Tennis, Tv, trigonometria, tornado

e altre cose divertenti che non farò mai più

Di

Editore: Minimum Fax

4.1
(757)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 320 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8886568762 | Isbn-13: 9788886568760 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Christian Raimo , Martina Testa , Vincenzo Ostuni

Disponibile anche come: eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Esilaranti reportage "dietro le quinte" da un'edizione degli Australian Open di tennis e dal set di Strade perdute di Lynch; fotografie inedite della vita di provincia americana in un Midwest animato da bizzarrie meteorologiche e chiassose fiere campionarie; geniali riflessioni sul rapporto di odio/amore fra la televisione e la narrativa contemporanea. In sei saggi sui generis, un'analisi caleidoscopica della società e della cultura postmoderna condotta al tempo stesso con lo sguardo acuto e distaccato del critico e quello entusiasta del fan, e percorsa da una vena inesauribile di ironia.
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  • 5

    Cinque stelline puramente soggettive.
    I saggi li ho trovati tutti interessanti ma di particolare interesse ho trovato il saggio riguardante la televisione: "E Unibus Pluram..." (dove, oltretutto, si s ...continua

    Cinque stelline puramente soggettive.
    I saggi li ho trovati tutti interessanti ma di particolare interesse ho trovato il saggio riguardante la televisione: "E Unibus Pluram..." (dove, oltretutto, si scopre da chi e da dove Wallace abbia preso l'idea del teleputer di Infinite Jest) e il saggio dedicato a David Lynch.
    E' sempre interessante, divertente e piacevole leggere le opinioni di Wallace in merito agli argomenti

    ha scritto il 

  • 4

    Una raccolta di saggi da leggere fino alla fine. Fino alla fine perché i primi 4 sono la versione di DFW più difficile da leggersi. Iperdettagliati, per specialisti. Come Una cosa divertente che non f ...continua

    Una raccolta di saggi da leggere fino alla fine. Fino alla fine perché i primi 4 sono la versione di DFW più difficile da leggersi. Iperdettagliati, per specialisti. Come Una cosa divertente che non farò mai più che inizia in modo scorrevolissimo e dopo un po' ti sembra un mappazzone. Ecco: un po' mappazzoni lo sono, anche se estremamente interessanti (il saggio sul rapporto tra scrittori e tv è di rara lucidità sull'argomento). I 2 saggi finali, quello su David Lynch e quello sul tennista Michael Joyce sono stupendi. Da fanatica del tennis qula sono aggiungo: leggete soprattutto le note del saggio finale. Maestria.

    ha scritto il 

  • 3

    Raccolta di sei saggi, per lo più autobiografici, scritti nella prima metà degli anni novanta:
    - Tennis, trigonometria e tornado;
    - E Unibus Pluram: Gli scrittori statunitensi e la televisione;
    - Inva ...continua

    Raccolta di sei saggi, per lo più autobiografici, scritti nella prima metà degli anni novanta:
    - Tennis, trigonometria e tornado;
    - E Unibus Pluram: Gli scrittori statunitensi e la televisione;
    - Invadenti evasioni;
    - Che esagerazione;
    - David Lynch non perde la testa;
    - L'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e la completezza dell'essere umano.

    In generale non mi hanno fatto impazzire.

    ha scritto il 

  • 5

    My God, come sapeva scrivere quest'uomo!

    E' il commento che mi viene in mente dopo aver letto questa raccolta di testi: più eterogenea e squilibrata non si poteva pensare, andando da una recensione iper-specialistica di un libro di critica l ...continua

    E' il commento che mi viene in mente dopo aver letto questa raccolta di testi: più eterogenea e squilibrata non si poteva pensare, andando da una recensione iper-specialistica di un libro di critica letteraria fino ad un fantastico reportage sulla fiera dell'Illinois, passando per le migliori pagine mai lette (almeno da me) su David Lynch e per un distillato di amore per uno sport individualistico e iper-atletico come il tennis.
    Quest'uomo sapeva davvero scrivere e, cosa ancora più importante, sapeva mettere questo grande talento al servizio di qualcosa di veramente importante: la possibilità di toccare le menti e i cuori delle persone, usando l'ironia, l'intelligenza e soprattutto un grande amore per le persone - tutte. L'esempio migliore credo che sia il testo dedicato a Michael Joyce: come tennista Joyce era un emulo di Agassi, che DFW odiava come tennista per una serie di ragioni che lui stesso elenca. Eppure, finisce per provare un sincero affetto e simpatia per questo ragazzone californiano: credo che, se avesse avuto la possibilità di conoscere Agassi avrebbe finito per comprendere e voler bene anche a lui. Foster Wallace poteva odiare un tennista, ma non un uomo....

    ha scritto il 

  • 4

    Non ci proverò nemmeno

    A mettermi qui a spiegare il perché e il percome considero DFW un genio e compagnia bella.
    Il fatto è che sono di parte, credente e praticante, adepto ultra-ortodosso di rito davidfosterwallaciano. La ...continua

    A mettermi qui a spiegare il perché e il percome considero DFW un genio e compagnia bella.
    Il fatto è che sono di parte, credente e praticante, adepto ultra-ortodosso di rito davidfosterwallaciano. La fede trascende la ragione, è cosa nota, e questo mi impedisce di giudicare in maniera imparziale. Non ne sono capace e questo è tutto.
    Mi abbevero alla fonte, ascolto la parola. A volte comprendo, altre, credo di comprendere, altre ancora fingo. Non è fondamentale, non sempre, non per me. Il fatto è che di questa parola io ne ho bisogno, sento che è importante (già, la dipendenza).
    Ho bisogno del pensiero complesso (non contorto) di DFW, capace di posarsi su un oggetto qualsiasi e tirarne fuori un mondo, osservandolo attraverso la lente del microscopio, sezionandolo come un entomologo, portando alla luce connessioni di ogni sorta.
    Ho bisogno della sua scrittura "pollockiana", che sembra sempre sul punto di tracimare, che invade la pagina procedendo per accumulazioni, strati di parole, sgocciolature, riuscendo però a mantenere un rigore formale, ordine nel disordine.
    Ho bisogno dei suoi aggettivi precisi, delle sue definizioni folgoranti, del suo vocabolario sontuoso.
    Ho bisogno della sua capacità di volare alto ma anche di aggirarsi senza paura tra le umane miserie e perversioni, di saper divertire ma anche commuovere e far riflettere.
    Ho bisogno delle sue trame intricate, del piacere di misurarmi con le traiettorie dei suoi ragionamenti, di perdermi, ritrovarmi e poi perdermi di nuovo tra le sue pagine.
    Ho bisogno della sua personalità strabordante, del suo sguardo curioso, della sua umiltà, della sua profondità di analisi, della sua onestà intellettuale, della sua pietas.

    ha scritto il 

  • 4

    Nomi che sono anche garanzie

    David Foster Wallace posso iniziare a considerarlo uno di quelli. Ho ancora letto solo una raccolta di racconti e i due resoconti di cose divertenti da non fare mai più, ma ho il sentore – che volendo ...continua

    David Foster Wallace posso iniziare a considerarlo uno di quelli. Ho ancora letto solo una raccolta di racconti e i due resoconti di cose divertenti da non fare mai più, ma ho il sentore – che volendo potrei confermare sulla base di quanto dicono i fan di David – che quando si parla della sua scrittura non conti tanto quel che dice quanto come lo dice. Non voglio riproporre cose già dette milioni di volte sul suo conto (tipo: "ti fa interessare anche a cose che non ti interessano affatto", che comunque è vero), anche perché è un autore che tutto merita fuorché essere banalizzato o ridotto a qualche cliché. La sensazione che ho avuto tutte e tre le volte che ho chiuso un libro di Wallace, è stata desiderare di averlo come amico. Avrei volentieri passato pomeriggi ad ascoltare la sua visione del mondo, e a prendere nota di ogni termine desueto che gli usciva di bocca. Non posso sapere che tipo di persona fosse realmente, ma quella che emerge dalla carta stampata è un pacato vulcano, un pozzo senza fondo di idee e pensieri e brillanti osservazioni. Wallace mi ricorda quanto si potrebbe rubare ad ogni singolo giorno, e che se non lo facciamo è solo per noia e per pigrizia.
    E' riduttivo dire che questa è una raccolta di saggi. Piuttosto è una raccolta di esperienze. Alcune particolari, altre ordinarie, ma tutte raccontate con una cifra stilistica che non esito a definire unica.
    Ci manca, D.F.W. Mi consola sapere che mi resta ancora tanto, di suo, da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Quello che colpisce...

    ...in questa raccolta di saggi è, non solo la bravura dello scrittore Wallace (il cui stile logorroico mi ha sempre affascinato) ma la ricchezza di interessi e anche di fissazioni dell'uomo Wallace. Q ...continua

    ...in questa raccolta di saggi è, non solo la bravura dello scrittore Wallace (il cui stile logorroico mi ha sempre affascinato) ma la ricchezza di interessi e anche di fissazioni dell'uomo Wallace. Quello su David Lynch è inquietante, il mio preferito è quello sul tennista Michael Joyce. Joyce era al tempo un tennista professionista tra i primi 100 migliori al mondo (attualmente fa l'allenatore di tennis) che Wallace usa per una serie di splendide considerazioni sulla natura del tennis, del professionismo e di una miriade di altre cose. E' divertente, interessante e ho imparato un sacco di cose che non conoscevo... pensandoci è come leggere il Guinnes dei primati o una raccolta di Strano ma vero scritti da uno di talento.

    ha scritto il 

  • 4

    alla fine se ne esce sempre arricchiti

    Un libro di Wallace che forse può essere definito una “raccolta di saggi”, anche se questa asettica classificazione crea la falsa aspettativa di dotte disquisizioni povere di fantasia e non rende gius ...continua

    Un libro di Wallace che forse può essere definito una “raccolta di saggi”, anche se questa asettica classificazione crea la falsa aspettativa di dotte disquisizioni povere di fantasia e non rende giustizia alla sequenza quasi ininterrotta di illuminazioni e suggestioni che si susseguono nelle sue pagine.

    Io sono arrivato tardi a Wallace (ma sto recuperando): in tanti hanno già osservato che, di qualunque argomento scriva, l’autore riesce sempre a suscitare l’interesse del lettore, affermazione che sottoscrivo anche se preciserei che ciò avviene “nella peggiore delle ipotesi”; perché di solito, e qui ne abbiamo abbondanti esempi, oltre all’interesse vengono stimolati il sense of humour, l’ammirazione per la capacità di analisi, la cultura, lo spirito di osservazione: insomma, per farla breve, alla fine se ne esce sempre arricchiti, riconoscenti e, in qualche modo che non so spiegare, migliori, con una massa di annotazioni, di desideri di approfondire gli argomenti (rivedere il film di Lynch, capire cos’è la Fiera dell’Illinois, vedere quel match di tennis…) e, immancabile, la voglia di ricominciare da pagina 1.

    I 6 chiamiamoli-saggi non sono omogenei nella loro struttura: “Invadenti evasioni” che descrive la visita alla Fiera dell’Illinois è quello che maggiormente si avvicina allo stile dell’esilarante cronaca di una crociera pubblicata in Italia a parte, “Una cosa divertente che non farò più”, che in originale faceva parte (e dava il titolo) a questa raccolta. Il pezzo sul set di David Lynch invece è un saggio di uno spessore tale da fare arrossire gran parte della critica cinematografica contemporanea (che si sia o meno un fan del regista di Blue Velvet).

    Il saggio “E unibus pluram”, sul rapporto fra la tv e il suo pubblico, che probabilmente al tempo dell’uscita della raccolta era la pietra portante di quest’opera per il livello di approfondimento del tema, mi è tuttavia sembrato quello che più ha risentito del passare degli anni (e anche dell’angolazione all-american sia dell’analisi che dei riferimenti esemplificativi che Wallace porta in quantità); in altri termini mi è parso un po’ datato…

    E poi ci sono i due pezzi sul tennis che sono davvero eccellenti (anche se a me questo sport non ha mai destato alcun interesse) e in cui la capacità descrittiva e analitica dell’autore raggiunge i suoi vertici.

    L’osservazione ad esempio (la prima che mi viene in mente…) che il tennista M.Joyce, n.79 del ranking, che Wallace ha occasione di frequentare da vicino, “nella macchina di solito guarda fisso davanti a sé come un pendolare”, è di per sé nulla più di una divertente similitudine quasi buttata lì; però sottende sia la constatazione del prosciugamento esistenziale di tutti i pendolari sia, a uno strato ancora sottostante, la realtà di questi ammirati professionisti che vivono in uno stato semi-catatonico tale da non percepire neppure il paesaggio circostante al percorso fra l’hotel, l’aereoporto e i campi da tennis…

    Più avanti W. analizza in modo più approfondito questo concetto arrivando alla conclusione che “…la radicale compressione della sua personalità gli ha permesso di praticare un’arte a un livello di trascendenza” e che Joyce “…è un uomo completo anche se in una maniera grottescamente limitata”

    Considerazione normalmente interessante.

    Il punto è che in questo libro ve ne sono letteralmente migliaia!

    ha scritto il 

  • 4

    L’intelligenza di quest’uomo è fuori discussione, una specie di piovra neuronica che spande i suoi tentacoli in dieci direzione diverse nello stesso istante. La sua prosa, la tendenza all’argomentazio ...continua

    L’intelligenza di quest’uomo è fuori discussione, una specie di piovra neuronica che spande i suoi tentacoli in dieci direzione diverse nello stesso istante. La sua prosa, la tendenza all’argomentazione multipla, con proliferazione metastatica di note al di sotto, stanno lì a dimostrarlo. Non dico che Wallace sarà mai uno dei miei scrittori di punta, perché è probabilmente più cerebrale di quanto io prediliga, ma ha quell’arma affilata che si chiama ironia e una profondità critica spaventosa. Non per fare l’esagerato, ma credo che il suo saggio sul nostro amato Lynch sia uno dei migliori, certo il più affascinante, che abbia mai letto sul regista di Missoula; perché Wallace unisce un’abbagliante prodezza critica a una partecipazione bruciante che è propria del fan, di quello che da ragazzo correva alla prima proiezione di Blue velvet, del cinefilo anche un po’ nerd che ricorda persino la data di quel fatidico giorno. E a proposito di Lynch ha scritto un paio di cosette su cui ha incontrato il mio enorme favore (e ora che ho il supporto di cotal anfitrione lo posso pure ripetere e sottoscrivere: del tipo, Dune è il film più brutto di Lynch, hai voglia a voler tirare fuori i se e i ma, a dire sì però in realtà anche nel casino hollywoodiano si nota… si nota un cazzo, si nota che sto film è brutto, senza appello; o del tipo che lui predilige Blue velvet e Eraserhead a Wild at heart, che io continuo sempre a guardare con sospetto e che sottolinea come Fire walks with me nonostante sia un’ammirevole sperimentazione sia purtroppo un film non riuscito).

    continua, con alcune citazioni, qui

    http://noodlesjournal.wordpress.com/2008/10/06/tennis-tv-trigonometria-tornado-e-altre-cose-che-non-faro-mai-piu/

    ha scritto il 

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