Palude

Di

Editore: Dalai (Romanzi e racconti)

3.5
(150)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 238 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 886620241X | Isbn-13: 9788866202417 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Le paludi pontine sono terra di città nuove, "trionfali" e desolate, che nessun turista visitava fino a ieri. Sono un alveare di contadini, gente che parla in romanesco e ricorda in veneto, spediti lì dal Duce - quello "buono", quello che mieteva il grano - a bonificare stagni e pantani. Che poi, mica la voleva, lui, Littoria. Lui si accontentava di qualche borgo rurale, perché gli italiani sono un popolo di agricoltori. Ma alla fine ci si è affezionato, e anche ora che si chiama Latina il suo fantasma ci si aggira sempre, di notte, a bordo d'un rumorosissimo Guzzi 500-Falcone sport. Controlla che tutto vada bene e che la gente del posto non combini troppi casini. Perché "di là" vogliono caricarlo pure dei peccati loro. In fondo è a causa sua che abitano quel brandello di Lazio. Perfino il sindaco è un uomo suo. Ai tempi lo avevano nominato federale, "federale facente funzioni" a essere precisi, e adesso che una classifica del Sole-24 ore ha piazzato Latina fra le peggiori città del Paese, per migliorarne l'immagine ha partorito un'idea folgorante: i trapianti di cuore. I trapianti sono una cosa ultramoderna e si fa una grandissima figura, sostiene. E c'è infine Palude che ne ha bisogno, Palude che quando era ancora in forze ti alzava con una mano sola, se non stavi zitto. Adesso ha il cuore stanco. Peccato solo che sia un operaio rosso e comunista. Ma non importa, è deciso: il trapianto si farà. Per procurarsi un donatore basta in fin dei conti spargere una latta d'olio sopra la Pontina...
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  • 3

    La sera a veglia con Pennacchi

    Ogni volta che apro un libro di Pennacchi mi appare una scena che posso solo immaginare, non avendola mai vista nella realtà: quella che associo alle parole di mia madre "La sera si stava a veglia in ...continua

    Ogni volta che apro un libro di Pennacchi mi appare una scena che posso solo immaginare, non avendola mai vista nella realtà: quella che associo alle parole di mia madre "La sera si stava a veglia in cucina.." La televisione in Italia ancora non c'era.
    I miei nonni erano mezzadri, non nell'Agro Pontino, bensì in Toscana. La cucina era grande quanto una sala, svolgendo non solo la funzione di spazio atto a preparare e consumare i cibi, ma in generale quella di ambiente per la socialità, dimensionato sui numeri (alti) della famiglia del mezzadro e delle altre figure che vi gravitavano intorno (garzoni, braccianti a giornata, fattore, parenti in visita ecc.) In mezzo c'era un grande tavolo allungabile, attorno al quale la sera si disponevano gli abitanti della casa e persone delle altre famiglie contadine della stessa fattoria. Alla luce fioca delle candele o della lampada a carburo ci si guardava negli occhi, ma soprattutto si ascoltava uno che aveva qualcosa da raccontare e che sapeva raccontare. Ogni tanto, quando ero piccola, mia madre mi indicava un vecchietto in motorino: "Quando la sera veniva lui a casa, si stava a veglia".
    Solo da grande ho ripensato alla relazione che c'era tra "avere qualcosa da raccontare" e "saperla raccontare", e anche al fatto che la veglia dipendesse dalla presenza del narratore. Ci ho pensato quando a scuola mi hanno detto che Omero forse non è mai esistito e che comunque gli scritti a lui attribuiti erano stati desunti da racconti orali. E ho immaginato Omero seduto in una cucina come quella dei miei nonni.
    Pennacchi mi fa proprio questo effetto, non quello di Omero, ma quello del vecchietto in motorino, che è narratore: le sue storie partono da fatti, luoghi, persone vere, arricchiti con un po' di mito e contestualizzati da avvenimenti storici. Non importa se la lingua non è elegante (ma perché, la vita nei poderi o in fabbrica lo era?): questo narratore ha cose da raccontare e le sa esporre con una strabiliante capacità comunicativa.
    Diverse persone che conosco hanno dichiarato un rifiuto aprioristico verso le opere di Pennacchi, voglio proprio dire che asseriscono di non potercisi nemmeno accostare. Qualcuno, mi è sembrato di capire, motivato dai trascorsi fascisti dello scrittore, qualcun altro perché "il personaggio - sempre Pennacchi - mi è antipatico". Ma cosa c'entra questo col saper scrivere?
    Concordo che Palude non sia il suo libro più riuscito, i periodi eccessivamente spezzettati appesantiscono la lettura e la parte sull’esperienza di coma del protagonista è lunga, sopra le righe e noiosa.
    Ma per me rimane un fatto: ci sono libri, pure interessanti e a volte decisamente importanti, la cui lettura mi trovo a dover interrompere per un periodo, perché cupi, o molto lenti, o perché richiedono una capacità di concentrazione di cui, in quel momento, non dispongo. Quando ho un certo numero di libri ammezzati accumulati e non riesco a sbloccare la situazione, la soluzione infallibile è iniziare un libro di Pennacchi: si legge tutto d'un fiato e alla fine lascia un tale impeto di lettura che riesce a trainare qualunque "mattone" da cui io lo faccia seguire.
    E uno scrittore che oggi riesce ancora a scrivere e a far leggere storie di solidarietà in fabbrica e di sindacato ha in sé qualcosa che resiste al tempo.

    ha scritto il 

  • 0

    Dal titolo potrebbe sembrare l'ennesima incursione pennacchiana nelle bonifiche dell'Agro Pontino, ma non è così.
    Benché a un certo punto, per forza di cose, l'argomento torni a fare capolino - anche ...continua

    Dal titolo potrebbe sembrare l'ennesima incursione pennacchiana nelle bonifiche dell'Agro Pontino, ma non è così.
    Benché a un certo punto, per forza di cose, l'argomento torni a fare capolino - anche perché lì ci troviamo -, la centralità, in "Palude", appartiene a un personaggio soprannominato proprio così: Palude.
    Un operaio grande e grosso, un compagno di fabbrica del Pennacchi, un comunista che dava filo da torcere a padroni e sindacalisti, soprannominato Palude perché faceva il portiere quando giocava a pallone: pur di afferrare la palla, si buttava pure nelle pozze e nel fango, da qui il nomignolo.

    Ma Palude a un certo punto si ammala di cuore. C'è bisogno di un trapianto. Ed è il cuore, alla fine, il motore del racconto, l'intersecarsi della storia di Palude con quella del giovane Benedetto, col fantasma del Duce che si aggira in moto per Latina, con una serie di elementi magico-religiosi ricorrenti nella letteratura di Pennacchi, che qui giocano un ruolo fondamentale.

    Anche qui, si ride e ci si commuove, e il libro è più che buono, ma minore rispetto a Canale Mussolini o a Il fasciocomunista, due testi senza dubbio più completi e sfaccettati, anche a livello di scrittura.
    Comunque da leggere se si segue l'autore, è sempre una buona lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    Pennacchi, Palude e Mussolini: ovvero l'assurdo realismo delle pianure pontine

    Personalmente scoprii Pennacchi con la lettura, quasi casuale, de " Il Fasciocomunista " e da allora non ho più mollato la presa su questo personaggio anomalo e sopra le righe.
    Con " Palude " l'autore ...continua

    Personalmente scoprii Pennacchi con la lettura, quasi casuale, de " Il Fasciocomunista " e da allora non ho più mollato la presa su questo personaggio anomalo e sopra le righe.
    Con " Palude " l'autore ci regala un altro abbondate assaggio del suo mondo narrativo.
    Già solo l'incipit rende congruo il prezzo di copertina.
    Non è forse il suo capolavoro, ma resta - ad ogni modo - un libro con dei gran bei tagli, ondeggianti tra l'assurdo e il geniale.
    Il fantasma di Mussolini in sella ad una moto a far danni in giro permette, di per sé, una lettura godibile.
    Impareggiabili anche i ritratti su misura di " personaggi e fatti puramente casuali " che casuali, poi, non è che lo siano proprio così strettamente.
    In un questo universo di storia pontina, battutacce, frecciatine acri, narrazioni divertenti e tristi, fabbrica quale immancabile luogo della coscienza e del ricordo collettivo e individuale, casacce, donne, mogli, compagne, compagni, fascisti, comunisti, socialisti e la trasformazione sociale dell'Italia all'interno del piccolo paradigma della FulgorCavi, si stagliano, immensi, loro due: Palude e il suo cuore un po' troppo... ballerino.
    Lettura non sempre scorrevole, ma di livello comunque superiore.
    In Italia qualcosa di interessante sembra essersi mosso dalla crisi in qua; vediamo dove vanno a finire questi autori da tempi duri e argomenti impegnati.
    Pennacchi c'è, per di più con una certa qualità.

    ha scritto il 

  • 5

    Non era ectoplasmatico

    Questo libro è stato pubblicato nel 1995 e l’anno successivo vinse il Premio Pisa.
    Nel 2000 l’autore decise di “rimaneggiarlo parecchio” inserendo anche un piccolo epilogo.
    L’autore è Antonio Pennacch ...continua

    Questo libro è stato pubblicato nel 1995 e l’anno successivo vinse il Premio Pisa.
    Nel 2000 l’autore decise di “rimaneggiarlo parecchio” inserendo anche un piccolo epilogo.
    L’autore è Antonio Pennacchi, lo stesso che ha scritto “Canale Mussolini”.
    Questo racconto in un certo senso introduce la storia di “Canale Mussolini” ed aiuta ad arricchirla di altri episodi.

    La lettura risulta veloce ed interessante, ricca di frasi espresse in dialetto veneto/pontino debitamente tradotte per chi non riesce a comprenderle.

    Ho trovato geniale l’idea di inserire varie figure onomatopeiche per produrre i vari suoni che circondano i personaggi.
    Molto spesso il lettore stesso riesce a sentire il rumore della motocicletta che sta arrivando oppure la pioggia che batte incessante.

    I temi trattati principalmente sono: le paludi Agro Pontine, amore, spettri e trapianti.

    In questo volume si raccontano le vicende di Bonfiglio Ferrari chiamato dagli amici Palude, il perché lo scoprirete leggendo il libro!

    La storia è ambientata a Littoria, attuale Latina della quale si narra anche la fondazione.
    Nella terra insalubre, risanata negli anni del Duce.

    La scrittura è diretta come un dialogo fra vecchi amici.
    Lo stile rimane ironico e talvolta derisorio tanto che spesso mentre lo si legge capita di sorridere delle vicende e dei dialoghi riportati.

    Lo scrittore ci descrive le “piazze squadrate”, le “strade larghe” e la miriade di piante di eucalipto.

    È un libro che mi è piaciuto moltissimo, lo consiglio a tutti perché anche se in parte è una leggenda, Pennacchi con il suo stile di scrittura riesce quasi a farla diventare reale.

    Buona lettura!

    ha scritto il 

  • 2

    Dopo Canale MUssolini e Mammut mi sono convinta che Pennacchi non fa per me.
    La storia all'inizio mi stava quasi piacendo, ma poi ha degenerato;quado ho letto il Duce con Maria Goretti, mi sono chiest ...continua

    Dopo Canale MUssolini e Mammut mi sono convinta che Pennacchi non fa per me.
    La storia all'inizio mi stava quasi piacendo, ma poi ha degenerato;quado ho letto il Duce con Maria Goretti, mi sono chiesta dove fossero finiti Gargamella e Grande Puffo!

    ha scritto il 

  • 4

    Affabulazione

    Come molte delle mie recensioni,anche questa è decisamente di parte, perché Pennacchi mi ha conquistata sin dalla prima lettura (Il fasciocomunista). Palude si svolge dalle stesse parti, che poi sono ...continua

    Come molte delle mie recensioni,anche questa è decisamente di parte, perché Pennacchi mi ha conquistata sin dalla prima lettura (Il fasciocomunista). Palude si svolge dalle stesse parti, che poi sono le solite: Latina e dintorni. L'epos della pianura bonificata, con le storie dei personaggi che in vita sono già leggenda e dopo la vita si accompagnano con i santi e con la storia, mi incanta ogni volta. I colti diranno che questa poetica è già presente in altri autori nobili, Zavattini per esempio. Può darsi. Ma Pennacchi racconta come se bofonchiasse tra sé mentre lavora - memorabili i passaggi in punta di chiave inglese. O come se il suo narrare fosse un lungo filò sul muretto d'estate, in osteria d'inverno. Sarà che siamo padani, e i padani sotto tutti un po' matti, compreso Zavattini.

    ha scritto il 

  • 4

    Nel 1813 un Rossini ventunenne scrive un'opera, "Aureliano in Palmira" che dopo alcune rappresentazioni sparisce dalle scene. Tre anni dopo il musicista ne riciclerà l'Ouverture in quel capolavoro che ...continua

    Nel 1813 un Rossini ventunenne scrive un'opera, "Aureliano in Palmira" che dopo alcune rappresentazioni sparisce dalle scene. Tre anni dopo il musicista ne riciclerà l'Ouverture in quel capolavoro che è "Il barbiere di Siviglia". Pur senza essere Rossini, il Pennacchi qui ne riprende il modello. Pertanto si può scrivere l'equazione "palude:aureliano in palmira=canale mussolini:barbiere di siviglia". Con questo non voglio dire che "palude" sia un brutto libro, anzi. Semplicemente è un'opera minore che probabilmente non sarebbe stata ripubblicata se non ci fosse stato il successo di Canale Mussolini. Gli stessi ambienti, spesso gli stessi episodi, la stessa verve, ma meno omogenea e decisamete più "soprannaturale" del fratello maggiore. Dovendo leggere solo uno dei due non ci sono dubbi su quale scegliere... avendo del tempo e magari un po' di nostalgia delle "appi" diventa una piacevole ri-lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    Quando il surreale diventa storia

    Un consiglio: leggete subito le note finali; entusiasmatevi per la descrizione del processo creativo e poi – ma solo poi – abbandonatevi alla trama: l’amore per l’onestà disarmante e disarmata di ques ...continua

    Un consiglio: leggete subito le note finali; entusiasmatevi per la descrizione del processo creativo e poi – ma solo poi – abbandonatevi alla trama: l’amore per l’onestà disarmante e disarmata di questa storia vi aiuterà a ignorarne i vizi (che ci sono) e ad assaporarne fino in fondo le virtù (che sono moltissime).
    Le paludi pontine, funestate dall’inedita coppia comica Duce-Cencelli, sono un Macondo fantastico in cui non è più possibile distinguere la leggenda dalla realtà, la suggestione dalla finzione narrativa.
    Il gusto del racconto, un sarcasmo tagliente e alcune trovate meravigliose (l’agonia di Maria Goretti è un pezzo di bravura) definiscono l’ossatura di un’opera che non vanta, forse, la dignità letteraria di Canale Mussolini, ma che cattura senz’altro la simpatia del lettore dalla prima all’ultima pagina.

    ha scritto il