Stalingrado

Di

Editore: Rizzoli

4.1
(243)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 532 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8817860115 | Isbn-13: 9788817860116 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Traduttore: S. Mancini

Genere: Storia , Non-narrativa , Politica

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Descrizione del libro
La sera del 23 agosto 1942 la Sedicesima divisione corazzata tedesca si attestava sulle rive del Volga, a breve distanza dalla città di Stalingrado.Era l'avanguardia dell'armata che poco più di un anno prima Hitler aveva lanciato a sorpresa contro l'Unione Sovietica. L'esercito russo pareva in rotta. L'unica resistenza degna di nota fu opposta da un gruppo di studentesse che manovravano pezzi di artiglieria antiaerea. Gli uomini della Wehrmacht credevano di avere vinto. Ma la città assediata sarebbe diventata un baluardo insuperabile, una trappola per le ambizioni del Reich e la tomba di migliaia di suoi soldati.
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  • 3

    Per me che non amo particolarmente i resoconti di guerre e battaglie, pur amando molto i testi storici, questo libro e' stato comunque utile e mi ha coinvolto perche ho approfondito un pezzo di storia ...continua

    Per me che non amo particolarmente i resoconti di guerre e battaglie, pur amando molto i testi storici, questo libro e' stato comunque utile e mi ha coinvolto perche ho approfondito un pezzo di storia che conoscevo solo dai resoconti dei nostri alpini che erano stati intrappolati nel Calderone infernale davanti a Stalingrado. Molto interessanti le descrizioni, ben documentate, delle dinamiche che hanno spinto Hitler e Stalin a confrontarsi in quel luogo, le loro paranoie e il disprezzo condiviso per le vite dei civili e per i loro stessi eserciti. Una conferma del baratro totalitario che ha risucchiato e stritolato milioni di persone e una intera generazione di giovani mandati allo sbaraglio e costretti a confrontarsi con atrocita e sofferenze cui nemmeno la sconfitta (o la vittoria) hanno messo fine.

    ha scritto il 

  • 5

    Quasi 500 pagine che corrono via veloci inframezzate da testimonianze raccolte dall’autore negli archivi occidentali e russi, il libro narra l’escalation del conflitto sul fronte orientale della WWII, ...continua

    Quasi 500 pagine che corrono via veloci inframezzate da testimonianze raccolte dall’autore negli archivi occidentali e russi, il libro narra l’escalation del conflitto sul fronte orientale della WWII, nato con l’Operazione Barbarossa del giugno ’41 e terminato con l’occupazione di Berlino da parte dei russi.
    Conflitto determinante per l’evoluzione della guerra e la sconfitta dell’asse, ma anche per la definizione dei successivi equilibri tra le potenze mondiali.
    Ventiquattromilioni di morti, queste sono state, tra militari e civili, le vittime russe. Da questo immane apporto di vite umane, Stalin ha avuto vita facile per rivendicare, prima a Yalta e successivamente alla resa della Germania nazista, tutte le concessioni, territoriali e non solo, che gli alleati gli hanno elargito.

    ha scritto il 

  • 5

    Mentre i tedeschi insistono, i russi imparano.

    Per ora il migliore. Non sarà l'ultimo libro che verrà scritto in materia, gli archivi russi, essenziali, sono qui scandagliati con acribia ma non sono stati resi integralmente disponibili, né nella p ...continua

    Per ora il migliore. Non sarà l'ultimo libro che verrà scritto in materia, gli archivi russi, essenziali, sono qui scandagliati con acribia ma non sono stati resi integralmente disponibili, né nella parte che tratta direttamente delle informazioni circolanti nell'Armata Rossa né, occorre ricordarlo, negli interrogatori dei prigionieri della sesta armata della Wehrmacht che (spoiler!) perse, fu circondata, annientata e presa prigioniera e nemmeno nelle testimonianze – desumibili se non altro dagli archivi dell'NKVD e altri enti di repressione sociale – sui civili.

    Non che non ci sia nulla, c'è moltissimo: Beevor è stato aiutato assai dai russi, ma fino a un certo punto. Questo rende assai comprensibile perché si sia "innamorato" di Grossman, era un'eccellente fonte interna, indipendente e affidabile. A complicare tutto, c'erano aliquote non banali di corrispondenza falsa, quando non ricreazioni a posteriori a meri scopi propagandistici.
    Non tema una cinica delusione l'interessato, esaltato dall'eroismo sanguigno assoluto e nobilmente popolare del civico 6/1 di "Vita e Destino", pare che i fatti, nella vera "Casa di Pavlov" siano andati più o meno così. È un po' meno romanzesca, molto meno anzi, la vicenda del famosissimo cecchino narrata in "Il nemico è alle porte" film col quale Beevor ha il dente avvelenato tanto da appioppargli l'onta della Disinformacija di puro stile staliniano.

    Nella seconda guerra mondiale ci furono molte grandi battaglie o assedi, Stalingrado non fu né quella che causò più morti nemmeno quella dove vennero impiegati più mezzi ma fu l'unica grande battaglia sociale. Si svolse in una grande città non evacuata (per volere di Stalin onde creare un supplemento d'interesse per l'Armata Rossa) per cinque mesi: un tempo sufficientemente lungo da coinvolgere chiunque, e crescendo da fatto militare locale a scontro simbolico tra due sistemi mutualmente escludentisi, da avere risonanza nel mondo. Non fu un completo assedio, il lato est non perse mai il contatto colle forze sovietiche, ma i rifornimenti furono sempre un problema rischioso giacché il lato est era il più grande e largo fiume d'Europa: il Volga, almeno finché l'inverno non incominciò veramente a mordere al punto da farlo ghiacciare così robustamente da permettere il passaggio anche di carri armati.

    La simmetria, quasi la sovrapposizione tra nazismo e stalinismo visti dall'alto della Storia a Stalingrado mostra non poche interruzioni. Stalin – un vecchio di settemila anni, che conosce l'umanità ma non ne possiede, incominciava ad imparare, Hitler incominciava a mostrare con grande evidenza, affezionandosi a cliché, idiosincrasie e ripicche, quei tratti infantili che gli impedivano di evolversi.

    Stalin accettava che gli si desse torto (la pena ovviamente in caso d'errore era la morte) e capì che doveva imparare attraverso altri che imparavano, Hitler quasi mai. Stalin abbandona la dottrina bellica marxista leninista, che così come la fisica marxista-leninista, o la biologia marxista leninista, non esiste. Ripristina il comando unico, naftalina i politruk, manda a combattere aliquote sempre crescenti di poliziotti del regime, sostiene la logistica con ogni mezzo: Čujkov, visti i rifornimenti recapitati anche in mezzo a terribili difficoltà, si fidava oramai a tal punto da capire da solo che – rallentando i rifornimenti, Stalin li stava destinando all'istituenda operazione di accerchiamento.

    I russi – nell'Accademia di Combattimento Urbano, definizione di Čujkov (Rattenkrieg - "guerra dei topi" secondo i tedeschi) mostrano una fenomenale capacità d'adattamento, acquisiscono giorno dopo giorno e con intensità crescente e fino all'ultimo soldato, capacità di sorpresa, inventiva, improvvisazione e reattività che prima stupiscono i nazisti (passando da subumani slavi a "cani"), poi li arrestano e infine li sconfiggono. I sovietici, subenti frastornati spesso neghittosi l'operazione Barbarossa con rovesci quasi continui dal giugno '41, nell'Accademia imparano, alla svelta e bene e senza deporre lo strenuo coraggio degli inizi: il q. g. di Čujkov era a 250 metri dalle prime linee. L'intelligenza militare che creerà poi il capolavoro strategico di quella tonnara che fu la successiva battaglia di Kursk, nasce e si sviluppa soprattutto qui.

    Beevor scrive un libro notevolissimo, un libro di storia da cui si capisce forse definitivamente come andò ma – riempiendolo di fatti e aneddoti in viva voce, colla fotografia di un film, la profondità di un romanzo e l'accuratezza di un saggio sociologico.

    Ah, c'è qualche fulminato che dice che è un libro filogermanico: ad esempio perché parla della tenerissima e sentita celebrazione del santo Natale del '42 nei bunker della Wehrmacht. O che la mortalità dei prigionieri rasentò il 90%. A me ha fatto venire in mente che nel Novecento la religione era di fatto oramai molta vernice su poca sostanza. A lui una visione di favore. Ha evidentemente imparato a leggere, abilità necessaria ma non sufficiente. Lo invito a proseguire la sua crescita culturale imparando anche a capire. Qualche altro abbagliato lamenta poche testimonianze dei civili. Il fatto che trovare un alloggio non diroccato man mano che la città veniva distrutta, trovare cibo - destinato con ovvia priorità ai combattenti – e qualcosa da bruciare per portare la temperatura a un sottozero sopportabile assorbissero la quasi totalità del loro tempo, non lo soccorre a capirne la scarsità.

    Sì c'è qualche russo che s'è adontato perché Beevor sporca il mito con la verità, abbiamo paraculi in ogni luogo, russi che vogliono solo il mito e scordare che a Berlino ci sono arrivati anche su Dodge, Willys e Studebaker (tank eccome ma buoni grossi camion e jeep russe non erano diffusissime), o annichilendo qualsiasi ostacolo umano non importa se russo si frapponesse, come americani che fanno finta di non ricordare che se non ci fossero stati venti milioni di morti russi (allora sovietici) l'attrito che ha svenato Hitler, l'avrebbero dovuto generare loro, e non è detto ci sarebbe stato l'anno, anno e mezzo di vantaggio scientifico per la costruzione dell'atomica prima che ci arrivassero i nazisti.
    In ogni caso, in quel vantaggio gli USA di costosissimi ordigni atomici ne costruirono tre, non trenta.

    ha scritto il 

  • 5

    molto bello e completo

    In 471 pagine una storia estremamente ricca della battaglia di Stalingrado, molto equilibrata e convincente.

    A Stalingrado si giunge a gradi, attraverso una analisi accurata delle fasi precedenti del ...continua

    In 471 pagine una storia estremamente ricca della battaglia di Stalingrado, molto equilibrata e convincente.

    A Stalingrado si giunge a gradi, attraverso una analisi accurata delle fasi precedenti della operazione Barbarossa, e anche dopo la precipitazione del dramma - la resa di Von Paulus - l'occhio si sofferama a cercare le conseguenze della disfatta, innanzitutto sulla Conferenza di Teheran - ma anche e soprattutto su vincitori e vinti della terribile battaglia nel ghiaccio.

    Ma è nella dimensione umana della vittoria e della sconfitta che, secondo me, si cela la lezione più preziosa di questo libro, che fa scendere Stalingrado dal piedestallo su cui è stata messa e ci restituisce una storia di persone disperate. Anche se naturalmente, "è un dato di fatto che a Stalingrado non passano".

    ha scritto il 

  • 4

    "Quando si esaminano le ambizioni iperottimistiche di Hitler in questa fase della campagna, risulta chiaro che non aveva mai letto, o non aveva mai assimilato in racconto di Lev Tolstoj 'Di quanta ter ...continua

    "Quando si esaminano le ambizioni iperottimistiche di Hitler in questa fase della campagna, risulta chiaro che non aveva mai letto, o non aveva mai assimilato in racconto di Lev Tolstoj 'Di quanta terra ha bisogno un uomo?', scritto nel 1886. Vi si narra di un contadino benestante di nome Pahom che viene a sapere di una ricca terra nel paese dei Baksir, al di là del Volga. Sono gente semplice e lui potrebbe avere tutta la terra che vuole senza troppi problemi. Quando giunge nel territorio dei Baksir, gli dicono che per mille rubli potrà avere tutta la terra che riuscirà a percorrere nel corso di una giornata. Disprezzandoli per la loro mancanza di furbizia, Pahom è tutto contento. E' sicuro di poter coprire una lunga distanza. Ma appena si mette in viaggio vede tante cose belle e decide di includerle nel suo percorso: uno stagno laggiù, una distesa di terra adatta alla coltivazione del lino ecc. Poi si accorge che il sole comincia a calare. Comprendendo che rischia di perdere tutto, corre sempre più in fretta per tornare in tempo. 'Ne ho presa troppa' dice tra sé 'e ho rovinato tutto'. Lo sforzo lo uccide. Muore proprio sul traguardo ed è lì che viene sepolto. 'Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno', conclude Tolstoj. A distanza di meno di sessant'anni, l'unica differenza era che nella steppa non era sepolto un solo uomo, ma centinaia di migliaia di soldati.

    ha scritto il 

  • 5

    ovvero "del perchè la storia non è lettera morta"

    Precisione e accuratezza nel riferimento agli eventi e nella descrizione delle strategie non sono gli unici ingredienti che rendono questo libro straordinario differenziandolo perciò da altri ottimi t ...continua

    Precisione e accuratezza nel riferimento agli eventi e nella descrizione delle strategie non sono gli unici ingredienti che rendono questo libro straordinario differenziandolo perciò da altri ottimi testi di storia.La scrittura di Beevor letteralmente trasporta e invischia il lettore nella battaglia di Stalingrado con il realismo proprio degli eventi realmente accaduti facendogli sentire tutta l'angoscia,la paura, il disgusto, la compassione la sofferenza ed il coraggio degli uomini e delle donne che ne furono protagonisti.Chiarisce altresì le dinamiche decisionali di guerra che pur essendo molto distanti dalle persone ne possono condizionare prepotentemente la vita fino a deciderne la morte di massa.Trasmette continuamente, in ogni pagina,l'ambiguo messaggio della guerra espressione di necessità per la nazione e di inutilità per l'individuo che la subisce.Sottolinea al contempo la potenza dell'ideale e la rigidità del totalitarismo.Chiarisce appieno il significato storico di Stalingrado come battaglia decisiva che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale e degli equilibri postbellici.

    ha scritto il 

  • 4

    La ciudad de Stalin

    Tal vez si Volgogrado no se hubiera llamado Stalingrado, su fuerza simbólica habría sido menor y el interés suicida y paranoico de Hitler por no abandonar su posición en ella habría permitido ahorrars ...continua

    Tal vez si Volgogrado no se hubiera llamado Stalingrado, su fuerza simbólica habría sido menor y el interés suicida y paranoico de Hitler por no abandonar su posición en ella habría permitido ahorrarse sufrimiento y vidas. Pero la lucha de egos desatados y la grandilocuencia de locos visionarios entre Hitler y Stalin que a veces parece el frente del Este de la II Guerra Mundial lo impidió. ¿Quién ganó? La historia dice que Stalin, aunque supongo que quien ganó de veras fue el invierno.

    Stalingrado es el segundo libro que leo de Antony Beevor, tras Berlín. La caída: 1945, del que tengo un excelente recuerdo y que creo algo superior. Stalingrado fue publicado cuatro años antes que Berlín. La caída: 1945, pero ambos son hijos del impulso dado por la apertura de los archivos soviéticos, que permitieron a Beevor manejar gran cantidad de información tan precisa que es capaz de narrar la batalla casi a diario. ¿Y por qué me prevalece, tal vez injustamente, la impresión de que Berlín. La caída: 1945 es mejor libro?

    Porque a pesar de la carga simbólica de Stalingrado, su punto crucial de inflexión en la IIGM, y el conjunto de episodios terribles que como batalla alcanza, no puede luchar contra el peso mayor de Berlín en la historia, tanto antes como después, de todo el siglo XX.

    Porque los episodios finales, y Berlín lo es, siempre acumulan más fácilmente todos los simbolismos.

    Y porque el derrumbe de Berlín fue acompañado de alta política mundial que decidía el nuevo orden venidero. Ello permitía a Beevor puntear más el relato, que en Stalingrado no tiene esta faceta tan interesante.

    Por lo demás, Stalingrado es también un relato apasionante y minucioso de la campaña de Rusia hasta el revés para los nazis del Kessel de Stalingrado y la rendición del VI Ejército. Beevor sabe tanto retratar la vida en los cuarteles generales como la angustia del soldado común y sus dificultades, que en Stalingrado alcanzaron un extremo difícil de superar. También la peculiar relación de Hitler y Stalin con sus respectivos generales y la influencia de ambos en la campaña bélica son importantes, puesto que sus errores fueron brutales, y fue ganador quien negó menos la realidad que vivía a muchos kilómetros de él. Beevor recoge estos momentos con profusión, lo que puesto en paralelo con la ruinas a las orillas del Volga tiene momentos emotivos. Aún así, la batalla entre las ruinas, la Rattenkrieg inexplicable que hemos visto en películas (Stalingrado, Enemigo a las puertas) tiene incluso aún después de la lectura un punto de misterio, el del supervivencia bajo el escombro, la nieve y la metralla, en el mismísimo infierno que Beevor, aunque se acerca, no llega a explicar/aprehender completamente. ¿Tal vez porque eso necesite más un novelista que un historiador? No lo sé. Esto no quiere decir que en esta lectura uno no sienta el miedo, el hambre, y los piojos, resultados de la locura humana. Pero…

    http://banquetealatropa.blogspot.com.es/2012/05/la-ciudad-de-stalin.html

    ha scritto il 

  • 3

    Rileggere la storia a 60 anni di distanza

    La campagna di Russia riletta sulla base di testimonianze e documenti inediti resi disponibili negli anni Novanta, che non cambia il quadro generale ma permette di capire meglio i fatti e i protagonis ...continua

    La campagna di Russia riletta sulla base di testimonianze e documenti inediti resi disponibili negli anni Novanta, che non cambia il quadro generale ma permette di capire meglio i fatti e i protagonisti.
    Cinquecento pagine dense di informazioni, anche se a volte non proprio pertinenti, con una deriva verso la noia più che la tragedia.

    ha scritto il