Senza perdere la tenerezza

Vita e morte di Ernesto Che Guevara

Di

Editore: Edizione Club degli Editori

4.3
(843)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 798 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000006036 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Gina Maneri , Sandro Ossola

Disponibile anche come: Altri , Paperback

Genere: Biografia , Storia , Politica

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Descrizione del libro
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    «Noi eravamo dei poveri diavoli che chissà che fine avrebbero fatto; stavamo aspettando di incontrare un uomo come il Che».

    Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un s ...continua

    Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un santo laico, che il ’68 (Lui morì l’anno prima) avrebbe trasformato in simbolo immortale. Il volto buono e combattivo della Rivoluzione, riprodotto sullo stendardo rosso che è appeso al muro accanto a me (lo ammetto, anch’io sono inseguito fin dall’infanzia dal fantasma del Che). L’incarnazione della Sinistra ideale, la cui genealogia è molto più lunga e antica di quella che ha il suo padre fondatore in Karl Marx: per la civiltà occidentale inizia forse con Gesù Cristo o magari con Socrate o, forse, con il gesto anonimo di chi per primo si ribellò ad un sopruso, alla violenza del Potere o alla passiva accettazione del Male, trascinando con sè altri, fino ad essere trasfigurato nel mito. Non a caso, fin dalla sua Nota introduttiva, l’Autore contrappone la figura del Che – “un avventuriero, un vagabondo e un romantico” (e utopista, informale, irriverente, egualitario, imprudente), portavoce di “un’etica delle emozioni” – alla “sinistra ‘Neanderthal’ degli anni Sessanta in cui sono cresciuto [che] metteva quelle parole – avventuriero, vagabondo e romantico – nel catalogo delle perversioni” piccolo-borghesi. Il Che fu l’ennesima, brillante, incarnazione di quegli uomini che detennero il potere mondano disdegnandolo, allontanandosene ed ottenendone uno ancor più grande, che lottarono per i propri ideali senza cercare mai compromessi, che furono sconfitti e uccisi, per diventare immortali e continuare a mostrarci che la vittoria, nonostante tutto, è lì, ad un passo da noi.
    L’Autore – d’ora in poi lo chiamerò familiarmente Paco (dopo ottocento pagine di biografia posso permettermelo!) – non sa mostrarsi distaccato nei suoi confronti, anzi dichiara programmaticamente che “la distanza è un metodo da medievalisti”, una piccola caduta di stile che Marc Bloch, dai Campi Elisi in cui possiamo facilmente immaginarlo accanto al Che, saprà perdonargli. Anche per questo, Paco non riesce a muovere la più piccola critica nei suoi confronti e, quando prova a farlo, capiamo subito che lo fa col sorriso sulle labbra e tutto l’affetto di un amico fraterno.
    Il Che è per lui un Eroe e noi non possiamo fare altro che tentare di decifrarne la misteriosa grandezza. Così scopriamo la sua caparbietà, “la sua idea che la chiave della vita è la volontà, e la molla che la mette in movimento è la tenacia”, forgiata fin dalla più tenera infanzia dalla lotta contro l’asma devastante che lo perseguiterà per tutta la vita; il desiderio costante di mettersi alla prova, innanzitutto fisicamente, il suo essere apparentemente spericolato ma pur sempre consapevole dei propri limiti; la passione che mette in tutto ciò che fa, nell’attività sportiva come nella lettura – i libri, gli amatissimi libri, compagni di ogni tappa della sua vita; l’indifferenza per i giudizi altrui rivelata dai difetti che gli imputavano fin dalla gioventù, come la scarsa igiene o l’aspetto trasandato; la crescente consapevolezza, a seguito del suo precoce peregrinare per l’America Latina, delle condizioni di sfruttamento delle masse popolari a causa dello strapotere del capitale americano e dell’asservimento ad esso delle classi dirigenti locali.
    E poi, l’intelligenza lucida e il fervore di chi coltiva dentro di sè una fede, quella nella Rivoluzione anti-capitalista: «La sua immagine mi si impresse negli occhi», disse Raúl Roa, un esponente della sinistra liberale cubana al tempo di Batista, «intelligenza lucida, pallore ascetico, respirazione asmatica, fronte sporgente, capigliatura folta, modi asciutti, mento energico, gesti sereni, sguardo inquisitore, pensieri taglienti, parlata calma, sensi attenti, risata limpida e c’era come un’aureola magica intorno alla sua figura». E soprattutto i suoi occhi, il suo sguardo magnetico e sereno.
    A rendere attraente il Che a noi italiani è anche il suo essere una delle figure di riferimento nella storia della guerriglia novecentesca, condizione che ci consente di associarlo facilmente ai protagonisti della Resistenza italiana. La descrizione dei mesi passati sulla Sierra Maestra durante l’insurrezione cubana - le privazioni subite (la sete attanagliante che, a volte, erano costretti a patire, come la fame che sempre li perseguitava, assai più tenacemente dell’esercito nemico, facendo del cibo uno dei pensieri più ricorrenti anche nella memoria dei sopravvissuti), l’intensità del legame che univa giovani uomini e semplici ragazzi , tutti partecipi di un’esperienza che li sottraeva alla coordinate più consuete della vita comune, lanciandoli verso la follia disperata e tenacemente voluta di chi è tanto innamorato della vita da accettare persino di sacrificarla - riportano alla mente le tante trasposizioni letterarie della nostra guerra partigiana. Come anche quella sottile sensazione di pienezza, inespressa ma chiaramente percepibile, propria di chi sa di aver goduto di un privilegio unico, perchè cosa può esservi di più gratificante che il fatto di aver condiviso con tanti compagni, tra gioie e dolori, un cammino che ha deviato il corso della Storia con la forza di legami irresistibili quanto il sacrificio della propria vita per un ideale? In questa biografia, infatti, non troviamo soltanto il Che - e, ovviamente, Fidel Castro, cui lo univa, sin dal primo incontro, un’ammirazione profonda diventata ben presto autentica amicizia – ma un caleidoscopio di volti che compongono l’album della rivoluzione cubana, un tessuto fitto di amicizie imperiture.
    Il Che ricorderà come “ore felici” quelle trascorse sulla Sierra Maestra quando “in quelle notti dilatate (poichè la nostra inattività cominciava al calar del sole) sotto le fronde di un qualunque bosco cominciavamo a fare piani su piani per l’immediato, per qualche tempo dopo, per la vittoria”: pare un sognare ad occhi aperti, che riporta alle ore liete dell’infanzia, quasi che l’invasione di Cuba sia stata vissuta come un gioco o come l’avventura di un gruppo di ragazzi spericolati. Lì il Che acquisì la sua statura di leader: in ogni villaggio in cui arrivavano tornava ad essere medico per i contadini poveri, conquistando la loro fiducia (lo faceva anche per i soldati nemici feriti), e sosteneva l’innalzamento delle condizioni socio-economiche delle masse contadine attraverso la lotta all’analfabetismo e la redistribuzione delle ricchezze; mentre i suoi compagni guerriglieri erano conquistati dal suo coraggio in combattimento , dal suo egualitarismo - che ribadiva con il rifiuto di privilegi particolari (le stesse razioni di cibo, le stesse regole per tutti) - e anche dal mistero di quest’uomo che lottava al loro fianco ma non apparteneva alla loro terra nè al loro ambiente sociale, si isolava spesso con i suoi libri e i suoi pensieri e pretendeva da loro una superiorità etica rispetto ai nemici che combattevano, fondata, nel suo caso, su una consapevolezza storica, priva di ogni sentimentalismo, della loro missione e del contesto in cui agivano («quelli che bisogna ammazzare sono i cani più importanti, quelli che aizzano questi qui. Questi sono dei disgraziati che si guadagnano la paga e non hanno un ideale al mondo»). In questo modo, il Che “ha creato un’amplissima rete contadina che lo rispetta e ha per lui un’autentica adorazione, e ha innalzato intorno a sè un’aura magica. Il Che è il giusto, l’egualitario, quello che non chiede mai a nessuno di fare qualcosa che lui non fa”.
    D’altra parte, proprio quei lunghi mesi trascorsi sulla Sierra Maestra, immersi nella foresta più fitta, erano serviti a trasfigurare un semplice gruppo di guerriglieri introducendoli in una dimensione mitica, che, come tale, li sottrasse per sempre al tempo storico, ancorandoli al ricordo di ciò che erano stati e di ciò per cui avevano lottato. Sbarcando dal Granma, l’improbabile imbarcazione che li aveva condotti fino alle costa cubana, avevano intrapreso lo stesso cammino dei combattenti della Resistenza europea, della Lunga Marcia di Mao, degli schiavi romani guidati da Spartaco, degli ebrei che Mosè condusse nella Terra promessa, perchè il viaggio come esperienza individuale rende uomini, come esperienza collettiva rende protagonisti della Storia.
    A ciò si aggiunge il fascino tutto novecentesco della guerriglia, in quanto unica tattica militare che consente di annullare la superiorità del nemico in termini di uomini e di armamenti, offrendo agli eterni sconfitti della Storia la possibilità di prendersi qualche bella rivincita.

    ha scritto il 

  • 5

    Ottima Lettura

    Cosa vorreste leggere in una biografia?.
    Presumo dati, dettagli, informazioni oggettive.
    Esposizioni documentate e lucide, possibilmente valorizzate da uno stile coinvolgente.

    Ecco, "senza perdere la ...continua

    Cosa vorreste leggere in una biografia?.
    Presumo dati, dettagli, informazioni oggettive.
    Esposizioni documentate e lucide, possibilmente valorizzate da uno stile coinvolgente.

    Ecco, "senza perdere la tenerezza" è tutto questo e molto altro ancora.

    La lettura è indubbiamente impegnativa, le pagine sono tante ma la vita di Guevara è appassionante e molto umana.
    L'autore, infatti, racconta anche di un Che spiritoso, ironico, informale.
    Ci parla dei dubbi e delle sue contraddizioni e tutto ciò ci permette di avvicinarci a lui in modo più naturale.
    Così da poter vedere l'uomo piuttosto che soltanto il mito.
    E questa - a mio avviso - è una grande, grande, grande qualità.

    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Eccezionale. Quattro stelle solo perchè a metà libro nella mia copia mancavano un centinaio di pagine che mi hanno fatto saltare un pezzo di storia,proprio nel momento in cui ero totalmemte coinvolta ...continua

    Eccezionale. Quattro stelle solo perchè a metà libro nella mia copia mancavano un centinaio di pagine che mi hanno fatto saltare un pezzo di storia,proprio nel momento in cui ero totalmemte coinvolta dalla storia,mamnaggia....

    ha scritto il 

  • 4

    Una bellissima biografia dove si fa conoscenza del mito uomo fragile Guevara, le sue debolezze, gli ideali, la correttezza e l'umanità di una persona che credeva nella libertà e per cui è morto.
    Da le ...continua

    Una bellissima biografia dove si fa conoscenza del mito uomo fragile Guevara, le sue debolezze, gli ideali, la correttezza e l'umanità di una persona che credeva nella libertà e per cui è morto.
    Da leggere per scoprire la bellezza di questa persona/leggenda

    ha scritto il 

  • 0

    "Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo" Che
    Comandante Che Guevara hasta la victoria siempre ..... Mi mancherai ...continua

    "Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo" Che
    Comandante Che Guevara hasta la victoria siempre ..... Mi mancherai

    ha scritto il 

  • 5

    IMMENSO

    Ho letto tantissimo sul "CHE" e posso affermare senza dubbio che questa sia la migliore biografia mai scritta. Un libro ad tenere sempre bene in vista, non un semplice libro, ma una guida. Un esempio ...continua

    Ho letto tantissimo sul "CHE" e posso affermare senza dubbio che questa sia la migliore biografia mai scritta. Un libro ad tenere sempre bene in vista, non un semplice libro, ma una guida. Un esempio.

    ha scritto il 

  • 5

    Un rivoluzionario è vero se guidato da un grande sentimento d'amor.
    Che Guevara. Che cuore!!!
    Un uomo che ha voluto conoscere la povertà, un uomo con la ferma volontà di voler migliorare le condizioni ...continua

    Un rivoluzionario è vero se guidato da un grande sentimento d'amor.
    Che Guevara. Che cuore!!!
    Un uomo che ha voluto conoscere la povertà, un uomo con la ferma volontà di voler migliorare le condizioni del suo popolo, del suo continente. Sud America come un'unica entità, un unico polmone vivente. Giustizia, sentimento umanitario, grande senso del dovere. Rivoluzione. Forse sono queste le parole da dire sulla figura del Che...ma per me rimarrà sempre l'uomo con l'animo da poeta intento a scrivere versi e a commuoversi davanti alla bellezza delle rovine del mondo antico. Senza mai perdere la tenerezza

    ha scritto il 

  • 4

    «Seguiremos adelante / Como junto a ti seguimos / Y con Fidel (ma anche senza) te decimos: / Hasta siempre Comandante.» (*)

    Paco Ignacio Taibo II, dopo aver spulciato negli archivi di tutto il mondo, aver intervistato chi lo conobbe, aver letto articoli e libri, aver osservato con estrema attenzione tutte le foto nelle qua ...continua

    Paco Ignacio Taibo II, dopo aver spulciato negli archivi di tutto il mondo, aver intervistato chi lo conobbe, aver letto articoli e libri, aver osservato con estrema attenzione tutte le foto nelle quali compare, ed essersi rammaricato per gli ancora tanti documenti top secret, da alle stame una biografia di Ernesto Che Guevara dando tantissimo spazio al Che stesso. “Senza perdere la tenerezza”, in realtà, è un libro scritto a quattro mani, tante sono le frasi pronunciate in prima persona dal Comandante Guevara.

    Sebbene Taibo nulla faccia per nascondere la sconfinata simpatia che nutre per il protagonista della sua opera, riesce cionondimeno a offrire al lettore una biografia completa, esaustiva (nei limiti del possibile dati i misteri che ancora avvolgono alcuni momenti della vita del Che - incluso l’ultimo, quello della cattura e dell’assassinio) e, soprattutto, onesta. Quella di Taibo è una biografia più “calda” rispetto a quella pubblicata dal suo connazionale (Taibo è nato in Spagna ma deve essere considerato Messicano a tutti gli effetti visto che ci vive dall’età di 10 anni, quando insieme alla famiglia vi si rifugiò per sfuggire al franchismo) Jorge Castañeda (Compañero. Vita e morte di Ermesto Che Cuevara - edita dalla Mondadori), è una biografia dove più e meglio emerge il lato umano del Che e dove ci si pongono meno domande rispetto alle possibili colpe di Castro nella fine di Guevara in Bolivia. Taibo non ha alcun dubbio al riguardo, è fermamente convinto che Fidel non lo abbandonò nemmeno per un istante e che fece tutto il possibile per evitare che lo catturassero; Castañeda, invece, ritiene che il leader cubano avrebbe potuto fare qualcosina di più. È difficile, se non impossibile, sapere chi dei due biografi abbia ragione e, forse, non è poi neanche tanto importante. Quello che conta è il messaggio del Che. Messaggio reso immortale dalla sua uccisione a sangue freddo da parte del regime boliviano (più o meno in combutta con Washington). Quella foto del Che morto (**), disteso sulla barella, con quei tizi intorno che mostrano agli obbiettivi i fori delle pallottole, quel corpo privo di vita ma che per effetto degli occhi aperti e della bocca socchiusa che sembra atteggiata a un sorriso, quell’espressione di pace sul volto del Comandante Guevara, quella foto che fece il giro del mondo in poche ore avrebbe, per sempre, reso il Che immortale. Taibo dice che per tutti e per i sudamericani in particolare da quel momento in poi sarebbe stato un santo laico, Castañeda, probabilmente togliendosi per un momento la maschera da “biografo senza cuore” arriva a chiamarlo “Il Cristo di Vallegrande”.

    Il Che è un mito, la sua effigie fa capolino su poster, spille, magliette e chi più ne ha più ne metta ma, oggi, nell’anno di grazia 2014, che senso ha leggere una sua biografia? E per senso intendo il senso profondo. È davvero così importante apprendere della sua giovinezza in Argentina, della sua passione per il rugby, dell’asma che lo accompagnerà per tutta la vita, del suo viaggio in motocicletta in giro per tutto il latinoamerica, del suo incontro in Messico con gli esuli cubani che guidati da un giovane e logorroico avvocato si stanno preparando a invadere Cuba per liberarla dal giogo della dittatura batistiana, e poi il Granma, la Sierra Maestra, Santa Clara, l’arrivo a L’Avana, la poltrona da ministro dell’industria, le giornate di lavoro volontario, l’addio a Cuba, la disfatta congolese, il soggiorno a Praga, il ritorno a Cuba solo per recarsi in Bolivia a dare inizio alla rivoluzione continentale che lo avrebbe dovuto portare a far ritorno a casa, in Argentina, e poi, infine, la morte? Sono motivi validi per prendere in mano questo tomo di 850 pagine (o le 500 pagine di Castañeda per chi teme di innamorarsi troppo del personaggio) o, in fondo, ciò che il lettore cerca fra tutti questi avvenimenti è qualcos’altro? Quant’è, se ce (ma certo che c’è), il bisogno di ricercare nella vita di uomo morto da quasi mezzo secolo una qualche forma di speranza per il nostro tempo e, ancora di più, per il nostro futuro? Non sarà, forse, che desideriamo conoscere il Che semplicemente per poterlo identificare quando tornerà? (***)

    Il messaggio di uguaglianza, di sollevamento delle masse contro le storture e i soprusi del potere costituito sono oggi fuori moda? No di certo, se è vero come è vero che oggi più di ieri una piccola parte della popolazione detiene la quasi totalità delle ricchezze. Eh, ma oggi siamo tutti pacifisti, siamo diventati più buoni, gli eserciti esportano la democrazia e gli interventi delle truppe sono solo e soltanto missioni di pace. W la libertà, disse il delinquente. Se oggi il Che fosse tra noi cosa direbbe e, soprattutto, cosa farebbe? Si siederebbe al tavolo con i nemici alla ricerca della stabilità e del quieto vivere o indosserebbe ancora la sua divisa verde oliva, il suo basco con la stella e con gli anfibi mezzi slacciati ai piedi, con sulle spalle uno zaino pieno di libri e in mano un fucile s’incamminerebbe su per i monti a dare inizio a una guerriglia? I cinici e i codardi risponderebbero: ma dai, quale guerriglia, siamo nel 2014. I sognatori direbbero: combatterebbe fino alla morte.

    Parole, parole, parole. Insomma e in conclusione: che senso ha leggere “Senza perdere la tenerezza”? Serve a rammentarci che oltre a lamentarci perché le cose non vanno bene potremmo anche fare qualcosa per migliorare il mondo nel quale viviamo. Serve a farci capire che gli ideali non sono morti (come più di qualcuno sta cercando di farci credere) e, tutto sommato, che il processo democratico è la cosa più bella del mondo, ciò a cui dobbiamo fortissimamente anelare ma che, in fondo, se per fare la pace si possono inviare degli eserciti armati di tutto punto, anche per ottenere l’eguaglianza sociale si può prendere in considerazione l’idea di seguire il Comandante Che Guevara, con tutto quello che ne conseguirebbe.

    PS: a tutti coloro che ritengono questa mia para-recensione un incitamento alla lotta armata, dico di tranquillizzarsi. Siamo tutti troppo rammolliti per mettere in pratica un motto come “Victoria o Muerte!”; dai, chi ci crede.

    (*): “ma anche senza” è mio, il resto è tratto da Hasta Siempre (nel video interpretata da Nathalie Cardone) http://www.youtube.com/watch?v=SSRVtlTwFs8

    (**): http://3.bp.blogspot.com/-cqHmMCWK4ck/T-Tq3AUV92I/AAAAAAAAFvA/Tq_um0orLCo/s1600/che%2BII.jpg

    (***): La pensa così anche l’imprescindibile Francesco Guccini in “Stagioni” http://www.youtube.com/watch?v=L3_TXMA0Bxk

    ha scritto il 

  • 4

    Il Che di qua, Che di là, Che di su, Che di giù.

    Il Che in foto veniva sempre molto bene, anche quando mangiava il panino con la porchetta.

    Il Che era in venticinque posti contemporaneamente.

    Il Che non si lavava.

    Il Che non conosceva la musica.

    Ave ...continua

    Il Che in foto veniva sempre molto bene, anche quando mangiava il panino con la porchetta.

    Il Che era in venticinque posti contemporaneamente.

    Il Che non si lavava.

    Il Che non conosceva la musica.

    Aveva l'asma, ed era allergico alle uova.

    A vent'anni si era fatto 4500 km con la bici a motore.

    Non si allacciava gli anfibi.

    Voleva tanto bene alla mamma.

    Era un genio della guerriglia e delle imboscate, però intanto una volta è inciampato e si è sparato un colpo di pistola in faccia da solo.

    Come i marinai, ogni porto un cuore: un trapano senza cuore.

    E così via.

    Comunque, l'idea che il Che possa essere stato fatto fuori da chiunque, amico o nemico non importa (CIA, Fidel, i Russi, un campesino boliviano particolarmente avido, etc), quello è il dettaglio che lo rende davvero leggendario.

    ha scritto il 

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