di studiare, di apprendere in maniera ostinata, di congedarsi e perseguire la laurea.
    Ma adesso non è solo Gavino che cambia, che amplia le sue vedute: anche la famiglia, i fratelli minori si adoperano per far cessare una ormai insopportabile autorità patriarcale.
    Chi non cambia e' invece il padre-padrone. Mai come nell'epilogo, nell'ultimo animalesco confronto col figlio, questo gretto, avido uomo viene descritto come un patriarca egoista, iracondo, usuraio, despota; un cavernicolo.

    ha scritto il 

  • 4

    Tempo fa era una lettura molto consigliata alle scuole medie, e infatti ne ricordavo ancora qualche brano. Riletto dopo tanti anni confermo l'impressione che ne ebbi: difficile anche solo pensare che ...continua

    Tempo fa era una lettura molto consigliata alle scuole medie, e infatti ne ricordavo ancora qualche brano. Riletto dopo tanti anni confermo l'impressione che ne ebbi: difficile anche solo pensare che un genitore possa credere di governare la vita dei propri figli a suo piacimento.

    ha scritto il 

  • 4

    Intendiamoci: l’opera dell’autore sardo non è né un inno al cinico motto “mors tua vita mea”, né la storiella di un rampante “self-made man” de noantri...
    http://www.piegodilibri.it/libri-dispersi/pad ...continua

    Intendiamoci: l’opera dell’autore sardo non è né un inno al cinico motto “mors tua vita mea”, né la storiella di un rampante “self-made man” de noantri...
    http://www.piegodilibri.it/libri-dispersi/padre-padrone-gavino-ledda/

    ha scritto il 

  • 5

    Padre...

    Prosa asciutta, essenziale e molto cruda: a mio parere, è il tratto che distingue questo lavoro di Gavino Ledda che a una prima lettura superficiale parrebbe essere, anche se ben scritta, soltanto una ...continua

    Prosa asciutta, essenziale e molto cruda: a mio parere, è il tratto che distingue questo lavoro di Gavino Ledda che a una prima lettura superficiale parrebbe essere, anche se ben scritta, soltanto una mera autobiografia.
    Ma non è così! Con la sua bella prosa Gavino ci racconta, attraverso il suo esempio, la fine epocale di momenti storici da lui vissuti nell'ancora immediato dopoguerra, il secolare rapporto tra latifondisti e mezzadri, la dura condizione di chi da quelle terre spesso infami doveva tirare fuori ciò che serviva per pagare il padrone e tirare su la famiglia, la crisi e la fine di questo mondo rurale fatto di sudore e sangue, l'emigrazione dei giovani che giustamente non vedevano più un futuro su quelle terre, dove avevano sparso lacrime e fatica in condizioni spesso di semischiavitù, e la nuova era industriale avviata a spargere illusioni e distruzione dell'ambiente e che manterrà le promesse solo per quel che riguarda la depauperazione ambientale.
    Questo naturalmente non pone la sua personale storia in secondo piano. La sua caparbietà nell'inseguire il suo obiettivo viene premiata quando ottiene, non a caso, la laurea in glottologia; sebbene lui, non per sua volontà, avesse avuto tanti problemi con la lingua scritta e parlata, questa diventerà la sua materia di interesse fino a tornare nella sua terra per studiare l'importanza dei dialetti locali individuati come custodi delle radici comunitarie, in tempi in cui l'autorità ufficiale aveva indicato in essi una barriera da abbattere per favorire la tanto agognata integrazione nazionale.
    In ultimo, non posso fare a meno di notare come nel libro, mentre la seconda parte tratta la sua personale rivincita sulla vita e scorre bene ma abbastanza anonima, la prima parte è un vero capolavoro di bellezza, nelle sue descrizioni della natura e del suo connubio con il giovane Gavino che, se da una parte avrà sicuramente odiato il padre per il suo duro modo di imporsi, dall'altra non mi sembra che quelle bellissime pagine sulla natura di quei luoghi siano state scritte da qualcuno che quei luoghi li odiava...

    ha scritto il 

  • 4

    Storia vera dell’autore, dal giorno in cui il padre lo prelevò dalla scuola elementare, a 5 anni, per obbligarlo a fare il pastore, fino al giorno in cui, a 24 anni, si trasferisce a Salerno per avvia ...continua

    Storia vera dell’autore, dal giorno in cui il padre lo prelevò dalla scuola elementare, a 5 anni, per obbligarlo a fare il pastore, fino al giorno in cui, a 24 anni, si trasferisce a Salerno per avviarsi verso il diploma di liceo classico. Tutti quelli che mi avevano parlato di questo libro, ed anche i recensori qui su anobii, tendono a soffermarsi particolarmente sulle violenze e ingiustizie, sia fisiche che psicologiche, che questo padre usa sul figlio, fino a rendere il loro rapporto un qualcosa come padrone-servo e non, per l’appunto, padre-figlio. A mio avviso, però, l’aspetto notevole di questa storia non sta tanto in questa situazione, quanto nell’osservare il modo in cui il giovane Gavino se ne è tirato fuori. Importante è anche osservare come fa presto un ragazzo o un uomo a diventare una bestia se gli si toglie educazione e socializzazione. Abramo, in effetti, ha solo messo in pratica quello che suo padre aveva fatto con lui stesso, e suo nonno con suo padre, e così all’infinito risalendo all’indietro le generazioni. Dunque la crudeltà del padre è un fatto tutto sommato secondario, è un retaggio del passato, fa parte di altri millenni, egli è solo l’ultimo rappresentante di un mondo antichissimo, che, incredibile adirsi, è scomparso solo pochi anni fa - e il modo in cui Gavino Ledda è riuscito ad entrare nel ventesimo secolo è un’azione che assume un valore a maggior ragione eroico.

    Più in generale, il valore di questa lettura sta nella forza della sua testimonianza, mi pare del tutto superfluo mettermi a illustrarne il valore educativo; comunque non è da meno neanche la qualità della scrittura, pulita e misurata, che parte con il ritmo lento dell’infanzia, quando il tempo sembra non passare mai, per poi prendere via via il ritmo: la trasformazione/maturazione dell’autore è ben espressa con il cambiamento dei toni, del vocabolario e dei contenuti dei dialoghi e delle riflessioni.
    Significative anche le osservazioni sulla borghesia che non è tanto, o comunque non soltanto, una condizione di coloro che si sono arricchiti e detengono il potere, quanto una condizione mentale in cui si trovano gli stessi pastori, pur nella loro miseria, nell’esercitare il diritto di proprietà sul loro fazzoletto di terra e sui loro pochi averi come un contrasto esasperato tra “il mio” e “il tuo” (e mi vien da notare come questa cosa in montagna esiste ancora tutt’oggi, è davvero più radicata di quanto si pensi).
    Altro passaggio notevole è quando si parla degli emigranti, del loro rapporto di amore e odio con la propria terra, e questo si applica a tutta l’Italia dell’epoca, certo non soltanto alla Sardegna, e bisognerebbe rileggerlo anche in chiave attualizzata.
    E ancora, un altro passaggio che voglio sottolineare, è la rivelazione che la musica rappresenta per il giovane Gavino quando impara a suonare la fisarmonica: una cosa semplice come la musica, ancora oggi dai più ritenuta una cosa superflua, è quella che lo ha tirato fuori dalla sua condizione: “Sono io che sto suonando! Non mi sembra vero. Però ci debbo credere. Anch’io suono. Con volontà rozza, animalesca, ma inflessibile, le mie dita, callose e storte dalla zappa, per la prima volta ebbero l’opportunità di esprimere, alle querce secolari, la sensibilità di generazioni e generazioni mai educate alla musica. E attraverso le mie dita l’uomo delle caverne, ancora intatto dentro di me, ma sensibile in tutta la sua umanità, incominciava a raddolcirsi con la musica: a scavare dentro di sé e a scoprire che al di là dei suoi campi il mondo non finiva con l’orizzonte e che la miniera delle sue risorse sconfinava dal quel cielo che fino allora conosceva.”

    Lo scontro tra l’antico mondo ancestrale/pastorale/contadino e la contemporaneità è un qualcosa di veramente complesso, ci sarebbe da parlarne per ore e ore… quando uno pensa al cemento, allo scempio del territorio e al modo in cui l’uomo moderno insulta e distrugge gli animali e la natura tutta, allora viene da rimpiangere l’antichità; però quando si leggono testimonianze come questa di Gavino Ledda, quando si parla di fatica bestiale, di pulci e di analfabetismo, allora penso anche che non è poi tutto sbagliato nel mondo moderno… a chi vuole approfondire il tema e magari anche restare in ambientazione sarda, suggerisco di leggere Assandira di Angioni.

    ha scritto il 

  • 5

    Usato e consumato come un arnese da lavoro

    Padre Padrone è un libro magnifico e forte. Forte quanto un colpo di falce nella terra, una percossa di scure sulle spalle. Forte proprio come le violenze che il piccolo Gavino, alla tenera età di se ...continua

    Padre Padrone è un libro magnifico e forte. Forte quanto un colpo di falce nella terra, una percossa di scure sulle spalle. Forte proprio come le violenze che il piccolo Gavino, alla tenera età di sei anni, subisce da un genitore intransigente e disumano che vive per lavorare e non tollera spargimenti di niente. Un padrone, senza la minima parvenza di un padre, che impone al figlio di abbandonare il banco di scuola per fare il guardiano del gregge, per imparare a mungere e a condurre le bestie al pascolo. Costretto ad indossare pantaloni di fustagno, scarponi e giacca, Gavino è piantato tra i campi come un cencio per impaurire gli sparvieri, esposto al pericolo degli intrusi e dei saccheggi, alle rigide leggi delle intemperie. Nel silenzio senza strepiti di un’aspra campagna, al piccolo Gavino non resta che osservare i comignoli fumiganti delle capanne vicine, come unica distrazione possibile.
    “Padre padrone” è un racconto in cui tutto padroneggia: padrone è il principio di conservazione, l’istinto di sopravvivenza e la violenza. Padroni sono quei pastori che hanno il carattere di banditi e di briganti. Padrona è la natura selvaggia dell’entroterra sardo, splendido con i suoi paesaggi, i cespugli bagnati e gli arbusti pungenti. Una natura che impera e distrugge ma capace di offrire le sue voci e i suoi silenzi con cui intenerire le spine e gli assilli. Una storia che percorre le tappe dell’educazione di un pastore, raccontata dalla voce stessa di quel bambino che si è fatto uomo e ha trovato il suo riscatto, la speranza, la rinascita lontano da una terra che non lo avrebbe più cullato né cantato, ma soltanto usato e consumato come un arnese da lavoro.

    ha scritto il 

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