Per le antiche scale

Una storia

Di

Editore: A. Mondadori (Oscar classici moderni, 109)

3.9
(370)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 205 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804492511 | Isbn-13: 9788804492511 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Salute, Mente e Corpo , Medicina

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Descrizione del libro
Sorge su una collina un castello, trasformato in un istituto psichiatrico dove i malati sono curati dal dottor Anselmo come persone che hanno smarrito, spesso solo temporaneamente, la luce dell'intelligenza, non quella dei sentimenti. Questi rimangono intatti e riaffiorano non appena il delirio cessa di suscitare le proprie immagini irreali, ma potenti e devastatrici. Mario Tobino con "Per le antiche scale" ha saputo trasfigurare la propria esperienza di psichiatria in un intenso discorso umano e artistico sorretto da una vibrazione lirica che dona lievità e mobilità inconfondibili al suo stile. Attraverso un'adesione partecipe e disarmata alla realtà, un arrendersi alle cose superando qualsiasi diaframma tra medico e paziente, Mario Tobino annulla la distanza tra lo scrittore e la sua materia, nella ricerca e nella conquista di un'umanità assolutamente vera e autentica.
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  • 4

    Peccato per la copertina, Mirò non è tra i miei preferiti. E invece il titolo, che meraviglia, è già di per sé una poesia fatta e finita. Questo titolo nasce dalla consuetudine (suppongo tutta italian ...continua

    Peccato per la copertina, Mirò non è tra i miei preferiti. E invece il titolo, che meraviglia, è già di per sé una poesia fatta e finita. Questo titolo nasce dalla consuetudine (suppongo tutta italiana) di ubicare gli ospedali psichiatrici in edifici anticamente adibiti a conventi e/o monasteri: non fa eccezione quello enorme che si trova nel paese dove sono nata, e nemmeno il manicomio di Lucca dove è ambientato il libro. E così l'atmosfera che si respira durante gli spostamenti del protagonista da un reparto all'altro, finisce per sembrare quella de "Il Signore degli Anelli":
    "Lungo i secoli sulla cima del colle di Fregionaia si è formato un asserragliamento di muri, un intersecarsi di portici, fughe di corridoi…"; "L'ospedale ha anditi, ombre medievali, spesse mura"; "L'ospedale ha ancora voci, ombre, anfratti, freschi angoli del convento. Per giungere al reparto n. 2 vi sono gradini ripidi, color tabacco friato, incassati tra due muraglie, come conducessero alla clausura. E un dopopranzo scendeva Anselmo le antiche scale quando da un lungo corridoio… "; "Volava lo sguardo del dottor Anselmo scendendo i tre gradini che introducevano al reparto n. 3"; "Si accendevano le lampade elettriche, si risalivano le scale verso i dormitori, in fila"; "…e prese la via del reparto n. 9, doveva fare visita anche a quello. Per arrivarci doveva scendere un lungo scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto."; "il dottore si avviò con lei per i profondi scaloni"; "Anselmo attraversa anditi, androni, voragini di scale. Gira a destra, c'è la fuga delle celle; passa davanti a quella dove la Duranti si impiccò."; "E le sere che il dottor Anselmo restava in manicomio - risolto il breve pasto - si infilava il camice, apriva la grande porta, batteva i passi lungo il colonnato che fu una volta dei frati, ed era sulla via del bar, posto laggiù in fondo, tra le mura del reparto una volta chiamato 'agli Agitati' ".

    Questa opera è la perfetta metà via tra il romanzo e la raccolta di racconti: i vari brani hanno protagonisti diversi e sono ambientati in epoche diverse a cavallo tra i ventennio e gli anni sessanta, ma hanno tutti in comune l'ambientazione - il manicomio di Lucca, appunto - e il personaggio che funge da guida per il lettore: quello stesso dottor Anselmo con cui già ho potuto fare conoscenza ne "Il clandestino", e che altri non è se non l'alter ego dell'autore. Ma soprattutto, l'ordine in cui vengono proposti i pezzi consente al lettore di addentrarsi poco a poco nell'ambiente dell'ospedale psichiatrico: sono singoli episodi, ma tutti messi insieme hanno la sistematicità della trama di un romanzo.
    Che squisita persona doveva essere Tobino: un medico raro, che sapeva scrivere così bene, e con tali sensibilità e capacità di osservazione, un'eccezione all'accolita di stregoni cattolici di Bianciardi. Non una fredda cronaca, non cartelle cliniche ma voci e atmosfere, tentativi di cogliere il significato vero del mistero che si nasconde dietro la mente umana, e l'illuminazione nello scoprire che se le parole pronunciate sono sconnesse, possono non esserlo il tono e il timbro delle voci e la luce negli occhi. "Per i giovani la follia è solo un misfatto della società, frutto di storte leggi, non una solenne misteriosa tragedia"; "Pare al dottore, per merito della Sercambi, di saperne un poco di più sulla follia: anch'essa assetata d'amore"; "la follia un invincibile drago"; "Però con la pazzia c'è sempre da temere. All'improvviso può battere le ali da pipistrello".
    Dopo tanti anni trascorsi come medico, emerge forte il suo desiderio di trattare questi pazienti come esseri umani, di essere innanzi tutto loro amico, "frequentarli con franchezza, da pari a pari". Potrà sembrare giusto o sbagliato, qualche volta un medico necessita di un certo distacco, comunque per quanto concerne questa lettura ho apprezzato tale presa di posizione di grande umanità.
    Dunque 4 stelle per la sensibilità, la comprensione e la poesia. Sarebbe qualcosina di meno per il realismo: l'aspetto carcerario dei manicomi rimane parecchio in ombra, sappiamo che sono stati luoghi di indicibili torture ma in questi racconti esse non emergono se non molto vagamente, ci sono le angosce psicologiche ma mancano quasi del tutto quelle psicofisiche o meramente fisiche. È pur vero che questa vuole essere un'opera letteraria, non un saggio né un testo scientifico, e quindi sta al lettore cercare di comprendere la scelta, da parte dell'autore, di trattare un solo aspetto (quello più poetico) di un grande tema che eventualmente potrà richiedere ulteriori approfondimenti.

    ha scritto il 

  • 3

    Parole ed immagini

    I racconti che costituiscono il romanzo vanno tra l'anteguerra fascista agli albori della riforma Basaglia, l'età moderna. Il tema è quindi quello della follia che colpisce l'intelletto ma non i senti ...continua

    I racconti che costituiscono il romanzo vanno tra l'anteguerra fascista agli albori della riforma Basaglia, l'età moderna. Il tema è quindi quello della follia che colpisce l'intelletto ma non i sentimenti e gli affetti, pronti a riaffiorare nelle forme più inconsuete ed assurde.

    ha scritto il 

  • 5

    il fattore gamma della follia

    se qualcuno pensa che il procedere dell'età (la vecchiaia) sia un fattore matematico di degrado (fisico e mentale) ha bisogno di rileggere il teorema descritto nel titolo di questo straordinario assun ...continua

    se qualcuno pensa che il procedere dell'età (la vecchiaia) sia un fattore matematico di degrado (fisico e mentale) ha bisogno di rileggere il teorema descritto nel titolo di questo straordinario assunto contenuto nella memoria di tobino. il fattore ha variabili spaziali e temporali (scale - antiche) dove migliaia di parole che ho attraversato sono gammaticalmente (introduzione del fattore letterario) imponderabili.

    tobino è incalcolabile in una collocazione letteraria dell'aureo fidiano (rapporto vale approssimativamente 1,6) all'interno del ricco novecento linguistico italiano dove il rapporto fisico tra parola e azione determina la sostanza di cui gammaticalmente sto analizzando nel titolo.

    l'espressione "follia" alla quale sto tentando di appartenere con il succinto esposto comporta una lievità che esula dai comportamenti, ma si proforma nella memoria che attraversa chi ha più vissuto. ergo (assunto), nella vecchiaia non c'è saggezza, ma maggiore follia. l'età che passa regala una sostanza libertina che è filtrata dal computo dell'esperienza. tobino mi regala una conferma, in quanto nell'idiozia del discernere, il sapore zuccherino dell'esperienza mi aiuta a biblioeconomizzare gli estratti della follia.

    se fossi giovane rileggerei johnny rotten alla luce gialla delle antiche scale. a buon intenditor non passa il tempo.

    ha scritto il 

  • 4

    prosa viareggina

    Mario Tobino, oltre che scrittore, fu anche medico con specializzazioni in neurologia, psichiatria e medicina legale. Ne consegue che i venti racconti contenuti in quest’opera racchiudono la sua espe ...continua

    Mario Tobino, oltre che scrittore, fu anche medico con specializzazioni in neurologia, psichiatria e medicina legale. Ne consegue che i venti racconti contenuti in quest’opera racchiudono la sua esperienza “manicomiale”, anche se viene specificato che luoghi e nomi sono di pura fantasia.
    Ne esce un quadro umano ma anche scientifico che coinvolge il lasso temporale che racchiude fascismo, guerra, pre e post-Legge Basaglia, camicie di forza e psicofarmaci.
    Il tutto si avvale dello stile impeccabile di Mario Tobino che padroneggia una tecnica di scrittura da manuale: pulita, nitida, carteggiata e lappata.
    Premio Campiello nel 1972

    ha scritto il 

  • 4

    “A quel tempo la follia non era ovattata, dissimulata, intontita, mascherata, camuffata come oggi con gli psicofarmaci. La follia esplodeva uguale a un vulcano. Nei cameroni - nudi o malamente coperti ...continua

    “A quel tempo la follia non era ovattata, dissimulata, intontita, mascherata, camuffata come oggi con gli psicofarmaci. La follia esplodeva uguale a un vulcano. Nei cameroni - nudi o malamente coperti da una camicia sdrucita - urlavano i matti, in parte legati con le cinghie ai braccioli del letto. Le risse tra loro frequenti, le aggressioni agli infermieri giornaliere. Le pareti squallide, color dell’osso morto; i tavoli inchiodati al pavimento; le finestre con le sbarre, le porte chiuse a tre mandate. Nel silenzio della notte arrivavano i lamenti, le sorde imprecazioni, i suoni di bestiale disperazione. Così dalla parte degli uomini, e ugualmente nella divisione femminile; da questa in più gemeva la miseria del sesso. Tutto era carcere”.
    (Mario Tobino, “Per le antiche scale”)

    Mario Tobino, oltre che scrittore, fu anche medico psichiatra e “Per le antiche scale” (1972) è un romanzo che, alla pari di “Le libere donne di Magliano”, risente della sua esperienza nei manicomi, prima che la legge Basaglia ne decretasse la chiusura. In chiusura del libro, Tobino scrive: “A teatro di questo libro è stato scelto il manicomio e la campagna lucchese esclusivamente per le ragioni dell’arte; l’autore infatti ci vive da più di trent’anni. Le storie però che qui sono narrate non sono mai avvenute, e i nomi e le persone mai esistite. Il manicomio di Lucca non entra per nulla in queste vicende. In questo libro, se un colpevole c’è, è la fantasia, ammettendo che abbia avuto le ali”. La precisazione dell’autore è comprensibile, considerata la delicatezza dell’argomento e le suscettibilità di chi, in qualche maniera, poteva rivedere se stesso o un proprio conoscente nelle storie narrate da Tobino.
    Il romanzo è strutturato per episodi separati, tutti ambientati in un manicomio, ma riguardanti personaggi molto diversi e anche temporalmente distanti l’uno dall’altro. Il tema è la follia, una “misteriosa tragedia” dalla quale nessuno deve mai ritenersi per sempre immune. Su “cos’è la follia” e su quale sia il confine tra la stessa e la presunta normalità non mi addentro, per l’ovvio motivo che non mi ritengo competente nel farlo. Nel romanzo, comunque, Tobino, presumo sulla scorta della sua esperienza di medico, ci rappresenta la follia nelle sue manifestazioni più evidenti, talvolta pericolose. Il tono del libro, però, nonostante la delicatezza della materia e la citazione riportata in avvio di articolo, non è oscuro, perché Tobino, con la “pietosa spietatezza” di un osservatore privilegiato e partecipe, ci porta alla scoperta di un’umanità varia che, sebbene palesi evidenti disturbi psichici, non ha tuttavia perso ciò che ci rende umani, per esempio la sete d’amore che molti dei protagonisti estrinsecano in maniere talvolta grottesche e toccanti.
    I racconti che costituiscono il romanzo coprono un periodo di diversi decenni, dall’anteguerra fascista, passando per l’introduzione dei primi psicofarmaci nelle cure, fino all’epoca delle più moderne (rispetto a quando fu scritto) teoria sulla follia, che poi sfoceranno nella decisione di chiudere i manicomi. Nell’introduzione al romanzo, è anche narrato un incontro, in occasione di un premio letterario, tra Tobino, che in un manicomio aveva lavorato, e Basaglia. Nel romanzo, tuttavia, non ci sono grandi disquisizioni filosofiche sul “pro” o “contro” i manicomi, che presumo me lo avrebbero reso indigesto; Tobino si concentra sui personaggi, narrandoceli nella loro quotidianità all’interno dell’istituto. Il primo racconto, il più lungo, ha addirittura un sapore quasi boccaccesco o “alla Piero Chiara”, ed è relativo a un medico factotum che lavorava in un manicomio, il quale, nell’esercizio delle sue funzioni, trovava il tempo per copulare furtivamente con le tre mogli dei suoi colleghi. Negli altri racconti, invece, un altro dottore, Anselmo, proiezione dell’autore, assiste i suoi pazienti, cioè un uomo che suona un clarinetto rievocando una donna amata, una suora che all’improvviso è scoppiata in bestemmie feroci contro Cristo, un federale fascista che un bel giorno si convince che il Duce non esiste, anzi che nulla esiste, che tutto è illusione, o ancora una donna che si scotta le mani sul termosifone perché le è stato ordinato dal diavolo.
    La tesi di fondo che attraversa diversi racconti, se proprio è necessario trovarne una, è che la follia colpisca sì l’intelletto, dominando di conseguenza l’agire di chi la “subisce”, ma non cancella gli affetti, pronti ad emergere, impetuosi e commoventi, nelle forme all’apparenza più assurde. Alcuni racconti mi sono parsi più deboli, ma nel complesso si è trattata di una lettura appagante e che mi indurrà ad approfondire altri testi di Tobino. In chiusura, una menzione per l’autrice del blogger Tersite, che in un recente commento sul mio blog mi ha stimolato alla lettura di quest’autore.
    “Da più di trent’anni il dottor Anselmo era ogni giorno a tu per tu con la follia, e, così frequentandola, aveva delle volte la sciocca presunzione di conoscerla, individuarla tra mille volti, afferrarne il dittaggio, delucidarne ogni mossa. Fu per quella garbata risposta, che ammetteva l’esistenza del sesso e insieme rispettava il pudore, fu per quella risposta che rivibrarono come ali di calabrone i tanti ripensamenti di quei giovanili anni, primi tempi del manicomio, arrovellio alla ricerca della verità, stare continuamente con i malati, frequentarli come amici, imparare il loro linguaggio, immedesimarli, amarli, anche loro creature umane. E Anselmo aveva toccato, innocentemente credeva di aver raggiunto questa verità”.
    (Mario Tobino, “Per le antiche scale”)

    ha scritto il 

  • 4

    Paure e divagazioni varie

    La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura.

    Io ho un terrore cieco dei matt ...continua

    La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura.

    Io ho un terrore cieco dei matti. La follia mi spaventa perché in essa non trovo logica, quella tranquilla, rassicurante consuetudine che porta a trovare, quasi matematicamente, una causa per ogni azione. Mi terrorizza perché so quanto sia sottile quella fragile membrana che separa la mia normalità dal caos puro. Il leggere un libro come questo, sui matti, mi affascina e respinge nello stesso momento.

    Il libro parla di follia, di un manicomio. Si può dividerlo idealmente in due parti: nella prima il protagonista è il dottor Bonaccorsi
    "Buonaccorsi era biondo, alto, gli occhi celesti, vigoroso, un che di longobardo; aveva una barbetta a punta che soleva in certi momenti stringere nel pugno. Un uomo attivissimo, brulicante di progetti, di azioni, di immediatezze”.
    Un dottore così “sano” che decise di non mettere più piede fuori dal manicomio in cui si svolge la storia in seguito ad un errore scientifico.
    Nella seconda parte si avvicendano ritratti di pazienti, ognuno descritto in poche pagine ma tratteggiato con chiarezza.

    Leggendo (alla fine) l'introduzione sulla vita e le opere dell'autore ho visto che tra i suoi libri uno è dedicato a Dante dal titolo Biondo era e bello.
    Osando un'interpretazione (molto) personale e fantasiosa mi è venuto in mente l'intero verso, Biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. E' Manfredi di Svevia nel Purgatorio ma quella gentilezza si ritrova spesso in questo romanzo nei pazienti stessi, letteralmente spezzati in due dalla follia.

    Poi mi è tornato in mente un altro psichiatra, un personaggio che mi aveva colpito in Il mondo è una prigione in cui Guglielmo Petroni racconta il suo ritorno a casa, a Lucca dopo le torture e la prigionia subite come antifascista. Quel personaggio secondario mi aveva colpito per il suo ironico disincanto, secondo me era proprio Mario Tobino.

    ha scritto il 

  • 4

    Per le antiche scale.
    Storie di follia, storie di uomini e donne che vivono in un manicomio.
    La linea guida di questo libro e' una grandissima umanità. Anselmo, medico, spende la sua vita nell'ospeda ...continua

    Per le antiche scale.
    Storie di follia, storie di uomini e donne che vivono in un manicomio.
    La linea guida di questo libro e' una grandissima umanità. Anselmo, medico, spende la sua vita nell'ospedale psichiatrico alla ricerca della chiave di lettura della follia, la dolcezza di questo libro e' espressa nel ricercare il perché dei comportamenti ,senza mai ricondurli alla nostra precostituita normalità.
    I sogni, l'amore, l'indignazione, la delusione, la gioia sono i protagonisti di 184 pagine,in una diversa normalità.
    Bello.

    ha scritto il 

  • 3

    «La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura.»

    Pag. 41
    A quel tempo la follia non era ovattata, dissimulata, intontita, mascherata, camuffata come oggi con gli psicofarmaci. La follia esplodeva uguale a un vulcano. Nei cameroni - nudi o malamente ...continua

    Pag. 41
    A quel tempo la follia non era ovattata, dissimulata, intontita, mascherata, camuffata come oggi con gli psicofarmaci. La follia esplodeva uguale a un vulcano. Nei cameroni - nudi o malamente coperti da una camicia sdrucita - urlavano i matti, in parte legati con le cinture ai braccioli del letto. Le risse tra loro frequenti, le aggressioni agli infermieri giornaliere. Le pareti squallide, color dell'osso morto; i tavoli inchiodati al pavimento; le finestre con le sbarre, le porte chiuse a tre mandate. Nel silenzio della notte arrivavano i lamenti, le sorde imprecazioni, i suoni di bestiale disperazione.

    ha scritto il