Suicidi dovuti

Di

Editore: Frassinelli

3.7
(96)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 448 | Formato: Altri

Isbn-10: 8876844198 | Isbn-13: 9788876844195 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Pino Pigliacelo è un uomo mite, anzi, lo è stato. Pino, campanaro in seconda esacrestano mancato, ha dovuto adattarsi sempre, fino ad oggi, ultimo giorno diun carnevale insolito. Chiuso nella sua Cinquecento, con il motore acceso, inun piccolissimo garage, festeggia a suo modo la fine di una strana catena disuicidi. Ricorda Marì, la finta bionda che, per aver letto "Madame Bovàri diun certo Flobert" si è convertita alla sincerità. Poi si inseguono nella mentedi Pino gli intrighi e gli intrallazzi, gli odi e gli incesti di una folla dipersonaggi.
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  • 5

    Forse il più anticlericale di Busi. Questa opera è un formidabile atto d’accusa verso il bieco moralismo e l’ipocrisia che regge molte delle convenzioni sociali su cui si basa il nostro mondo, inserit ...continua

    Forse il più anticlericale di Busi. Questa opera è un formidabile atto d’accusa verso il bieco moralismo e l’ipocrisia che regge molte delle convenzioni sociali su cui si basa il nostro mondo, inserito con grande armonia letteraria in una storia già bella di per sé da leggere, ricca di moto narrativo e tracciata qui, per ovvie ragioni di contesto, con meno cesello stilistico del solito Busi ma con intonsa fluidità e lusinga interpretativa. Molto consigliabile, soprattutto per chi non conosca l’opera di Aldo Busi e se ne voglia far conquistare.

    ha scritto il 

  • 5

    DRAMATIS PERSONAE

    La cara signorina Bentivoglio Giuseppina, la vecchia Alice in carrozella, la vedova Bocchino Rosa d’Oro in Paleocapa, la Caroli ex custode del Teatro Sociale, la “Micia” Chitari Luciana, la signora fa ...continua

    La cara signorina Bentivoglio Giuseppina, la vecchia Alice in carrozella, la vedova Bocchino Rosa d’Oro in Paleocapa, la Caroli ex custode del Teatro Sociale, la “Micia” Chitari Luciana, la signora farmacista Bertucci, il non più giovin ma aiutantissimo gentiluomo Pezzulli Giovanni, il pennivendolo Quattrini Achille, la notaia Giu Domenica, il Santacroce Gigliolo detto Laser, drogato con il dobermann Laserdue, l’otitico cartolaio Zainetti, l’idraulico Rugiolotti, la Piegolini che al Bronx ha una merceria di intimo femminile, la Bulli ma pupe, la Aminta, il Pluda Leone, la ex cartolaia Puripurini, il nostro venerato abate ormai arcivescovo Puripurini Pierino, Pigliacielo Pino (“sono alto un metro e ottantasette, peso poco più di sessantacinque chili e in buonafede ho sessantatré anni proprio oggi ma è un caso che lo festeggi così, suicidandomi.”), il sindaco Milancio, Lunardoni Battista, sagrestano ufficiale e fafigli a tradimento, la vecchia Zorro, Tita della Biblioteca Comunale, don Trenta, il dottor commercialista T., il mobiliere D., l’Annalisa, la D. Cleo, la T. Leonora (giunonica e bella, bella oltre ogni dire), suor Lucia la supervisora di ogni capocchia di spillo, la Tilde, la Maestra Tisi, Faccetta Nera Bell’Abissina cioè Zamira Mucchetti, il piccolo Ridge, il Boss Fincasa, la Olga e il Monteciaresi Pierotto, la suocera Fincasa Siderpali Ermenegilda, i Padri dei Fratini di Nazareth, il dottor Dioticuri, la buona signora Andreina mamma di don Trenta, il Sentatore del Regno d’Italia Bentivoglio Camillo, la Signora Mater Bentivoglio Elena tutta vestita di trine Ottocento, la niipote un po’ ritardata la Rachida, la meticcina Fatìma, l’insegnante di disegno Gallizzi Marisa, la dottoressina Mercede, la sorella la… la?... la Fede, ecco, la Monteciaresi Marì (il braccio ingioiellato alla schiava), la Rinetta, la Mimì delle scarpe, il Paggio Lella la barbiera, il reduce di guerra Annunziati Ugo, l’Aida anche detta Eva Ficabonda, il Paragnosta delle Fontanelle con moglie, il Bertucci Ettorino, la Brusaporci Maurizia, Leprina la zingarella (“i capelli erano rossi, benché di un fiammeggiante rosso rame, e io provo ribrezzo per i capelli rossi, mi fanno pensare a qualcosa di immorale, di liquido della carne di capretto appena macellato, ecco.”), la figlia di Scanditi, il pasticciere subentrato alle sorelle Viitti che adesso sulla porta della pasticceria ha un cartello che a lettere Verde Lega Nord dice, “Ingresso vietato ai cani e ai terroni”, la Ciuletti Teresì (“Io, a parte l’ascella nuda di Teresì, non avevo mai visto altri genitali femminili in vita mia.”), la bidella Belindi Velia Benita, le Neutre da Compagnia, i norvegicus, Kam Koky e sua moglie, il dottor Angelucci, la signora Farinaccioli Carmelita il cui marito bancario in privato faceva e fa l’usuraio giù al Bronx, le quattro Setolini, il dottor Angelucci, il Romanino sull’altare della Basilica, il Gallizzi Galeazzo insegnante di Mate, l’Emiliana e l’Agostino, la cassiera del Cinema Pace, Forza Igiene, i due gestori delle Psicotrappole di piazza Duomo a Brescia, il maresciallo Vanvitelllo Santino Nonsonoelegante?, il fuoco; e chissà quanti altri.

    ha scritto il 

  • 5

    Ingenuità e ipocrisia

    E' un bellissimo romanzo sull'ipocrisia e sull'inadeguatezza. Il protagonista è forse improbabile, ma può essere visto come una sorta di metafora dell'ingenuità che non ha scampo davanti alla spregiud ...continua

    E' un bellissimo romanzo sull'ipocrisia e sull'inadeguatezza. Il protagonista è forse improbabile, ma può essere visto come una sorta di metafora dell'ingenuità che non ha scampo davanti alla spregiudicatezza. La scrittura è straordinaria per l'efficacia con cui viene reso il versosimile parlato del personaggio. La lingua è densa di neologismi, espressioni dialettali, riferimenti al linguaggio dei mass media e della pubblicità. Feroce la critica nei confronti delle istituzioni, Chiesa cattolica in primis, del perbenismo, del provincialismo. Da leggere, con molta pazienza all'inizio.

    ha scritto il 

  • 0

    «Il bene è solo l'ozio del male in vena di speculazioni filosofiche» (p.198)

    Questo è il più anticlericale dei libri di Busi, fin dall’esergo: il più feroce dei suoi ritratti della società italiana, che pure non sono mai stati teneri.
    A renderlo così spietato contribuisce il f ...continua

    Questo è il più anticlericale dei libri di Busi, fin dall’esergo: il più feroce dei suoi ritratti della società italiana, che pure non sono mai stati teneri.
    A renderlo così spietato contribuisce il fatto che la voce narrante non è un alter ego di Busi, ma il personaggio di Pino Pigliacielo, put , sacrestano a metà e in odor di pedofilia.
    Sfruttato, succube e costantemente umiliato il romanzo è la storia della sua rivolta: non una vera presa di coscienza ma una sorta di ribellione cieca e animale a una società che lo ha eletto capro espiatorio di tutti i suoi mali e miserie un posto dove «nessuno è mai cattivo fino in fondo, lo sono tutti dove la cattiveria è insanabile e senza fondo, in superficie» (p.366).
    Non è un romanzo facile da leggere perché è costruito come un lungo flusso di coscienza pieno di flashback e anticipazioni, in un linguaggio che ricalca fedelmente i costrutti del bresciano, lingua madre mia, dell’autore e dei personaggi, tanto che in alcune pagine sembra di leggere una specie di Verga del nordest.
    La Bassa bresciana si rivela uno scorcio dell’ Intero Paese dove tutti tutti sono cristiani della domenica e comunisti di facciata. E Pino Pigliacielo concepisce un piano per trasformarsi nella forma umana della nemesi divina.«Un castigo di Dio non era più sufficiente, ci voleva il castigo di un uomo. Un uomo giusto, super partes, un missionario». (p.163).
    Una specie di alter ego del suo carnefice don Pierino, devotissimo a santa palanca e del tutto sordo a qualsiasi forma di redenzione. E se il perdono latita non resta che fare spazio alla vendetta: cupa, disperata e senza nessuna pietà.

    ha scritto il 

  • 3

    Questo è il primo libro di Busi che leggo quindi non so se è lo stile narrativo dell' autore in generale che mi è piuttosto ostico o questo romanzo in particolare. L'ho preso e lasciato parecchie volt ...continua

    Questo è il primo libro di Busi che leggo quindi non so se è lo stile narrativo dell' autore in generale che mi è piuttosto ostico o questo romanzo in particolare. L'ho preso e lasciato parecchie volte nel corso di un paio di mesi perchè trovavo la prosa veramente faticosa da seguire: un racconto in prima persona delirante e con continui salti temporali e con personaggi che entrano e escono e tornano e sembrano e non sono e parlano e non dicono e mostrano e non fanno e esistenze che si intrecciano e si confondono in un teatrino di vizi privati e pubbliche virtù.
    Mi sono messa d'impegno e l'ho finito perchè devo ammettere che volevo sapere tutto di Pino Pigliacelo e delle sue e altrui miserie narrate nel tono dissacrante che a Busi si riconosce.
    Alla fine trovo sia un bel libro ma la difficoltà nel leggerlo mi induce ad attribuirgli solo tre stelle ma, forse, è un mio limite.

    ha scritto il