Psiche e techne

L'uomo nell'età della tecnica

Di

Editore: Feltrinelli

4.1
(135)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 818 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807102579 | Isbn-13: 9788807102578 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Casa & Giardinaggio , Filosofia

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Descrizione del libro
Questo libro rappresenta il tentativo di descrivere l'uomo, nei suoi diversiapsetti, in rapporto alla tecnica. Pensiamo, scrive l'autore, che la tecnicasia uno strumento del quale noi deteniamo le chiavi. In realtà la tecnica hasostituito la natura che ci circonda e costituisce oggi l'ambiente nel qualeviviamo. Noi però ci muoviamo nell'ambiente-tecnica con i tratti tipicidell'uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi, con un bagaglio di ideeproprie e di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a unoscopo, non svela verità, la tecnica "funziona". Questo libro si propone diridefinire i concetti di individuo, libertà, salvezza, verità, scopo, ma anchequelli di natura, etica, politica, religione, storia.
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  • 5

    Il tempo delle passioni tristi

    A bassa voce mi rifaccio sfacciatamente a un pensiero appellativo. Senza troppo pensarci. Noi imbevuti di millenaria cultura giudaico cristiana. Noi credenti e non credenti. Atei, agnostici, marxisti, ...continua

    A bassa voce mi rifaccio sfacciatamente a un pensiero appellativo. Senza troppo pensarci. Noi imbevuti di millenaria cultura giudaico cristiana. Noi credenti e non credenti. Atei, agnostici, marxisti, non marxisti, antimarxisti e tecnologici. Super-tecnologici. Eppure così profondamente, intimamente cristiani. Noi. Occidentali. Cos’è quella sensazione che si prova quando ci s’allontana dall’essere o dall’esserci e ci vediamo recedere nell’aria, nel vento. Fino a diventare macchioline e disperderci. Nel tempo. La nostra è un’imperfetta presenza. Il sacro, il divino, il folle e la ragione come sistema di regole presieduto dal principio di non-contraddizione e che nell’età della tecnica diventa strumento per dominare la natura: è tecnica calcolatrice, è tecnica per il calcolo delle disponibilità, dei mezzi e delle possibilità, e poi delle probabilità per il conseguimento di un determinato scopo che non è razionale in sé, ma lo diventa se il calcolo lo stabilisce. La perdita della dimensione del sacro si è compiuta con la nascita del cristianesimo da cui nasce l’impianto della nostra cultura. E fu il Verbo. La parola potente del cristianesimo: la promessa o la terra, la speranza di vita dopo la morte. Il passato è il male, è il peccato. Il presente è espiazione dalla colpa. Il futuro è salvezza. Da allora in poi, dal ‘cogito’ di Cartesio, la scienza riformula l’assunto della triade cristiana: il passato è ignoranza; il presente è ricerca; il futuro è progresso. Il marxismo lo ripropone aggiornato: il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione, il futuro giustizia sociale sulla terra. Il percorso dell’uomo occidentale è ormai tracciato. La tecnica incide nei grandi cicli della natura e della specie. Nell’età della tecnica l’uomo traduce la sua alienazione in identificazione con l’apparato tecnico. Nell’età nostra, super tecnologica, egli guarda la macchina. Non esiste a prescindere da ciò che fa se non operando tecnicamente. Dunque, in questo processo di metamorfosi antropologica, la natura dell’uomo si modifica in ragione delle modalità di questo fare. Il capovolgimento dei fini, un fare senza scopo. Siamo ancora capaci di stupirci di ciò che è ovvio? Siamo in condizioni di fermarci a pensare, e fare uno sforzo per orientarsi nel mondo del nostro tempo? Siamo liberi di scegliere come dovremo vivere? Queste le domande. A noi umanità non resta che il destino del viandante che percorre la via aderendo di volta in volta al paesaggio e che fa di ogni terra che incontra una semplice tappa sulla via del ritorno. Rendiamo allora al mondo ciò che ad esso sottraiamo, e facciamo in modo che le balene danzino sotto la luce dell’aurora. Qui c’è una strada oscura in una città ingioiellata di luce nella triste arida terra.

    ha scritto il 

  • 2

    Ma che mondo è....

    L’uomo nell’epoca della tecnica non è più soggetto della storia. Siamo stati spodestati dalla tecnica. Siamo stati deposti dal nostro protagonismo storico. La tecnica è la forma più alta di razionalit ...continua

    L’uomo nell’epoca della tecnica non è più soggetto della storia. Siamo stati spodestati dalla tecnica. Siamo stati deposti dal nostro protagonismo storico. La tecnica è la forma più alta di razionalità, più alta dell’economia e la ragione diventa ad essa strumentale. Questa la tesi portata avanti da Galimberti. Anche se in questa affermazione penso che ci sia una nascosta volontà del non fare. E’ vero, pensiamo a ciò che è utile ma, penso, non del tutto, cerchiamo anche il bello, il buono e stranamente anche il sacro. Egli afferma: se le cose aumentano quantitativamente aumentano di valore. Non mi sembra sia del tutto vero. L’aumento della merce sul mercato ne fa diminuire il costo, le cose rare sono sempre le più preziose anche nella società dei consumi.

    Ciò che afferma Platone non può essere messo in discussione, la politica è la tecnica regia per l’attuazione della democrazia e dobbiamo far sì che continui ad esserlo nella speranza che l’uomo riesca a farsi guidare sempre da una “sana” ragione. E’ vero che l’economia guarda alle risorse tecnologiche ma se volessimo, appunto, dovremmo essere noi a guidarle e ad usarle e se si usano in modo sbagliato è perché alla politica conviene lasciar parlare i retori e i sofisti che, dietro ai paralogismi, persuadono la gente del falso e la politica non li espelle, come ai tempi di Platone, anzi si lascia rappresentare da questi. Non sono una filosofa ma penso sia qui l’errore di Galimberti: immaginare che tutto avvenga quasi per un fatto casuale in cui la tecnica diventa automaticamente proprietaria delle nostre vite. Perché non dovrebbe funzionare l’etica kantiana? Se trattiamo l’uomo come un mezzo e non come un fine non è la nostra ragione che lo ha deciso? Semplicemente non abbiamo usato la “nostra buona ragione”. L’etica della responsabilità dovremmo riconoscerla con la nostra “buona ragione”, non c’è bisogno che ce lo faccia ricordare da Weber. Giudichiamo le azioni secondo gli effetti che producono? Ma non sempre le nostre azioni producono il bene anche se è tragicamente vero che, “nella nostra tensione oscura”, (Faust di Goethe) lo perseguiamo.
    Che lo scienziato studi e cerchi di sapere tutto ciò che si deve conoscere servendosi della tecnica è naturale che sia cosi. Non è anche la tecnica un prodotto della ricerca dello scienziato e se la tecnica manipola non avrà il suo burattino che regge i fili delle marionette? E se le marionette si fanno manipolare è perché sono marionette, nel caso delle marionette, non hanno ossa, nervi, muscoli e ragione. Forse il mondo va così perché dietro c’è una “macchinazione” e la politica viene assoldata da questi mostri dai colletti bianchi?

    Se l’allievo di Heidegger dice al maestro: “Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere io invece vedo che l’uomo è il pastore delle macchine”. Che cosa si può rispondere se non che: ”se l’uomo è il pastore delle macchine è perché lo ha voluto”.
    Nell’età delle macchine si è avuto in grande ciò che il nazismo ha fatto vedere in piccolo. Questo lo condivido. Non è il Nazismo che ha fatto vedere come si può manipolare l’informazione e come si possono condizionare le masse? Che si dica però che nel Nazismo si è verificato che la verità non era in ordine agli effetti delle nostre azioni e la responsabilità era in ordine agli effetti del superiore e se Eichmann ha eseguito gli ordini e le conseguenze non lo riguardano, può solo farci constatare che, per la prima volta nella storia, viene fatto un processo ad un singolo individuo ignorandone tutti gli altri parametri che lo hanno determinato. Ma per la prima volta, grazie a questo processo, qualcuno riflette sulla “banalità del male”. La corte respinge la giustificazione di”azioni compiute” per un ordine superiore perché, secondo la corte, “alle azioni mestamente criminali non si deve obbedire”. Ma quando il massacro è organizzato dallo stato? Quando ci puntano il fucile se non eseguiamo gli ordini? Per un essere umano è “male” l’essere un inconsapevole volontario, il braccio intenzionale e consapevole di qualcun altro ed è qualcosa di estremamente comune e banale che il potere può organizzare e purtroppo non solo nella forma del regime totalitario. A quasi cento anni dalle esperienze totalitarie europee possiamo dire che non sia l’unico. I regimi democratici sono quelli che meglio sanno gestire l’informazione, l’uomo occidentale, l’uomo della ragione dà giustezza anche alle guerre più criminali. La tecnica è uno strumento nelle nostre mani e torniamo sempre lì dove ci aveva lasciato il “Galilei” di Brecht.

    La categoria del futuro è diventata importante con il cristianesimo. I cristiani che prendevano sul serio la morte diranno all’uomo: “tu non morirai mai e il dolore è un riscatto della colpa”. Questa apertura al futuro ha contaminato la cultura laica. Il passato è male, il presente redenzione, il futuro è salvezza. Marx, Freud tutto è cristiano in occidente. Nietzsche dirà: "Dio è morto". Prima Dio esisteva perché faceva mondo, oggi non più e il mondo non ha più Dio. “Non abbiamo più un alto e un basso”, andiamo rotolando verso un infinito nulla”: le chiese sono i sepolcri di Dio conclude Galimberti.

    Il consiglio che dà ai giovani? E’ quello di fare, fare, fare pur senza speranza e senza futuro! Ma che mondo è…..

    ha scritto il 

  • 4

    Crononautica della tecnica

    Questo testo di Galimberti sorprende per moltissimi motivi: per la bellissima prosa, per la forza degli argomenti, per la passionalità di alcuni capitoli, per la tenacia con cui difende le proprie tes ...continua

    Questo testo di Galimberti sorprende per moltissimi motivi: per la bellissima prosa, per la forza degli argomenti, per la passionalità di alcuni capitoli, per la tenacia con cui difende le proprie tesi.
    Non condivido che pochi paragrafi con lui, ma è un testo con cui confrontarsi.

    ha scritto il 

  • 4

    Da ritornarci volentieri?!

    Chiedersi da quale parte voltare lo sguardo per non ritrovarsi di fronte lo stesso orizzonte di sempre; alla fine del libro ho avuto questa pallida idea e alla fine della giornata posso dire di aver v ...continua

    Chiedersi da quale parte voltare lo sguardo per non ritrovarsi di fronte lo stesso orizzonte di sempre; alla fine del libro ho avuto questa pallida idea e alla fine della giornata posso dire di aver vissuto fuori da quella stessa idea. Non c'è acccadimento infatti che non sia iscritto nella periferia interna del nostro limite, solo la poesia e le forme artistico-espressive potrebbero reagire al campo visivo dell'occhio col telescopio dell'anima - ma questo non è da tutti ed è evidente, da Platone ad Heidegger, come l'espressione di psiche sia ciò che nel bene e nel male individua la singolarità al di là delle diverse prospettive ( l'ordine cosmologico diametralmente si oppone alle conseguenze dell'ek- ). L'uomo è così una macchina dai perfetti meccanismi biologici minati dalle intemperie della storia dell'anima: qualitativamente uguali e diversi, una volta chiuso il libro la domanda resta inevasa: ha senso ancora parlare di storia quando si procede velocemente da nessuna parte? E se storia non è perchè priva di telos, possiamo porci ancora il dovere del culto dell'anima predicato attraverso secoli di arte, pensiero e letteratura? Se non per il bello e non verso Dio, quali gli itinerari possibili al di fuori di quelli etico-religiosi? Le poche pagine che tentano di rispondere al dilemma (poche in relazione alla parte destruens, intendo) hanno il sapore della popolazione di Tebe ancora sotto il giogo della Fenice, e finora alla finestra si è visto solo uno Zarathustra un po' incompreso. E' vero che ci sono più problemologi che soluzionologi, però questo non significa doversi per forza assuefare alla dissoluzione di ogni altra prospettiva in attesa dell'Edipo liberatore (e nessuno è un santo, si dice...).
    Lo rileggerò, anche a costo di leggere per pagine e pagine sempre la stessa pagina, forse perchè tutto sommato anche la giornata di oggi è stata una pagina come le altre.
    Consigliatissimo!!!!!!

    ha scritto il 

  • 0

    divenire rizomatico e secolo ventunesimo

    Fondamentale questo libro per comprendere al meglio la lezione di Heidegger e di Deleuze...il nocciolo è ancora il problema del soggetto : esiste un soggetto della conoscenza nel paesaggio post-modern ...continua

    Fondamentale questo libro per comprendere al meglio la lezione di Heidegger e di Deleuze...il nocciolo è ancora il problema del soggetto : esiste un soggetto della conoscenza nel paesaggio post-moderno?

    ha scritto il 

  • 4

    Galimberti ha un unico problema: le ventate di creatività nello scorgere nuove prospettive semantiche vengono sistematicamente appesantite dalla coazione a ripetere gli stessi concetti. Pensavo si tra ...continua

    Galimberti ha un unico problema: le ventate di creatività nello scorgere nuove prospettive semantiche vengono sistematicamente appesantite dalla coazione a ripetere gli stessi concetti. Pensavo si trattasse di una caratteristica dei soli articoli da settimanale. Il suo editor dovrebbe imporsi di più per donare unità ed eleganza.

    ha scritto il 

  • 4

    E' un libro intelligente, ben scritto e ricco di spunti e di motivi di riflessione, ma non sempre è facilmente comprensibile e richiede al lettore uno sforzo in più per essere capito.

    ha scritto il 

  • 4

    Fino a circa alla metà del libro ho pensato che alla fine gli avrei dato tre stellette. Non che il libro sia scritto male, o che le idee esposte non siano interessanti, tutt'altro. Ma la quantità di c ...continua

    Fino a circa alla metà del libro ho pensato che alla fine gli avrei dato tre stellette. Non che il libro sia scritto male, o che le idee esposte non siano interessanti, tutt'altro. Ma la quantità di citazioni e le pagine e pagine in cui queste idee, non solo quelle dell'autore sul mondo in cui viviamo, ma anche i suoi rilievi sulla filosofia e sulla concezione del mondo, vengono sepolte da excursus nella storia della filosofia, rendono Psiche e Techne abbastanza impegnativo. Un po' troppo, forse, per chi desidera addentrarsi nell'argomento principale, che sarebbe poi l'analisi filosofica di ciò che lo sviluppo attuale della tecnica comporta. Alla lunga risulta pesante; soprattutto all'inizio, ad uno spunto interessante (la concezione greca di cosmo, ad esempio, il modo in cui la tecnica si sviluppa al giorno d'oggi, la crisi del capitalismo ecc...) seguono capitoli interi di esame e riesame del concetto e dello sviluppo di esso che probabilmente potevano essere condensati, per dare il risalto che la bella analisi di Galimberti meritava e che in questo modo, secondo me, si perde abbastanza. Alla fine però la "nebbia" si dirada e il discorso si concentra sull'argomento centrale del libro. Consigliato solo a chi è disposto ad una lettura impegnativa.

    ha scritto il