Stabat mater

I capolavori del Premio Strega

Di

Editore: Il Sole 24 Ore

3.2
(2220)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 154 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Francese

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Musica

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Descrizione del libro
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  • 3

    Monologo scritto in maniera troppo teatrale, nonostante alcuni passaggi siano anche belli, il tutto non mi ha convinto fino in fondo. Il finale è tirato proprio via, una pagina risicata per strappare ...continua

    Monologo scritto in maniera troppo teatrale, nonostante alcuni passaggi siano anche belli, il tutto non mi ha convinto fino in fondo. Il finale è tirato proprio via, una pagina risicata per strappare un sorriso al lettore con un lieto fine, mi aspettavo almeno un minimo di approfondimento in più dato che l'epilogo è di quanto più scontato si possa immaginare.

    Peccato perchè la trama era anche interessante e comunque non è scritto male.

    ha scritto il 

  • 2

    Come spesso accade ai libri vincitori del premio strega, direi che questo è stato oggetto di una sopravvalutazione. Un po' come - e qui mi attirerò senz'altro alcune ire - Accabadora. Libri esili con ...continua

    Come spesso accade ai libri vincitori del premio strega, direi che questo è stato oggetto di una sopravvalutazione. Un po' come - e qui mi attirerò senz'altro alcune ire - Accabadora. Libri esili con una discreta idea centrale non supportata da uno sviluppo degno di questo nome. Qui l'orfana che incontra Vivaldi in una Venezia incantata e che, attraverso la musica, cerca la sua redenzione non trova, a mio avviso, un adeguato sviluppo narrativo. Resta una buona idea, una bella scrittura, una sensazione di incompiuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósa

    Cecilia, la giovane protagonista della storia oltre che unica voce narrante, è stata abbandonata poco dopo la sua nascita nel Pio Ospedale della Pietà di Venezia. Siamo all’inizio del ‘700 e l’Ospital ...continua

    Cecilia, la giovane protagonista della storia oltre che unica voce narrante, è stata abbandonata poco dopo la sua nascita nel Pio Ospedale della Pietà di Venezia. Siamo all’inizio del ‘700 e l’Ospitale è pieno di bambine e ragazze raccolte dalle suore. Cecilia, come molte altre fanciulle, non ha mai visto molto di più delle stanze e delle mura del luogo che le ospita. La vita, nell’Ospitale, è scandita dai ritmi che le suore stesse vivono. Gli unici, marginali contatti con altri esseri umani avvengono durante le funzioni liturgiche. Cecilia suona il violino, altre compagne suonano viole o flauti, un paio sono state indirizzate verso l’arte del canto. Fin da piccole, infatti, le bambine con un qualche talento vengono avviate allo studio della musica. Don Giulio, il parroco che scrive la note che poi le giovani suoneranno, è ormai molto anziano. “Da quando sono nata, suono quasi soltanto la musica. Per molto tempo, per me, la musica è coincisa con don Giulio, la musica era don Giulio e nient’altro, non sapevo nemmeno che esistesse musica scritta da altre persone, la musica se ne stava chiusa tutta dentro quel corpo vecchio che arrancava in giro per l’Ospitale, e a un certo punto usciva fuori, riempiva gli spartiti, le stanze, la chiesa, i nostri corpi“...

    Continua qui: http://www.lankenauta.eu/?p=6499

    ha scritto il 

  • 3

    3.5 è la mia effettiva valutazione.
    Il tema della "musica" si percepisce per tutta la durata del racconto... Ma l'esposizione sotto forma di diario non aiuta a rendere più scorrevole la storia stessa ...continua

    3.5 è la mia effettiva valutazione.
    Il tema della "musica" si percepisce per tutta la durata del racconto... Ma l'esposizione sotto forma di diario non aiuta a rendere più scorrevole la storia stessa che (secondo me) poteva essere ulteriormente ridotta, tagliando qualche pagina banalmente superflua. Per essere un Premio Strega le mie aspettative non sono state pienamente soddisfatte, anche se ci sono dei passaggi veramente suggestivi e frasi che sono andate ad arricchire la mia collezione di citazioni.

    ha scritto il 

  • 4

    musica

    un libro sulla musica che è esso stessa musica. il violino di Cecilia non risuona solo nell'orfanatrofio in cui è cresciuta, ma accompagna il lettore in ogni pagina. il senso di abbandono permea la vi ...continua

    un libro sulla musica che è esso stessa musica. il violino di Cecilia non risuona solo nell'orfanatrofio in cui è cresciuta, ma accompagna il lettore in ogni pagina. il senso di abbandono permea la vita della protagonista che scopre e dimostra un grande talento accresciuto dallo stesso Vivaldi.

    ha scritto il 

  • 0

    Riuscite a immaginarlo, un mondo senza madri, voi che per me non lo siete più, che non lo siete stata mai, che lo sarete per sempre?

    Mi impedite di conoscere il male, per scegliere di non compierlo.

    F ...continua

    Riuscite a immaginarlo, un mondo senza madri, voi che per me non lo siete più, che non lo siete stata mai, che lo sarete per sempre?

    Mi impedite di conoscere il male, per scegliere di non compierlo.

    Forse questo romanzo, davvero notevole, non è esente dal peccato originale di tutti i romanzi storici: attribuire categorie di pensiero moderne ai suoi personaggi.
    Cecilia, nelle sue riflessioni, nella sua scoperta del mondo, nella sua relazione con il corpo e con le cose ha un atteggiamento molto esistenzialista, una forte presa di coscienza dell’esistenza, e dell’essere in relazione, attraverso il filtro della propria corporalità, come per la Joana di Clarice Lispector.
    Eppure si sente l’atmosfera della Venezia barocca, anche se filtrata attraverso un’istituzione particolare, l’orfanotrofio femminile, cara ai Veneziani che la sostenevano con la beneficenza, ricavandone di tanto in tanto una dama di compagnia o la moglie per un qualche rampollo un po’ bizzarro o troppo vecchio per trovare una compagna “nel mondo”.

    Il romanzo è scandito dal dialogo incessante di Cecilia con la madre che non ha mai conosciuto – una donna povera? una prostituta? una rampolla che doveva nascondere il frutto di una relazione illecita? Un dialogo con momenti strazianti, quando Cecilia prende coscienza della sua condizione di abbandonata, e rimprovera quella madre silenziosa eppure non può smettere di amarla, perché ne comprende il legame viscerale – letteralmente, perché il pensiero di Cecilia passa attraverso il corpo.
    E poi c’è la musica, prima con un maestro di maniera, poi niente mento che con il Prete rosso, Vivaldi, che Cecilia dipinge con gustoso umorismo. Altro che grandi passioni o sofferenze. Vivaldi è un artigiano della musica ma sa anche vendersi bene!
    Rimangono stupefatti di come don Antonio abbia saputo cogliere il loro sentimento di felicità, o di tristezza. Mentre lui non ha fatto altro che rivendergli l’ordinaria amministrazione del suo spirito.

    E se anche Cecilia non trova le risposte che cerca, ma diviene consapevole che quello che resta è il futuro, e lei può costruirselo, al lettore resta quanto meno la musica. Rimasta sospesa tra le righe, può essere recuperata grazie ai consigli di Tiziano Scarpa alla fine del romanzo. Del resto, anche se in questa storia viene reso umano e anche un pochino ridicolo, è uno dei più grandi compositori di cui l’Italia può andare fiera.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo che nella forma ricorda la divisione in stanze di una poesia, o in movimenti musicali.
    In ogni paragrafo, Scarpa sviluppa una riflessione che sembra alimentarsi da sé, di parola in parola, ani ...continua

    Romanzo che nella forma ricorda la divisione in stanze di una poesia, o in movimenti musicali.
    In ogni paragrafo, Scarpa sviluppa una riflessione che sembra alimentarsi da sé, di parola in parola, animata dal gusto (barocco; un'affinità con la letteratura del periodo storico in cui è vissuto Vivaldi, personaggio del libro) per il paradosso e il passaggio di una cosa nel suo opposto.

    Nella finzione del racconto, si tratta di una raccolta di lettere mai spedite di una sedicenne orfana alla mamma mai conosciuta. Forse sarebbe sembrato un esercizio di stile, se non fosse per la grande sensibilità con cui Scarpa racconta l'animo della ragazza: l'ingenuità dolorosa con cui dimostra di non saper staccarsi dalla madre che l'ha abbandonata, l'irrisolutezza ("io mi rivolgo sempre a voi, sempre con le stesse parole, vi racconto sempre le stesse cose, perché voi siete sempre lo stesso pensiero" p. 33), il senso di colpa, la vita vissuta molto più in compagnia dei propri pensieri che nel mondo delle azioni. Non è un caso che i colori dominanti siano quelli notturni, e soprattutto nelle prime pagine la storia si ambienti in luoghi chiusi - gli stessi spazi angusti di chi è intrappolato in un rovello mentale - ed è davvero credibile che la ragazza fatichi a vivere il proprio corpo se non in modo astratto (lo sente abitato di luce, attraversato dai suoni, un fantasma dietro una grata, un buco nero che inghiotte).

    Ho trovato commovente la parte in cui il maestro di musica dell'orfanotrofio scrive un pezzo in cui accoglie e integra la stessa nota stonata che la sua allieva prediletta aveva volontariamente inserito in un'esecuzione (p127): non è una dimostrazione di rispetto, di amore?

    ha scritto il 

  • 4

    "Se riuscissimo a suonare esattamente quello che pensiamo, se la nostra mente avesse una voce installata nella sorgente dei nostri nuovi suoni pensati, noi potremmo distruggere la terra dalle fondamenta e edificare nuove montagne e nuove stelle."

    L'unica cosa che ricordo ancora della mia insegnante di musica delle medie è che era una mezza matta fissata con Le quattro stagioni...che ci faceva ascoltare ogni volta che se ne presentava l'occasio ...continua

    L'unica cosa che ricordo ancora della mia insegnante di musica delle medie è che era una mezza matta fissata con Le quattro stagioni...che ci faceva ascoltare ogni volta che se ne presentava l'occasione. Questo romanzo cupo, pesante e all'apparenza silenzioso me l'ha fatta tornare in mente...In un orfanotrofio di Venezia del 700, Cecilia passa le sue notti insonni a parlare e a scrivere lettere a sua madre, che non ha mai conosciuto. La sua unica compagnia e consolazione è la musica, che le suore misericordiose insegnano a queste bambine orfane, che nessuno ama e che nessuno vuole. Durante le funzioni suonano i loro concerti nascoste alla vista dei fedeli che non conoscono nemmeno le loro storie e le loro facce. Cecilia è triste, sola, e infelice e il suo violino è l'unica cosa che la tiene ancora lì dentro. Finché arriva un nuovo maestro di musica, nientepocodimeno che Antonio Vivaldi, che ha una sua personale e modernissima, per quei tempi, visione della musica e della sua esecuzione. E per Cecilia forse arriva il momento di far uscire fuori la sua vera personalità e il suo talento. A me questo romanzo silenzioso, ma pieno di musica è piaciuto molto, anche se è pieno di anacronismi (come confessa l'autore) storici. Ok, Vivaldi non ha scritto ed eseguito nell'orfanotrofio della Pietà di Venezia le sue famosissime Quattro Stagioni, anche se vi ha insegnato veramente. Ok, nemmeno sapevo che Vivaldi era un sacerdote, ma che importa? A me, mentre leggevo questo romanzo è tornata in mente la mia insegnante di musica e il suo mangianastri con Le Quattro Stagioni di Vivaldi, e per un po' sono tornato indietro nel tempo, e tanto mi basta.

    ha scritto il 

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