Siddharta

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 3

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.0
(23294)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 126 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Portoghese , Tedesco , Francese , Galego , Olandese , Sloveno , Chi semplificata , Greco , Catalano , Svedese , Russo , Danese , Ceco , Rumeno , Esperanto

Isbn-10: 8481304484 | Isbn-13: 9788481304480 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina morbida e spillati , Paperback , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
Quando uscì, nel 1922, Siddharta non aggiunse molto alla già solida fama di Hermann Hesse. Il successo mondiale del libro arrivò più tardi, sull'onda del premio Nobel che nel 1946 incoronò definitivamente il suo autore; e fu un successo decretato soprattutto dai giovani, che a poco a poco, generazione dopo generazione, fecero della figura di Siddharta una sorta di stemma dell'inquietudine adolescenziale, dell'ansia di una ricerca di sé assetata di miti e di maiuscole, di un decisivo quanto favoloso soprassalto d'orgoglio dell'individuo nei confronti del mondo e della storia, accomunati in un rifiuto senza appello.
Figlio di un brahmino in un'India remota e in fondo senza tempo, omonimo di quel Siddharta Gautama che si dirà Buddha, il protagonista del romanzo abbandona la casa paterna per sperimentare l'ascesi sapienziale che dovrebbe condurlo alla perfezione. Ma si accorge ben presto che per uscire dal proprio io, condizione necessaria per il compimento del cammino, deve prima conoscerlo a fondo, misurandolo col metro del mondo. Il distacco e l'acquisizione della vera sapienza giungeranno perciò proprio nel momento di massimo coinvolgimento di Siddharta nelle cose terrene, al massimo livello possibile di autocoscienza.
Considerato da Hesse un "poema", e precisamente un "poema indiano", il romanzo si impianta su un registro originalissimo, che fonde lirica ed epica, narrazione e meditazione, elevazione mistica e sensualità: una miscela perfettamente dosata, che non smette di affascinare e di far riflettere.
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  • 3

    interessante

    letto in gioventù e mi piacque molto, ma credo che se lo rileggessi ora lo troverei un po' un polpettone per adolescenti inquieti (quale forse ero io all'epoca della lettura). Diciamo che è interessan ...continua

    letto in gioventù e mi piacque molto, ma credo che se lo rileggessi ora lo troverei un po' un polpettone per adolescenti inquieti (quale forse ero io all'epoca della lettura). Diciamo che è interessante, specie da un punto di vista storico, e che è utile per la formazione del carattere.

    ha scritto il 

  • 5

    Considerato in genere un romanzo della giovinezza, visto il suo successo presso i giovani (figli dei fiori, ma non solo), “Siddharta” secondo me è anche un romanzo della maturità: dopo una vita di ric ...continua

    Considerato in genere un romanzo della giovinezza, visto il suo successo presso i giovani (figli dei fiori, ma non solo), “Siddharta” secondo me è anche un romanzo della maturità: dopo una vita di ricerca, il protagonista arriva alle riflessioni più importanti in tarda età. Lo lessi a 18 anni, l’ho riletto 22 anni dopo e il suo fascino mi è sembrato intatto.
    Forse certi lettori si aspettano di trovare un pensiero veramente innovativo e rimangono delusi. In linea con l’instancabile ricerca del protagonista, per il quale la saggezza non si può insegnare, in “Siddharta” non si trovano invece grandi verità o complessi sistemi filosofici definiti e “definitivi”. Si trovano forse più domande che risposte, si trovano spunti di riflessione sulla condizione umana e la natura, sulla ricchezza e la povertà, lo spirito e i sensi, il sentimento e la ragione, la solitudine e i legami famigliari e di amicizia, l’inquietudine e la serenità. In breve, vi si trova tutto quello che si può chiedere a un romanzo, e ritengo che la sua duratura popolarità sia meritata.
    L’ambientazione è esotica e affascinante ma non arcadica (nella foresta vi sono meraviglie da contemplare ma anche il serpente letale). Neanche i personaggi sono idealizzati, tutti commettono errori.
    Lo stile è semplice e scorrevole ma anche lirico ed evocativo.

    ha scritto il 

  • 3

    Vita di Siddharta

    Un romanzo particolare, scritto in un modo particolare (mieloso, sinuoso, con tratti della prosa d'arte), con una storia particolare. Il lettore si deve abituare allo stile col quale il narratore racc ...continua

    Un romanzo particolare, scritto in un modo particolare (mieloso, sinuoso, con tratti della prosa d'arte), con una storia particolare. Il lettore si deve abituare allo stile col quale il narratore racconta le vicende e anche allo stile dei dialoghi, che appaiono poco realistici e più "teatrali", mi sembra. Questo 'racconto lungo' è un viaggio nella meditazione e nei cambiamenti di Siddharta, partendo dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Penso sia uno di quei libri che o piacciono molto o non piacciono per niente. Nel mio caso non ho molto apprezzato lo stile misticheggiante, ma mi è piaciuto il senso complessivo dell'opera. Un'altra critica che rivolgo è l'intromissione di concetti della filosofia orientale, espressi però con un po' di vaghezza e leggerezza, forse ogni tanto mischiati con riflessioni personali dell'autore e fatti passare a volte in primo piano e a volte in secondo piano. Nel complesso però, ripeto, il libro mi è piaciuto.

    ha scritto il 

  • 2

    questo romanzo non mi è piaciuto molto: forse perché l' ho letto dopo narciso e boccadoro, forse perché non sono abbastanza informata sulla cultura orientale. sta di fatto che mi è sembrata la ripetiz ...continua

    questo romanzo non mi è piaciuto molto: forse perché l' ho letto dopo narciso e boccadoro, forse perché non sono abbastanza informata sulla cultura orientale. sta di fatto che mi è sembrata la ripetizione della storia di narciso e boccadoro. ora, non so l'ordine in cui l' autore li ha scritti, ma io ne sono stata un po' delusa

    ha scritto il 

  • 4

    Nella realtà non esiste quella cosa che chiamiamo imparare. C'è soltanto un sapere che è ovunque, che è Atman, che è in me e in te e in ogni essere. E così comincio a credere: questo sapere non ha nessun peggiore nemico che il voler sapere.

    I sassi non se lo chiedono. Non se lo chiedono nemmeno le piante. E neppure gli animali, che per molti versi sono li esseri più vicini a noi in tutto il creato, sembrano domandarsi: Un coniglio non c ...continua

    I sassi non se lo chiedono. Non se lo chiedono nemmeno le piante. E neppure gli animali, che per molti versi sono li esseri più vicini a noi in tutto il creato, sembrano domandarsi: Un coniglio non cerca di avere un opinione di sé, un corvo non si arrovella a capire che cosa lo distingue da una mucca. Ma l'uomo? L'uomo - come ci parla Herman Hesse in Siddhartha -, l'uomo si è sempre interrogato sulla natura infruttuosa del suo essere. E da sempre è angosciato dall'incertezza della riposta.
    Questa domanda penso derivi dal numero di esperienze che caratterizzano il nostro bagaglio culturale. L'uomo, come essere animale, superiore e potente, si guarda attorno, vede il mondo e fa alcune ponderazioni. La prima è che tutto ciò che vede è fuori da lui. Il mondo gli appare come indistinto, lontano a sé, come qualcosa a cui è stato costretto a separare. Infinitamente più grane di lui, si sente fiero, violato, vulnerabile come una piccola onda che, intimorito dalla vastità dell'oceano, sogna soltanto di essere un'onda più grossa, più maestoso per non essere schiacciato dalle altre onde. E in questa percezione di due entità indistinte - l'uomo come essere che vede e sente, e l'uomo come conoscitore di qualcosa a lui sconosciuto - è radicata la perpetua insoddisfazione dell'uomo. La tristezza. La solitudine.
    Il mondo che lo circonda è stato messo assieme in maniera così intelligente e perfetta che non può essere stato lui l'artefice. Ma allora ci è il vero creatore? Ci dunque? E' così che si mette alla ricerca di un Creatore, in cerca di un Dio, anche di qualcosa necessariamente fuori di sé, capace di aver fatto l'intero universo, compreso a se stesso.
    E' così che è stata concepita la storia di Siddharta. E' cosi che, viaggiatrice proveniente da una dimensione anni luce, ho letto la storia che Hesse si portava dentro completamente fuori al mondo di cui il romanzo è una filosofia di vita non fondata da nessuno, se non dallo stesso autore, saggezza sedimentata attraverso un certo numero di esperienze. Tanto meno ho considerato questo piccolo libriccino non tanto quanto una storia, un romanzo, ma uno strumento in cui si cerca la conoscenza di sé; la conoscenza dell' Io.
    In Siddartha l'uomo finisce per restare con una limitata visione di sé, proprio perché tutto ciò che la sua coscienza percepisce è fuori dal suo Io, e perché l'uomo prende per realtà indiscutibile questa distinzione fra sé e ciò che percepisce e conosce. Esattamente come fa il protagonista di questo romanzo, che vede se stesso come qualcosa di lontano e diverso da se. Piccolo grande uomo cresciuto mentre il sole bruniva sulle sue spalle lucenti. Abile nel saper riconoscere, nella profondità del suo essere, l'Atman indistruttibile con tutta la totalità del mondo. Sommerso da un torrente di sogni e incubi, alla ricerca della fonte originaria del proprio Io, di cui è necessario impadronirsene. Tutto il resto è ricerca, errore e deviazione.
    Il in questo romanzo sta nel modo in cui lo si percepisce, e percepirlo, capirlo a fondo è una grande soddisfazione: la soddisfazione di aver saputo leggere l'anima di un essere solo e distinto separato da tutti gli altri. In un mondo variopinto, raro, misterioso, in cui il cielo sembra fluire lentamente contro un fiume; fra enigma e magia, muovendosi agile come una figura impregnata di luce.
    Da quando il seme della scrittura ha affondato le sue radici e ha cominciato a crescere, ho compreso come alcune storie hanno bisogno di parole per essere raccontate. Se adoperate con maestria, ti fanno prigioniero, ti si attorcigliano intorno alle membra come la tela di un ragno e, se trascurate, si ammalano e muoiono ossessionandoci.
    Trovarle nel momento giusto, specie se bisogna parlare di un grande classico della letteratura inglese come quello di Siddharta, è un impresa piuttosto ardua. Osservare lo schermo completante bianco del pc e il cursore di word che continua fastidiosamente a lampeggiare, ti costringe a rimanere soggiogato al punto da non riuscire a creare nemmeno un semplice periodo e, solo alla fine, angustiata e affranta, aspetti in un miracolo. In un illuminazione. In un barlume di speranza che ti desti da questo strano stato comatoso.
    Cancello frasi che non hanno senso se non per me stessa, infastidita e confusa combatto come Don Chisciotte e i suoi temibili mulini a vento. Dov'è finita l'ispirazione? Cosa me ne faccio io delle parole, se in un momento come questo sembrano un dolce scherzo della natura, inventate per fermarmi a creare un discorso logico, quando la voce nella mia testa continua a essere assordante?
    Quella di Siddartha avrebbe dovuto essere una confessione, uno sfogo della mia anima sola e un po' malinconica che, fuggendo in una realtà completamente diversa da quella attuale, avrebbe potuto essere una breve pausa nel tormentare senza posa il mio spirito, effimero stordimento contro l'insoddisfazioni insensate che talvolta ci riserva la vita. Su una sfilza di figure simboliche che fanno parte di un paesaggio a cui si dà una certa importanza, quella di Hesse avrebbe dovuto spiccare maggiormente. Ma descriverne la meravigliosa e poetica essenza sarebbe a dir poco riduttivo. Avrei dovuto oltrepassare i confini di una trama complessa, elevarmi in un cielo pieno di stelle in cui persino le tenebre non riescono ad ammantare ogni cosa, assistere alla scena di un ragazzo in piedi, immobile, col cuore colmo di collera, d'incertezza, di compassione. Diventare vuota, vuota di fame, di pensieri, di vita, di sogni, di gioie e dolori, lasciandomi andare a me stessa per non cogliere più le gioie nascoste nel cuore. Mi sono sentita svuotata, completamente aperta ai miracoli, quando ogni residuo del mio Io fosse superato ed estinto. Entrando in un circolo di trasformazioni che hanno ucciso i miei sensi. Sguscino fuori in mille forme estranee.
    Nonostante abbia una sua struttura, questo romanzo è un contenitore di ricordi e delicate riflessioni. Detriti trascurati dalla memoria e dal tempo, incastonati in sfere di vetro come la neve che, una volta scossi, permettono alla voce narrante di prendere vita.
    Con una serie di ragionamenti che nascono dall'esperienza di se stessi e del mondo, accompagnata dalla voce gracchiante di un guru, sono stata catapultata fuori dal tempo e dallo spazio, con la coscienza di un uomo solo e distrutto che imbocca la strada del pellegrinaggio, Realtà che sta dietro alla coscienza ordinaria. Specchio che riflette un vuoto raccapricciante che fa riscontro dal terribile vuoto dell'anima di chi legge. Abbandonare il passato, avvolto come in un velo, infinitamente lontano, infinitamente superato, infinitamente indifferente, una storia che ho accolto centellinandola in ogni singola parola, tranquilla, aperta, in attesa di una qualche forma di miracolo. Semplicemente ascoltando, affondano la mia vita nel cuore del giovane protagonista, nei suoi affanni, in ogni sua ansia di sapere.

    La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell'aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corpo preciso, e non c'è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.

    ha scritto il 

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