Pedro Páramo

Di

Editore: Einaudi

4.1
(886)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 124 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Francese , Olandese , Portoghese , Polacco

Isbn-10: A000122059 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Francisca Perujo

Disponibile anche come: Altri

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
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  • 5

    "-Es cierto, Dorotea. Me mataron los murmullos. "
    "(...) Allì, donde el aire cambia el color de las cosas; donde se ventila la vida como si fuera un murmullo; como si fuera un puro murmullo de la vida ...continua

    "-Es cierto, Dorotea. Me mataron los murmullos. "
    "(...) Allì, donde el aire cambia el color de las cosas; donde se ventila la vida como si fuera un murmullo; como si fuera un puro murmullo de la vida."

    ha scritto il 

  • 3

    Realisme màgic? No ho sabria definir. La historia del viatge de Juan Preciado a Comala a buscar el que va ser el seu pare Pedro Páramo. Personatges morts, fantasmes, terres abandonades, calor asfixian ...continua

    Realisme màgic? No ho sabria definir. La historia del viatge de Juan Preciado a Comala a buscar el que va ser el seu pare Pedro Páramo. Personatges morts, fantasmes, terres abandonades, calor asfixiant... jo en diria irrealisme o surrealisme! No ho sabria definir.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci sono alcune cose cui i critici non possono aspirare; cose che non possono additare con le loro penne perché troppo al di là della luce sicura della loro ratio. Cose molto in basso qui in terra, cos ...continua

    Ci sono alcune cose cui i critici non possono aspirare; cose che non possono additare con le loro penne perché troppo al di là della luce sicura della loro ratio. Cose molto in basso qui in terra, cose negli spiragli, voci nel vento sopra al torrente e il rotolare dei sassi improvviso.
    Quando sai che non si tratta di un sogno ma non hai il coraggio di dire oltre - perché sogno è una cosa irreale e conosciuta mentre oltre, oltre, oltre
    lo scetticismo.

    Ci sono dei testi che non cambiano la storia una volta e basta; sono come portali che ogni volta che si attraversano conducono in un luogo diverso. Sono pietre miliari da cui si può ripartire ancora e ancora. Così è questo libro, oracolo, portale, Maestro. Ci sono, è vero, almeno due forti connessioni storiche, che la mia attuale ignoranza avverte ma non riesce a leggere. Ma dice César Aira che ogni avanguardia lo è perché aperta sulle condizioni della sua nascita. Allora che così sia e che ci conduca ancora lontano, oltre.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo libro mi è piaciuto tantissimo! Chi non capisce la natura di questo libro è perché il suo cervello è più fantasmagorico di Comala. Abbiate la decenza di impegnarvi a leggere piuttosto che ferma ...continua

    Questo libro mi è piaciuto tantissimo! Chi non capisce la natura di questo libro è perché il suo cervello è più fantasmagorico di Comala. Abbiate la decenza di impegnarvi a leggere piuttosto che fermarvi nella lettura.

    E' uscito nel 1955 e solo cinque anni dopo arriva in Italia.
    La forza del libro è legata unicamente alla sua struttura straniante che rende esclusivo il patto narrativo con Juan Rulfo. Il singolare punto di vista di questo libro rende Comala un luogo dove la magia non si converte in naturale, senno che è naturale evidenziando una potenziale verosimiglianza della struttura spaziale. L'ordine del tempo e lo spazio hanno dimostrato la falsità della fabula e sujet, dimostrando un meccanismo che offre un ordine nel quale il lettore apprende la realtà attraverso un narratore con focalizzazione esterna ma che riflette dati della coscienza del narratore interno, e non solo. La peculiare realtà dei personaggi è legata inevitabilmente al continuum temporale in cui non coesiste mai con la cornice di Juan Preciado, bensì con Comala che in più delle volte diventa non solo una unità spaziale ma anche un coefficiente di temporalità in cui Comala assume due identità differenti per diversi personaggi. Il viaggio a Comala è carico di incanto e memoria, che generano un orizzonte di aspettative di constante specialità magico-realista. La città assume perciò un'identità magico-realista che per Eduviges e Dolores, la madre di Juan Preciado, Comala è l'Eden dei suoi ricordi. La particolarità di Dolores è le più volte che interrompe la struttura della narrazione attraverso singolari interventi che la rendono un personaggio costante nonostante la sua inesistenza. Ma così come esiste una Comala paradisiaca, esiste un'altra infernale, dovuta unicamente alla figura di Pedro Paramo e per cui morirà asfissiato Juan Preciado. Ma ne esiste un'altra, una Comala viva e una morta, evidente solo nel trapasso che Preciado compie ma che rimane in un continuum non tangibile nella realtà come nella irrealtà. Si crea perciò uno spazio sempre-eterno, simultaneo alla visione della storia e ai personaggi e in cui i momenti più intensi della storia sono espressi anche da elementi meteorologici anomali, in particolare tra Susana e Pedro Paramo, marcati da una distanza che si confonde con il loro stato d'animo. Nonostante gli elementi magico-realistici ci spingono a credere nella finzione più estrema del romanzo, ci sono anche elementi a rifermento di spazi reali messicani come Sayula. La morte è un elemento che esiste non unicamente nei personaggi ma che permea Comala e la rende, per associazione diretta, l'omicida indiscriminata. Juan Preciado e Bartolomé San Juan, padre di Susana, muoiono in uno stile molto simile. Il primo muore asfissiato dalla stessa aria, il secondo muore esausto dal vento che rimasse dopo le tempeste. La morte che maggior associazione diretta ha con Comala è quella di Susanna, la quale lascia nella totale disillusione e nell'abbandono tutto il paese. E' la peculiarità del meccanismo rulfiano che rende la dimensione inusuale in cui i personaggi diventano paesaggi. La terra non ha divisioni, secondo Pedro Paramo, ed è per questo principio che la stessa Comala diventa, durante il romanzo, uno spazio ben delimitato da diversi elementi che tengono a puntellare la distanza del paese ma che, per effetto del realismo-magico che permea il paese, diventa una struttura che senza vacillamenti è la transizione tra il magico e reale. La polifonia dei personaggi è il sapere umano che resta, nel corso dei secoli e dell'abbandono, forte di ricordi e di memorie di cui Comala fa tesoro. La sua unica forma di comunicazione con il lettore resta il monologo o il soliloquio, che danno quella percezione di una realtà che trascende le circostanze. Sono per lo più personaggi animati da una fede popolare, perché anche Dio li ha dimenticati. Tocca quindi a loro, in particolare a Dorotea, chi condivide la tomba con Juan Preciado, a rivelare una focalizzazione narrativa davanti alla polifonia sempre più crescente ma ben più delineata. Il continuum temporale perciò inizia a svelare la ermetica neutralizzazione della narrazione, quasi binaria, che Rulfo ha messo in pratica. L'uso delle comparazioni, l'abbondante uso di specifici tempi che permettono al lettore di costruire nella propria struttura di decodificazione più livelli e la naturalizzazione del fantastico rendono il meccanismo rulfiano extra-ordinario nell'ordinario. Lo straniamento nasce quindi dalla normalizzazione e/o totale assenza di meraviglia del protagonista, che si muove a Comala unicamente trai ricordi dei personaggi.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro da rileggere di tanto in tanto per ricordarsi di quel grande scrittore che è stato Rulfo seppure con una produzione letteraria tanto esigua da annoverare oltre a Pedro Paramo solo una racco ...continua

    Capolavoro da rileggere di tanto in tanto per ricordarsi di quel grande scrittore che è stato Rulfo seppure con una produzione letteraria tanto esigua da annoverare oltre a Pedro Paramo solo una raccolta di racconti.

    ha scritto il 

  • 5

    “Mi ha portato qui l’illusione.”

    Non solo dell’illusione, ma anche del sogno e di uno stato continuo di dormiveglia questo romanzo ha tutte le sfumature.
    Proprio per via della sua dimensione onirica, a tratti evanescente, “Pedro Pára ...continua

    Non solo dell’illusione, ma anche del sogno e di uno stato continuo di dormiveglia questo romanzo ha tutte le sfumature.
    Proprio per via della sua dimensione onirica, a tratti evanescente, “Pedro Páramo” non è un romanzo come tanti; Juan Rulfo, autore messicano del secolo scorso, inaugurò un nuovo modo di scrivere, influenzando altri scrittori sudamericani, come per esempio Gabriel García Márquez che, stando alla sua diretta testimonianza, lesse per ben due volte il libro in questione nel corso della stessa notte. Non a caso, cattura molto la lettura di queste pagine, dove sogno e realtà s’intrecciano, vita e morte si confondono, passato e presente si amalgamano in una dimensione atemporale dal fascino e dalla suggestione straordinari. Splendide le descrizioni di ambienti e paesaggi che finiscono per coincidere con stati dell’anima scanditi dallo scrosciare della pioggia, dal rincorrersi di albe e tramonti, dal palpitare delle stelle e dall’incedere delle notti più buie durante le quali si accendono spesso le voci e i sussurri di un villaggio ormai muto e disabitato ma pur pieno di echi.
    Una storia di umane passioni e miserie sullo sfondo di lotte e rivendicazioni sociali. Per me un filone senz’altro da approfondire, questo della letteratura latinoamericana, di cui, fatta eccezione per un assaggio di Sepúlveda, non conosco granché.

    ha scritto il 

  • 5

    “Questo paese è pieno di echi. Sembra quasi che siano rinchiusi nei vuoti delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini ti pare come se calpestassero le tue orme. Senti scricchiolii. Risate. Risate o ...continua

    “Questo paese è pieno di echi. Sembra quasi che siano rinchiusi nei vuoti delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini ti pare come se calpestassero le tue orme. Senti scricchiolii. Risate. Risate ormai vecchissime, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso. Ecco ciò che senti. Penso che arriverà un giorno in cui tutti questi rumori si spegneranno”.

    Ci sono libri nei quali la letteratura sembra dispiegare tutte le sue potenzialità suadenti e immaginifiche, il suo potere di orchestrare e amplificare l’intensità emotiva – di rendersi insomma un’eco di tutto ciò che è indispensabile alla vita dello spirito che silenziosa ci accompagna – soffermandosi e sostando nell’incerto mondo dei morti, eleggendolo a proprio ambiente naturale, ben al di là della frenetica, vociante e provvisoria vita. Nella dimensione, anch’essa non ancora definitiva in cui, si suppone, si spera, o solo si fantastica, le ombre ancora si attardano a scrutare la vita, a serbarne il ricordo, trattenendone ancora per poco passioni e dolori, e i vivi, con le loro povere forze si lasciano coinvolgere dall’intuizione spesso spaventosa ma anche suggestiva che chi ha vissuto continui in qualche modo ad esistere, ad imprimere la propria impronta unica ed irripetibile sui luoghi che l’hanno visto esaltarsi nell’amore, soccombere al dolore e disperarsi nella desolazione. “Pedro Páramo” è uno di questi libri, e si dispiega nel territorio del limitare, lo rende un luogo abitabile, con la sua geografia e le sue storie; ed è un limitare fatto di quelle ultime cose che diventano, per sempre, le uniche possibili. E’ una strana danza macabra quella che risuona nelle pagine di Rulfo, perché è danzata da uomini morti e da uomini vivi, che convivono e si confondono scambiandosi i ruoli, giocando a confondere le carte, fingendo la vita o ingannando la morte e, comunque, congiurando per mantenere il lettore, anche lui, sul limitare della certezza. Ed è una cosa che, se inizialmente confonde e destabilizza, ben presto affascina e predispone all’ascolto. Perché questo è un libro colmo di voci e di presenze, affollato di presenze tanto quanto invece desolato, vuoto e deserto è Comala, il villaggio che è la meta del protagonista, del suo viaggio alla ricerca delle proprie origini. Anch’esso dipinto di volta in volta come luogo paradisiaco: “Pianure verdi. Veder ondeggiare l’orizzonte con il vento che muove le spighe, l’incresparsi della sera con la pioggia capricciosa. Il colore della terra, l’odore dell’erba e del pane. Un paese che profuma di miele appena versato…”, o come terra maledetta: “Ci sono paesi che sanno di sventura. Si riconoscono subito appena si respira un po’ della loro aria vecchia e intorpidita, povera e fiacca come tutto ciò che è vecchio […] questo è un paese disgraziato; tutto impregnato di disgrazia”. Perché diversi sono gli occhi che lo guardano, diversa la memoria che lo rievoca, offuscata da illusioni o disillusioni ogni volta diverse. Sono ombre quelle che affollano le case abbandonate e i viottoli del paese silenzioso, tenute legate alla terra dall’eco ancora potente delle loro vite; sono ombre ma sanno fingersi vive forse perché gli stessi vivi sono, più di loro, evanescenti e non sanno se e quando supereranno il confine che da loro li separa o se lo hanno già superato. “Qui appena fa buio c’è sempre d’aver paura. Se lei vedesse quante anime vagano per le strade. Cominciano a venir fuori appena fa buio. E non piace a nessuno vederle. Sono tante, e noi siamo così pochi che non ci affanniamo neppure a pregare perché trovino pace. Le nostre preghiere non potrebbero bastare per tutte. Forse toccherebbe a ciascuna appena un versetto del padrenostro. E questo non gli può servire a nulla. E poi ci sono di mezzo i nostri peccati. Nessuno di quelli che ancora vivono è in grazia di Dio. Nessuno potrà alzare gli occhi senza sentirli subito sporchi di vergogna”. Peccati, perché la prosa di Rulfo, così poetica e struggente, va dipingendo un mondo a tinte forti, senza mezze misure, violento, colmo d’oltraggi, di vittime inermi e di impietosi persecutori, il mondo primordiale e sanguigno su cui regnano la forza e l’arroganza del potere, su cui regna Pedro Páramo, “la cattiveria in persona”. E’ il peso di questa violenza che sopravvive alla morte a tenere le anime ancorate alla terra, anime del purgatorio, le chiama Rulfo, che vagabondano senza perdono e che mai potranno ottenerlo. Come si faccia a fare poesia maneggiando una materia così pesante e stolida, apparentemente cieca e sorda alle esigenze dello spirito, è insieme il mistero e il fascino di questo bellissimo libro. C’entrano le voci, i sussurri, i palpiti che riempiono i silenzi, c’entrano le donne, serve e complici, nutrici, succubi e fedeli nel loro amore, anche se colpevole e dannato; e c’entra il cuore che, sordo a tutto il resto, perpetua, fino alla fine, e oltre, i suoi battiti: “C’era una luna grande in mezzo al mondo. I miei occhi si perdevano nel guardarti. I raggi della luna ti solcavano il volto. Non mi stancavo di guardare quell’apparizione che eri tu. Dolce, solcata di luna; la bocca tappezzata, intrisa, inondata di stelle; il tuo corpo velato dall’acquerugiola della notte. Susanna, Susanna San Juan”.

    ha scritto il 

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