Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 46

Di

Editore: Gruppo Editoriale l'Espresso

3.9
(3328)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Catalano , Spagnolo

Isbn-10: 8481305421 | Isbn-13: 9788481305425 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Altri , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Dal più celebre "giallo" della letteratura italiana non verremo mai a sapere chi è il colpevole: come tutti i romanzi di Gadda, infatti, anche il Pasticciaccio è incompiuto, coerentemente con la visione del mondo dell'autore, che concepiva la realtà come un aggrovigliatissimo "garbuglio", tragicamente impossibile da dipanare per giungere a possederne un qualsiasi bandolo. Ma se la verità è negata, non ci si può comunque sottrarre alla ricerca, all'esercizio dell'intelligenza e dell'ironia, all'illusorio ma suggestivo esorcismo della nostra sostanziale incapacità di conoscere.
Intelligenza e ironia non fanno certo difetto al commissario Ciccio Ingravallo, il quale nella fascistissima Roma del 1927 si trova a indagare su un delitto che coinvolge le sue amicizie e anche i suoi segreti affetti. Convinto seguace del dubbio programmatico, nutrito di testi filosofici molto amati, questo singolare poliziotto molisano si muove tra labili indizi e improvvise scoperte che complicano vieppiù, anziché semplificare, il quadro delle ricerche. E lo fa nella consapevolezza dell'inutilità dei suoi sforzi di mettere ordine in un contesto insensato, cui corrisponde drammaticamente l'insensatezza della storia, e del regime sciagurato che gli è toccato in sorte di dover servire.
Pubblicato nel 1957, ma già parzialmente scritto fra il 1946 e il 1947, il romanzo è uno dei capolavori assoluti del nostro secondo Novecento, che si avvale di una lingua ricchissima e composita, ove dialetti centro-meridionali e italiano letterario si fondono in una miracolosa miscela espressiva, e che confermano l'indiscutibile preminenza - finalmente riconosciuta dai più - di Carlo Emilio Gadda nella letteratura europea del XX secolo.
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  • 1

    Io l'ho trovato una noia mortale, una complessità linguistica feroce e inutile, e in conclusione una storia incompleta. La trama mi piaceva, ed è stata quella anzi a farmi proseguire nonostante la pes ...continua

    Io l'ho trovato una noia mortale, una complessità linguistica feroce e inutile, e in conclusione una storia incompleta. La trama mi piaceva, ed è stata quella anzi a farmi proseguire nonostante la pesantezza della lettura. Più che altro mi sono trascinata, intervallando poche righe agli appisolamenti, per capire dove sarebbe andato a parare. E la beffa finale è che in dirittura d'arrivo non è approdato ad alcuna conclusione. Tuoni, fulmini e saette! Però il film di Germi "Un maledetto imbroglio" voglio concedermelo. Tanto per coronare la frustrazione!

    ha scritto il 

  • 4

    Occhei, creazioni linguistiche entusiasmanti. Occhei, la geniale miscela di dialetto e sperimentazione lessicale. Occhei, il riuscitissimo tentativo di fornire un dipinto spaesante e labirintico dell' ...continua

    Occhei, creazioni linguistiche entusiasmanti. Occhei, la geniale miscela di dialetto e sperimentazione lessicale. Occhei, il riuscitissimo tentativo di fornire un dipinto spaesante e labirintico dell'esistenza, anche nelle sue strutture formali (logico-semantiche).

    Però devo essere onesto con me stesso: ho sputato sangue fino all'ultima riga che neanche Hegel.

    ha scritto il 

  • 4

    Dialettale, eccessivo, straborda da tutti i lati.
    L'indagine del nostro Ciccio Ingravallo devìa continuamente verso divagazioni di tutti i tipi, il cosmo sembra esploso e se ne leggono più o meno a ca ...continua

    Dialettale, eccessivo, straborda da tutti i lati.
    L'indagine del nostro Ciccio Ingravallo devìa continuamente verso divagazioni di tutti i tipi, il cosmo sembra esploso e se ne leggono più o meno a caso i frammenti sparsi.
    Per esempio gli alluci dei Santi. O le cagate delle galline.

    Ma ne esce anche un ritratto dei poveri, dei vinti che cercano di sopravvivere con ogni mezzo legale e non, e i borghesucci che si perdono nella loro vita patinata e senza sforzi.

    Quindi insieme vita e deformazione grottesca della vita, la cosa e la sua ombra contorta, in mezzo ad un caos causale e inestricabile dove smarrirsi è cosa di un attimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Cosa mi ha colpito di questo libro? Le descrizioni, di situazioni, stati d'animo, persone, di cani e pure di galline. Descrizioni meticolose, che non sai mai dove vanno a parare. Ma esatte e fantasios ...continua

    Cosa mi ha colpito di questo libro? Le descrizioni, di situazioni, stati d'animo, persone, di cani e pure di galline. Descrizioni meticolose, che non sai mai dove vanno a parare. Ma esatte e fantasiose, con particolari che a nessuno verrebbe di citare. Lettura a volte faticosa, ma sempre godibile, tanto che alla fine ti dispiace di aver finito...

    ha scritto il 

  • 5

    L'anello col topaccio

    Questo è il mio primo libro di Gadda ed è stata una bellissima sorpresa!
    Poiché ha fama di essere un autore difficile, me ne ero sempre tenuta lontana, ma l'ho trovato piacevolissimo. Dirò di più: mi ...continua

    Questo è il mio primo libro di Gadda ed è stata una bellissima sorpresa!
    Poiché ha fama di essere un autore difficile, me ne ero sempre tenuta lontana, ma l'ho trovato piacevolissimo. Dirò di più: mi fa ridere. E' un libro insolito, che parte come un giallo e tratteggia delitto e commissario. Ma è molto di più: il lato poliziesco risulta poi trascurabile. E' un fantastico documentario nella provincia di Roma dell'anno 1927, a partire dal capo di stato che è una macchietta ineguagliata, passando per la buona società fino al popolo più misero. Ad onor del vero, bisogna dire che la prima bozza dell'opera venne pubblicata nel 1946/47, quando detto capo di stato non poteva più risentirsi.
    La scrittura di Gadda è uno spettacolo pirotecnico di ironia, sarcasmo, romanesco, citazioni latine, inglesi e dettagli tecnici derivati dalla professione di ingegnere. Gadda doveva essere un grande snob e in effetti le vittime principali dei suoi lazzi sono quelli che affettano modi che non appartengono loro. Bellissimo il furto dell'anello col topazzio (sic), giallazio, ma, meglio, topaccio. Sembra un'assurdità ma mio padre citava una donnina della sua infanzia, abbastanza incolta ma con qualche pretesa, che usava la parola faccioletto. Altre vittime, le madame borghesi e attempate che leggevano la cronaca nera, beandosi dei furti di gioielli con sevizie: soprattutto delle sevizie (brivido erotico).
    Molto interessante la descrizione del popolo romano e della campagna limitrofa, visitata da Ingravallo nella sua indagine: piuttosto amara quando riguarda le condizioni dei poveri, nullatenenti nel senso letterale del termine: non sapere dove ripararsi, quale sarà il pasto successivo, cosa fare per procurarselo: cucire, prostituirsi, coltivare verdura in un ritaglio di terra, tutte e tre le cose, vestirsi di stracci. Il commissario Ingravallo fa la voce grossa con queste ragazzette dai capelli sudici sospettate di furto o ricettazione, ma Gadda compatisce la loro giovinezza di persone che non hanno avuto un'occasione per vivere decentemente. Anche Ingravallo è un bel personaggio, commissario molisano con lucente capigliatura di agnello d'Astrakan, sano appetito, sani principi: quasi il nonno di Montalbano.

    ha scritto il 

  • 5

    Gli affari tenebrosi

    “Perché Ingravallo, similmente a certi nostri filosofi, attribuiva un'anima, anzi un'animaccia porca, a quel sistema di forze e di probabilità che circonda ogni creatura umana, e che si suol chiamare ...continua

    “Perché Ingravallo, similmente a certi nostri filosofi, attribuiva un'anima, anzi un'animaccia porca, a quel sistema di forze e di probabilità che circonda ogni creatura umana, e che si suol chiamare destino”.

    Un romanzo poliziesco, ma anche un romanzo filosofico, scrisse Calvino introducendo il Pasticciaccio: basato sulla concezione che non si può spiegare nulla se ci si limita a cercare una causa per ogni effetto, perché ogni effetto è determinato da una molteplicità di cause, ognuna delle quali a sua volta ha tante altre cause dietro di sé; dunque, continua Calvino con un'immagine intensa, ogni fatto (per esempio un delitto) è come un vortice in cui convergono correnti diverse, mosse ognuna da spinte eterogenee, nessuna delle quali può essere trascurata nella ricerca della verità. Conoscere per Gadda è inserire alcunché nel reale, è, quindi, deformare il reale; scrivere per inseguire quella perenne deformazione chiamata essere vita, nel suo donchisciottismo: vita, ombra deforme del vero, gola infernale dell'eternità. Ma il Pasticciaccio, innervato da una simbologia bipolare verità-menzogna, valore-disvalore, logos-eros, è anche un romanzo su Roma, rinascimentale e barocca, stracciona ed eroica, estroversa e inconscia, borghese e malavitosa e mitica e plebea, in uno stregonesco e terreno inferno, dove l'autore mette in gioco una partecipazione fisiologica, un appetito di realtà smisurato, il disegno di un destino come sistema di forze e di probabilità appunto: un mondo-conoscenza che è “nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Gadda si serve di un pastiche linguistico che è amalgama di espressioni popolari e dotte, monologo interiore e prosa d'arte, dialetti e citazioni letterarie. Scrive ancora Calvino che Gadda vuole rappresentare ”il ribollente calderone della vita, la stratificazione infinita della realtà, il groviglio inestricabile della conoscenza”. In uno stile dove il grottesco è necessario e la parola ha tanta tensione simbolica e analogica da svilupparsi in un uso spastico della lingua, la materia romanzesca di Gadda è “pensiero materiato”, come scrive Roscioni: enumerazione, catalogo, smontaggio, provvisorietà, vibrazione, meraviglia e orrore sono elementi costruttivi del racconto e tutto nella sua narrazione enciclopedica è polivalente e multilaterale, la realtà e la natura sono ritratte in prospettiva rovesciata, in un gioco carnevalesco di differenze semantiche indefinite; ogni cosa segue l'istinto della combinazione. Gadda scrive in maniera alchemica, secondo un'ossessione del duplice, negando i dati dell'esperienza, eccedendo nella teatralità delle connessioni, descrivendo un pulsare delle cose irretite in se stesse, grazie a un uso sapiente e eclettico di elisione, allusione, paradosso, ossimoro e metafora. Arruffio, babele, baraonda, caos, magma, guazzabuglio, imbroglio: un reale refrattario alla sistemazione dove lo scrittore cerca il punto debole, come in una rete che si smaglia verso dimensioni infinite. Ma la Storia è una sola! Be’, sono capaci di spaccarla in due: un pezzo per uno: con un processo di degeminazione, di sdoppiamento amebico: metà me, metà te. L’unicità della Storia si deroga in una doppia storiografia, si devolve in salmo e in antifona, s’invasa in due contrastanti certezze. I personaggi non hanno frontiere, sono atomi disgregati, associazioni di organi compositi, anomali, ineletti, vittime di un male invisibile. Di endemica pazzia. Si smarriscono aspirando riluttanti verso un buio indistinto, un ritorno all'abisso. “La morte gli apparve, a don Ciccio, una decombinazione estrema dei possibili, uno sfasarsi di idee interdipendenti, armonizzate già nella persona. Come il risolversi d'una unità che non ce la fa più ad essere e ad operare come tale, nella caduta improvvisa dei rapporti, d'ogni rapporto con la realtà sistematrice”. Nella sua essenza discontinua, l'io gaddiano si arrende alla difficoltà delle scelte, alla poliedricità dell'esperienza, ma nel mondo robustamente esterno egli crede, cercando di restituirne un dato integro, e per questo si danna, e nella rabbia si vergogna. Ed ecco che la soluzione possibile o un eventuale dénouement liberano l'esito del delitto nelle nere ombre del testo, mentre nella funzione del lettore resta un qualcosa di inspiegato, quel nodo metafisico che dice l'impossibile chiusura di un sistema.

    “Avea veduto nel sonno, o sognato.... che diavolo era stato capace di sognare?... uno strano essere: un pazzo, un topazzo. Aveva sognato un topazio: che cos'è, infine, un topazio? La marchesa lo voleva lei, il topazio, era sbronza, strillava e minacciava, pestava i piedi, la faccia stranita in un pallore diceva delle porcherie in veneziano, o in un dialetto spagnolo, più probabile. […] E s'era involato lungo le rotaie cangiando sua figura in topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo: […] Fintantoché avvedutosi come non gli bastava a salvezza chella rotolata pazza lungo le parallele fuggenti, il topo-topazio s'era derogato di rotaia”.

    http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive.php

    ha scritto il 

  • 4

    Gadda è un'indigestione.

    È stato accattivante, leggere un libro nella propria lingua facendo fatica a capire. Ma se questo fosse il solo pregio, ciò non giustificherebbe il divertimento di questa lettura. Perchè Gadda non scr ...continua

    È stato accattivante, leggere un libro nella propria lingua facendo fatica a capire. Ma se questo fosse il solo pregio, ciò non giustificherebbe il divertimento di questa lettura. Perchè Gadda non scrive solo nei vari dialetti d'origine dei suoi personaggi - che nonostante tutto, con qualche fatica, sono intelligibili -, ma si esprime anche in un italiano ricchissimo di sfumature, impiegando un lessico non quotidiano e una sintassi articolata. La penna di Gadda, rispetto alla via maestra tracciata negli ultimi sessant'anni dalla prosa italiana, si muove su una strada parallela, e che sembra oggi a fondo chiuso; una parallela dove la complessità e i preziosismi linguistici sono considerati un valore non sacrificabile sull'altare della semplificazione, non solo linguistica ma anche cognitiva: il modo in cui diciamo qualcosa dice tanto di come pensiamo la cosa stessa. E se la prosa di oggi sazia la nostra fantasia, forse è perchè ci basta davvero poco per non sentirci digiuni.

    ha scritto il 

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