Perturbamento

Di

Editore: Adelphi

4.1
(646)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 239 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Francese

Isbn-10: 8845911748 | Isbn-13: 9788845911743 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l’ultima, siamo presi in un «perturbamento» che avvolge tutto come uno scirocco metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bambini hanno paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla distruzione, un incoraggiamento all’ansia suicida. Le porte si aprono ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra in agonia, con «il sorriso delle donne che si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza»; una fila di uccelli esotici strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti.In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia il posto all’immane delirio dell’ultimo infermo: il principe Saurau, raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono nella testa, abbandonato ormai a una «micidiale tendenza al soliloquio». Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i frammenti dell’orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo del «perturbamento».
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  • 5

    "Se i miei demoni mi abbadonassero, temo che anche i miei angeli volerebbero via"

    La lettura di Thomas Bernhard richiede senz'altro attenzione, ma per me non significa assumerla a gocce, non potrei per il fatto che l'Autore mette in una spirale vorticosa di pensieri, e per il modo ...continua

    La lettura di Thomas Bernhard richiede senz'altro attenzione, ma per me non significa assumerla a gocce, non potrei per il fatto che l'Autore mette in una spirale vorticosa di pensieri, e per il modo di esporli, e per il modo di scrivere.
    Ho trascorso un anno con un suo libro in testa: “Correzione”. L'unico da cui sono uscita con il punto di domanda sul significato di certi simboli.
    E allora via a maledire i miei limiti, tanto più che acquistai il libro sulla spinta di un commento che lo definisce “di sconvolgente e monumentale impatto emotivo”. Forse da più parti si esercita l'arte dell'esagerazione, pensavo per minimizzare il mio senso di frustrazione. Ma poi ci tornavo seriamente a quelle parole, sapevo di potermi fidare: una grande passione non mente mai. Dovevo quindi leggere Correzione, facendo finta di non averlo ancora letto. Occhi nuovi, tempo diverso, ma anche timore di batterci la testa un'altra volta. Pensavo di ricorrere ad aiuti esterni, a piccoli saggi che potessero aprirmi la strada; l'ho anche fatto, ma distrattamente, come a dire curioso sì, ma è l'Autore che, così come sempre è accaduto, deve arrivare a me, non il contrario. Altrimenti addio incanto.
    Ieri sera, finito e chiuso “Goethe muore”, ho preso “Correzione”, poi ho detto no, scelgo “Perturbamento”. Mi sono trovata al castello del principe Saurau (pag. 91) con la chiave per entrare in “Correzione”. La radura, la casa nella radura, la sorellastra, il rapporto con la sorellastra, l'imbalsamatore, la gabbia, il suicidio, i disegni del maestro, la distruzione dei disegni del maestro, la correzione nel tentativo incessante di far corrispondere ciò che è stato disegnato ( scritto) con quanto si ha in testa. In quale dei due libri mi trovavo? Non in due libri, ma nell'opera e nel pensiero dell'autore, dove tutto si lega, dove tutto si ripensa, si chiarisce, si ribalta, si corregge. Un lavoro infinito per non soccombere all'angoscia, alla solitudine, alla follia.

    Finire “Perturbamento” sarà una meraviglia. Rileggere Correzione, sarà ora una passeggiata, si fa per dire, ma certamente sarà come trovarsi, con T.B., sulla vetta più alta, o quanto meno su una delle vette più alte. (5.10.2016)

    28.10.2016
    In quella gola di montagna non arriva un filo di luce. La lettura di “Gelo” è lontana, assorbita, smaltita, e forse questo è il motivo per cui non ricordo l'ululato dei lupi tanto straziante e devastante quanto le strida degli uccelli nella gabbia, al mulino dei Focher. L'angoscia, il senso di soffocamento, il senso di smarrimento, lo stato di tensione sono inevitabili quasi ad ogni passo. Parlare non ha senso, scrivere non ha senso, niente ha senso, tutto è destinato a finire nel nulla. Tuttavia ci siamo in questo teatro e allora “sfruttiamolo fintanto che in esso possiamo ancora esistere”.

    “Non è possibile fare un tratto di strada, insieme, in un unico cervello, ma c'è anche la possibilità di un casuale, improvviso, fugace ritrovarsi perché proprio questa è la più perfetta delle magie: trovarsi insieme in un momento in cui l'esistenza è sopportabile”.

    “Conversare, è camminare in bilico su una corda tesa nel vuoto, ma è anche il tentativo di camminare insieme per una stessa strada, in un unico cervello, è fiducia che un'altra persona stia percorrendo la nostra stessa strada almeno per un tratto".

    Non sopporto le citazioni, “in un modo nel quale tutto è citazione”; non possedendo parole nuove, più belle, spingo l'irritazione verso me stessa fino al punto di citare Rilke nel titolo.

    * In musica e immagini:https://www.youtube.com/watch?v=xwtdhWltSIg

    ha scritto il 

  • 5

    Di padre in figlio...il vuoto?

    Certo che ci vuole del coraggio a finire un romanzo o come diavolo si vuole chiamare un opera del genere, soprattutto un opera del genere a continuo rischio implosione, chiedendo che vengano portati d ...continua

    Certo che ci vuole del coraggio a finire un romanzo o come diavolo si vuole chiamare un opera del genere, soprattutto un opera del genere a continuo rischio implosione, chiedendo che vengano portati dei giornali. Ma è un po’ il senso di tutto questo angosciante scritto, un negare sé stesso, le sue stesse evidenze e supposte verità, per negative che siano (poco prima nella furia dei suoi monologhi nichilisti, “Il principe” aveva negato qualsiasi validità alla stampa). Ogni libro che leggo di Thomas Bernard mi sembra di scendere in dei meandri oscuri e sconosciuti eppur affascinanti ed attrattivi, in un labirinto vorticoso e senza luce dove a poco a poco le figure e i contorni escono fuori a mano a mano che ci abituiamo alla luce del buio. Luce del buio in Bernhard non è un ossimoro. E’ una luce rarefatta, fioca, meglio dire una costante penombra pre-e post-apocalittica che pure ci illumina e ci consola con i suoi raggi di bellezza in un vorticoso pozzo senza fondo, quello dell’arte. Lo spunto sono le visite del medico, il co-protagonista e co- narratore (insieme al Principe Saurau il cui delirio-monologo prende quasi 2/3 di tutta l’opera) che con il figlio si reca nelle case della varia umanità afflitta e dolente, pazza e desolata nella Stiria e nelle vallate della bassa Austria in “un paesaggio che tollera solo un minimo vitale”. Il rapporto padre figlio, la sua stessa negazione nelle varie accezioni e nelle varie triangolazioni (padre- Principe-figlio, medico padre-figlio, Principe e suo padre defunto) vogliono esprimere questo vuoto cosmico della creazione e “l’ultimo spettacolo” che è il romanzo poco prima della fine di quel cosiddetto mondo. Tutto è incerto infatti , padri, figli, verità, negazioni, menzogne, tutto è teatrale , “messa in scena” ironica: “mio figlio è fatto di cartapesta, i pensieri sono soltanto fondali che egli cala dalla parte superiore del palcoscenico del mondo, (dell’ universo!) e il suo cervello non è altro che un moderno e complicatissimo impianto di illuminazione dal quale si vedono continuamente gli effetti su qui fondali”.
    Solo apparentemente sembra la tipica letteratura novecentesca sulla fine della letteratura della possibilità del narrare, dello scacco esistenziale, del pessimismo cosmico del dire e del dirsi, del post- nichilismo del contemporaneo dove la sordida bruttezza e perfidia dei personaggi che abitano queste pagine, dove la possibilità stessa di esistenza dell’ arte per parlarne e un continuo travestimento e gioco su sé stesso di questi elementi ad affermarsi ed auto smentirsi, creano un sinistro fascino in questo tipo di scrittura che ricorda un altro grande “umorista” del secolo scorso: Fernando Pessoa, le sue inquietudini ed i suo labirinti. Bernhard potrebbe essere un Pessoa in lingua tedesca, i suoi personaggi sono teatrali e teatranti come lo sono gli eteronimi del portoghese. Ma c’è di più, c’è il genio di questo grande scrittore che come con l’apertura di una quinta teatrale ci mostra il sublime e l’orrido del nostro mondo e dei fantasmi che lo abitano, soprattutto quelli delle menti umane che lo contengono e ne sono a sua volta la giustificazione, non si deve infatti dimenticare che Bernhard è anche e soprattutto autore teatrale e forse giustifica nei suoi romanzi il suo debito. L’utilissimo saggio di Eugenio Bernardi aiuta ad evidenziare questa fondamentale caratteristica di tutta l’opera di Bernhard. Teatrale è la coazione a ripetere maniacale ed ossessiva dei gesti e delle parole dei personaggi come in un mondo di marionette, di automi, come nel miglior teatro dell’assurdo, marionette, essere repellenti, sadici, torturatori e torturati dai recessi delle loro menti abiette, tutti potenziali suicidi impenitenti. Un bel quadretto non c’è che dire, una sorta di bel manifesto del nichilismo forse con la descrizione come estensione dei paesaggi sordidi inquietanti interiori ed esteriori al soggetto pensante nella altrimenti“democratica” o demagogica, idillica e pacificata campagna austriaca.
    La scrittura è come sempre in Bernhard aspra, algida, spietata e fluviale come in una seduta psicanalitica, con passaggi che nella forma e nel ritmo quantomeno la ricordano, come nel nichilismo autodistruttivo e distruttivo nel sogno del figlio del Principe, il principe che è poi la figura centrale, il visionario, il folle-saggio, troppo saggio. Credo che per rendere l’effetto giusto “Il perturbamento” andrebbe letto tutto d’un fiato, con il delirio che è intrinseco alle associazioni di idee, con le illuminazioni e sensazioni tipiche dell’ontologia negativa e in ogni caso limpide scaglie di saggezza che lette e rilette, come in una specie di zibaldone nichilista di una storia minima, tutti noi dovremo ammettere nei nostri più intimi recessi di aver provato almeno una volta.
    Chi vuole il niente vuole il tutto in realtà. Bernhard da vero mago, funambolo, fine umorista, artigiano o buffone della parola, fedele solo a sé stesso e all’ arte con la quale nasconde tramite la sua più profonda ironia, il disprezzo per l’esistente, (per il mondo borghese si sarebbe detto una volta è forse è ancora valido dirlo) mostra tuttavia in questa ontologia negativa la sua fede e devozione all’arte e alle sue possibilità inesauste. Non è certo un libro per tutti e per tutte le menti, non certo da portarsi in spiaggia e per stomaci deboli, anzi menti deboli (non intendo con questo folli), ma tanto quelle non leggono.

    ha scritto il 

  • 5

    Ignorando se stessi

    “Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo”.

    Senza dubbio Perturbam ...continua

    “Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo”.

    Senza dubbio Perturbamento, secondo romanzo di Thomas Bernhard scritto in soli tre mesi, è un testo nichilista e inquietante. Per una serie di ragioni, ti porta ad una condizione di resa incondizionata alla sfiducia spirituale. La geometria delle tenebre di questo racconto oppone ordine e caos, ragione e pazzia, amore e morte, come una superficie disorganica di negatività universale, una sfera conflittuale di tensioni antitetiche e distruttive. Il protagonista di Perturbamento è il paranoico principe Saurau, un rappresentante dell'impero asburgico decaduto; aspro e intollerabile misantropo pessimista, apre sulla narrazione prospettive oscure e un orientamento al suicidio che è origine diretta del discorso incomunicabile e indicibile. Bernhard è un romantico efficace e talentuoso, il compositore di una lirica espressionista e gotica, dalla quale si sviluppa una scrittura classica che soccombe alla violenta potenza del vivere, tra Kafka e Beckett. E così nella scena si affacciano figure mostruose e catastrofiche: l’ubriaco omicida, il maestro accusato di pedofilia, l'anziana solitaria con il figlio minorato, il ricco industriale morboso, uno storpio imprigionato, una famiglia di mugnai segnata dalla follia e dal lutto, tutto nell'ombra del castello di Hochgobernitz. Autore e uomo implacabile e spregiudicato, Bernhard appare un esploratore del negativo, amante del paradosso e del gioco distruttivo. Nel suo testo il mondo è un orrore, una prigione dolorosa dove vi è come unica soluzione la ricerca del sublime, del fascino che inquieta, del tesoro che condanna, del delitto che redime. Perturbamento è il male dentro di noi, che si specchia e si riversa in un mondo assurdo e per il quale non esiste cura naturale né metafisica. Il narratore è un giovane universitario che segue suo padre, medico di campagna, nelle visite a pazienti tra le montagne della Stiria. Il dottore intende esporre il figlio al perturbamento della malattia e della morte, incrociando e contaminando così i suoi ideali razionali e scientifici. I monologhi di Bernhard hanno origine in un piacevole fastidio, in una proficua irritazione e svuotano il sé come luogo mentale di invenzione e filosofia, dispiegandosi in infermità incontrollabili, passioni disarticolate, follia inattaccabile e inalterabile. Bisogna leggere ignorando se stessi, in un luogo dove tutto è mistificazione. La lingua è ricercata, musicale e imperfetta, lo stile ossessivo e maniacale, allucinato e umorale. Il ricorrere e il ripetersi della parola, avversaria perdente e feroce del tempo e dell’intelletto, rende ragione a una poetica dove la materia testuale è mascherata da velenosa e narcisistica interpretazione, da comica e disperata intransigenza, da rabbioso e pessimistico disagio. Come se da uno strato verbale di lessico estremo e infero emergesse il valore supremo della vita in se stessa, in quanto dono inevitabile, irrimediabile possibilità, casualità sensibile e istintiva, vocazione al desiderio, incomprensibile poesia, su uno sfondo di nichilismo e malessere, malattia e tristezza, umana brutalità e disperazione.

    “Ciascuno di noi è completamente isolato in se stesso, anche se tra noi il legame è strettissimo. La vita intera non è altro che un tentativo ininterrotto di ritrovarci”.

    ha scritto il 

  • 4

    Da evitare se nella vita vi è andato sempre tutto bene, se pensate che la vita sia un passare da una brava persona all'altra; ma, se si ha una tale visione della vita, non credo si abbia voglia di per ...continua

    Da evitare se nella vita vi è andato sempre tutto bene, se pensate che la vita sia un passare da una brava persona all'altra; ma, se si ha una tale visione della vita, non credo si abbia voglia di perdere tempo leggendo un libro o di frequentare anobii. Quindi...

    ha scritto il 

  • 3

    Non un raggio di speranza in queste pagine, nulla che venga a mitigarne l'incontenibile senso di vuoto: malattia e pulsioni di morte come se piovesse, ovunque e senza scampo, ne fanno un libro disturb ...continua

    Non un raggio di speranza in queste pagine, nulla che venga a mitigarne l'incontenibile senso di vuoto: malattia e pulsioni di morte come se piovesse, ovunque e senza scampo, ne fanno un libro disturbante e cupo. Ti aspetti una redenzione che non verrà ed il solo insegnamento morale è la sinistra consapevolezza che dopo una vita di incomunicabilità, sofferenza e dolore moriremo tutti. Pauroso poiche' a suo modo veritiero, il concetto si fa strada condotto da una prosa affilata e scarna, ripetitiva all'eccesso ma, in fondo, sola nota di bellezza di tutto il libro.
    Davvero perturbante è l'assoluta assenza di anche uno soltanto degli innumerevoli volti dell'amore. Da leggere, comunque.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei molti capolavori di Bernhard, uno dei suoi più libri più grandi, probabilmente. Entrare nella scrittura di Bernhard significa perdere l'equilibrio, abbandonarsi ad un torrente in piena di uman ...continua

    Uno dei molti capolavori di Bernhard, uno dei suoi più libri più grandi, probabilmente. Entrare nella scrittura di Bernhard significa perdere l'equilibrio, abbandonarsi ad un torrente in piena di umanità vomitata, ad un abisso senza ritorno, contorto, complicato, nero e illogico come la mente umana. Perturbamento è, come quasi tutta l'opera di questo mostruoso scrittore austriaco, una constatazione dell'impossibilità di comunicare, la perentoria dichiarazione di esistenza di un vuoto assordante. Un vuoto riempito di parole senza fine che si rincorrono, si annullano, si rigenerano, si ripetono in un ciclo infinito. Un caos ribollente di macerie umane, disperatamente umane. Un caos familiare come i nostri pensieri, un caos dove è facile perdersi riconoscendosi.

    ha scritto il 

  • 3

    Curioso... A tratti intrigante e originale, a tratti estenuante (e originale). La netta divisione in 2 parti molto diverse segnala un progetto che però è difficile da penetrare completamente e ancor p ...continua

    Curioso... A tratti intrigante e originale, a tratti estenuante (e originale). La netta divisione in 2 parti molto diverse segnala un progetto che però è difficile da penetrare completamente e ancor più da farsi piacere.
    La prima metà si presenta come una passeggiata all'inferno insieme a un padre e un figlio entrambi consapevoli che brutalità, follia, morte e suicidio sono ovunque, sono un dato naturale con cui si è costretti a convivere ("tutto è malato e triste"). Eppure la scrittura non è appesantita, come ci si potrebbe attendere, da sentimenti negativi quali depressione, disperazione, cinismo, protesta o schifo. Lo stile è (quasi sempre) scorrevole e composto, come se fosse vivificato quanto basta dal continuo spostarsi dei due protagonisti. Tutto sommato la scrittura sembra riflettere in maniera appropriata il punto di vista dell'io narrante, il figlio studente:

    "La vita è sempre faticosa, finché non se ne esce, e il piacere consiste nel sopportarla con raziocinio."

    Atteggiamento che in parte si ritrova nella stima del padre per l'amico intellettuale:

    "Block eccelleva nell'arte di considerare la vita come un congegno meccanico di cui non è difficile penetrate le funzioni più importanti e che quindi si può impostare e regolare secondo le proprie necessità... "

    In questo segmento con pochi tocchi Bernhard dà vita a un disegno molto ampio. Il medico condotto e suo figlio allargano percorsi e sguardi e ovunque trovano gli stessi orrori, la stessa tendenza all'isolamento e alla pazzia. Persino l'Università è descritta dal figlio come un luogo dove subentra un inevitabile tedio di vivere con conseguente pioggia di suicidi. Ed è un orrore che per altro sembra allargarsi anche nel tempo tramite le tragedie dei racconti di famiglia che investono tutti, protagonisti compresi. È un dato di fatto a cui i due oppongono l'attività intellettiva e il governo di se stessi. Il contatto umano invece è dato per scontato che non sia di nessuno aiuto:

    "Ciascuno di noi è completamente isolato in se stesso, anche se tra noi il legame è strettissimo", dice il padre del rapporto col figlio. "Mia madre gli [al padre] aveva detto spesso che per lei noi eravamo più figli del paesaggio circostante che dei nostri genitori (...) per questo le eravamo sempre rimasti estranei.", ricorda il figlio.

    E proprio il paesaggio è un'altra coordinata fondamentale di questo vasto disegno. Il paesaggio che, anche se a volte "sinistro", sembra poter diventare un rifugio corroborante per il figlio:

    "Studiare la composizione dell'aria e camminare per molti chilometri...era per me il massimo dei piaceri. Sentendomi in fondo completamente libero, provavo, forse, cos'è la felicità."

    L'isolamento nel paesaggio è però sempre un isolamento intellettuale che altrove dimostra di non poter aver altro sbocco che la follia: quella dello scrittore che per avere la quiete perfetta fa sterminare tutta la fauna dei boschi circostanti e, quasi in una progressione prospettica del tipo "prima-durante-dopo la cura" quella colossale, paranoica, frantumata, eccessiva del principe Saurau.

    L'aspetto forse più interessante dell'opera è che lo stile narrativo, gli sforzi razionali dei protagonisti e l'ampio respiro del paesaggio si oppongono alla disperazione, la rendono sopportabile creando spazio per possibilità e speranza. Lo stesso lavoro del medico significa speranza. Movimento ed apertura danno tregua alla stretta angosciosa delle orribili vite che abitano questo mondo e questo come lettore lo si percepisce. Poi però ci si accorge che è solo una lunga e panoramica agonia, che il circuito di Bernhard è sadicamente chiuso e chi si salva temporaneamente dall'orrore lo fa sprofondandosi in se stesso, mettendosi su una china che conduce comunque alla follia. E gli esempi non mancano.

    "Molte volte penso che ho il dovere di scrivere a mio figlio quello che, quando sarò morto, lo aspetta qui a Hochgobernitz: Freddo. Segregazione. Pazzia. Una micidiale tendenza al soliloquio."

    Ora, per quanto riguarda la seconda parte, col principe Saurau mi sembra si sia tirata un po' troppo la corda. Un centinaio di pagine in meno bastavano per dare l'idea delle farneticazioni di sapere frantumato di un intelletto allo stadio finale.

    "Tutti quei talenti stampati a morte. In ogni libro scopriamo con orrore un uomo che gli stampatori hanno stampato a morte, che gli editori hanno pubblicato a morte, che i lettori hanno letto a morte. "

    Nella figura di Saurau si può individuare chiaramente il tema della sterilità dell'ossessione intellettuale ( anche lo scrittore dell'ecatombe di animali scrive e distrugge tutto in maniera compulsiva). Saurau ha intuizioni profonde e fulminee che subito però si troncano a mezz'aria crollando nell'assurdo, nella divagazione, nell'accostamento più gratuito. Qua e là si possono raccogliere temi ricorrenti e corrispondenze (ad esempio il doppio rapporto padre-figlio) ma nel complesso è un immane colabrodo logico e quel che cola via è la mia attenzione di lettore, nonché la voglia di provarci fino in fondo a dare un senso a tutto quel che dice il principe.

    "Quando leggevo, qualsiasi cosa leggessi, avevo sempre la sensazione che tutto fosse diviso in due parti, una decente e una indecente", dice infine Saurau.

    Alla luce anche di passi come quest'ultimo mi chiedo se in questo vistoso "esperimento" di Bernhard non ci fosse (oltre al tentativo di trovare e affinare una sua cifra stilistica) anche la volontà di giocare "metaletterariamente" con il lettore intellettuale-ossessivo forzandolo a sorbirsi lo sproloquio sterile di un pazzo e mandandolo alla ricerca di quei gioielli nascosti di logica "altra" che puoi trovare solo se hai raggiunto a tutti gli effetti il glorioso livello di pazzia del principe stesso.

    ha scritto il 

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