Suite française

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Publisher: Vintage

4.2
(3977)

Language: English | Number of Pages: 416 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) French , Spanish , Italian , German , Catalan , Chi traditional , Chi simplified , Portuguese , Basque

Isbn-10: 0099488787 | Isbn-13: 9780099488781 | Publish date: 

Translator: Sandra Smith

Also available as: Hardcover , Audio CD , Others , Softcover and Stapled , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 5

    Esercizio di immaginazione

    Faccio un esercizio di immaginazione. Sono una giovane donna ebrea: alle mie spalle ho pogrom che a colpi di migliaia di morti hanno decimato secolo per secolo le generazioni che mi hanno preceduta. N ...continue

    Faccio un esercizio di immaginazione. Sono una giovane donna ebrea: alle mie spalle ho pogrom che a colpi di migliaia di morti hanno decimato secolo per secolo le generazioni che mi hanno preceduta. Nel mio futuro c’è Auschwitz, un orizzonte del quale sono lucidamente consapevole. Nel mio presente ci sono esili e fughe: dalla Russia, dalla Svezia e dalla Danimarca, fino ad approdare in Francia, una nazione che considero mia terra d’elezione, nella cui lingua scrivo bellissimi libri e nella quale vivo una vita brillante: poiché sono ricca, esuberante e soprattutto ambiziosa, voglio primeggiare in quella società oziosa, dedita a balli e feste e che però, però, è profondamente antisemita. Sarei immune dal desiderio di non essere ebrea?
    Non so esattamente cosa desiderasse la Nemirovsky e per quale reale motivo si desse da fare per l’assimilazione, ma una cosa è certa: mentre noi ci affrettiamo ad entrare nel primo negozio di elettronica perché non sopportiamo che nostro figlio si senta un paria (“è l’unico nella sua classe a non avere un cellulare”), d’altro canto reagiamo con sdegno all’ebrea che sospettiamo voler sfuggire alla sua condizione.
    Rahel Vernhagen, ebrea tedesca vissuta a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, dettaglia in diari e carteggi l’autentico dramma dell’esistenza ebraica divisa tra identità e assimilazione, la quotidianità dilaniata da un mondo che non ti vuole ebrea ma disprezza l’assimilazione. Oggi, che la questione ebraica ha cambiato solo apparentemente aspetto, dobbiamo riconoscere l’esistenza di un filo-semitismo che, nel modo profondamente ambiguo con cui si esprimono i buoni sentimenti, pone delle condizioni. La prima condizione è che, nella dialettica polarizzata di vittima e carnefice, così feconda di retorica per i nostri cuori innocenti, l’ebreo sia completamente vittima. La seconda è che l’ebreo si comporti bene, cioè aderisca pienamente ai nostri cliché. Non risponde a nessuna di queste condizioni una donna che spera nell’assimilazione, che “rinnega se stessa”, anzi, di più, “odia se stessa”, nei suoi libri descrive ebrei orribili e finisce per battezzare sé e la propria famiglia. Possiamo discettare sull’inanità dello sforzo dell’assimilazione, compatire la vanità dei sentimenti di rivincita sociale che, forse, costituiscono un vero trait d’union tra lei e la discutibile madre, ma diciamocelo: tali discettazioni sono tutte curiosamente gratuite. Non costano niente a noi e non costavano niente ai contemporanei della N., intellettuali e letterati francesi che la condannavano per il suo anti-semitismo solo pochi giorni prima di rinnegarla, censurarla, metterle una stella gialla sul petto e abbandonarla al suo destino. Non le vollero nemmeno concedere la nazionalità, nonostante le ripetute richieste compiute in anni diversi, ma oggi, che la Francia sventola la sua bandiera accanto a quella di Inghilterra e Usa sulle sponde di Normandia, i Francesi dimenticano in blocco: esiliano Céline dai salotti letterari, giustiziano Robert Brasillach e celebrano finalmente la N. come “scrittrice francese”.
    Alla fine, come Rahel Vernhagen scoprì amaramente, assimilarsi significa volersi trasformare in coloro i quali dettano le regole della società, della moralità, della religione, del bene e del male, ed è perché costoro sono antisemiti che l’assimilazione comporta il costo di diventarlo rinnegando se stessi. Forse come fece la N., finendo per essere disprezzata da coloro che non le perdonavano il fatto di fare loro da specchio.
    Curiosamente, ci sono solo due categorie di persone delle quali venga occasionalmente detto “se fosse stato tedesco sarebbe stata una nazista”, la categoria degli ebrei e quella degli israeliani. Naturalmente, chiunque di noi fosse stato tedesco durante la seconda guerra mondiale, sarebbe stato con ottime probabilità un filo-nazista, e lo dicono le statistiche. Un esercizio retorico del tutto futile, quindi, che però diventa ad effetto presso i filo-semiti che pongono delle condizioni. Perché, nella dialettica vittima-carnefice alla quale noi pretendiamo che l’ebreo si adatti affinché la nostra coscienza pulita possa librarsi al di sopra delle contraddizioni della Storia, se l’ebreo non è completamente vittima, allora è lui il carnefice. E noi ne veniamo fuori puliti, come sempre, colonna sonora la Marsigliese.
    Rahel Vernhagen dovette arrivare alla vecchiaia, alla perdita della speranza di poter avere una vita di donna normale ed appagata, per convincersi che l’unica via di fuga nella dialettica mortale tra antisemitismo e assimilazione era lasciar perdere i gentili, chiunque essi fossero, e seguire l’orgoglio della propria stirpe. Non sappiamo cosa avrebbe pensato la N. dato che alla vecchiaia non ci è potuta arrivare. Alcuni sperano che avrebbe finalmente compreso l’errore in cui era caduta e avrebbe rinnegato molte delle sue opere. In realtà nel 1942 era già intimamente convinta della sua inassimilabilità e, proprio mentre scriveva Suite Francese (e narrava la delicata storia d’amore tra un invasore tedesco e una cittadina francese), dava disposizioni nella certezza che quell’opera sarebbe stata pubblicata postuma. Provvedeva a nascondere le proprie figlie, a preservare per loro il patrimonio rimanente e, quanto a sé, non essendo disponibile all’ennesimo esilio, cercava di vivere i suoi ultimi giorni nella pienezza compatibile con la solitudine. “Hanno tutti paura”, si diceva, delusa, spaesata, recuperando però d’incanto la superiore consapevolezza che in quel sentimento, la paura, da lei mirabilmente descritta, consisteva ciò che condannava ma allo stesso tempo assolveva la creatura in costante bilico tra la vita e la morte che è l’uomo. Si potrebbe dire un favore non ricambiato, se per lei fosse stato un favore.
    Aveva quindi le idee molto chiare sul mondo che la circondava e non sprecava tempo prezioso a disprezzare se stessa. Personalmente spero che, anche tornando da Auschwitz, Suite Francese non sarebbe cambiata e nemmeno David Golder rinnegato, perché avrebbe significato per lei, donna dalla lucidità implacabile e di natura poco conciliante, barare per il gioco degli altri.

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  • 4

    Suite francese è un libro che non ti aspetti di leggere, forse perché quando se ne parla si fa riferimento soltanto alla sua parte più famosa, ossia il Libro II dal titolo “Dolce” (che racconta della ...continue

    Suite francese è un libro che non ti aspetti di leggere, forse perché quando se ne parla si fa riferimento soltanto alla sua parte più famosa, ossia il Libro II dal titolo “Dolce” (che racconta della tormentata storia d’amore tra una sposa di guerra francese e un ufficiale tedesco) ma non al Libro I – Tempesta in giugno – o al progetto iniziale di Irene Némirowsky.

    E' per questo motivo che secondo me l'approccio a questo libro non può prescindere da alcune informazioni preliminari sull'autrice. Irène Némirovsky era una scrittrice francese nata in Ucraina da una ricca famiglia di religione ebraica. Fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì di tifo a soli 39 anni. Nei mesi che precedettero il suo arresto compose febbrilmente i primi due romanzi di una grande "sinfonia in cinque movimenti" che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino della Francia sotto l'occupazione nazista. Il manoscritto di Suite française,contenuto in un quaderno, fu conservato da sua figlia Denise per oltre cinquant'anni. Soltanto sessant'anni dopo quest'ultima si fece coraggio e scoprì il manoscritto di Suite francese, la cui pubblicazione in Francia fu un vero e proprio evento letterario che riportò alla luce il talento di Irene Némirowsky.

    Fatta questa necessaria premessa, entrambi i Libri meritano veramente di essere letti. "Tempesta in giugno" racconta l'esodo dei cittadini di Parigi alla vigilia dell'occupazione tedesca. La narrazione segue il punto di vista di vari personaggi - una coppia di coniugi, una famiglia numerosa, uno scrittore e la sua amante, un giovane prete, e molti altri - le cui storie sono destinate ad incrociarsi in questa lunga marcia in cerca di salvezza. "Dolce"- come su detto - è la parte più famosa del romanzo, e racconta il tormento della giovane Lucile, che si ritrova, suo malgrado, innamorata di Bruno, l'ufficiale tedesco alloggiato in casa sua durante l'occupazione.
    La cosa che colpisce il lettore, oltre alla schiettezza con cui l'animo umano viene messo a nudo dalla Némirovsky, è la descrizione degli occupanti che, specialmente nella seconda parte del romanzo, vengono dipinti come giovani beneducati e sensibili, sempre pronti a dare una mano ai loro ospiti e a rendere la loro presenza meno incomoda possibile. Pensare che l'autrice possa aver scritto cose del genere degli stessi nazisti che qualche giorno dopo la deportarono ad Auschwitz colpisce e fa riflettere. Il suo messaggio è inequivocabile: in una guerra le differenze tra vincitori e vinti, tralasciando le alte sfere, sono praticamente impalpabili.

    Se vi va passate a trovarmi sulla mia pagina Facebook: "La piccola biblioteca dei libri dimenticati" :)

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  • 5

    Chi è' il nemico ? L'invasore nazista o la debole coscienza nazionale dei francesi ?
    Nel raccontare storie di persone colpite dallo tsunami dell'invasione, il cui intreccio non sembra preoccupare trop ...continue

    Chi è' il nemico ? L'invasore nazista o la debole coscienza nazionale dei francesi ?
    Nel raccontare storie di persone colpite dallo tsunami dell'invasione, il cui intreccio non sembra preoccupare troppo l'Autrice, si propone al lettore l'idea secondo la quale una debole coesione sociale ed una flaccida struttura di valori condivisi possano aprire spazi enormi a follie collettive vestite in divisa o in tuniche di foggia varia.
    È' inquietante la lettura del libro proprio in questi giorni, nei quali percepiamo il pericolo dell' espansione di una visione integralista del mondo - odiosa ma comunque salda nelle società' in cui è' incardinata- con la consapevolezza che essa possa avere facile attecchimento e possibilità di intossicazione in organismi debilitati nella loro maggiore componente difensiva, qual'e' la coesione su forti valori di base.
    A tal punto è' stata percepita " docile e sottomessa " la società' francesce che nella seconda parte il romanzo assume una linea di fondo inquietantemente erotica, tra il feticismo (la descrizione minuziosa, ripetitiva e morbosa delle borchie, degli stivali e delle cinture delle divise verde oliva dei soldati tedeschi) e un perverso fascino verso la schiavizzazione sessuale. Queste donne dei vinti - che assumono il rango di protagoniste del romanzo - che sembrano irrimediabilmente destinate al possesso dei vincitori, senza che peraltro questi facciano mai valere i loro diritti di razzia su beni e femmine - carattere connesso a qualsiasi guerra ; come se un governo oscuro delle loro pulsioni spingesse i loro corpi verso il vincitore, non già' per bisogno d'amore inappagato, quanto pur l'irresistibile attrazione del dominatore. Per di più in una condizione nella quale gli uomini francesci si trovavano un una effettiva condizione di sottomissione, sconfitti e/o prigionieri, al nemico fascinoso e attraente.
    Significativo il passaggio nel quale l'autrice si chiede cosa avranno in corpo queste donne.
    Domanda che però' sembra falsamente ingenua, se poi si leggono nella interessante postilla le notizie sulla vita dell'autrice, specie nella maturità', e di sua madre, tra balli sfrenati per intere notti e gigolo.
    Un libro, come è' solito nelle opere della Nemerowsky, di grande sapienza sull'animo umano e sulle passioni, i cui meccanismi e le cui dinamiche (oltre che le proprie voragini morali ed etiche) vengono descritte con lucidità' impressionante.
    La grandezza di quest'opera sta nel continuo ricordare che la storia non si genera da sola ne' che il suo corso viene inesorabilmente determinato dalle elite di comando, palesi o occulte che siano ; e che ogni componente umana, se salda nei suoi valori e consapevole della propria storia e della propria identità', può resistere ad ogni processo storico e che se si decompone, non può' che generare vermi, secondo la crudele immagine che l'Autrice ci propone all'inizio dell'opera, tanto per chiarire da subito di cosa si parlerà'.

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  • 5

    il libro mi è stato regalato e questo lo rende ancora più gradito. ora avevo visto il film e come sempre non mi sono documentata sul libro. e ho fatto bene, perchè è stata una piacevole sorpresa scopr ...continue

    il libro mi è stato regalato e questo lo rende ancora più gradito. ora avevo visto il film e come sempre non mi sono documentata sul libro. e ho fatto bene, perchè è stata una piacevole sorpresa scoprire la prima parte, in cui la guerra, i nemici e il patriottismo deluso e sconfitto è stato descritto in maniera così vera e reale, con parole così semplici e allo stesso tempo poetiche, da conquistarmi fin dalla prima parola. ancor più piacevole è stato ritrovare un personaggio della prima parte nella seconda. 5 stelle.

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  • 5

    Meraviglioso!

    Pensando che è stato pubblicato postumo, ma scritto da una donna negli anni '40, è un libro di una lucidità incredibile, legge tramite le persone gli avvenimenti umani! Davvero da leggere! Gli intrecc ...continue

    Pensando che è stato pubblicato postumo, ma scritto da una donna negli anni '40, è un libro di una lucidità incredibile, legge tramite le persone gli avvenimenti umani! Davvero da leggere! Gli intrecci dei personaggi sono davvero molto ben costruito anche se non c'è stata una revisione postuma dell'autrice!

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  • 4

    "Un bel popolo siamo!”

    Romanzo incompiuto - doveva essere in cinque atti come una sinfonia, ma la scrittrice, deportata ad Auschwitz, non ebbe il tempo di finirlo – consta di due sole parti: la prima è quasi una cronaca in ...continue

    Romanzo incompiuto - doveva essere in cinque atti come una sinfonia, ma la scrittrice, deportata ad Auschwitz, non ebbe il tempo di finirlo – consta di due sole parti: la prima è quasi una cronaca in presa diretta dell'entrata dei nazisti a Parigi e il conseguente, disperato esodo dei parigini di ogni estrazione sociale, la seconda ha invece come sfondo un villaggio francese occupato dai tedeschi, ospiti non invitati nelle case degli abitanti, e l'idillio amoroso tra un ufficiale tedesco ed una donna francese.
    La prosa è fluida, arguta, elegante (si avverte chiaro l'influsso di Proust), e c'è l'urgenza di raccontare persone e cose mettendo nero su bianco idee e sensazioni proprie ed altrui, con un'analisi psicologica degna di nota.
    Non ci sono eroi, ma solo gente più o meno nobile, più o meno meschina, che si arrangia di fronte ad una guerra che mette a dura prova la forza e la dignità di tutti.
    Il lettore osserva i fatti attraverso continui cambi di prospettiva che movimentano la narrazione, anche se la mancanza di riferimenti ai crimini di guerra dei soldati della Werhmacht e i pochissimi accenni alla persecuzione degli ebrei non danno una visione del tutto esaustiva del periodo storico.
    Sembra una guerra dove i tedeschi, vincitori, prendono possesso del paese vinto senza troppo infierire:
    “I tedeschi... branco di carogne... Però, dobbiamo anche essere giusti... E' la guerra...”.
    La Francia sottomessa al nemico è fiera solo in apparenza: la sensazione generale e inconfessata della maggior parte è che in pugno alla Germania si sta al sicuro da pericoli forse maggiori.
    Del resto, la vita fa il suo corso nonostante tutto: lo si vede dal risveglio della natura a primavera e da quello dei sensi: “Nemici? Certo... Ma uomini, e giovani...”.
    La storia d'amore, anche se tutto sommato splendidamente delineata, assume a volte contorni da romanzo rosa, ma gli appunti della stessa autrice riportati alla fine del libro rendono abbastanza l'idea dei suoi piani e di un lavoro ben lontano dall'essere terminato.
    Nei capitoli che ci sono pervenuti pochi personaggi saranno capaci di conservare la propria libertà interiore, e le pagine più forti sono quelle che descrivono una quotidianità sconvolta da fatti drammatici e straordinari dove uomini e donne lottano solo per la sopravvivenza, estranei ad atti di eroismo e solidarietà:
    “...in tutti, ricchi o poveri che fossero, confusione, viltà, vanità, ignoranza! Un bel popolo siamo!”.

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  • 5

    un libro lasciato a metà è come una storia d'amore incompiuta

    Mi sono imbattuta in questo libro senza aver visto il film.

    Racconta la guerra, vista dal punto di vista dei civili e dei militari. Per la prima volta, in tanti libri che ho letto, i nazisti non veng ...continue

    Mi sono imbattuta in questo libro senza aver visto il film.

    Racconta la guerra, vista dal punto di vista dei civili e dei militari. Per la prima volta, in tanti libri che ho letto, i nazisti non vengono descritti come dei mostri (definizione semplicistica ed intellettualmente pigra) ma come dei giovani mandati al massacro esattamente come tutti gli altri.
    In questo libro viene descritta la grettezza dell'essere umano che teme per la sua vita (nella prima parte) e la dolcezza e l'amore che nascono indipendentemente da tutto (nella seconda).

    Descrizioni ricche e stile fluente. Dalle sue righe si evince anche l'amore per gli animali.
    Consigliatissimo!!!

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  • 0

    Incompleto

    Un libro delicato, che parte lentamente e che soprattutto nella seconda parte avvolge e affascina, tra personaggi che dovrebbero essere cattivi e non lo sono e viceversa. Il sottofondo della guerra, c ...continue

    Un libro delicato, che parte lentamente e che soprattutto nella seconda parte avvolge e affascina, tra personaggi che dovrebbero essere cattivi e non lo sono e viceversa. Il sottofondo della guerra, che rende tutto irreale e da' al tempo, alla ricchezza e alla morale un nuovo significato, rende tutto ancor più interessante e nuovo. Amori, onore e status da mantenere e far rispettare si intrecciano e ognuno ci stupisce con note e retrogusti inimmaginabili. Peccato siano le prime due parti di un libro che doveva averne cinque e tutto viene lasciato sospeso, lasciandoci solo lo stile di una scrittrice che ha smesso troppo presto di vivere e donarci musiche dolci. Da leggerlo sapendolo.

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  • 4

    Maggio è stato un mese povero di letture, povere in senso di numero di libri letti. Ma è stato un mese intenso, dedicato a Irene Nemirovsky, una delle mie autrici "comfort zone", di quelle che leggo n ...continue

    Maggio è stato un mese povero di letture, povere in senso di numero di libri letti. Ma è stato un mese intenso, dedicato a Irene Nemirovsky, una delle mie autrici "comfort zone", di quelle che leggo nei momenti di stanca, quando ho bisogno di qualcosa di familiare,di una scrittura fluida, senza troppi pensieri.
    Suite francese è il suo celeberrimo romanzo postumo, quello il cui manoscritto è stato conservato per anni dentro una valigia che le figlie si sono portate dietro nella loro fuga dai nazisti. E' un libro sorprendente che narra in presa diretta l'arrivo degli occupanti tedeschi in Francia, la fuga dei profughi, l'assestamento che ne seguì con una forzata convivenza con i tedeschi. Quello che sorprende della Nemirovsky, quello che ti emoziona e ti sconvolge ad ogni pagina è la lucidità con cui racconta i tragici fatti che sta vivendo, l'obiettività con cui descrive una situazione drammatica e incomprensibile che avrebbe portato lei, russa naturalizzata francese, scrittrice di successo, convertita al cattolicesimo a morire a soli 39 anni in un campo di sterminio. Non c'è alcun odio in quello che scrive, c'è solo un'immensa comprensione della tragedia umana, tragedia che nella sua sensibilità e nella sua scrittura accomuna francesi occupati e tedeschi occupanti.
    Una scrittrice complicata la Nemirowsky, divenuta celebre negli anni '20 e '30 con romanzi d'amore, melò di gran successo, ma rimasta nella storia della letteratura per questo romanzo incompiuto in cui poco si dice degli ebrei e del giudaismo, ma in cui viene fotografata tutta la tragedia di un'epoca intera, un'epoca senza vincitori alcuni.

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  • 3

    I primi due terzi del libro li ho trovati molto frastagliati.
    L'ultima parte, invece, è stata interessante: l'"umanizzazione" dei Tedeschi in quanto uomini e non solamente soldati; i punti di vista di ...continue

    I primi due terzi del libro li ho trovati molto frastagliati.
    L'ultima parte, invece, è stata interessante: l'"umanizzazione" dei Tedeschi in quanto uomini e non solamente soldati; i punti di vista differenti sull'ospitare i "Crucchi" in casa; i sentimenti che possono nascere tra due persone di fazioni opposte, e la lotta interiore per contrastarli.
    Non credevo che negli anni Quaranta in Francia esistesse ancora il feudalesimo...

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