Paura Liquida

Di

Editore: Laterza

3.8
(132)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 227 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000072747 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Filosofia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
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    Alcuni anni fa il termine di modernità o società “liquida” definito e diffuso dal prof. Bauman, divenne piuttosto noto sia nei contesti intellettuali rilevanti, sia in qualsiasi talk-show che in quell ...continua

    Alcuni anni fa il termine di modernità o società “liquida” definito e diffuso dal prof. Bauman, divenne piuttosto noto sia nei contesti intellettuali rilevanti, sia in qualsiasi talk-show che in quella puntata non avesse come ospiti Tiziano Er Canaro e Gigiona L'inghiottitrice. Grazie alla categoria di liquido si riusciva a spiegare molte dinamiche del nostro presente. Anche io, volendo rimanere al passo coi tempi per non correre il rischio di essere allontanato dal consesso delle persone che benpensano, mi ero comprato un saggio di Zygmunt Bauman, §Paura liquida§. Poi però mi ero dimenticato di leggerlo, il volume era scivolato sotto altri, si era infilato in qualche fessura di libreria, infine era stato inghiottito dalla casa. Qualche mese fa, inavvertitamente era sbucato fuori e allora mi sono detto: perché non leggerlo?

    Bauman analizza le paure umane, quelle concrete, quelle generate, analizza il concetto di paura, come è stato declinato nei secoli, lo cataloga, lo esplicita, lo proietta in un futuro(ahimè terribilmente) prossimo. Ripercorrere qui l'esegesi delle paure contemporanee sarebbe inutile e impossibile, consiglio, a chi fosse interessato, la lettura del saggio in quanto assai illuminante e, dolorosamente, lucido. Vorrei tuttavia soffermarmi sull'aspetto che mi ha colpito di più di questa lettura: il volume è del 2006, ma l'analisi della “globalizzazione negativa” è estremamente puntuale se si tiene conto, tanto più, che è antecedente di 2 anni alla grande crisi economica mondiale. Ma non solo: nel capitolo 4, “Terrore del globale”, Zygmunt Bauman affronta il tema del terrorismo di matrice islamista e prefigura scenari che avrebbero avuto modo di verificarsi solo 9-10 anni dopo. Le sciagurate politiche militari USA – e dei loro alleati – in giro per il mondo sommandosi con i danni evidenti della “globalizzazione negativa” hanno aperto il vaso di Pandora del terrore. Ma quando il professore scrive lo fa in un mondo che non conosce ancora l'Isis e gli attacchi in Francia, un mondo ancora dove Al-Qaida è l'unico “brand” terroristico a livello mondiale (e non se la passa poi così bene): «Fedele al suo nome, l'arma fondamentale del terrorismo è seminare il terrore. E, date le attuali condizioni del pianeta, il raccolto abbondante è assicurato, per quanto scadente sia la qualità dei sementi.»(pag.133). La risposta al problema da parte occidentale è confusa e si risolverà in isterici bombardamenti dei territori del Medio Oriente «Data la natura delle armi moderne a disposizione dei militari, le risposte a simili atti terroristici appariranno inevitabilmente inadeguate, goffe e confuse, in quanto si riversano su un'area molto più ampia di quella colpita dall'attacco terroristico e provocano “vittime collaterali” ancora più numerose, e “danni collaterali” sempre maggiori, e con ciò più terrore, devastazione e destabilizzazione di quello che i terroristi potevano produrre direttamente; inoltre, esse provocano un ulteriore aumento del dolore e dell'odio accumulato e della rabbia repressa, accrescendo ulteriormente le schiere di potenziali adepti alla causa terroristica.»(pag.134): sulla efficacia delle guerre USA&Co.[ricordo che Bauman scrive a ridosso delle “vittoriose” campagne afgane e irachene]: «Le forze terroristiche difficilmente cederanno sotto la pressione militare. Sono anzi proprio la goffaggine e lo spreco esorbitante e rovinoso dell'avversario a consentir loro di recuperare e accrescere la propria forza.»(pag.138): sulla possibilità di arginare il fenomeno in maniera poliziesca[questo prima che i terroristi belgi scorrazzassero tranquillamente fra Parigi e Bruxelles nelle notti europee]:«Per quanto numerose siano le guardie di frontiera, gli apparecchi biometrici e i cani addestrati a fiutare l'esplosivo, le frontiere sono già state spalancate dalla (e per la) libera fluttuazione dei capitali, delle merci e delle informazioni, e non possono essere richiuse e sigillate agli uomini.»(pag.136): sul cortocircuito emotivo e sociale dei terroristi nati e cresciuti in Europa che abbracciano la jihad: «Essi si trovano in effetti in un brutto dilemma: vengono respinti dalla loro comunità di origine, che li considera disertori e traditori, e si impedisce loro di accedere alla comunità dei loro sogni per presunta incompletezza e insincerità, o peggio ancora per la perfezione e presunta irreprensibilità del loro tradimento/conversione. La dissonanza cognitiva, l'esperienza sempre tormentosa e penosa di una condizione inestricabilmente irrazionale che non prevede una soluzione razionale, nel loro caso è raddoppiata. La realtà in cui vivono nega i valori che è stato loro insegnato a rispettare e a venerare, e nello stesso tempo rifiuta loro la possibilità di far propri i valori che essi vengono insistentemente esortati e incoraggiati ad abbracciare.»(pag.146). sul tornaconto economico occidentale nei confronti delle regioni ricche di petrolio che ha generato l'appoggio a regimi violenti [si pensi all'Iraq di Saddam] o/e arretrati culturalmente come quello saudita [Iraq, Arabia Saudita sono i paesi dove è nato l'Isis o dove ha ricevuto appoggio, armi, finanziamenti]: «...i paesi occidentali, e in particolare gli Usa, non hanno mai smesso di interferire coi regimi islamici del Medio Oriente, […] Essi hanno anche contribuito a mantenere al potere dei regimi reazionari(e radicalmente fondamentalisti nel caso del regno saudita, in cui dominano i wahabiti)alla sola condizione che i rubinetti del petrolio rimanessero aperti e gli oleodotti pieni.»(pag.149); sull'ipocrisia culturale[tutta occidentale in quanto essa declamava ai quattro venti il rosario di Libertà, Diritti, Uguaglianza, Democrazia – tutte parole universali e con la lettera maiuscola] che tali politiche generavano: «Re e dittatori alla guida di tali regimi approfittano volentieri della loro fortuna per circondarsi dei più stravaganti giocattoli che la società dei consumi occidentale possa offrire, rafforzando al tempo stesso la guardia di frontiera e la polizia segreta per impedire che i prodotti della democrazia occidentale entrino di contrabbando nei loro paesi. Auto piene di gadget tecnologici sì, libere elezioni no; aria condizionata sì, eguaglianza giuridica delle donne no; e il no più deciso ad un'equa distribuzione della ricchezza piovuta all'improvviso dal cielo, alle libertà personali e ai diritti politici per i sudditi.»(pag.150): sulla isteria poliziesca che i terroristi possono portare nel nostro vivere quotidiano: «Pochi assassini suicidi in libertà basteranno senz'altro a convertire migliaia di innocenti nel ruolo di “soliti sospetti”.»(pag.152) e su quella mentale che il fenomeno va creando: « Le città multietniche e multiculturali si stanno trasformando in fortezze assediate e sono le dimore condivise dei terroristi e delle loro vittime. Ciascuna delle parti alimenta la paura, la passione, lo zelo, la durezza dell'altra. Ciascuna conferma le peggiori paure dell'altra e dà consistenza ai suoi pregiudizi e odi. Racchiuse insieme in una sorta di versione liquido-moderna della dance macabre, le due parti non concederanno mai allo spettro dell'assedio un momento di riposo.»(pag.153)

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/01/12/paura-liquida-zygmunt-bauman/

    “Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di cert ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/01/12/paura-liquida-zygmunt-bauman/

    “Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di certezze, garanzie e sicurezze. Le paure sono tante e varie. Ognuno ha le sue, che lo ossessionano, diverse a seconda della collocazione sociale, del genere, dell’età e della parte del pianeta in cui è nato e ha scelto di (o è stato costretto a) vivere. Il guaio è che tali paure non sono tutte uguali fra loro. Dato che arrivano una alla volta, in successione ininterrotta ma casuale, esse sfidano i nostri (eventuali) sforzi di collegarle tra loro e ricondurle alle loro radici comuni. Ci spaventano di più perché risultano difficili da abbracciare nella loro totalità, ma ancor di più per il senso di impotenza che suscitano in noi. Non riuscendo a comprenderne le origini e la logica (ammesso che ci sia), ci troviamo al buio e incapaci di prendere provvedimenti - e, a maggior ragione, di prevenire o contrastare i pericoli che esse ci segnalano. Siamo semplicemente privi di strumenti e capacità a tal fine. I rischi che temiamo trascendono la nostra capacità di agire; finora non siamo nemmeno riusciti a definire chiaramente come dovrebbero essere gli strumenti e le capacità adeguate - e dunque siamo ben lontani dal poter iniziare a progettarli e realizzarli. Ci troviamo in una situazione non molto diversa da quella di un bambino disorientato; per riprendere l’allegoria utilizzata tre secoli fa da George Christoph Lichtenberg, se un bambino urta contro un tavolo, dà la colpa a quest’ultimo, mentre per casi simili noi abbiamo coniato la parola “destino” contro cui lanciare accuse”.
    (Zygmunt Bauman, “Paura liquida”, editori Laterza)

    In un articolo scritto qualche giorno fa, affrontavo, in maniera approssimativa, frammentaria e piuttosto scanzonata, il tema della paura. In questo vi presento un testo ben più interessante rispetto ai miei deliri, cioè “Paura liquida” di Zygmunt Bauman. Tanto per sdrammatizzare, la parola liquida del titolo non è in riferimento a possibili perdite notturne, ma richiama concetti che Bauman esprime anche in altre sue opere. La liquidità, in estrema sintesi, è da intendersi come la mutevolezza, l’instabilità, la freneticità della società odierna, con particolare riferimento ad argomenti quali la globalizzazione, il consumismo, la marginalizzazione dei poveri. L’oggetto principale di questo saggio, comunque, è la paura.
    Il libro, come si evince dalle parole dello stesso autore, è un inventario delle paure, un tentativo di individuarne le radici, un invito a ragionarci su ed agire di conseguenza, nella consapevolezza che non esistono ricette miracolose né definitive per scacciare paure che attanagliano l’uomo dalle sue origini, paure che sono mutate nel corso dei millenni, o paure che addirittura sono insorte e divenute tipiche dell’epoca attuale. Nel mio precedente articolo, mi domandavo se la paura è sempre relativa a qualcosa che non conosciamo, quindi all’ignoto, o non riguardi anche ciò che conosciamo. Bauman sviluppa in maniera egregia la mia domanda e risponde con questo saggio che parte da un’introduzione di carattere generale sull’origine della paura e sugli usi che della stessa sono stati fatti. La prima considerazione è sul fatto che la paura derivante dall’incertezza della minaccia, che in linea teorica avremmo dovuto scacciare grazie al progresso scientifico e tecnologico, ha, al contrario, assunto il carattere dell’ubiquità. La globalizzazione, la possibilità di viaggiare, di conoscere tutto in pochi secondi grazie al web, ha certo portato innumerevoli vantaggi, ma ha anche allargato il terreno dove le nostre paure possono proliferare.
    La paura può essere immediata, cioè derivante da pericoli concreti e visibili, oppure derivata dall’insicurezza circa qualcosa. In questo secondo caso, aggiunge Bauman, spesso può essere sganciata da reali pericoli ed essere, quindi, solo frutto di condizionamenti mentali. Ma perché abbiamo paura? Cosa sentiamo essere messo in pericolo? Bauman focalizza l’attenzione su tre macro-categorie: 1. il pericolo riguardante la possibile perdita o menomazione del nostro corpo e dei nostri beni materiali; 2. la paura di ordine più collettivo, riguardante catastrofi, sovvertimenti dell’ordine sociale vigente; 3. la paura circa la nostra collocazione all’interno del predetto ordine sociale. Bauman poi spiega come un modo che utilizziamo per difenderci dalle paure sia calcolare le probabilità di ciò che è prevedibile, tenendo ben a distanza dalla mente i pensieri su ciò che è imponderabile e per il quale è impossibile, a nostro parere, fare alcunché. Così facendo, però, accade che su larga scala ci si meravigli di catastrofi naturali che, per quanto imprevedibili e tremende, potevano essere limitate nella loro portata devastatrice, se solo si fosse sempre tenuto presente il pericolo supremo, cioè quello di morire.
    Nel primo capitolo l’autore affronta proprio la paura delle paure: la morte. Innanzitutto, a mia parziale discolpa riguardo il mio articolo precedente, devo dire che mi ha fatto piacere leggere che anche Bauman ritenga errato quella concezione per la quale la morte non dovrebbe farci paura “perché quando ci siamo noi non c’è lei e viceversa”. La differenza tra me e Bauman è che lui argomenta in maniera mirabile. L’inizio del capitolo si serve dell’esempio dei reality show e dei quiz per mostrarci come i meccanismi più insospettabili che possiamo osservare nella nostra quotidianità siano atti a mostrarci l’inevitabilità della morte, dell’unico evento di cui non possiamo mai avere un’idea diretta e che ci coglierà comunque impreparati. Con la morte non si tratta di sapere il “se”, ma unicamente il “quando” e il “chi”. Un reality (sul quale, per inciso, il giudizio di Bauman non è, mi sembra, entusiastico, a prescindere dall’esempio che porta), eliminando un concorrente alla volta, rivela, libera e assolve il telespettatore dal pensiero della morte, presentandogliela in forma minimale e innocua.
    Da questo pensiero abissale ci difendiamo in maniera diverse, anch’essere evolutesi nel corso della storia umana. Si può pensare che la morte non sia definitiva, quindi appellarsi all’eternità dell’anima, la grande invenzione del cristianesimo che tuttora appaga i credenti. Venuta meno questa forma di salvezza, nell’epoca moderna, secondo Bauman, le strategie sono la decostruzione e la banalizzazione della morte. La prima consiste nel non accettare mai la morte come fatto naturale, inevitabile, che prima o poi deve accadere, ma ricercare sempre e comunque una causa specifica della morte. La seconda consiste nel quotidiano esercizio: la fine di una relazione viene vissuta con un carico di drammaticità tale da prefigurare, sia pure in maniera imparagonabile, la morte, almeno la morte di un mondo, quello creato dalla relazione, che non ci sarà più. La frammentarietà dei rapporti sociali odierni, in teoria potenzialmente infiniti (basti pensare alle amicizie “virtuali”), ma labili quanto mai, non è altro, per Bauman, che un allenamento al distacco definitivo.
    Un tema strettamente legato alla paura è il male, argomento che ci spaventa perché è incomprensibile, inesplicabile, sfida il nostro tentativo di rendere vivibile il mondo ritenendolo intellegibile, comprensibile con i nostri mezzi. Al riguardo, Bauman sottolinea come dalla vetusta concezione del male come conseguenza del peccato, si sia passati a una visione diversa ma non meno misteriosa e inappagante di cosa sia il male. Il terremoto e maremoto di Lisbona del 1755, che fornì a Voltaire l’occasione per le sue riflessioni, dà modo anche a Bauman di riflettere su come il male derivante dalle forze naturali sia non-intenzionale, indifferente alle nostre miserie umane. Poi, c’è il male causato e creato dall’uomo, che spaventa per la sua banalità, come ricordava la Arendt nel suo saggio-resoconto “La banalità del male”. Bauman rileva come il male ci faccia paura proprio perché, “a condizioni adatte”, può annidarsi ovunque e in chiunque.
    Nel secondo capitolo Bauman tratta dell’orrore dell’ingestibile. L’umanità, che attraverso il progresso avrebbe dovuto epurare gran parte della paure, è riuscita a dotarsi di strumenti bellici atti a praticare una “mutua distruzione assicurata”. L’armamentario delle grandi potenze nucleari è un potenziale patologico-suicida delle moderne società, che hanno perso il senso del limite, che fingono di non comprendere la limitatezza delle risorse terrestri e lo stato di privilegio che una parte della popolazione terrestre (anch’io che posso scrivere quest’articolo) vive rispetto al resto. Invece che gestire la natura de-divinizzata, smussando gli effetti delle sue manifestazioni violente, l’uomo l’ha imitata nella sua irrazionalità. Bauman scrive il libro poco dopo l’uragano Katrina, che devastò New Orleans e rileva come in quell’occasione ad essere colpiti maggiormente furono, come spesso accade, gli indigenti. La burocrazia, inoltre, negli stati moderni, è diventato un alibi e una fonte di dequalificazione etica, all’interno della quale i funzionari solerti possono dimenticare, in nome dell’ordine ricevuto dall’alto, qualsivoglia barlume di solidarietà. La delega alla tecnologia, inoltre, deresponsabilizza l’uomo, che è stato molto “abile” ad apprendere dalla natura i suoi principi distruttivi e armarli contro se stesso, basti pensare agli armamenti atomici.
    La globalizzazione, altro tema caro a Bauman, ha assunto, finora, connotati prevalentemente negativi e ha contribuito ad aumentare le paure, il bisogno di sicurezza entro e dei confini. La possibilità di spostarsi, congiunta alle condizioni disastrose in cui versano grandi zone del pianeta, ha condotto alle inevitabili migrazioni, che sempre ci sono state nella storia dell’umanità, ma che adesso, utilizzate in maniera squallida e propagandistica, hanno fomentato il risorgere di nazionalismi, razzismi, fanatismi e intollerenze che, peraltro, possono sfruttare i moderni mezzi di comunicazione per diffondere il loro “verbo”. Nella scelta tra essere carnefici, vittime o vittime collaterali, tendiamo a vedere nell’altro il colpevole, l’invasore, il pericolo, cadendo preda dell’antica e mai doma tentazione di dividere il mondo in Bene e Male, in Buoni e Cattivi, dimenticando (volendo dimenticare) che oltre alla naturale propensione alla violenza, che può esserci, esiste una grandissima fetta di disperati che, di fronte alla scelta se uccidersi o delinquere per necessità, optano per la seconda alternativa. Molto penetranti, inoltre, le pagine che Bauman dedica al fenomeno del terrorismo, che sfrutta anch’esso le potenzialità delle moderne tecnologie, non solo per colpire, ma anche per massimizzare gli effetti degli atti. La cultura del controllo, che sempre più si è diffusa dopo l’attacco alle torri gemelle, ha come effetto anche quello di spingere chi è più pigro o ha piacere a pensarla così, a ragionare per categorie.
    Il paradosso cui si giunge è che proprio le società più sicure, quali dovrebbero essere, oggettivamente, quelle moderne, specie nella parte di mondo cosiddetta “evoluta”, sono attraversate da paure ed ossessioni talvolta giustificate, ma spesso generate ad arte da chi ha interesse commerciale, politico, militare, a conservare uno stato d’ansia collettivo, che aumenta quando, nelle maglie della sicurezza promessa, si intravede anche la minima smagliatura. Bauman, attraverso esempi puntuali e citazioni da giornali e tv, dimostra come i pubblicitari, le aziende e soprattutto i politici in campagna elettorale cavalchino l’onda della paura, paventando paure anche non dimostrabili in concreto, ma che fanno presa sullo “stomaco” dei cittadini.
    L’ultimo capitolo Bauman lo dedica a cercare un senso alla parola. Cosa può fare un intellettuale, un pensatore, di fronte alle paure e più in generale per contribuire a rendere più vivibile e intellegibile questo mondo così caotico, frammentario, precario? L’antica concezione per cui dovrebbe affiancarsi a un Principe illuminato si è dimostrata fallimentare, così come il sogno dell’intellettuale organico al partito e guida della futura rivoluzione. Bauman, riprendendo un esempio di Adorno, auspica che si possa, almeno, lanciare un messaggio nella bottiglia, nell’auspicio che qualcuno, possibilmente non troppo in là nei decenni, possa coglierlo. Oltre ad augurarsi un difficile bilanciamento tra sicurezza e libertà, Bauman chiude sostenendo che solo annunciando l’inevitabilità della catastrofe si potrà evitare che la stessa accada. Stare sempre in guardia, insomma, cattivi profeti che si augurano di fallire nella loro previsione. Può essere una chiusura che incute paura, ma forse fanno più paura coloro che ritengo che vada sempre e comunque tutto bene.

    ha scritto il 

  • 3

    Anche se nella mia ignoranza riguardo a quanto sia stato detto sulla nostra società, mi pare che Bauman, per quanto da anni non faccia altro che vivere di questa felice espressione che è "la società l ...continua

    Anche se nella mia ignoranza riguardo a quanto sia stato detto sulla nostra società, mi pare che Bauman, per quanto da anni non faccia altro che vivere di questa felice espressione che è "la società liquida", sia un acuto osservatore della realtà. In Vita liquida, ho trovato molti spunti di riflessione, molte buone intuizioni accompagnate da approfondimenti mai troppo digressivi ed esaurienti.
    In questo senso, Paura liquida è piuttosto deludente: dopo un capitolo illuminante come il primo (senza contare poi l'introduzione), che è un'analisi interessantissima di come la società liquida affronti (aggiri) la dominante paura della morte, seguono capitoli che consistono in lunghissime digressioni che fanno calare l'interesse e l'attenzione. Non capisco, per esempio, a cosa possa giovare intavolare un patchwork di articoli sul terrorismo di 20-30 pagine che di nulla arricchiscono l'analisi di Bauman e, anzi, che vanno proprio in un'altra direzione.
    La lettura è andata avanti con immensi sforzi, onestamente, e perlopiù a causa di questo difetto del libro (perché il capitolo sul terrorismo non è l'unico che presenti quelle caratteristiche). Oltretutto, mi pare che Bauman si sia concentrato un po' troppo su dati e analisi varie relativi agli Stati Uniti. Per ultima cosa, ho trovato indigesto l'ultimo capitolo relativo al ruolo degli intellettuali, che non mi è sembrato dire alcunché.
    Lo stile di Bauman rimane comunque accessibile e leggibilissimo. Il sociologo dimostra sempre di avere una preparazione che non viene solo dal suo specifico campo di interesse, ma anche da quello filosofico (nonostante una cappella a pagina 40, in cui la dottrina di Epicuro relativa alla morte viene attribuita ai sofisti), per esempio. Qui in particolare ho sentito pesare di più un lessico di tipo filosofico che non in Vita liquida.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante solo in parte

    Francamente mi aspettavo di più da questo saggio. Diciamo che il primo capitolo e il penultimo sono quelli che mi hanno colpita di più perchè trattavano il tema della paura nello specifico, mentre neg ...continua

    Francamente mi aspettavo di più da questo saggio. Diciamo che il primo capitolo e il penultimo sono quelli che mi hanno colpita di più perchè trattavano il tema della paura nello specifico, mentre negli altri capitoli a mio parere l'autore è un andato un po' troppo oltre, facendo calare l'interesse. Per non parlare dell'ultimo capitolo sul ruolo degli intellettuali nella nostra società che sinceramente mi è parso proprio slegato da tutto il resto.

    ha scritto il 

  • 4

    Se si esce in macchina, con la paura degli altri, allora bisogna scegliere il SUV più grosso, pesante, potente, climatizzato, corazzato, dotato di ogni sistema di sicurezza attiva e passiva. E se cons ...continua

    Se si esce in macchina, con la paura degli altri, allora bisogna scegliere il SUV più grosso, pesante, potente, climatizzato, corazzato, dotato di ogni sistema di sicurezza attiva e passiva. E se consuma tanto, e inquina, pazienza.

    ha scritto il 

  • 0

    Temo che il successo dell'Autore sia prevalentemente connesso all'uso pervasivo e presto dilagante fuori dai suoi testi - senza che ci sia stato necessariamente bisogno di leggerli - di una metafora - ...continua

    Temo che il successo dell'Autore sia prevalentemente connesso all'uso pervasivo e presto dilagante fuori dai suoi testi - senza che ci sia stato necessariamente bisogno di leggerli - di una metafora - liquidità - che viene attribuita a ogni evento, fenomeno e sentimento con l'idea di dire con ciò qualcosa dotata di senso interessante e contemporaneo. Ecco, ad esempio, una recensione liquida.
    A margine, un tema da approfondire: il pensiero che basa sull’individuo la costruzione della società e della scienza, dall’individualismo metodologico alla post modernità, che finite le grandi condivisioni di valori e di regole, ripone speranza sulla capacità di scelta dell’individuo. Così accade per esempio per Bauman, un Autore che parla nei termini dell’anomia senza usare la parola; per questo Autore la paura, più minacciosa de "l'uomo è un lupo per l'uomo" di Hobbes poiché onnipresente e senza indirizzo o causa chiari (torna l’assenza di limiti come causa centrale di angoscia), è il motore della vita contemporanea, e non trovando adeguato Leviatano diventa la nostra perenne anomia: “Paura è il nome che diamo alla
    nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare - che possiamo o non possiamo fare – per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla” (p. 4). Finite le leggi universali accettate dall’uomo ragionevole della modernità, tutto dipende
    dall’individuo in grado di fare scelte etiche individuali. Alcuni sociologi contemporanei riprendono temi anomici generalizzandoli all’intera vita sociale e assumendo tonalità cupe più che di apertura alle opportunità date dalla deregolazione della società.

    ha scritto il 

  • 0

    Affascinatissimo e potentissimo saggio. La paura come motore del mercato globale?
    Sembrerebbe di sì se ci soffermiamo con Zygmunt Bauman a pensare a quante delle nostre scelte, anche economiche, sono ...continua

    Affascinatissimo e potentissimo saggio. La paura come motore del mercato globale?
    Sembrerebbe di sì se ci soffermiamo con Zygmunt Bauman a pensare a quante delle nostre scelte, anche economiche, sono dettate dalla paura. Paura di perdere il lavoro o i risparmi, paura di ammalarci, di finire in vacanza in mète da sogno ma a rischio attentati, di invecchiare e imbruttire. Paure alimentate dai media con titoli ad effetto. Paure liquide perché pervasive ma sfuggenti.

    In questo contesto Zygmunt Bauman dedica alcune righe all'edizione britannica de "Il Grande fratello" e ne descrive la dinamica di eliminazioni a valanga come se fosse la grande favola della nostra modernità. Ognuno di noi vive nella paura di essere emarginato dai gruppi, isolato come un paria, eliminato. Il "Grande Fratello" esorcizza questa paura, ci mostra il lato comico della cosa e ci rassicura su un fatto: nessuno di noi - a dispetto di bellezza e successo - ne è totalmente immune.

    ha scritto il 

  • 0

    alcuni ottimi confronti, intuizioni intelligenti, gran capacità dialettica. insomma, un ottimo pensatore. però non tutti gli argomenti trattati erano di mio particolare interesse, perciò ho apprezzato ...continua

    alcuni ottimi confronti, intuizioni intelligenti, gran capacità dialettica. insomma, un ottimo pensatore. però non tutti gli argomenti trattati erano di mio particolare interesse, perciò ho apprezzato solo una parte del libro

    ha scritto il 

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